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Fiabe della Sardegna
Giunti ed.



 



Pera Zuanne

e

la potenza della felce maschio

 

 

Tanto tanto tempo fa, quanto non so e nessuno lo sa, un vecchio bandito, il più fiero della Gallura, decise di fermarsi per la notte ai piedi di una grande quercia.

Perciò smontò da cavallo, poggiò il moschetto sul tronco dell’albero, si sedette su una radice che sbucava da terra e provò a chiudere gli occhi. Ma come sempre gli succedeva non riuscì a prendere sonno: perché se la notte agli uomini onesti porta consiglio e conforto, a lui, che onesto non era mai stato, portava solo rimorsi e rimpianti.

Quanto dolore aveva causato!

Quante rapine, quanti furti, quanti delitti aveva commesso!

Così il vecchio bandito non riuscì a chiudere gli occhi neanche quella notte. E come sempre faceva cominciò a contare le stelle, una per una, da oriente a occidente, sino a quando gli sembrò di sentire il suono di canti spensierati e allegre risate.

Subito imbracciò il moschetto. Chi mai poteva ridere e cantare, dopo il tramonto del sole, nel folto della foresta?

Muovendosi ora al riparo degli alberi, ora dietro i cespugli, il vecchio bandito raggiunse una radura dove vide una chiesetta di campagna tirata su con pietre di granito.

E subito capì che quei canti spensierati, e quelle allegre risate, provenivano dall’interno della piccola costruzione.

Allora tornò sui suoi passi sino alla quercia, prese dall’ampia bisaccia un bel fiasco di vino, e quando varcò la soglia della chiesetta esclamò forte, in modo che tutti potessero sentire:

-Con questo vino sincero, e con tanta gente allegra, si potrebbe fare una bella festicciola…

A sentire quelle parole, e alla vista del fiasco di vino, la gente radunata, uomini e donne, vecchi e bambini, proruppero in una gran risata e subito cominciarono a ballare in tondo.

Ma quando il vecchio bandito posò il fiasco e si avvicinò un po’ di più al cerchio dei danzatori, si accorse che qualcosa non andava.

Perché tutti gli uomini e tutte le donne, tutti i vecchi e persino i bambini, sembravano danzare nell’aria. Proprio così. I loro piedi non toccavano affatto il pavimento. E ogni tanto, quando la musica si faceva sfrenata, i ragazzi più giovani e forti -roba da non credere- si libravano in piroette da saltimbanchi, spericolate capriole e doppi e tripli salti mortali all’indietro.

Prima che il vecchio bandito potesse dire bo e ba, una giovane dai capelli neri come la notte più nera -e dai dolcissimi occhi azzurri come il cielo più azzurro- gli posò la mano sulla spalla e lo chiamò per nome:

-Pera Zuanne Anzos[1]! Come state? Sono tanti anni che non ci vediamo, eh!?!

Il vecchio bandito però era troppo sorpreso per poter rispondere. Qualcosa di amaro come il succo della cicoria selvatica gli raschiava la gola. Le mani e la fronte presero a sudargli per lo stupore, e anche per un’improvvisa paura che gli strinse forte il petto e gli rubò il fiato.

-Come è possibile…? -riuscì appena a cincischiare- tu… tu sei…

Ma per quanto il vecchio bandito ci provasse e  ci riprovasse, quella parola proprio non riuscì a pronunciarla. Perché quella giovane così bella, dai capelli così neri e dagli occhi così azzurri, altri non era che una giovane del suo paese, morta tanto tanto tempo prima.

-Attento, Pera Zuanne -disse ancora la ragazza. -Che il tuo stupore non ti impedisca di ascoltare la voce chiara delle stelle. E soprattutto di saltare la soglia, quando verrà il momento…

-Cosa vuoi dire?

-Voglio dire che non è per caso che sei arrivato sin qua. Perché le stelle, le stesse che tu conti ogni notte, quando i rimorsi e i rimpianti ti impediscono di dormire, ci hanno inviato sul tuo cammino perché ballassimo sa reula[2]. E io ho il compito di dirti che se andrai il primo giorno d’agosto alla svolta del fiume, dove non si sente il canto del gallo, a mezzanotte vedrai sbocciare i tre fiori della felce maschio. Se saprai coglierli, uno dopo l’altro, qualsiasi cosa intorno a te succeda, col cuore saldo e senza paura, troverai finalmente pace: e allora sulla Terra, da oriente a occidente, nessuno morrà più del piombo dei moschetti...

-Farò come dici -rispose a bassa voce il vecchio bandito, ritrovando il suo sangue freddo e chinando appena il capo per ringraziare la ragazza. -Ma ora dimmi, cosa significa che dovrò saltare la soglia?

La ragazza indicò con la mano i fantasmi che continuavano a danzare senza mai posare i piedi per terra.

-Se vuoi uscire sano e salvo da qui, e tornare nel mondo dei vivi -spiegò- quando i morti ti inviteranno a ballare nel cerchio de sa reula, tu balla pure. Ma sul più bello ricordati di cantare questi versi:

 

Cantate e ballate voi

Che ora la festa è vostra

Quando verrà la nostra

Cantiamo e balliamo noi

 

Proprio in quel momento un uomo dalla lunga barba grigia e una donna dalle sopracciglia lanose come quelle di una capretta di montagna si avvicinarono a Perra Zuanne. E tirandolo uno per il braccio destro e l’altra per il braccio sinistro, lo portarono dentro il cerchio.

Così che al vecchio bandito non restò altro da fare che ballare e ballare in tondo sino a quando le gambe gli diventarono di pasta frolla e la testa cominciò a girargli come una trottola di faggio nelle mani di un bambino.

Solo in quel momento riuscì a raccogliere il poco fiato che gli era rimasto in gola e a cantare i versi che la ragazza gli aveva insegnato:

 

Cantate e ballate voi

Che ora la festa è vostra

Quando verrà la nostra

Cantiamo e balliamo noi

 

A udire quelle parole i fantasmi fecero un balzo indietro. E il vecchio bandito, senza aggiungere né boba, si lanciò verso la porta e con un gran balzo superò la soglia.

Ce l’aveva fatta. Era tornato nel mondo dei vivi.

Senza perdere altro tempo corse verso la quercia, montò a cavallo e si diresse verso la svolta del fiume, là dove non si sente il canto del gallo. Perché la mezzanotte che da lì a poco sarebbe arrivata era proprio quella del primo di agosto. E perché se tutto fosse andato bene finalmente avrebbe potuto ritrovare il suo sonno perduto e liberare la Terra dalla morte per piombo.

Giunse così alla svolta del fiume, scese da cavallo, superò una fitta macchia di oleandri e rosmarino selvatico e si inginocchiò di fronte a una grande e maestosa felce maschio.

Ma proprio mentre il primo fiore sbocciava, e lui tendeva la mano per coglierlo, il cielo stellato si oscurò e si scatenò una tempesta. Grandine, tuoni, fulmini e lingue di fuoco in un attimo lo circondarono. E lui per un attimo pensò di fuggire a gambe levate e di mettersi al riparo sotto gli alberi della foresta.

Ma poi ricordò quanto gli aveva detto la ragazza. E con gesto deciso allungò la mano e colse il primo fiore.

Ecco che allora scomparve la tempesta. Subito dopo però la terra cominciò a tremare. E contro il vecchio bandito mossero cinghiali inferociti, e cervi, e mufloni, e tori, e caproni, e vacche e altri animali di ogni sorta. Persino un grosso serpente dalle squame luminescenti e dagli occhi di brace prese ad attorcigliarsi intorno alla sua caviglia. E poi su per la gamba, su per il petto e su sino al collo, sibilando e stringendo e stritolando.

Ma il vecchio bandito ancora una volta si ricordò di ciò che gli aveva detto la ragazza. Perciò restò immobile, attese lo sbocciare del secondo fiore della felce maschio e subito lo colse.

Quando anche il serpente, i cinghiali, i cervi, i mufloni, i tori, le vacche, i caproni e il serpente scomparvero, pensò che ormai ce l’aveva fatta.

Ma prima che il terzo fiore della felce maschio sbocciasse, ecco che alle sue orecchie giunse un rumore che ben conosceva e che gli fece accapponare la pelle. Un rumore sordo, di cavalli al galoppo, che si avvicinava sempre più. Poi il crepitio di cento moschetti e il minaccioso risuonare del suo nome:

-Pera Zuanne! Pera Zuanne Anzos!

Il vecchio bandito capì subito che quelli erano i soldati del Re che gli davano la caccia. E prima di poter dire bo e ba, sentendosi braccato, dimenticò ciò che gli aveva detto la ragazza e imbracciò il moschetto. Fu così che ancora una volta, per troppa rabbia o troppa paura, puntò, prese la mira, e poi sparò e sparò e sparò.

Il rumore sordo dei cavalli al galoppo scomparve nella notte in un istante. Scomparvero le grida, scomparvero i soldati del Re e scomparve anche la felce maschio.

Così Pera Zuanne Anzos capì di aver fallito la prova.

    Perché per la sua troppa rabbia, e per la sua troppa paura, il terzo fiore non sarebbe più sbocciato: e la morte per piombo, da quel momento, avrebbe ripreso il suo cammino sulla Terra.

 

 

 



[1] Pietro Giovanni Angius

[2] Il ballo dei morti

 continua...



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