Home


Fiabe per tutto l'anno
Fiabe da tre minuti per  più piccoli
De Agostini ed.




 



Nonno Re Frugolafrù

introduzione

 

Sotto una nuvoletta bianca e sopra un praticello verde c'era una volta un paesino che si chiamava Frugolafrù.

Era un paesino piccolo piccolino: aveva dieci casette rosse, dieci casette blu e nemmeno una di più. Anche gli abitanti di Frugolafrù erano piccolini.

Sapete perché?

Perché erano tutti bambini. E quando il sole si svegliava al mattino, correvano a giocare in un giardino che non era affatto piccolino. Era molto grande anzi, e sapete perché?

Perché era il giardino del Re.

Certo era un Re molto strano, il re di Frugolafrù. Non aveva gambe e non aveva braccia. E neppure reggia, regina, corona e trono.

Il Re di Frugolafrù era un vecchio vecchissimo albero dalle foglie colorate di rosa, di giallo, di verde, di rosso e di blu.

E quando i bambini si sedevano a cavalcioni delle sue grandi radici, raccontava loro le fiabe più incredibili e colorate del mondo.

- Nonno Re Frugolafrù - così lo chiamavano i bambini - raccontaci una fiaba...

- Di che colore la volete? - chiedeva il vecchio albero.

- Una fiaba... celeste e blu! - rispondevano i bambini. - Oppure rossa e arancione. O arancione e verde. O rosa e gialla. O gialla e bianca a pallini blu...

- Va bene - sussurrava nel vento Nonno Re Frugolafrù.

E poi cominciava a raccontare le sue fiabe colorate, mentre tutti lo ascoltavano in silenzio...

 

 

Il nuovo abito dell'Orso

 

C'era una volta un Grande Orso che quando arrivò la Primavera si stancò della sua pelliccia.

"Uffa!" disse. "Non mi piace più questa orribile pelliccia! Voglio qualcosa di più elegante. Voglio un vestito nuovo, un paio di scarpe lucide, una camicia, un cappello a cilindro e visto che ci sono anche un bel bastone da passeggio."

Il Grande Orso si recò così dal sarto di un villaggio vicino, che gli scucì la pelliccia e lo rivestì di tutto punto. Poi tornò nella foresta e si mise a passeggiare tra gli alberi, per farsi ammirare da tutti gli altri animali.

"Guarda, guarda!" disse il Cinghiale. "Il Grande Orso non ha più la sua pelliccia!"

"Guarda, guarda!" disse il Porcospino. "Il Grande Orso è diventato un damerino!"

"Oh, oh, oh!" disse il vecchio Merlo. "Senza pelliccia non andrà molto lontano!"

E svolazzando di ramo in ramo cominciò a seguirlo, perché era molto curioso.

Quando arrivò l'ora del pranzo il Merlo vide avvicinarsi il Grande Orso a un alveare. Il Grande Orso doveva avere davvero tanta fame. Perché sembrava che avesse dimenticato di non avere più la sua pelliccia. Così quando infilò la zampa dentro l'alveare per prendere il miele, uno sciame di api molto indispettite ne uscì fuori e lo punse sulla testa e sul collo.

"Ahi! Ohi! Povero me!" disse il Grande Orso, fuggendo a gambe levate. "Se avessi avuto la mia pelliccia le api non sarebbero mai riuscite a pungermi!"

E per liberarsi dell'Ape Regina che ancora lo inseguiva, si gettò nel fiume.

Ma l'acqua era fredda.

"Brrr! Brrr! Povero me!" disse il Grande Orso. "Se avessi ancora la mia pelliccia ora non batterei i denti!"

Per riscaldarsi pensò così di accendere un bel focherello. Ma appena l'ebbe acceso un venticello dispettoso che passava di lì ci soffiò sopra, sollevando un nugolo di scintille.

"Ahi! Ohi!" si lamentò il Grande Orso.

"Peggio per te!" gli disse il vecchio Merlo. "Se avessi avuto la tua pelliccia le scintille non sarebbero mai riuscite a bruciacchiarti le zampe!"

Fu così che il Grande Orso tornò dal sarto del villaggio e lo pregò di riprendersi il vestito e di ricucirgli addosso la sua vecchia pelliccia.

Quando poi quella sera il Grande Orso tornò nel bosco, il Cinghiale, il Porcospino e il vecchio Merlo lo accolsero con un gran sorriso.

"A ognuno il suo vestito, caro amico" gli dissero. "Agli uomini gli abiti eleganti e agli orsi la pelliccia!"


Il Drago e l'Uovo di Pasqua

 

C'era una volta un Drago che non aveva né moglie né figli e si sentiva tanto solo e tanto triste. Un giorno passò vicino a un villaggio dove si festeggiava la Pasqua e si fermò a guardare attraverso i vetri delle case.

- Ma guarda un po'! - si stupì, accorgendosi che tutti, grandi e piccini, avevano ricevuto in regalo un bell'Uovo. Qualcuno era colorato d'azzurro e d'argento. E qualcuno d'argento, d'oro e di tutti colori dell'arcobaleno. Ma la cosa più straordinaria era che ogni Uovo conteneva una sorpresa! Un giocattolino, un fermaglietto prezioso, due soldini di caramello o un pupazzetto morbido di pelouche.

"Perché nessuno mi ha mai regalato un Uovo con la Sorpresa?" si domandò il Drago, allontanandosi dal villaggio. E siccome aveva un cuore molto tenero, si sedette all'ombra di una montagna e pianse un po'.

"Forse" pensò "potrei trovare anch'io un Uovo tutto per me". E si mise a cercarlo dappertutto. Ispezionò le rive dei ruscelli e i prati fioriti. Cercò sotto i sassi, tra i rami degli alberi, in cima alle montagne e in fondo al mare profondo. Ma quando scese la sera di Uova con la Sorpresa non ne aveva trovato neppure uno, neppure uno piccino piccino.

E cosa avvenne proprio in quel momento?

Avvenne che una contadina distratta passò di lì e senza accorgersene lasciò cadere sull'erba un bell'uovo di gallina. Era un Uovo molto piccolo, a dire la verità, e non era neppure colorato.

"Be', meglio di niente", si accontentò il Drago. Prese l'Uovo, lo portò a casa e per tutta la notte stette lì a guardarlo. E così fece nei giorni e nelle notti successive, perché era così felice di possederlo che non si decideva a guardare cosa ci fosse dentro.

"Cosa ci sarà?" si domandava. "Un pallone? Una bicicletta? Un nuovo tavolo per la cucina? Oppure una casetta con un giardino, un albero di pere gialle, un pozzo e un'altalena?

Sino a che, una bella mattina, l'uovo si schiuse e cosa ne venne fuori?

La testolina gialla di un pulcino!

"Oh, oh!" disse il Drago. "Questa sì che è una sorpresa!"

"Oh, Oh!" disse il Pulcino. "Questa sì che è una sorpresa!" Saltò fuori dall'uovo, si guardò intorno e non vedendo nessun altro chiese al Drago: "Sei tu la mia mamma?"

Il Drago arrossì un po' e non seppe cosa rispondere.

"Sì! Sei tu la mamma!" si convinse il pulcino. E così dicendo gli saltò in braccio. Da quel giorno il Drago e il pulcino vissero sempre assieme. E quando a Primavera arrivava la Pasqua, si regalavano l'uno l'altro magnifiche Uova con la Sorpresa colorate d'azzurro, d'oro, d'argento e di tutti i colori dell'arcobaleno.

 


 

Pimpo Pantello che voleva dipingere il cielo

 

In una casetta vicino al bosco viveva una volta un pittore un po' matto che si chiamava Pimpo Pantello.

In un bel giorno di Primavera uscì di casa con il suo pennello.

"Non mi piace il colore di questi fiorellini gialli" disse. "Ora li coloro di azzurro". E poi: "Non mi piace il colore di questi sassolini bianchi. Ora li dipingo di azzurro". E ancora: "Non mi piace il colore di questi fili d'erba, ora li dipingo d'azzurro".

A Pimpo Pantello piaceva molto, il colore azzurro. Ma quando finì di colorare i fiori e i sassolini, i fili d'erba, i tronchi degli alberi, le foglie, i frutti e anche un povero scoiattolo che passava di lì, alzò lo sguardo verso il cielo e cosa vide?

Vide che anche il cielo era colorato di azzurro.

"Oh no!" disse Pimpo Pantello. "C'è troppo azzurro ora! Credo che dipingerò il cielo di rosso".

Be', dipingere il cielo di rosso, non è così facile.

Ma Pimpo Pantello non si perse d'animo. Prese una scala e ci salì sopra. Però il cielo stava troppo in alto e non ci arrivò.

"Allora" disse Pimpo Pantello "metterò sopra la scala una sedia". Ma anche con la sedia sopra la scala il suo pennello non arrivò a toccare il cielo.

Così mise sopra la sedia un'altra sedia. E poi un tavolo, una botte, un armadio, una cassapanca,  tre cuscini, un pentolone, un materasso e una vecchia ruota di carro.

E senza accorgersene si avvicinò un po' troppo al Sole.

"Cosa vuoi fare Pimpo Pantello?" gli chiese il Sole.

"Voglio dipingere il cielo di rosso" spiegò Pimpo Pantello. "Forse poi dipingerò anche te di un bel colore rosso acceso, come quello delle fragole di bosco."

Ora, dovete sapere che se c'è un colore che al Sole non piace proprio, quello è proprio il rosso.

"Tu non dipingerai un bel niente!" disse così il Sole. E subito chiamò in aiuto il suo amico il Vento. E il Vento soffiò e soffiò sin quando Pimpo Pantello perse l'equilibrio e... patapunfete! Ruzzolò per terra seguito dalla ruota di carro, dal materasso, dal pentolone, dai cuscini, dalla cassapanca, dall'armadio, dalla botte, dal tavolo, dalle sedie e dalla scala!

Proprio un bel ruzzolone, ve lo dico io!

Dopo di che il Sole chiamò una Nuvoletta che con un po' di pioggerellina ripulì tutto ciò che Pimpo Pantello aveva dipinto d'azzurro.

Da quel giorno Pimpo Pantello dipinse solo bellissimi quadri che appendeva alle pareti della sua casetta. E in tutti i quadri il cielo era colorato come si deve: con un bel colore azzurro di Primavera e neanche un po' di rosso.


Alfredo e il Singhiozzo di Primavera -

 

“Hip, Hip!” disse il papà, diventando rosso come un pomodoro e facendo un saltello sulla sedia.

“Oh, no!” disse la mamma, portandosi le mani sul viso.

“Oh, no!” disse anche Alfredo. Il papà aveva di nuovo il singhiozzo! E non un singhiozzo come tutti gli altri. Ma proprio il peggior singhiozzo che possa venire a un papà, cioè il terribile Singhiozzo di Primavera!

Avete mai sentito parlare del Singhiozzo di Primavera?

E’ un singhiozzo che viene solo a primavera, e che colpisce solo i papà, che diventano rossi in viso e fanno “Hip, hip! Hip, hip!”, saltellando sulle sedie come canguri innamorati.

“Devo fare qualcosa per far passare il Singhiozzo di Primavera a papà!” pensò Alfredo. E siccome l’unico modo era quello di procurargli uno spaventevolissimo spavento, andò subito nel bosco a cercare qualcosa di spaventosamente spaventoso.

“Vediamo un po’” si domandò strada facendo. “Cosa potrebbe spaventare il mio papà? Ci sono! Un leone! Oppure una tigre, o un elefante con un diavolo per cappello!

Ma cerca e cerca, di leoni, tigri ed elefanti, Alfredo nel bosco non ne trovò neppure uno. Trovò solo un furetto che si leccava una zampetta ferita dalla tagliola.

“Be’, meglio di niente” si disse Alfredo.

Raccolse il furetto, lo portò a casa, gli curò la zampetta e poi lo nascose sotto il cuscino del papà, per fargli prendere un po’ di spavento.

Ma quando quella sera il papà si accorse dello strano ospite nel suo letto, non si spaventò affatto e disse: “Hip, hip! Che simpatica bestiolina!” E cominciò a saltellare nel letto, facendo venire il mal di mare alla mamma.

“Farò spaventare io il papà” pensò allora Alfredo. E quella notte prese un lenzuolo e fece finta di essere un fantasma.

Ma a spaventarsi fu solo il furetto, che si nascose sotto le coperte, mentre il papà continuava a saltellare nel letto dicendo “Hip, hip! Hip, hip!”

Povero papà! E povero Alfredo!

La mattina dopo però successe una cosa molto strana. Mentre il papà saltellava in cucina, il furetto scappò in giardino, si arrampicò su un albero, raggiunse il ramo più alto e non riuscì più a scendere.

“Oh, no! Ora di sicuro cadrà” disse Alfredo, vedendolo penzolare con le zampette nel vuoto.

“Ci penso io!” esclamò il papà. E così dicendo, il papà si arrampicò coraggiosamente sull’albero, raggiunse il furetto e lo mise in salvo. E quando tornò giù non saltellava più e non aveva più nemmeno il singhiozzo.

Alfredo capì così che per far passare il Singhiozzo di Primavera non serviva affatto uno spaventevolissimo spavento. Ma solo un grande coraggio, come quello del suo papà.

 


Lucilla che asciugò l'acqua del mare

 

Quando arrivò l'estate Lucilla andò al mare e decise che il mare era troppo grande e troppo profondo.

"C’è troppa acqua in questo mare!” disse. “Prenderò il mio secchiello e ne porterò via un poco."

Scavò una buca nella sabbia, riempì il suo secchiello con l'acqua del mare e la versò nella buca. E riempi e versa e riempi e versa, non si fermò sino a quando del mare non rimase che una misera pozzanghera.

Non fu certo una bella idea!

"Chi ha rubato l'acqua del mare?" chiese infuriata, una balena che si era arenata nel basso fondale. "E come faremo ora a nuotare?" aggiunsero tre pesciolini, un vecchio gambero e un pescecane.

"Se fossi in te" disse un gabbiano a Lucilla "rimetterei subito l'acqua al suo posto, prima che quel pescecane si arrabbi davvero."

"Va bene" disse Lucilla.

Ma quando guardò dentro la buca, Lucilla si accorse che dell'acqua del mare non ne era rimasta neanche una gocciolina, neppure una, neppure una piccina piccina. La sabbia l'aveva assorbita tutta!

E così, per ritrovare l'acqua del mare,  Lucilla dovette di nuovo scavare.

Scava e scava e scava e scava, Lucilla arrivò sino al centro della Terra, dove viveva una talpa mezzo cieca e senza occhiali.

"Hai per caso visto l'acqua del mare che ho versato nella mia buca?" le chiese Lucilla.

"Be', vista non l'ho vista" rispose la talpa. "Ma l'ho sentita scorrere in quel buchino che arriva lontano lontano."

"Lontano lontano quanto?" chiese Lucilla.

"Lontano lontano sino all'altra parte della Terra, dove c'è il mar della Cina" rispose la talpa.

Lucilla riprese a scavare e finalmente arrivò in Cina. Dove trovò un mare cinese così grande e così profondo, ma così grande e così profondo, che quasi aveva sommerso tutta la spiaggia.

"Uffa! Chi ha versato tutta quest'acqua nel nostro mare?" chiesero una balena, tre pesciolini, un vecchio gambero e un pescecane, tutti cinesi e tutti con gli occhi a mandorla.

"Io se fossi al tuo posto" disse a Lucilla un gabbiano, anch'esso cinese e anch'esso con gli occhi a mandorla, "rimetterei subito l'acqua del mare al suo posto, prima che quel pescecane si arrabbi davvero!"

E fu così che Lucilla dovette riempire di nuovo il suo secchiello e versare l'acqua nella buca, fin quando tutta l'acqua del mare tornò finalmente al suo posto.

Quando Lucilla rientrò a casa, quella sera, la mamma le chiese se aveva passato una bella giornata e se si era divertita.

"Molto" disse Lucilla. E le raccontò l'avventura dell’acqua del mare, della balena, dei pesciolini, del vecchio gambero e del pescecane.

 


 

Uboldo, Arturo e le Stella cadente

 

 Tanto tempo fa, quanto non so e nessuno lo sa, c’era una casetta piccolina dove viveva un gigante di nome Uboldo.

Lo so, lo so cosa volete dire. Se Uboldo era un gigante, come faceva a vivere dentro una casetta piccolina?

Be’, Uboldo era un gigante un po’ speciale. Tanto per cominciare non era affatto alto cento metri, un palmo e un tappo di bottiglia, come tutti i giganti. Era anzi molto piccolino. Ma la cosa straordinaria era che invece di crescere, ogni giorno che passava diventava sempre più piccino.

“Se continuò così” pensava Uboldo “finirà che diventerò più piccino di un topolino di campagna.”

E siccome da quelle parti gironzolava un gatto molto affamato, prima che fosse troppo tardi andò a trovare lo gnomo Arturo, che viveva in una gigantesca casa in mezzo al bosco.

Lo so, lo so cosa volete dire. Se Arturo era uno gnomo, cosa se ne faceva di una casa gigantesca in mezzo al bosco?

Be’, Arturo era uno gnomo un po’ speciale. Tanto per cominciare non era affatto piccolo come tutti i gnomi. Era anzi più alto e grosso di una quercia. Ma la cosa straordinaria era che ogni giorno che passava, cresceva sempre di più.

“Povero me” gli disse Uboldo. “Se qualcuno non mi aiuta finirà che quel gatto nero mi mangerà in un solo boccone!”

“Povero me” gli rispose Arturo. “Se qualcuno non mi aiuta diventerò così alto e così grosso che nessuna casa potrà ospitarmi!”

Uboldo e Arturo decisero così di andare a chiedere consiglio a un vecchio e saggio porcospino, il quale gli disse di salire in cima alla montagna:

“La prossima notte sarà la notte delle Stelle Cadenti” spiegò. “Voi non dovrete far altro che guardare in cielo, e quando passerà una stella cadente...”

“Chiuderemo gli occhi ed esprimeremo un desiderio!” esclamò Arturo.

“Ma niente affatto!” ribatté il porcospino. “Dovrete invece acchiappare quella stella e farle il solletico sino a quando non riderà con una risata argentina. Solo la sua magica risata potrà risolvere i vostri problemi!” 

Così i due amici salirono in cima alla montagna, e quando passò la prima stella cadente Arturo allungò una mano e l’acchiappò.

“Be’, cosa volete?” chiese la stella, che andava di fretta e aveva poco tempo da perdere.

“Solo farti un po’ di solletico” rispose Uboldo. E così dicendo la solleticò sulla pancia con una piuma, sino a quando la stella non cominciò a ridere e a ridere, con una bella risata argentina.

Fu così che Uboldo e Arturo diventarono finalmente un gigantesco gigante e uno gnomo piccoletto. E in quanto alla stella, se guardate bene, è ancora lì nel cielo, che ride e ride con la sua bella risata argentina.

 

 

Lo zanzarino

 

Sulla riva di un ruscello che correva sino al mare, viveva uno zanzarino che in un bella mattina d'estate pensò di fare amicizia con un rospo. Ma il rospo aveva molto appetito e cominciò a inseguire lo zanzarino per farne in quattro e quattr'otto un solo boccone.

"Che rospo ingrato!" disse lo zanzarino. "Ora gli farò uno scherzetto!"

E così dicendo passò vicino alla tana di un topo, che inseguì il rospo che inseguiva lo zanzarino, perché anche il topo aveva molto appetito e voleva mangiare.

"Oh, oh!" disse il rospo. "Se non invento qualcosa finirò male!"

 E così dicendo passò vicino alla casa di un gatto, che inseguì il topo, che inseguì il rospo, che inseguiva lo zanzarino, perché anche il gatto aveva molto appetito e voleva mangiare.

"Da dove è saltato fuori, questo brutto gattaccio?" si lamentò il topo.

E correndo e squittendo passò vicino alla cuccia di un grosso cane, che inseguì il gatto, che inseguì il topo, che inseguì il rospo, che inseguiva lo zanzarino, perché anche il cane aveva molto appetito e voleva mangiare.

"Miao!" disse il gatto, che era un gatto di poche parole.

E senza aggiungere altro passò vicino alla tana del lupo, che inseguì il cane, che inseguì il gatto, che inseguì il topo, che inseguì il rospo, che inseguiva lo zanzarino, perché anche il lupo aveva molto appetito e voleva mangiare.

"Se questo lupo mi raggiunge mi farà a polpettine!" guaì il grosso cane.

E per non correre rischi passò vicino alla caverna dell'orso, che inseguì il lupo, che inseguì il cane, che inseguì il gatto, che inseguì il topo, che inseguì il rospo, che inseguiva lo zanzarino, perché anche l'orso aveva molto appetito e voleva mangiare.

"Be', visto che ci sono farò quello che hanno fatto gli altri" pensò il lupo.

E senza farsi pregare passò vicino alla casa di un cacciatore, che inseguì l'orso, che inseguì il lupo, che inseguì il cane, che inseguì il gatto, che inseguì il topo, che inseguì il rospo, che inseguiva lo zanzarino... e cosa fece allora lo zanzarino, che si era stancato di tutto quel correre di qua e di là e che aveva un cervello davvero fino?

Si tuffò nel ruscello e nuotò sino al mare, dove viveva... il pescecane!

Che pancia mia, fatti capanna, affilò i denti lunghi una spanna!

Fu così che il rospo, il topo, il gatto, il cane, il lupo, l'orso e il cacciatore finirono tutti nella pancia del pescecane, mentre lo zanzarino canterino tornò sulla riva del ruscello a fischiettare.

 


Carlotta che voleva imparare a volare

 

C’era una volta una bambina che si chiamava Carlotta, che voleva imparare a volare.

“Che sciocchezza!” la zittiva il suo papà. “I bambini non possono volare, non hanno le ali!”

“Gli uccelli volano, i pesci nuotano e i bambini camminano” cercava invece di spiegarle la mamma. “E poi perché vuoi imparare a volare?”

“Per vedere com’è fatto il mondo dall’alto” rispondeva Carlotta. E ogni giorno faceva lunghe passeggiate in riva al mare, osservando i gabbiani che volavano nel cielo e pensando e ripensando a come avrebbe potuto imparare a volare.

Finché in una bella mattina di sole trovò sulla spiaggia una piccola conchiglia. La portò all’orecchio e invece di sentire il rumore del mare sentì una vocina che le diceva:

“Sono qui per te, Carlotta. Grazie a me potrai volare insieme a quei gabbiani nel cielo.”

Carlotta osservò meglio la conchiglia. Era di madre perla rosa ed era bellissima. Ma era pur sempre una conchiglia e non aveva neppure un minuscolo paio di ali.

Pensa che ti ripensa Carlotta decise che c’era una sola cosa da fare. Si avvicinò a un gruppo di bambini che giocavano sulla spiaggia e chiese loro: “Cosa mi date, se vi do questa bellissima conchiglia?”

I bambini ci pensarono un po’ e poi le dettero un sacchetto di biglie di vetro colorate. Con quello Carlotta si avvicinò a un rivenditore di gelati: “Quanti gelati mi dai, per queste bellissime biglie colorate?”

Il gelataio le diede tre gelati alla panna e al pistacchio e Carlotta si avvicinò a tre pescatori che pescavano dalla riva. “Quanti pesciolini azzurri mi date” chiese loro Carlotta, “per questi tre buonissimi gelati alla panna e al pistacchio?”

I pescatori le diedero sette pesciolini azzurri e Carlotta li scambiò subito con un paio di racchette, una pallina e un berrettino con la visiera. Poi scambiò le racchette, la pallina e il berrettino, con una maschera, due pinne e un boccaglio. E poi la maschera, le pinne e il boccaglio con una piccola bicicletta rossa. E infine la bicicletta rossa con un grande aquilone giallo come il sole e leggero come una piuma.

“Evviva!” disse Carlotta.

Si procurò due cordicelle, le legò prima all’aquilone e poi alla sua vita, prese la rincorsa insieme a un venticello fresco che passava di lì e…via! Si librò in alto nel cielo come un gabbiano!

E finalmente vide come era fatto il mondo dall’alto: era tondo come una pallina ed era colorato di azzurro, di verde e di bianco!

 


Ora c'è, ora non c'è!

 

C'erano una volta sette fratellini, tutti poveri e tutti affamati. Il più piccolo si chiamava Cesin Cesello e in un freddo giorno d'autunno pensò di avventurarsi nel Bosco Nero a cercare qualcosa da mettere sotto i denti.

"Non andare Cesin Cesello" lo implorarono il babbo e la mamma. "Non sai che nel Bosco Nero vive il Folletto cattivo?"

"Ho troppa fame per aver paura del Folletto" rispose il bambino, che oltre ad essere molto povero era anche molto coraggioso. "Troverò qualcosa da mangiare e sfamerò tutta la famiglia."

Uscì di casa e andò nel Bosco Nero, dove incontrò una vecchina che raccoglieva rametti secchi per il fuoco.

"Dove vai tutto soletto?" gli chiese la vecchina. "Non sai che nel Bosco Nero vive il Folletto cattivo?"

"Ho troppa fame per avere paura del Folletto" rispose Cesin Cesello.

"Allora, se mi aiuti a raccogliere un po' di rametti" gli propose la vecchina, "ti dirò io dove puoi trovare qualcosa da mangiare".

Cesin Cesello l'aiutò e quando ebbe finito la vecchina gli disse:

"Il Folletto nasconde sotto un mucchio di foglie secche un grosso pentolone. Dentro il pentolone troverai pane, fave, formaggio, prosciutto, frutta fresca, noci, mandorle e dolcetti alla vaniglia."

"Ma come farò a prendere tutto quel ben di Dio?" chiese Cesin Cesello.

La vecchina a questa domanda non rispose. Però mise nelle mani di Cesin Cesello un sassolino bianco e disse. "Quando verrà il momento stringilo forte e pronuncia queste parole: Ora c'è, ora non c'è!".

 Cesin Cesello riprese la sua strada.

Quando arrivò vicino alla casa del Folletto vide il mucchio di foglie secche. Ma provate a indovinare chi c'era seduto sopra?

Proprio il Folletto, che aveva una gran barba nera e fumava una pipa puzzolente.

"Devo riuscire a farlo allontanare da lì", pensò Cesin Cesello. "Ma cosa posso fare?"

In quel momento si ricordò del sassolino bianco che gli aveva dato la vecchina. Lo strinse forte e disse : "Ora c'è, ora non c'è!".

E meraviglia delle meraviglie, diventò subito invisibile!

Allora si allontanò un po' e imitò il canto dell'usignolo. Perché dovete sapere che i folletti cattivi, non sopportano il canto degli usignoli. Adorano l'ululare dei lupi e il miagolio dei gatti selvatici. Ma il canto degli usignoli proprio no.

"Fulmini e lampi, saette e tuoni!" esclamò infatti il Folletto. "Mi sa che stasera a cena sgranocchierò un usignolo arrosto!"

Così dicendo corse dentro casa, prese il fucile e si avviò in direzione di Cesin Cesello. Ma il bambino si allontanò un altro po' e fece di nuovo il verso dell'usignolo. E di nuovo il Folletto lo seguì, allontanandosi un po' di più dal suo mucchio di foglie secche.

Proprio quello che aspettava Cesin Cesello. Che si avvicinò velocemente al mucchio di foglie, affondò le mani nel pentolone, si riempì le tasche con tutto quel ben di Dio e fuggì a gambe levate.

Corse e corse, e aveva tanta fretta di arrivare a casa, che a momenti non si accorse che sul finire del sentiero il Folletto gli sbarrava la strada.

"Chi c'è lì?" gridò il Folletto, che non poteva vedere Cesin Cesello ma che aveva sentito il rumore dei suoi passi e il profumo di tutto quel buon cibo che nascondeva nelle tasche.

"C'è chi ora c'è, e chi ora non c'è!" rispose trattenendo un risolino Cesin Cesello.

Poi riprese la sua corsa, uscì dal Bosco Nero, arrivò a casa e mise sul tavolo di cucina il pane, le fave, il formaggio, il prosciutto, la frutta fresca, le noci, le mandorle e i dolcetti alla vaniglia.

Fu così che la famiglia di Cesin Cesello mangiò finalmente a sazietà, mentre il cattivo Folletto restò con il pentolone vuoto e neanche un usignolo da sgranocchiare a cena.


Piero che diventò invisibile

 

C'era una volta un bambino birbantello di nome Piero che imparò a leggere e per prima cosa lesse una fiaba che parlava di un bambino invisibile. E gli piacque così tanto, la storia di quel bambino invisibile, che decise anche lui di diventare trasparente come l'arietta fresca di primo mattino.

Perciò corse in cucina, battè il piede per terra e disse al babbo e alla mamma:

"Mamma, babbo, voglio diventare invisibile!"

"Hai sentito qualcosa, cara?" chiese allora il babbo alla mamma.

"No caro" rispose la mamma. "Tu non hai parlato, io non ho parlato e qui non c'è nessun altro, oltre a noi due. Quindi non ho sentito niente".

"Bene!" pensò allora Piero. "Se non riescono a sentirmi vuol dire che non riescono neppure a vedermi. Sono diventato invisibile!".

E subito cominciò a fare quello che fanno tutti i bambini birbantelli che riescono a diventare invisibili. Frugò tra i vestiti della mamma, tirò la coda al gatto, infilò la vaschetta dei pesci rossi nel frigorifero, affondò le dita nel barattolo della marmellata di ciliegie e quando venne sera, prima di sedersi a tavola, non si lavò né la mano sinistra, né quella destra.

"Da oggi in poi non mi laverò più!" disse Piero, che non si era mai divertito tanto in vita sua.

 Ma quando si sedette al suo solito posto si accorse che qualcosa non andava. La mamma si era dimenticata di mettere sulla tavola la sua tazza del caffellatte. E in quanto al resto niente da fare: niente biscottini e neppure un pezzettino di pane.

"Be', pazienza!" sospirò Piero, mentre il babbo e la mamma finivano la cena con una bella fetta di torta alla panna. "Vuol dire che domani mangerò doppia razione di marmellata di ciliegie."

Andò in camera sua, s'infilò sotto le coperte e provò a prendere sonno.

Ma non ci riuscì affatto.

Perché quella notte scoppiò un terribile temporale. Con chicchi di grandine grossi come acini che picchiavano contro il vetro della finestra, e terribili tuoni che lo fecero correre sino alla camera dei genitori con addosso una paura matta.

"Mamma, babbo!" implorò Piero. "Posso dormire nel vostro lettone?"

"Hai sentito qualcosa, cara?" chiese il babbo alla mamma.

"No caro" rispose la mamma. "Tu non hai parlato, io non ho parlato e qui non c'è nessun altro, oltre a noi due. Quindi non ho sentito niente."

"Non voglio più essere invisibile, vi prego!" gridò il povero Piero.

La mamma allora lo accompagnò in cucina, gli fece bere una bella tazza di caffellatte e poi lo portò nel lettone suo e del babbo.

E da quel giorno quel birbantello di Piero non si sognò mai più di diventare invisibile.

 


Pinta Patata la fata distratta

 

Ah! Le fate, le fate! Dovete sapere che esistono molti tipi di fate. Alcune sono alte come una montagna e hanno grandi ali color nocciola. Altre sono piccine come chicchi d'uva passa e indossano vestitini d'oro zecchino. Ma la più pasticciona di tutte, ve lo dico io, è Pinta Patata la fata distratta.

Quando venne l'autunno Pinta Patata passò vicino a uno stagno è incontrò una formichina e un ranocchietto che si lamentavano: "Ahi noi! Perché nessuno ci aiuta?"

"Cosa mai vi è successo?" chiese loro Pinta Patata.

"E' successo che ci siamo innamorati" le spiegò il ranocchietto. "Ma lei per me è così piccina, e io per lei sono così grande!"

"Non preoccupatevi, ora ci penso io" disse Pinta Patata, pensando di trasformare la formichina in una ranocchietta. Prese la sua bacchetta magica ed esclamò: "Birbo, Bimba, Birimbambò!"

E la formichina subito si trasformò in una... scoiattolina dalla coda rossa!

"Oh, no!" disse il ranocchietto. "Ora è lei che è troppo grande per me!"

“Devo aver sbagliato formula magica" si scusò Pinta Patata. E pensando di trasformare il ranocchietto in uno scoiattolino, ci riprovò: "Birba, Bimbo, Birimbambò!"

Ma invece di trasformarlo in uno scoiattolino, trasformò il ranocchietto in un grosso… porcospino!

"Oh, no!" disse la scoiattolina. "Adesso lui è di nuovo più grande di me!"

Prima che i due innamorati potessero darsela a gambe, perché una fata pasticciona come lei non l'avevano mai vista, Pinta Patata trasformò la scoiattolina in una volpe dai baffi argentati. E poi il porcospino in un cinghiale dalla schiena setolosa. E dopo la volpe in una cavallina dalla criniera fulva. E infine il cinghiale in un elefante dalle orecchie a sventola.

"Poveri noi!" dissero i due innamorati. "Prima eravamo una formichina e un ranocchietto e ora siamo una cavallina e un elefante. Ma una è sempre troppo piccola e l'altro è sempre troppo grande!"

Per fortuna proprio in quel momento passò da quelle parti un Vecchio Gnomo.

Fece due giravolte, tre capriole, si toccò il suo berretto magico ed esclamò: "Un, due, tre, ciò che grande piccolo è!" E fortunatamente quella era proprio la formula magica giusta. Perché la cerbiatta e l'elefantino si trasformano in una bellissima coppia di ranocchietti, che da quel giorno vissero insieme felici e contenti.

In quanto a Pinta Patata la fata distratta, il ranocchietto e la ranocchietta invitarono anche lei al loro matrimonio, a patto che non portasse con sé la sua pericolosissima bacchetta magica!

 

Il lavoro di nonno Matteo


 

“Posso venire con te al lavoro?” chiese un giorno Debora a nonno Matteo.

“Va bene” disse il nonno. “Ma ricorda che il mio è un lavoro molto delicato!”

Debora non sapeva che lavoro facesse il nonno. Il babbo e la mamma dicevano che era un lavoro segreto e misteriosissimo che solo lui sapeva fare.

“Stringiti a me” disse il nonno a Debora, facendola sedere sulla sua motocicletta. Mise in moto e via! La motocicletta partì veloce come un razzo, salì su una stradina di montagna,  ridiscese a valle e imboccò un sentiero che portava sino a un bosco.

“E qui che lavori?” chiese stupita Debora.

“Sì” disse nonno Matteo. E subito raggiunse la tana di un lupo che aveva una zampa ferita. “Come stai oggi?” chiese nonno Matteo al lupo. 

“Un po’ meglio dottore” rispose il lupo. E porse al nonno la zampa ferita, che subito venne medicata e fasciata.

“Ora ho capito!” esclamò Debora, quando il nonno ebbe finito. “Tu fai il veterinario!”

“Non proprio” disse il nonno. E subito si avvicinò all’acquetta di un ruscello. “Come stai oggi?” chiese il nonno all’acquetta.

“Un po’ meglio. Ma credo di avere ancora un po’ di febbre.”

Così nonno Matteo tirò fuori il termometro, misurò la temperatura all’acquetta e poi vi lasciò sciogliere dentro due aspirine.

“Non sapevo che anche l’acquetta di un ruscello potesse ammalarsi!” disse Debora, che non capiva più che razza di lavoro fosse quello.

“E ora passiamo ai casi più difficili!” esclamò nonno Matteo. Così dicendo curò a un cinghiale un dente cariato, fasciò le ali a un’ape che era caduta dall’alveare, consolò un ciclamino che aveva l’emicrania e si fermò davanti a un albero che non si era accorto che l’autunno era arrivato da un pezzo.

“Come mai non hai ancora lasciato cadere a terra le tue foglie?” gli domandò nonno Matteo. “Se non le lascerai cadere, quando arriverà la primavera non ci sarà posto per le nuove.”

“Non mi importa!” rispose l’albero. “Senza le mie foglie ho freddo!”

Nonno Matteo allora disse qualcosa sottovoce a Debora. E lei corse sino alla moto, prese una piccola coperta di lana, tornò indietro e l’assicurò al tronco dell’albero, che subito smise di avere freddo e lasciò cadere le foglie secche.

“Sei stata bravissima!” disse nonno Matteo a Debora, mentre tornavano a casa. “Ti nominerò mia aiutante ufficiale.”

“Evviva!” esclamò Debora. Poi ci pensò un po’ su e aggiunse: “Ma che lavoro è il nostro?”

Ma a questo nonno Matteo non rispose. Perché quel bellissimo lavoro era così delicato e segreto che non aveva neppure un nome!

 

Uno strano supplente

 

Marco, quella mattina, andò a scuola di malumore. Perché maestra Luciana si era beccata un terribile broncobruttoraffreddore. E al suo posto di certo sarebbe venuto un maestro supplente.

E infatti eccolo lì, il nuovo maestro.

Era uno spilungone alto alto e magro magro, con una barba bianca bianca e lunga lunga, che in testa portava uno strano  capello a punta di colore azzurro come il cielo.

“Buongiorno bambini!” disse il supplente, mentre Marco lo fissava incuriosito. “Oggi non faremo né disegnistica, né numeristica, e neppure pensieristica!”

“E cosa faremo allora?” chiese Marco.

“Faremo scienze naturali!” esclamò il maestro supplente. E così dicendo tirò fuori dalla sua borsa un gufo, una civetta, un porcospino, una marmotta, un cinghialetto paffutello, due allodole, un'intera famiglia di criceti, un topolino grigio e uno bianco, una coppia di castori dentuti, una foca monaca, un cerbiatto, una scimmietta, un pappagallo verde e un elefantino con le orecchie a sventola e la proboscide rosa.

“E ora” disse lo strano supplente “tutti a giocare in giardino!”

Marco e i suoi compagni si precipitarono fuori e fecero proprio un bel pandemonio, ve lo dico io, con tutti quegli animali e quei bambini che strillavano e correvano in giardino.

“Cos’è tutto questo chiasso?” domandò la direttrice, uscendo di corsa dal suo ufficio.

Il nuovo maestro la toccò con la sua bacchetta su un braccio e le disse: “Venga anche lei a giocare con noi.”

Marco quella mattina si divertì come non mai. E pensò che anche la direttrice era una gran giocherellona.

Soprattutto quando la direttrice fece un giro del cortile in groppa all'elefantino dalla proboscide rosa, quando giocò a mosca cieca con i topolini, quando si arrampicò sull'albero di mele insieme allo scimpanzé e quando si è tuffò nella fontana cercando di afferrare per la coda quella povera foca monaca.

“Evviva!” gridò Marco, quando arrivò l’ora della ricreazione.

“Evviva! Evviva!” rispose la direttrice, con gli occhioni che le luccicavano.

Marco allora si avvicinò al nuovo maestro e gli chiese.

“Come ti chiami?”

“Maestro Mago Merlino” rispose il supplente, con il sorriso più bello del mondo, mentre Marco lo fissava con la bocca spalancata, perché un maestro Mago come quello davvero non l’aveva mai visto!

 

Che bella voce, Carolina!

 

Carolina aveva una bellissima voce. Solo che era una voce un po’ speciale. Era così acuta, che quando cantava le lampadine esplodevano, e bicchieri e bottiglie facevano plink, plank, frantumandosi in mille pezzettini.

“Per carità Carolina, non metterti a cantare!” si raccomandava il suo papà, prima di andare al lavoro, perché si era stancato di cambiare tutte quelle lampadine.

“Ti prego, Carolina!” le diceva invece la mamma, nascondendo sotto il materasso tutti i bicchieri e tutte le bottiglie. “Prendi esempio da Fuffi. Fuffi non canta eppure è felice lo stesso!”

Fuffi era la cagnetta di Carolina, una barboncina che le faceva sempre le feste. Ma per quante feste le facesse Fuffi, Carolina diventava ogni giorno più triste.

E quando venne l’inverno Carolina diventò ancora più triste. Perché era un inverno così freddo, quello, che non si poteva neppure uscire di casa. Le strade ghiacciarono, i prati ghiacciarono e ghiacciarono persino gli alberi.

“Che tristezza!” si lamentava Carolina, quando sentì bussare alla porta.

“Etciù, etciù!” disse un poliziotto così ghiacciato da sembrare un pupazzo di neve.

“Cosa desidera?” gli chiese Carolina.

“Il mare, etciù, si è ghiacciato, etciù!” disse il poliziotto. “E una balena bianca è rimasta incastrata nel ghiaccio, etciù!”

“Etciù!” rispose educatamente Carolina, che non sapeva bene cosa dire.

“Sei tu la bambina che ha una voce speciale, etciù?” le chiese ancora il poliziotto.

“Sì!” esclamò Carolina, che finalmente capì cosa quell’uomo voleva da lei. S’infilò due cappotti, uno sopra l’altro, e lo seguì sino alla riva del mare, dove una folla di curiosi osservava la balena bianca che era rimasta incastrata nel ghiaccio.

“Eccola! E’ lei! Etciù! Etciù!” gridò la folla, vedendola arrivare. “E’ lei la bambina dalla voce speciale!”

Così a Carolina non restò che cantare una delle sue canzoncine, sino a quando il ghiaccio del mare fece plink, plank, e si frantumò in mille pezzettini.

La balena bianca era salva! E quando si allontanò felice in mare aperto, il poliziotto di avvicinò a Carolina e le appuntò sul petto una medaglia d’oro.

“Brava! Hai la voce più bella del mondo” le disse, senza starnutire neppure una volta.

E sapete perché? Perché la voce di Carolina non aveva sciolto solo il ghiaccio del mare, ma anche quello che ricopriva le strade, i prati e persino gli alberi!

Fu così che Carolina da quel giorno poté cantare ogni mattina ed ogni sera, sin quando l’inverno non fuggì via e arrivò… la primavera!

 

Un regalo per Babbo Natale

 

C'era una volta un bambino di nome Tom Tom che la mattina di Natale, invece della bicicletta che aveva chiesto in dono, trovò sotto l'Albero solo una macchinina rossa con le ruote piccole piccole.

"Andrò a trovare Babbo Natale" decise allora Tom Tom. "Gli restituirò la macchinina e mi farò dare una bicicletta!"

Cammin cammina si ricordò che lui non sapeva affatto, dove viveva Babbo Natale. Perciò chiese informazioni a un pupazzo di neve che starnutiva e si soffiava il naso a carota.

"Etciù, etciù!" gli disse il pupazzo. "Che freddo che fa! Se vuoi trovare Babbo Natale devi superare il bosco e attraversare il mare. Sull'altra riva incontrerai Mamma Renna che ti accompagnerà sino alla sua casetta."

Cammin cammina Tom Tom superò il bosco e chiese a una barchetta di aiutarlo ad attraversare il mare. E naviga naviga la barchetta lo portò sull'altra riva, dove Tom Tom incontrò Mamma Renna, che aveva magnifiche corna addobbate con campanellini rossi e blu.

"Sali sulla mia groppa" gli disse Mamma Renna. "Babbo Natale oggi è un po' triste, e forse ricevere la tua visita lo rallegrerà."

Galoppa galoppa Mamma Renna accompagnò Tom Tom sino alla casetta di tronchi d'abete di Babbo Natale.

Tom Tom bussò alla porta.

"Avanti" disse una voce. Era una voce calda come un focherello e dolce come la cioccolata. Però Mamma Renna aveva ragione. Quella voce era anche un po' triste.

E sorpresa delle sorprese! Cosa vide Tom Tom entrando nella casetta?

Vide che Babbo Natale, seduto davanti al camino acceso, si asciugava una piccola lacrima sul viso.

"Perché piangi?" gli chiese allora Tom Tom.

"Perché anche quest'anno, sotto il mio Albero, non ho trovato neppure un regaluccio da niente", rispose Babbo Natale soffiandosi il naso. "Io porto i doni a tutti i bambini del mondo, ma nessuno si ricorda di me! Tu piuttosto, perché sei venuto a trovarmi?"

"Perché... perché..." cincischiò Tom Tom. E invece di dirgli il vero motivo della sua visita tirò fuori la macchinina dalla tasca e la mise nelle mani di Babbo Natale. "Ecco" gli disse. "Sono venuto a regalarti questa."

Babbo Natale fu così contento che portò Tom Tom a fare un giro nel cielo, sulla sua slitta trainata da quattordici renne. Poi lo riaccompagnò a casa e prima di salutarlo tirò fuori dal portabagagli della sua slitta una magnifica bicicletta.

"Grazie!" disse felice Tom Tom.

"Grazie a te!" rispose Babbo Natale, facendogli l'occhiolino e riprendendo il volo sulla sua slitta.

 

Buon anno, Nonno Re Frugolafrù!

 

L’ultimo giorno dell’anno è davvero un giorno molto speciale, nel paesino di Frugolafrù.

Tutti i bambini, quando arriva il tramonto, corrono in giardino dal vecchio albero dalle foglie colorate di rosa, di giallo, di verde, di rosso e di blu.

Poi, tenendosi per mano, fanno un gran girotondo giramondo intorno al vecchio albero Nonno Re, e saltellando e giocherellando gli pongono un indovinello:

 

Nonno Re Frugolafrù,

Sai dirci tu

Chi è quel vecchierello,

Che all’ultimo dell’anno

Si leva il suo capello?

 

Nonno Re Frugolafrù allora sorride un po’, si gratta il naso con uno dei suoi lunghi rami e poi risponde:

 

“Ma è il vecchio anno,

E’ un anno vecchierello!

Con garbo e simpatia,

Saluta  e poi va via!”

 

“Bravo, Nonno Re Frugolafrù!” dicono allora i bambini. E subito gli pongono un altro indovinello.

 

“Nonno Re Frugolafrù,

Sai dirci tu

Chi è quel bambinello

Che arriva a Capodanno,

Che arriva sul più bello?

 

Nonno Re Frugolafrù allora sorride di nuovo, di nuovo si gratta il naso con uno dei suoi lunghi rami e poi risponde:

 

“Ma è il nuovo anno,

È un anno bambinello!

Arriva a Mezzanotte

Davvero sul più bello!”

 

Così, quando finalmente scocca la Mezzanotte, i bambini prendono per mano il nuovo amico appena arrivato, e lo presentano al vecchio albero Nonno Re Frugolafrù. Poi tutti insieme, sotto il cielo stellato, fanno un altro girotondo giramondo e cantano una canzoncina che pressappoco dice così:

 

“Buon anno, Nuovo Anno,

Buon anno, Nonno Re

Nonno di fiabe,

Nonno di Sogni,

Nonno di fate,

Auguri a te!”

 

 


Home