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Fiabe della Sardegna 

 Giunti Editore (Firenze 2004)

Illustrazioni di Giuseppe Braghiroli

Le fiabe tradizionali sarde, tratte in parte dalle raccolte dei maggiori ricercatori dell'800,  raccontate con un linguaggio agile e moderno. 

 

Il vecchio e la rupe


Tanto tempo fa, ai piedi di una montagna, c'era uno strano villaggio dove i vecchi non raccontavano fiabe ai bambini. E non perché i bambini non volessero ascoltare le fiabe più belle del mondo, ma perché semplicemente non c'erano vecchi, neppure uno, nemmeno a cercarlo col lumicino.
   In questo strano villaggio non sapevano proprio che farsene dei vecchi.
   - A cosa servono i vecchi?- si domandavano i più giovani e forti. - Non possono condurre l'aratro nei solchi, perché le gambe non li reggono, e neppure mietere il grano, perché non riescono a impugnare le falci.
   - Proprio così. Sanno solo mangiare a sbafo e sonnecchiare davanti ai fuochi nei camini - dicevano altri. - E poi di notte russano, e sono pieni di acciacchi, e non fanno che lamentarsi e a volte parlano da soli. Servono solo a darci dei fastidi, i vecchi!
   Perciò, quando un uomo diventava tanto anziano da non reggersi bene sulle gambe, o quando non riusciva più a impugnare la falce per mietere il grano, subito veniva portato in cima a una rupe e fatto precipitare in un profondo burrone chiamato Muccidorgiu.
   Fu così che in una fredda mattina autunnale, anche il vecchio Bobore si preparò a seguire suo figlio Antonicheddu in cima alla rupe. Antonicheddu gli fece indossare il cappotto di orbace e poi lo accarezzò sulla guancia: - Mi dispiace Babbu....- disse. - Ma questa è la Legge.
   Bobore chinò il capo e seguì il figlio lungo il sentiero che saliva zigzgando tra gli arbusti di ginepro e i massi di granito.
   Quando furono a metà del cammino, Antonicheddu però si accorse che suo padre aveva la fronte imperlata dal sudore e il fiato corto.
   - Se vuoi - gli propose - ti porterò sulle mie spalle....
   - Perché? - gli chiese Bobore, appoggiandosi sul tronco di una quercia. - Hai forse tanta fretta, di buttarmi dabbasso?
   Antonicheddu chinò il capo e per la seconda volta disse: - Mi dispiace Babbu... Ma questa è la Legge.
   I due ripresero a salire, sino a quando giunsero in cima alla rupe. Qui Bobore volse lo sguardo verso le terre in basso, dove i campi erano stati dissodati e dove le zolle apparivano più grasse e brune. Fiutò a lungo l'aria, guardò attentamente in cielo, dove non si vedeva neppure una nuvola, e poi scosse la testa.
   Ma visto che ai suoi pensieri da vecchio nessuno aveva più dato importanza,decise di tenere per sé le sue riflessioni e voltando le spalle ad Antonicheddu si portò sull'orlo del burrone Muccidorgiu.
   - Coraggio figlio - sussurrò. - Se devi farlo, fallo in fretta, perché non voglio più vivere in questo brutto mondo.
   - Mi dispiace Babbu ma questa è la Legge... - disse Antonicheddu per la terza volta.    

Respirò a fondo e allungò le mani verso Bobore, per spingerlo dabbasso, ma subito le braccia gli ricaddero lungo i fianchi. Ci riprovò e di nuovo le braccia gli diventarono di pasta frolla.
   Non c'era niente da fare. Ogni volta che le sue dita sfioravano la schiena curva dell'anziano padre, un profondo torpore si impadroniva delle sue membra e un'infinita tristezza del suo cuore.
   Così, quando Bobore sentì suo figlio sospirare, con un sospiro così profondo che sembrava sorgere dalle viscere della montagna, si girò e vide che aveva le lacrime agli occhi.
   - Non posso farlo, Babbu! - lo sentì esclamare. - Con che coraggio potrei levare la vita a chi la vita mi ha dato?
   Bobore gli si avvicinò e gli passò la mano tra i capelli, proprio come faceva quando Antonicheddu era ancora bambino.
   - Ma cosa diranno giù al villaggio, nel vedermi tornare sano e salvo? - chiese.
   - A questo penserò io! - fece il ragazzo.
   E così dicendo si caricò sulle spalle il vecchio. Lo trasportò giù dalla montagna per un sentiero che solo lui conosceva, e poi si addentrò in una fitta macchia che nascondeva una piccola caverna.
   - Ecco - disse. - Ti nasconderai qui. E io una settimana sì e una settimana no verrò a portarti da mangiare.
   Fu così che Antonicheddu tornò in paese e disse a tutti di aver spinto Bobore nel precipizio di Muccidorgiu. Ma da quella stessa notte, e poi una settimana sì e una no per tutti i mesi a venire, uscì di nascosto da casa e portò all'anziano padre tutto il necessario per sopravvivere.
   Passò in questo modo l'autunno, passarono l'inverno e la primavera. E proprio come Bobore aveva previsto, fiutando l'aria e guardando il cielo in cima alla rupe, neppure una goccia di pioggia cadde sui campi seminati a grano.
   - Neanche una spiga nei campi, Babbu! - disse così Antonicheddu a Bobore sul finire di una notte d'estate. - I granai sono vuoti, e perciò dovrò dimezzare la tua razione di pane e companatico, dato che io stesso ho così poco per sfamarmi. Speriamo però che la pioggia arrivi presto.
   Bobore,che in quei giorni aveva di nuovo fiutato l'aria e guardato il cielo, ancora una volta scosse la testa. E ancora una volta decise di tenere per sé i suoi pensieri da vecchio.
   Così, Antonicheddu fece ritorno al villaggio. Ma di nuovo le stagioni che vennero furono così avare di pioggia che la terra riarsa si spaccò sotto i raggi del sole.
   Perciò quando l'estate prese il posto della primavera, il giovane si ripresentò da suo padre con l'aria mesta e gli occhi tristi come quelli di un passero che ha smarrito il nido.
   - Neanche una spiga nei campi, Babbu! - si lamentò. - I granai sono vuoti, le provviste consumate e se non pioverà non so proprio come andremo a finire...
   Si sedette e gli mostrò la bisaccia semivuota.
   - Ho paura che non riuscirò a portarti altro per chissà quanto tempo - aggiunse, - se non si deciderà a piovere.
   - Non preoccuparti - ribatté l'anziano padre. - Io so badare a me stesso.
   Solo in quel momento Antonicheddu si rese conto che Bobore, a differenza di lui che era diventato tutto pelle ed ossa, non era affatto dimagrito. E anzi il suo viso, incorniciato da una barba candida come la prima neve, era roseo e paffuto come mai lo era stato.
   Pensò così di chiedergli qual era il suo segreto. Ma poi rinunciò e s'incamminò verso il villaggio, convinto che prima o poi la pioggia sarebbe caduta dal cielo.
   Quando però finalmente il cielo si aprì e l'acqua si rovesciò a catinelle sui campi assetati, Antonicheddu tornò dall'anziano padre con la stessa espressione mesta sul viso.
   Si sedette vicino al fuoco e allargò le braccia sconsolato. - Ora che la terra è di nuovo fertile - disse - non abbiamo più sementi da seminare. Perché per la gran fame, Babbu, le abbiamo mangiate tutte.
   - Ah, sì? - fece il vecchio Bobore, che aveva il viso sempre più roseo e paffuto. - E cosa pensano di fare i giovani del villaggio?
   - Cosa vuoi... - rispose Antonicheddu con un filo di voce. - I giovani si sono lasciati andare alla disperazione. E il digiuno li ha talmente indeboliti che non riuscirebbero a guidare l'aratro e a impugnare le falci neanche se ce ne fosse bisogno...
   Bobore pensò allora che fosse venuto il momento di svelare il segreto che gli aveva permesso di restare florido e paffuto per tutto quel tempo.
   - Non sempre c'è bisogno di falci e aratro - disse - per placare i morsi della fame.
   Fece cenno ad Antonicheddu di seguirlo tra i cespugli di lentisco e gli indicò un grande formicaio.
   - Scava lì - ordinò.
   Il giovane obbedì e con sua grande sorpresa trovò sotto terra le provviste che le formiche avevano spigolato nei campi e messo da parte nei loro magazzini.
   Era appena un pugno di grano, certo, ma di quei formicai ce n'erano centinaia e centinaia, sparsi un po' dappertutto!
   Così, senza porre tempo al tempo il giovane tornò al villaggio e comunicò a tutti la buona notizia: presto avrebbero avuto tanto grano che sarebbe bastato non solo per la semina, ma anche per sfamarsi in attesa del nuovo raccolto.
   In quanto al vecchio Bobore, non appena la gente seppe di dovere a lui la propria salvezza, venne condotto in trionfo sino alla porta della sua casa. E nessuno, da quel giorno e per tutti i giorni a venire, si sognò più di protestare se dormicchiava davanti al camino, se si lamentava per i suoi acciacchi e se ogni tanto parlava da solo. Perché in caso di bisogno, lui e tutti i vecchi che non sarebbero più stati gettati nel precipizio di Muccidorgiu, avrebbero potuto istruire i giovani con la loro esperienza e con la loro saggezza.
   I più felici però non furono né i vecchi né i giovani, ma i bambini: perché finalmente avrebbero potuto ascoltare dai loro nonni le fiabe più belle del mondo.