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Fiabe del mare
Fiabe da tre minuti per i più piccoli



 



In fondo al mare

 

In fondo al mare, nel blu profondo

devi sapere che c'è un altro mondo.

 

Un mondo sospeso, leggero, fatato

che sotto le onde è sempre animato:

delfini, sirene, paguri e balene,

stelline incantate e piccole Fate;

castelli sommersi, conchiglie e sentieri

coralli, meduse e tanti misteri.

 

Ma chi è che racconta le fiabe del mare?

Non è un pesce palla, né un pescecane,

non è un pesce luna, né un pesce nasello,

non è un calamaro, né un pesce martello,

non è un ippocampo, né un riccio di mare:

è solo un Pirata che non sa nuotare.

 

Per questo sta a galla a cavallo di un'onda

con il suo veliero e una voce profonda.

Sospinto dal vento, baciato dal sole

il vecchio Pirata racconta per ore:

racconta le storie e le fiabe del mare

per tutti i bambini che sanno sognare...

 

 

 

Il pesciolino che non voleva andare a scuola

 

C'era una volta un pesciolino che si chiamava Arturo e che non voleva saperne di andare a scuola.

"Uffa!"diceva. "La mia maestra, la signora Triglia, è proprio noiosa! E non mi fa mai giocare abbastanza!"

Così un giorno, invece di andare a scuola, se ne andò all'avventura nel mare profondo, dove incontrò un granchio che faceva la guardia alla sua tana.

"Dove vai, così solo soletto?" gli chiese il granchio.

"Vado all'avventura!"

"Stai attento! Andare all'avventura può diventare una faccenda molto pericolosa, per un pesciolino piccolo come te!"

Ma Arturo non gli diede retta e continuò a nuotare nel mare profondo, sino a quando incontrò una testuggine che riposava vicino a una roccia.

"Dove vai così solo soletto?" gli chiese la testuggine. "E come mai non sei a scuola come tutti gli altri pesciolini?"

"Uffa, quante domande!" sbuffò Arturo. E così e cosà spiegò alla testuggine che non c'era maestra più noiosa della sua maestra. E che era per quel motivo che aveva deciso di divertirsi un po' e di andare all'avventura.

"Andare all'avventura può diventare una faccenda molto pericolosa, per un pesciolino piccolo come te!" gli disse la testuggine

Ma ancora una volta Arturo non volle saperne di tornare indietro. Attraversò una foresta di coralli e arrivò ai margini di una distesa di alghe color verde smeraldo, quando sentì dietro di sé un vocione roco che diceva:

"Ehi tu, pesce pescetto... dove vai così solo soletto?"

Arturo questa volta non fece neppure in tempo a rispondere. Perché appena si girò vide una grande bocca che si spalancava. E dentro la bocca sette file di denti acuminati.

GNAM!

Il pesciolino Arturo finì dentro la pancia del pescecane!

"Oh, povero me!" si lamentò. "Questo pescecane mi ha proprio mangiato!"

Il pesciolino Arturo però non si perse d'animo. E con le piccole pinne cominciò a fare il solletico alla gola del pescecane.

Un colpetto qui, un colpetto là... Una carezza su e una carezza giù, sino a quando...

"ETCIÙ!!!"

Il pescecane starnutì così forte che Arturo si ritrovò in un battibaleno fuori dalla sua pancia. E nuotò via così veloce che non fece in tempo a salutare né la testuggine né il granchio.

Da quel giorno Arturo non saltò mai più un giorno di scuola. E decise che sarebbe andato all’avventura nel mare profondo solo quando sarebbe diventato più grande. Perché per un pesciolino piccolo come lui era meglio una maestra Triglia un po' noiosa, che un'avventura troppo... pericolosa!

 


Il pesce palla e la figlia del Re del mare

 

Tanto tanto tempo fa, c'era un pesce di nome Romeo che si era innamorato della figlia del Re del mare.

"Oh! Ma che cosa meravigliosa!" direte voi.

E invece no!

Perché Romeo era solo un piccolo e buffo pesce palla, cicciotello e rotondo come una ciambella col buco, e Giada, la figlia del Re del mare, era invece una graziosa sirenetta.

"Anche se trovassi il coraggio di presentarmi al castello del Re" si lamentava Romeo, "lui non me la darà mai in sposa!"

Nuota di qui, nuota di lì, tra un ahimè e un povero me, Romeo incontrò un vecchio gambero con i baffi a manico d’ombrello, che era rimasto prigioniero nella rete di un pescatore.

"Aiutami, ti prego. Prima che il pescatore tiri su la rete e io finisca in pentola!"

Romeo, che anche se era un pesce piccolo e buffo aveva un cuore grande così, rosicchiò e rosicchiò la rete del pescatore con i suoi denti aguzzi, fino a quando il vecchio gambero fu di nuovo libero.

"Grazie! Cosa posso fare per sdebitarmi?"

"Ahimè, proprio niente..." sospirò Romeo. E raccontò al gambero della sirenetta Giada, che il Re non avrebbe mai dato in sposa a un pesce da quattro soldi come lui.

"Mmmm..." disse il gambero, arricciandosi i baffi. "Forse un modo c'è, per risolvere i tuoi problemi. Ma dovrai essere molto coraggioso..."

E così dicendo gli spiegò che in una caverna non molto distante da lì viveva una piovra un po' strega e un po' maga, che si divertiva a fare indovinelli.

"Se riuscirai a rispondere esattamente" gli disse ancora il gambero, "la piovra esaudirà ogni tuo desiderio. Ma se dovessi sbagliare...

"Sì?"

"... Ti trasformerà in un pesce ancora più buffo: in un pesce trombetta o un pesce castagna..."

Romeo ringraziò il gambero e nuotò sino alla caverna della piovra un po' strega e un po' maga, che gli fece questo indovinello:

 

Vive nel mare

Ma pesce non è

Nuota sott'acqua

Ma branchie non ha

Chi mai sarà?

 

Romeo ci pensò su molto bene. Perché non gli andava di essere trasformato in un pesce trombetta o in un pesce castagna. Poi disse:

"Ma certo, è la balena vero?"

E senza neppure aspettare la risposta espresse alla piovra il suo desiderio: quello di diventare un principe del mare, con una grande pinna azzurra come quella della sirenetta Giada.

Fu così che Romeo poté chiedere al Re del mare la mano di sua figlia. E insieme a lei giocò felice tra le onde per mille e mille anni.

 


 

Elmo e i sette pesciolini d’argento

 

C’era una volta un pescatore di nome Elmo che aveva sette figli e non riusciva mai a pescare abbastanza pesci per poterli sfamare.

Un giorno si alzò prima del sorgere del sole, si allontanò sulla sua barca dalla riva, gettò la rete in mare e quando la tirò su si accorse che dentro c’erano solo sette pesciolini dalle pinne argentate, non più grandi del suo dito mignolo.

“Oh, beh, pazienza!” disse. “Li friggerò in padella e i miei figli si dovranno accontentare”.

Proprio in quel momento però sentì una vocina che diceva:

“Ti prego! Ti prego! Lasciaci andare! Io e i miei fratellini siamo troppo piccoli per finire in padella”.

A parlare era stato uno dei sette pesciolini, che piangeva e si disperava agitando le minuscole pinne argentate.

“Ti prego! Ti prego! Se ci lasci andare, forse un giorno potremo sdebitarci!”

Elmo non credeva affatto che quel cosino tutto squame e niente polpa un giorno avrebbe potuto sdebitarsi. Ma si commosse così tanto, nel vederlo piangere in quel modo sul fondo della barca, che senza pensarci né due volte né tre rigettò lui e i suoi fratellini in mare.

“Oh, beh, pazienza!” disse. “Friggerò in padella due uova con un po’ di semola e i miei figli si dovranno accontentare”.

Passò qualche anno ed Elmo diventò un po’ più vecchio e anche un po’ più povero. Perché i suoi sette figli erano cresciuti e avevano sempre un grande appetito. E lui non solo non riusciva mai a pescare abbastanza pesci per poterli sfamare, ma non aveva più nemmeno mezzo soldo bucato per comprare qualche uovo e un po’ di semola da friggere in padella.

Una mattina si svegliò prima del solito, salì sulla sua barca e si allontanò dalla riva. Ma proprio mentre stava per gettare in mare la rete, il cielo si riempì di nuvoloni neri e una tempesta che Dio ce ne scampi si abbatté in quel tratto di mare: con fulmini e tuoni, grandine, pioggia e un ventaccio che soffiava così forte, ma così forte, da sollevare onde alte come tre giganteschi giganti messi l’uno sopra l’altro.

“Non riuscirò mai a tornare a riva!” si disperò Elmo. “E di sicuro non rivedrò mai più i miei sette figli!”.

Proprio in quel momento però sentì una voce che veniva dal mare e che diceva:

“Non disperare! Getta in acqua la corda più robusta che hai, presto!”

A parlare era stato un grosso pesce dalle pinne argentate, che nuotava sul pelo delle onde.

“Non mi riconosci?” gli disse ancora. “Sono quel pesciolino che tanto tempo fa tu salvasti dalla padella e rigettasti in acqua. Sono cresciuto e ora sono qui per aiutarti”.

Elmo gettò in acqua la corda più robusta che aveva, il grosso pesce l’afferrò tra i denti e cominciò a tirare la barca sino a quando riuscì a condurla in un tratto di mare che era calmo e cristallino.

Solo in quel momento Elmo si accorse che intorno alla barca nuotavano altri sei grossi pesci dalle pinne argentate.

Il pesce che l’aveva salvato dalla tempesta fece un gran salto sopra la superficie del mare, s’inabissò e quando tornò a galla stringeva tra i denti una grande ostrica.

“Qui dentro c’è una bellissima perla rosa, tra tutte le perle del mare la più preziosa!” disse, donandola ad Elmo.

Uno dopo l’altro anche gli altri grossi pesci s’inabissarono e ciascuno di loro, prima di allontanarsi per sempre nel mare cristallino, portò al pescatore un’ostrica che conteneva una stupenda perla rosa.

Fu così che Elmo, da povero che era, tornò a riva con quel magnifico tesoro: vendette la barca, giurò che in vita sua non avrebbe mai più fritto un pesce in padella, né grande né piccolo, e da quel giorno campò con i suoi sette figli felice e contento.

 

 

La balena che voleva volare

 

Una volta, nel lontano mar della Cina, nuotava una balena bianca che era così vecchia, ma così vecchia, che nessuno al mondo era più vecchio di lei.

“Che brutta cosa la vecchiaia!” si lamentava. “Questi reumatismi non mi danno pace! E questo mare è troppo freddo e troppo umido! Se fossi un uccello volerei in alto nel cielo, per potermi riscaldare ai raggi del sole!”

Proprio mentre diceva queste parole, passò da quelle parti un cavalluccio marino che canticchiava una canzoncina che pressappoco faceva così:

 

Povero Principe!

Principe delle stelle!

Mai più ne ascolterà di così belle!

Mai più rivedrà le belle fate!

Il fondo del gran mare le ha ingoiate!

 

Incuriosita, la vecchia balena bianca chiese al cavalluccio di cosa mai parlasse quella strana canzoncina.

“Ma come, non hai saputo cosa è successo?” si stupì il cavalluccio. E così e cosà  spiegò alla balena bianca che il Principe delle stelle di mare, ogni notte, prima di addormentarsi, ascoltava delle bellissime ninne nanne. A cantargliele erano tre piccole fate che vivevano dentro una sfera di cristallo.

“L’altra notte però” continuò il cavalluccio “un polipo nero è entrato nel suo palazzo. Ha rubato la sfera di cristallo e l’ha portata nella sua tana, nel fondo del gran mare profondo”.

“Oh!” sgranò gli occhi la vecchia balena bianca. “Proprio laggiù?”

“Sì! Proprio laggiù dove la luce non arriva mai e dove vivono solo orribili creature. Il Principe di certo ricompenserà chi gli riporterà le tre fate. Ma sinora neppure i più coraggiosi cavalieri del mare, le mante dai grandi mantelli azzurri o i valorosi pescispada, hanno osato avventurarsi in quell’abisso”.

La vecchia balena bianca ci pensò un po’ su.

“Beh, visto che non ho niente da fare, ci andrò io” disse.

E prima che il cavalluccio potesse aggiungere né bo ne ba salì in superficie, fece un profondo respiro e cominciò a inabissarsi verso il mare profondo.

Ah, se foste stati lì a vedere quella vecchia balena bianca!

Quando le acque cominciarono a diventare buie lei non si spaventò affatto e continuò ad andare giù, sempre più giù. Quando il buio diventò nero e pesto come l’inchiostro e sulla sua strada comparvero orribili pesci dagli occhi di fuoco, lei li mise in fuga con un poderoso colpo di pinna e continuò ad andare giù, sempre più giù. E quando finalmente giunse nel fondo del mare profondo, e una medusa fosforescente gli indicò la tana del polipo nero, la balena bussò alla sua porta e spalancando la sua gigantesca bocca disse con un vocione roco e spaventevole:

 

Piange il Principe delle stelle!

Piangono anche le fate belle!

Ma ora indovina, chi piangerà

Se la sfera di cristallo non mi darà?

 

Ah, se fosse stati lì a vedere quel polipo nero!

Prima impallidì così tanto dalla paura, ma così tanto, nel vedere quella gigantesca bocca spalancata davanti alla porta della sua tana, che neppure la balena bianca era più bianca di lui.

Poi borbottò delle scuse, prese con uno dei suoi tentacoli la sfera di cristallo con le tre fate e la consegnò alla balena, che la riportò al Principe delle stelle di mare.

“Grazie, mia cara amica!” le disse il Principe. “Come posso ricompensarti?”

“Ricompensarmi? Ma io non voglio nessuna ricompensa!” rispose la vecchia balena. Ci pensò un po’ su e aggiunse: “Anzi, no. Un desiderio l’avrei, ma non credo che tu possa esaudirlo...”.

E così dicendo lo sussurrò all’orecchio del Principe, che all’inizio restò molto perplesso per quello strano desiderio. Poi però diede ordine alle stelle di mare di raccogliere cento ceste di alghe, e con quelle alghe tessere cento robuste corde. Dopo di che inviò un messaggio al Principe degli uccelli e lo pregò di inviare subito nel mar della Cina cento pellicani dalle ali possenti.

Quando le cento corde di alghe furono pronte le stelle di mare le assicurarono intorno alla balena bianca. Poi la balena salì in superficie e i cento pellicani afferrarono le cento corde con le loro robuste zampe e sbattendo le ali ripresero il volo.

Ah, se foste stati lì a vedere!

Se foste stati lì a vedere, ve lo dico io, di certo avreste visto ciò che vide un bambino cinese che giusto quel giorno giocava sulla riva del mar della Cina.

“Guarda!” disse quel bambino alla sua mamma. “Succede qualcosa di fantastico lassù!”.

Ma la sua mamma neppure sollevò il viso verso il cielo. Perché era una donna che non credeva né alla fantasia né alle fiabe: e fu così che non vide quella vecchia balena bianca che volava come un uccello verso i caldi raggi del sole.

 

La sirenetta vanitosa

 

Tanto tanto tempo fa, quanto non so e nessuno lo sa, c’era una sirenetta prepotente e vanitosa che non voleva più saperne di vivere in fondo al mare.

“Uffa!” diceva. “Che ci sto a fare qui, insieme a questi orribili pesci? Se potessi trasformarmi in una fanciulla me ne andrei a vivere sulla terraferma, dove sicuramente un bel principe mi sposerebbe e mi porterebbe a vivere nel suo castello!”

E così dicendo dava certi pizzicotti ai pesci e faceva loro brutte smorfie, soprattutto a quelli più piccoli e buffi: ai pesci pagliaccio e ai pesci grilletto; ai pesci sorcio e ai pesci fantasma; ai dragonetti, ai trepinne, alle castagnole e ai poveri pesci di velluto, che tra tutti erano quelli che più detestava.

“Non dovresti comportarti così!” la rimproverò un granchio arlecchino che passava di quelle parti.

“Perché no?” rispose la sirenetta. “Io sono così bella e quei pesci sono così brutti! Se potessi trasformarmi in fanciulla non starei qui un minuto di più!”

“Oh, beh...” borbottò il granchio arlecchino. “Se proprio ne sei convinta dovresti andare dal Mago Calamaro ed esprimergli il tuo desiderio!”

La sirenetta vanitosa andò così dal Mago Calamaro, che stava facendo un pisolino nella sua tana. E siccome aveva poco tempo da perdere, invece di aspettare che si svegliasse gli diede uno scossone e urlò:

“Ehi, tu sveglia! Devi esaudire il mio desiderio!”

Ah! La sirenetta avrebbe fatto meglio a essere più prudente! Perché se c’era una cosa che il Mago Calamaro non sopportava era proprio quella di venire svegliato di soprassalto.

“Che desiderio sarebbe il tuo?” le chiese così, con una voce che non prometteva niente di buono.

“Voglio essere trasformata in una fanciulla! Subito! Perché non ne posso più di vivere in fondo al mare!”

“Uhmm!” ci pensò su il Mago Calamaro. “Se ho ben capito vorresti diventare una damigella... E così?”

“Sì!”

Il Mago Calamaro agitò la sua bacchetta magica, pronunciò un abracadabra e trasformò all’istante la sirenetta vanitosa. Non in fanciulla però, bensì in un pesce... damigella! Con il dorso di colore giallo e due buffe pinne nere come la pece!

“Ecco fatto!” disse il Mago ridendo sotto i baffi.

In quanto alla sirenetta vanitosa che era diventata un pesce damigella, non fece in tempo a dire niente. Perché proprio in quel momento un bel principe che pescava sulla sua barchetta in mezzo al mare gettò la rete, la catturò, la portò con sé al suo castello e quella sera stessa la sua cuoca la fece fritta in padella!

 

  

Tra cielo e onda

 

C’era una volta un bambino che si chiamava Matteo e viveva in una casa in riva al mare.

Un bel giorno, sul venir del tramonto, andò a fare una passeggiata sulla spiaggia e si accorse che una pesciolina azzurra era rimasta imprigionata in una pozza d’acqua dimenticata lì dalla bassa marea.

“Non aver paura, ora ti libero” la rassicurò Matteo. E così dicendo mise le mani a coppa per prendere la pesciolina e rigettarla in mare. Ma la pesciolina gli disse:

“Non ho nessuna fretta di tornare a nuotare tra le onde, se tu starai qui a farmi compagnia”.

Bene! Sarà perché la voce di quella pesciolina era melodiosa come il suono di un carillon d’oro e d’argento, o perché nel cielo era comparsa una luna tonda e gialla che sembrava dipinta col pennello, ma finì che Matteo s’innamorò della pesciolina.

Corse a casa, prese un’ampolla di cristallo, ci mise dentro la pesciolina e disse al suo papà e alla sua mamma che voleva sposarsi.

“Oh!” esclamò il papà. “Non credi di essere un po’ troppo giovane per sposarti?”

“E con chi vorresti sposarti?” gli chiese la mamma.

“Con lei!” esclamò Matteo, sollevando in alto l’ampolla con la pesciolina.

Figuratevi le facce del papà e della mamma!

“Un pesce? Vuoi sposare un pesce?” si fece rosso in viso il papà.

“Oh povera me!” sospirò invece la mamma. “Mi sa che nostro figlio ha sassi di luna al posto del cervello!”.

E senza perdere un minuto il papà disse a Matteo di ributtare in mare la pesciolina e poi gli ordinò di chiudersi subito nella sua stanza, finché non gli fosse passata quell’idea balzana.

Passò così molto tempo. Matteo diventò un ragazzo alto e forte e non parlò mai più con nessuno della pesciolina. Ogni tanto però, quando scendeva la notte, si affacciava alla finestra, ascoltava il rumore del mare e si domandava dove fosse lei in quel momento.

E allora sospirava così forte, ma così forte, che una volta lo sentì persino la Fata delle Stelle, che scese giù dal cielo a cavallo di una piuma e gli chiese perché mai sospirasse in quel modo.

Matteo le raccontò per filo e per segno tutta la storia e aggiunse: “Farei qualsiasi cosa per rivedere la mia pesciolina azzurra e poter stare sempre con lei!”

“Se davvero è così un modo ci sarebbe” gli disse allora la Fata. “Vai sulla spiaggia. Entra in acqua e dì a voce alta questa filastrocca:

 

Ragazzo e Pesce tra cielo e onda

Un guizzo nel mare e poi si ritorna

Si torna, si parte, non è mai finita

  Così si sta insieme per tutta la vita!”

 

Matteo andò sulla spiaggia, entrò in acqua, recitò la filastrocca e si trasformò all’istante in pesciolino dalle squame argentate! Nuotò nel mare sino a quando trovò la pesciolina e giocò insieme a lei tra i ciuffi di alghe e i coralli rossi sino a quando venne l’alba. Poi raggiunse la riva e si trasformò di nuovo in ragazzo.

A quel punto fu la pesciolina che sporgendosi verso il sole disse:

 

Pesciolina e Fanciulla tra cielo e onda

Dal mare si parte e poi si ritorna

Si torna, si parte, non è mai finita

Così si sta insieme per tutta la vita!

 

E meraviglia delle meraviglie, la pesciolina si trasformò all’istante in una graziosa fanciulla!

Fu così che i due giovani poterono finalmente sposarsi. E da quel momento vissero sempre insieme: di giorno marito e moglie nella loro casetta e di notte pesciolino e pesciolina tra le onde del mare.

 


 

Il pescecane e il pesce chirurgo

 

C’era una volta un pescecane che era il terrore dei sette mari. Andava a caccia di prede saporite da mattina a sera e tutti quelli incontrava... in un solo boccone se li mangiava!

Un giorno però, dopo aver fatto uno spuntino con tre triglie, un’aragosta, due cernie e qualche merluzzo, si accorse che qualcosa non andava.

“Oh, no!” cominciò a lamentarsi. “Oh che dolore! Ohi che male!”

Al pescecane era rimasta una spina di merluzzo conficcata in gola.

“Ti spiace entrare nella mia bocca e levarmi quella spina che mi fa tanto male?” chiese a una sogliola che nuotava da quelle parti.

“Fossi matto!” rispose la sogliola. “Se entrassi nella tua bocca poi tu mi mangeresti!”

Ogni volta che il pescecane chiedeva aiuto, otteneva sempre la stessa risposta. E intanto quella spina continuava a pungergli la gola così in profondità, che avreste proprio dovuto vederlo, il terrore dei sette mari!

 “Ohi! Ahi!” frignava. “Se qualcuno non mi aiuta di certo morirò!”

“Ti aiuterò io!” gli disse un furbo pesce chirurgo. “Ma tu devi promettermi che dopo non mi mangerai!”

“Te lo prometto!” gli disse il pescecane, pensando che avrebbe fatto esattamente il contrario.

“Tu comincia ad aprire la bocca” gli disse allora il pesce chirurgo. “Io intanto chiamo i miei aiutanti”. E così dicendo radunò qualche dozzina di granchi dei coralli.

“Ma davvero hai bisogno di tutti quegli aiutanti, per levarmi una semplice spina?” disse un po’ sorpreso il pescecane. Ma poi pensò che non gli sarebbe dispiaciuto, sgranocchiare quei granchi saporiti, e lasciò che entrassero nella sua bocca in fila indiana.

Quel che il pescecane non sapeva – perché in fondo tutti i pescecani sono un po’ citrulli – era che tra tutti i granchi quelli dei coralli sono quelli che hanno le chele più robuste.

Così robuste, ve lo dico io, da tirare via il dente di un pescecane senza nessuno sforzo!

E fu proprio così che andarono le cose. Ciascun  granchio strinse con le sue chele uno dei suoi grossi denti, e quando il pesce chirurgo disse “Uno, due, tre, via!”, in un baleno li staccarono dalla sua bocca e li lasciarono cadere sul fondo del mare.

“Così impari a mangiare tutti quelli che ti capitano a tiro!” gli disse il pesce chirurgo.

Il pescecane invece non disse niente.

Si vergognava così tanto, di essere rimasto senza denti, che andò a rifugiarsi in una caverna buia. E per quanto campò continuò a frignare e a lamentarsi: perché quel furbo di pesce chirurgo non gli aveva levato la spina di pesce dalla gola!

 

 

 

Babbo Natale tra le onde

 

“Come sono tristi i nostri figli oggi!” disse un giorno babbo triglia a mamma triglia. “

“Sì, e tu sai il perché, vero?”

“Perché tra qualche giorno è Natale! E nessuno porterà loro i doni che sulla terra ricevono i bambini!”

Babbo triglia parlò della cosa con babbo gambero, con babbo medusa e con babbo calamaro. Poi tutti insieme nuotarono sino al castello del Re del mare e gli dissero:

“Non è giusto che i bambini sulla terra ricevano tutti quei regali e i nostri figli no! Devi fare qualcosa!”

Il Re decise allora di inviare un messaggio a Babbo Natale. Gli scrisse così e cosà un bigliettino, pregandolo di non dimenticarsi delle creature del mare, poi salì in superficie e lo affidò a un albatro, tra tutti gli uccelli quello che ha le ali più grandi e possenti.

“Portalo a Babbo Natale, presto!”

“Ma dove vive Babbo Natale?” gli chiese l’albatro.

“Vive su una montagna chiamata Korvantunturi, in Finlandia”.

Quando l’albatro si allontanò sbattendo le sue grandi ali nel vento, il Re del mare tornò al suo castello e disse: “Il messaggio io l’ho mandato, ora non ci resta che aspettare!”

Fu così che tutti aspettarono con ansia la notte di Natale.

Ma quando la magica notte arrivò, e tutti salirono in superficie per aspettare l’arrivo di Babbo Natale, le ore, i minuti e i secondi passarono lenti lenti, tic tac, tic tac, e nessuno comparve all’orizzonte.

“Ahinoi! Poveri noi!” sospirarono babbo triglia, babbo medusa e babbo calamaro. “Anche quest’anno i nostri figli resteranno senza regali!”

L’unica a non perdersi d’animo fu una pesciolina rossa che si chiamava Mariele e che continuò a fissare l’orizzonte sino a quando nel cielo restò un’unica stella.

E fu proprio guardando in direzione di quella stella che finalmente vide apparire qualcosa.

“Evviva! Evviva!” gridò, facendo i salti di gioia.

Perché un grande albatro si avvicinava sbattendo le sue ali nel vento! E dietro di lui veniva una slitta tirata da dodici renne, che scese dal cielo e si posò leggera sul pelo di un’onda.

 “Eccomi qui!” disse Babbo Natale.

E a tutte le creature marine, grandi e piccine, diede un piccolo regalo: un giocattolo, un berretto di lana, una sedia a dondolo o qualche dolcetto.

“Buon Natale, Babbo Natale!” disse commosso il Re del mare.

E siccome anche lui aveva ricevuto qualcosa, un trenino rosso che faceva ciuff! ciuff! e correva sulle rotaie, si sentì felice come un bambino e andò subito a giocare nelle stanze del suo castello.


 

Il pinguino guardiano del faro

 

C’era una volta un giovane pinguino che voleva fare il guardiano di un faro. Perciò si mise in testa un cappello da marinaio, sulle labbra una bella pipa di radica e si incamminò sulla banchisa per cercare un faro che andasse bene per lui, alto almeno venti braccia e con una forte luce che illuminasse per miglia e miglia anche le notti più buie.

“Dimmi caro amico” chiese a un orso bianco che pescava con la sua canna da pesca in un buco fatto nel ghiaccio. “Dove posso trovare un faro che vada bene per me?”.

“Per trovare ciò che cerchi devi nuotare nel mare seguendo i venti che soffiano verso nord, sino a quando le acque diventeranno calde e trasparenti” gli disse l’orso. “Un gabbiano di passaggio mi ha detto che da quelle parti c’è un bellissimo faro”.

Il pinguino ringraziò l’orso, si tuffò in acqua e nuotò seguendo i venti che soffiavano verso nord, sino a quando le acque diventarono calde e trasparenti.

“Dimmi cara amica” chiese a una balenottera che prendeva il sole cullandosi sulle onde. “Dove posso trovare un faro che vada bene per me?”

“Per trovare ciò che cerchi devi nuotare sino all’Isola del Non Ritorno” gli disse la balenottera. “Un pirata di passaggio mi ha detto che lì c’è un bellissimo faro alto venti braccia e con una forte luce che illumina per miglia e miglia anche le notti più buie. Ma io al tuo posto starei molto attento...”.

“Perché mai?”

“Perché nelle acque dell’Isola del Non Ritorno vive il Re dei pescecani dai denti a sciabola, che divora tutti quelli che nuotano da quelle parti. E sull’isola vive il Re dei draghi da battaglia, che divora tutti quelli che gli capitano sotto il naso”.

“Tutto qui?” disse il pinguino, aggiustandosi il cappello da marinaio sulla testa. Chiese alla balenottera azzurra il permesso di salirle sulla schiena, per riposarsi un po’ e farsi una pipatina in santa pace, e aggiunse: “Ci vuole ben altro per spaventarmi!”.

Dopo essersi riposato e aver fumato la pipa il pinguino ringraziò la balenottera, nuotò sino alle acque dell’Isola del Non Ritorno e disse al Re dei pescecani dai denti a sciabola:

“Messager non porta pena! Perciò non mangiarmi e ascolta! Dice il mio padrone, il re dei Draghi da battaglia che vive nell’isola, che uno di questi giorni verrà a cercarti e farà di te uno spuntino!”

E mentre il Re dei pescecani già digrignava per la gran rabbia i suoi dentacci a sciabola, il pinguino raggiunse l’isola e disse al Re dei draghi da battaglia:

“Messagger non porta pena! Perciò non mangiarmi e ascolta! Dice il mio padrone, il Re dei pescecani dai denti a sciabola, che se oserai fare il bagno nelle sue acque farà di te uno stuzzichino!”

Sapete come sono fatti questi draghi, vero?

Provate a dirgli che un pescecane vuole fare di loro uno stuzzichino, anche se quel pescecane è il Re dei pescecani, che apriti cielo! Cominciano a fare fuoco e fiamme dal naso e dalle orecchie e subito partono in battaglia!

E fu proprio questo che fece il Re dei draghi. Con un gran colpo di ali spiccò in volò nel cielo, affilò gli artigli e si tuffò a capofitto tra le onde alla ricerca del Re dei pescecani.

Avreste dovuto vedere che battaglia! Sputi di fiamma, grida, morsi e botte da orbi!

E quando la battaglia finì del Re dei draghi e del Re dei pescecani restarono solo degli ossicini e qualche lisca: perché artiglia qui e artiglia là, mordi un po’ qui e mordi un po’ là, i due erano riusciti a mangiarsi a vicenda!

Fu così che il pinguino poté finalmente diventare guardiano del faro. Ed era proprio un bellissimo faro, ve lo dico io, alto venti braccia e con una forte luce che illuminava per miglia e miglia anche le notti più buie.

 

 

 

Alice e la piovra gigante

 

C’era una volta una piovra gigante che era il terrore di tutti i marinai.

Se ne stava acquattata sul fondo del mare e quando vedeva passare un veliero allungava i tentacoli e in quattro e quattr’otto lo trascinava sott’acqua!

“Basta! Non se ne può più!” dissero allora tutti i Re della Terra. “Daremo un premio al prode marinaio che la sconfiggerà!”

Ma di prodi marinai disposti alla bisogna non ne trovarono neppure uno. Perché anche i più intrepidi Capitani avevano una paura matta di quella piovra! E così i Pirati dalle gambe di legno e i Corsari dei sette mari.

“Se nessuno vuole affrontare quella piovra l’affronterò io!” disse allora una piratessa che si chiamava Alice.

E sapete cosa fecero i Re della terra, a sentire quelle parole?

Risero così tanto, ma così tanto, che a momenti morirono dal gran ridere!

Perché la piratessa Alice era solo una bambina.

Ed era così magrolina che non sarebbe riuscita neppure a sollevare una spada!

“Non ho bisogno di spade per sconfiggere quella piovra!” disse  però Alice.  Gettò in acqua un barilotto, ci si mise a cavallo e partì all’avventura stringendo tra le mani solo una cordicella.

Avreste proprio dovuto vedere la faccia di quella piovra, quando vide Alice in mezzo al mare!

“Uhmm... Tutto qui?” bofonchiò. “Speravo di vedere passare un veliero e tu invece sei così piccolina! Ma credo che ti mangerò lo stesso...”.

“Mangiarmi puoi mangiarmi, se credi” rispose Alice. “Ma scommetto che non riuscirai mai a fare ciò che faccio io con questa cordicella!”

E così dicendo mosse velocemente le dita e fece prima un nodo a mezzocollo e poi un nodo a gassa tripla: un nodo che solo i più esperti marinai sanno fare.

“Fai un po’ vedere!” esclamò la piovra incuriosita. Ma quando Alice le passò la cordicella, per quanto ci provasse e ci riprovasse, di nodi non riuscì a farne neppure uno.

“Guarda, si fa così” le disse allora Alice. E questa volta invece di usare la cordicella, per farle vedere come si facevano quei bellissimi nodi marinari, usò i suoi tentacoli.

Prima che la piovra capisse cosa stesse succedendo, Alice fece tanti di quei nodi, ma così tanti, a mezzocollo e a gassa tripla, che in quattro e quattr’otto la piovra si trovò prigioniera dei suoi stessi tentacoli!

“Ecco fatto!” disse la piratessa Alice.

E quando sbarcò a riva per ricevere il suo premio, trascinando dietro di sé la piovra assicurata alla cordicella, i Re della Terra si levarono le corone dalla testa e gridarono:

“Per Alice... Hip, hip, hurrà! Hip, hip, Hurrà!”

 

 

 

Kimo e il Grande Blu

 

C’era e non c’era, ma forse c’era davvero, una casetta di paglia costruita ai piedi di una montagna chiamata Kilimangiaro, dove viveva un bambino africano di nome Kimo.

Un giorno passò da quelle parti un vecchio giramondo dalle spalle curve e dalla barba bianca, che gli chiese un po’ d’acqua per dissetarsi e una ciotola di riso per sfamarsi.

Kimo esaudì i suoi desideri e il vecchio per sdebitarsi gli regalò una conchiglia bianca come il latte.

“Ora poggiala sul tuo orecchio” gli disse.

“Oh!” si stupì Kimo. “Non avevo mai sentito un suono simile a questo!”

“Devi sapere che quella è la voce del Grande Blu!” gli disse allora il vecchio, e gli spiegò che il Grande Blu era una distesa d’acqua dello stesso colore del cielo, così grande che sembrava non avere mai fine. “Il Grande Blu sussurra e canta” aggiunse prima di ripartire “ogni volta che il vento bacia le sue onde!”

Da quel momento Kimo, ovunque andasse, non si staccò più dalla sua conchiglia. E più ascoltava quel suono melodioso più aveva voglia di vedere con i suoi occhi il Grande Blu.

Così un giorno andò dalla pantera e le disse:

“Cara amica, sai dirmi da che parte devo andare per trovare il Grande Blu, una distesa d’acqua così grande che sembra non avere mai fine?”

“Mi dispiace” rispose la pantera. “Io questo Grande Blu non l’ho mai visto. Prova a chiedere alla zebra, che è più alta di me e vede più lontano”.

Kimo allora chiese alla zebra, poi all’elefante e infine alla giraffa.

Ma nessuno di loro aveva mai visto il Grande Blu e sapeva indicargli la strada.

“Prova a chiedere alla grande aquila che vive in cima alla montagna” gli disse la giraffa. “Forse lei potrà aiutarti”.

Kimo allora scalò la montagna e raggiunse il nido della grande aquila. E visto che la grande aquila era un animale molto gentile e premuroso, dopo averlo ascoltato pazientemente gli disse:

“Afferrati ai miei artigli, Kimo! Ti porterò io sino al Grande Blu!”

L’aquila batté le ali e Kimo volò insieme a lei nel cielo, per miglia e miglia e miglia, sino a quando, laggiù in basso, vide comparire qualcosa di immensamente grande che si estendeva da un orizzonte all’altro e sembrava non avere mai fine.

“E’ proprio blu, il Grande Blu!” esclamò Kimo. “Blu come il cielo d’estate!”

E quando l’aquila planò su una spiaggia che aveva lo stesso colore del grano, Kimo poté finalmente vedere da vicino il mare, per la prima volta, e si sentì il bambino più felice del mondo.

 


 

Il delfino e il ciliegio in mezzo al mare

 

C’era una volta un giovane delfino che tirava fuori la testa dall’acqua e guardava gli alberi di ciliegio che crescevano sulla terra.

“Che meraviglia!” sospirava. “Non c’è niente al mondo più bello di un ciliegio, con tutti quei fiorellini bianchi che in primavera spuntano sui suoi rami”.

Passò da quelle parti un gabbiano e il delfino gli chiese se poteva procurargli un seme di ciliegio, per favore, perché aveva intenzione di farlo crescere in mezzo al mare.

“Io il seme te lo porto” gli disse il gabbiano. “Ma come farai a farlo crescere in mezzo al mare? Non sai che gli alberi crescono solo sulla terra?”

“Tu portamelo!” rispose il delfino. E non appena il gabbiano esaudì il suo desiderio, chiese a un pellicano di portargli un po’ di terra, per favore, perché doveva far crescere un ciliegio in mezzo al mare.

“Io la terra te la porto” gli disse il pellicano. “Ma tu dove la metterai?”

“Tu portamela!” disse il delfino.

Prima che il pellicano tornasse con la terra, il delfino prese dal fondo del mare una grande conchiglia di madreperla e la portò in superficie.

“Lascia cadere qui la terra!” disse al pellicano.

Il pellicano obbedì e il delfino piantò il nocciolo di ciliegia nella terra e chiese a una nuvoletta di innaffiarla un po’ ogni giorno, per favore, in modo che il suo ciliegio crescesse alto e forte in mezzo al mare.

“Io la innaffierò” gli disse la nuvoletta. “Ma chi proteggerà il tuo ciliegio, quando arriverà l’inverno e i venti di tempesta ingrosseranno le onde del mare?”

“Tu innaffiala!” disse il delfino.

Quando tutto fu fatto e il ciliegio cominciò a crescere, sapete cosa fece il delfino?

Chiese aiuto alle grandi balene azzurre, perché lo proteggessero.

Fu così che le balene azzurre fecero un girotondo intorno alla conchiglia di madreperla, per impedire che d’inverno venisse travolta dalle onde.

E fu così che quando il ciliegio crebbe e diventò un albero alto e forte, anche tutte le altre creature marine vennero a galla per poterlo ammirare.

Venne anche il Re del Mare, accompagnato dalla Regina e da tutta la sua corte: sirene e mante, pescispada e pesci martello, gamberi, testuggini, granchi ballerini e pesci damigella.

“Sì! E’ proprio un bell’albero!” disse il Re del Mare al delfino.

E il delfino si sentì così felice, ma così felice, che corse subito a cercare un’altra conchiglia di madreperla, per far crescere un altro ciliegio in mezzo al mare.

 


 

Un pesciolino tra le stelle

 

Un pesciolino sognatore di nome Ambrogio restava ore ed ore a guardare incantato le balene.

“Come sono grandi!” diceva. “Anch’io voglio diventare grande come loro!”

Andò perciò a trovare un delfino che era molto vecchio e molto saggio e gli chiese come avrebbe potuto fare a diventare grande quanto una balena.

“Non puoi!” gli disse il delfino. “Tu sei nato per essere pesciolino. E non potrai mai diventare una balena!”

Il pesciolino Ambrogio a sentire quelle parole divenne molto triste. Ma siccome era anche molto ostinato decise di non arrendersi e cominciò a mangiare tutte le alghe verdi che crescevano in fondo al mare.

“Se ne mangerò tante” pensò “forse diventerò grande come una balena!”

Ma quando le alghe verdi furono finite, Ambrogio si ritrovò piccolo come prima, anche se aveva la pancia molto gonfia.

“Se mangerò anche le alghe rosse” pensò “forse diventerò grande come una balena!”

E cominciò a mangiare tutte le alghe rosse, sino a quando nel mare non ne restò neppure una: ma anche allora Ambrogio rimase piccolo piccolo.

“Uffa!” brontolò. “Ora mangerò tutto quello che mi capita sotto tiro!”

E da quel momento Ambrogio cominciò a mangiare tutto quello che incontrava sul suo cammino. Anemoni e spugne di mare, arselle nere e arselle bianche, mitili, patelle, piccole ostriche, chele di granchio e persino un pezzetto di gomma da masticare che un pescatore aveva lasciato cadere dalla sua barca.

“Ancora non basta!” si lamentò Ambrogio, accorgendosi di non essere cresciuto né di un palmo né di mezzo palmo. “Devo mangiare di più! Di più!”

E quando vide un palombaro che camminava sul fondo del mare, lo seguì e senza pensarci due volte ingoiò tutte le bollicine d’aria che uscivano dal suo scafandro.

Mai l’avesse fatto, il pesciolino Ambrogio!

“Oh! Oh! Che mi succede?” si domandò quando ormai era troppo tardi.

Perché tutte quelle bollicine lo avevano fatto gonfiare come un palloncino! Che prima salì a tutta forza verso la superficie del mare e poi si staccò dalle onde e volò in alto in alto, sino a raggiungere il cielo stellato.

Fu così che da quel giorno Ambrogio dimenticò le balene e cominciò a guardare incantato le stelle.

“Come sono belle!” sospirava. “Ah, se potessi diventare grande e luminoso come loro!”

Ma per quanto ci provasse e ci riprovasse in tutti i modi, Ambrogio non diventò mai una stella. Restò invece un pesciolino piccolo piccolo: un pesciolino sognatore che volava in alto nel cielo.

 


 

C’era una volta un pirata

 

C’era una volta un gigantesco pirata...

Ma no, questa è un’altra storia!

Ricominciamo.

C’era una volta un piccolo pirata. Con una gamba di legno piccola piccola, un uncino piccolo piccolo e un veliero così piccolo, ma così piccolo, che aveva un solo albero e una sola vela.

E sapete dove navigava, con il suo veliero, il piccolo pirata? In un mare così piccolo, ma così piccolo, che guardando da una parte si vedeva l’inizio, e guardando dall’altra si vedeva la fine. E tra l’inizio e la fine, pensate un po’, quel mare sarebbe bastato a riempire appena un bicchiere d’acqua, ed è per questo che stava tutto dentro una scatoletta d’oro che un allegro marinaio portava sempre nel taschino della sua camicia.

Un allegro marinaio? Che c’entra ora questo allegro marinaio? Direte voi!

C’entra eccome. Perché anche questo marinaio era molto piccolo. Aveva un cappello da marinaio piccolo piccolo, una barchetta piccola piccola e remava in un mare così piccolo, ma così piccolo, che guardando da una parte si vedeva l’inizio, e guardando dall’altra si vedeva la fine. E tra l’inizio e la fine, pensate un po’, quel mare sarebbe bastato a riempire appena mezzo bicchiere d’acqua, ed è per questo che stava tutto dentro una scatoletta d’argento che un pescatore di perle portava sempre nel taschino della sua cintura.

Un pescatore di perle? Cosa c’entra ora questo pescatore di perle? Direte voi!

C’entra eccome! Perché anche questo pescatore era molto piccolo. Aveva una maschera e un boccaglio piccoli piccoli, e pescava le sue perle vicino a piccola isola sperduta in mezzo a un piccolo mare; un mare così piccolo che guardando da una parte si vedeva l’inizio, e guardando dall’altra si vedeva la fine. E tra l’inizio e la fine, pensate un po’, quel mare sarebbe bastato a riempire appena due dita in un bicchiere d’acqua, ed è per questo che stava tutto dentro una scatoletta di latta che un giorno un bambino dai capelli rossi trovò per caso su una spiaggia.

Oh, no! Ci risiamo, direte voi!

Che c’entra ora questo bambino?

C’entra eccome! Perché fu proprio quel bambino dai capelli rossi che raccolse la scatola di latta che conteneva la scatola d’argento che conteneva la scatola d’oro.

La portò a casa, la mise sotto il cuscino e quella notte, quando si addormentò, sognò tutte le meravigliose avventure del mare: velieri e pirati, isole sperdute, pescatori di perle e allegri marinai!

 

 


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