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Il
vecchio e la rupe
Tanto
tempo fa, ai piedi di una montagna, c'era uno strano villaggio dove i
vecchi non raccontavano fiabe ai bambini. E non perché i bambini non
volessero ascoltare le fiabe più belle del mondo, ma perché
semplicemente non c'erano vecchi, neppure uno, nemmeno a cercarlo col
lumicino.
In questo strano villaggio non sapevano proprio che farsene
dei vecchi.
- A cosa servono i vecchi?- si domandavano i più giovani e
forti. - Non possono condurre l'aratro nei solchi, perché le gambe non
li reggono, e neppure mietere il grano, perché non riescono a impugnare
le falci.
- Proprio così. Sanno solo mangiare a sbafo e sonnecchiare
davanti ai fuochi nei camini - dicevano altri. - E poi di notte russano,
e sono pieni di acciacchi, e non fanno che lamentarsi e a volte parlano
da soli. Servono solo a darci dei fastidi, i vecchi!
Perciò, quando un uomo diventava tanto anziano da non
reggersi bene sulle gambe, o quando non riusciva più a impugnare la
falce per mietere il grano, subito veniva portato in cima a una rupe e
fatto precipitare in un profondo burrone chiamato Muccidorgiu.
Fu così che in una fredda mattina autunnale, anche il
vecchio Bobore si preparò a seguire suo figlio Antonicheddu in cima
alla rupe. Antonicheddu gli fece indossare il cappotto di orbace e poi
lo accarezzò sulla guancia: - Mi dispiace Babbu....- disse. - Ma questa
è la Legge.
Bobore chinò il capo e seguì il figlio lungo il sentiero
che saliva zigzgando tra gli arbusti di ginepro e i massi di granito.
Quando furono a metà del cammino, Antonicheddu però si
accorse che suo padre aveva la fronte imperlata dal sudore e il fiato
corto.
- Se vuoi - gli propose - ti porterò sulle mie spalle....
- Perché? - gli chiese Bobore, appoggiandosi sul tronco di
una quercia. - Hai forse tanta fretta, di buttarmi dabbasso?
Antonicheddu chinò il capo e per la seconda volta disse: -
Mi dispiace Babbu... Ma questa è la Legge.
I due ripresero a salire, sino a quando giunsero in cima
alla rupe. Qui Bobore volse lo sguardo verso le terre in basso, dove i
campi erano stati dissodati e dove le zolle apparivano più grasse e
brune. Fiutò a lungo l'aria, guardò attentamente in cielo, dove non si
vedeva neppure una nuvola, e poi scosse la testa.
Ma visto che ai suoi pensieri da vecchio nessuno aveva più
dato importanza,decise di tenere per sé le sue riflessioni e voltando
le spalle ad Antonicheddu si portò sull'orlo del burrone Muccidorgiu.
- Coraggio figlio - sussurrò. - Se devi farlo, fallo in
fretta, perché non voglio più vivere in questo brutto mondo.
- Mi dispiace Babbu ma questa è la Legge... - disse
Antonicheddu per la terza volta.
Respirò
a fondo e allungò le mani verso Bobore, per spingerlo dabbasso, ma
subito le braccia gli ricaddero lungo i fianchi. Ci riprovò e di nuovo
le braccia gli diventarono di pasta frolla.
Non c'era niente da fare. Ogni volta che le sue dita
sfioravano la schiena curva dell'anziano padre, un profondo torpore si
impadroniva delle sue membra e un'infinita tristezza del suo cuore.
Così, quando Bobore sentì suo figlio sospirare, con un
sospiro così profondo che sembrava sorgere dalle viscere della
montagna, si girò e vide che aveva le lacrime agli occhi.
- Non posso farlo, Babbu! - lo sentì esclamare. - Con che
coraggio potrei levare la vita a chi la vita mi ha dato?
Bobore gli si avvicinò e gli passò la mano tra i capelli,
proprio come faceva quando Antonicheddu era ancora bambino.
- Ma cosa diranno giù al villaggio, nel vedermi tornare
sano e salvo? - chiese.
- A questo penserò io! - fece il ragazzo.
E così dicendo si caricò sulle spalle il vecchio. Lo
trasportò giù dalla montagna per un sentiero che solo lui conosceva, e
poi si addentrò in una fitta macchia che nascondeva una piccola
caverna.
- Ecco - disse. - Ti nasconderai qui. E io una settimana
sì e una settimana no verrò a portarti da mangiare.
Fu così che Antonicheddu tornò in paese e disse a tutti
di aver spinto Bobore nel precipizio di Muccidorgiu. Ma da quella stessa
notte, e poi una settimana sì e una no per tutti i mesi a venire, uscì
di nascosto da casa e portò all'anziano padre tutto il necessario per
sopravvivere.
Passò in questo modo l'autunno, passarono l'inverno e la
primavera. E proprio come Bobore aveva previsto, fiutando l'aria e
guardando il cielo in cima alla rupe, neppure una goccia di pioggia
cadde sui campi seminati a grano.
- Neanche una spiga nei campi, Babbu! - disse così
Antonicheddu a Bobore sul finire di una notte d'estate. - I granai sono
vuoti, e perciò dovrò dimezzare la tua razione di pane e companatico,
dato che io stesso ho così poco per sfamarmi. Speriamo però che la
pioggia arrivi presto.
Bobore,che in quei giorni aveva di nuovo fiutato l'aria e
guardato il cielo, ancora una volta scosse la testa. E ancora una volta
decise di tenere per sé i suoi pensieri da vecchio.
Così, Antonicheddu fece ritorno al villaggio. Ma di nuovo
le stagioni che vennero furono così avare di pioggia che la terra
riarsa si spaccò sotto i raggi del sole.
Perciò quando l'estate prese il posto della primavera, il
giovane si ripresentò da suo padre con l'aria mesta e gli occhi tristi
come quelli di un passero che ha smarrito il nido.
- Neanche una spiga nei campi, Babbu! - si lamentò. - I
granai sono vuoti, le provviste consumate e se non pioverà non so
proprio come andremo a finire...
Si sedette e gli mostrò la bisaccia semivuota.
- Ho paura che non riuscirò a portarti altro per chissà
quanto tempo - aggiunse, - se non si deciderà a piovere.
- Non preoccuparti - ribatté l'anziano padre. - Io so
badare a me stesso.
Solo in quel momento Antonicheddu si rese conto che Bobore,
a differenza di lui che era diventato tutto pelle ed ossa, non era
affatto dimagrito. E anzi il suo viso, incorniciato da una barba candida
come la prima neve, era roseo e paffuto come mai lo era stato.
Pensò così di chiedergli qual era il suo segreto. Ma poi
rinunciò e s'incamminò verso il villaggio, convinto che prima o poi la
pioggia sarebbe caduta dal cielo.
Quando però finalmente il cielo si aprì e l'acqua si
rovesciò a catinelle sui campi assetati, Antonicheddu tornò
dall'anziano padre con la stessa espressione mesta sul viso.
Si sedette vicino al fuoco e allargò le braccia
sconsolato. - Ora che la terra è di nuovo fertile - disse - non abbiamo
più sementi da seminare. Perché per la gran fame, Babbu, le abbiamo
mangiate tutte.
- Ah, sì? - fece il vecchio Bobore, che aveva il viso
sempre più roseo e paffuto. - E cosa pensano di fare i giovani del
villaggio?
- Cosa vuoi... - rispose Antonicheddu con un filo di voce.
- I giovani si sono lasciati andare alla disperazione. E il digiuno li
ha talmente indeboliti che non riuscirebbero a guidare l'aratro e a
impugnare le falci neanche se ce ne fosse bisogno...
Bobore pensò allora che fosse venuto il momento di svelare
il segreto che gli aveva permesso di restare florido e paffuto per tutto
quel tempo.
- Non sempre c'è bisogno di falci e aratro - disse - per
placare i morsi della fame.
Fece cenno ad Antonicheddu di seguirlo tra i cespugli di
lentisco e gli indicò un grande formicaio.
- Scava lì - ordinò.
Il giovane obbedì e con sua grande sorpresa trovò sotto
terra le provviste che le formiche avevano spigolato nei campi e messo
da parte nei loro magazzini.
Era appena un pugno di grano, certo, ma di quei formicai ce
n'erano centinaia e centinaia, sparsi un po' dappertutto!
Così, senza porre tempo al tempo il giovane tornò al
villaggio e comunicò a tutti la buona notizia: presto avrebbero avuto
tanto grano che sarebbe bastato non solo per la semina, ma anche per
sfamarsi in attesa del nuovo raccolto.
In quanto al vecchio Bobore, non appena la gente seppe di
dovere a lui la propria salvezza, venne condotto in trionfo sino alla
porta della sua casa. E nessuno, da quel giorno e per tutti i giorni a
venire, si sognò più di protestare se dormicchiava davanti al camino,
se si lamentava per i suoi acciacchi e se ogni tanto parlava da solo.
Perché in caso di bisogno, lui e tutti i vecchi che non sarebbero più
stati gettati nel precipizio di Muccidorgiu, avrebbero potuto istruire i
giovani con la loro esperienza e con la loro saggezza.
I più felici però non furono né i vecchi né i giovani,
ma i bambini: perché finalmente avrebbero potuto ascoltare dai loro
nonni le fiabe più belle del mondo. |