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Fiabe zingare
Condaghes ed.



 



Per Anna Ruggiu e Giuseppe Pontremoli

«Ma poi, una notte, ho fatto un sogno. Ho sognato che il vento non l’aveva dispersa e l’aveva lasciata tutta intera da qualche parte, in un posto che non so, e la canzone era stata raccolta da qualcuno che a quel punto l’aveva fatta sua...»

da Il mistero della collina

di G. P.

Prefazione alla seconda edizione

 

Accogliendo la proposta dell’editore di lavorare a questa seconda edizione di Fiabe Zingare, ho ritenuto opportuno non variare la struttura del primo volume, già beneficiato da una discreta fortuna, e di concentrare invece i miei sforzi sull’arricchimento della raccolta.

Da qui la decisione di inserire altre quattordici fiabe appartenenti alla tradizione romané di diversi paesi e, soprattutto, di dotare l’opera di una postfazione critica curata da Angela Tropea, finissima studiosa di storia e letteratura romané e già collaboratrice della prestigiosa rivista Lacio Drom.

Oltre alle “nuove” fiabe (Come il vecchio Del creò i primi Zingari, Storia di uno Zanzarino, San Pietro e il violino, L’uccellino magico, Il rom, La scatolina incantata, Trovato, Le cento mucche del parroco, Come morì l’alfabeto degli Zingari, La povera zingara e il cappello del nano, Storiellina del mercante che si vendette la barba, Mile e Angulimala, La sposa gallina, Tzigo e il fiore della fortuna e della felicità), questa nuova edizione è ulteriormente arricchita da una paramiča zingara russa ancora inedita in Italia. Saporo (Serpentaccio), registrata dall’antropologo e ziganologo Vadim Toropov presso la comunità dei Rom di Crimea, stanziati nella regione di Krasnodar, viene qui presentata sia nella sua versione italiana sia nella sua versione originale in lingua romanes, entrambe curate ancora da Angela Tropea.

Le persone che in un modo o nell’altro hanno reso possibile la pubblicazione di queste fiabe e che sento di dover ringraziare sono numerose. Innanzitutto i Romà che mi hanno accolto nelle loro baracche di cartone e legno pesto: molto tempo è passato dalla mia prima Festa di Primavera e in tutto questo tempo molto ho imparato da loro. Un ringraziamento va anche a Mirella Karpati e a don Bruno Nicolini del Centro Studi Zingari di Roma (alle cui pubblicazioni si deve la primogenitura su carta di alcune fiabe che ripropongo a modo mio in questo volume); a Vadim Toropov per la squisita disponibilità mostrata nel permettermi di utilizzare la fiaba da lui raccolta e a Pia Valentinis per la cura con cui ha illustrato questo volume. Un pensiero speciale va infine ad Angela Tropea. Non solo per l’impegno e la professionalità con le quali ha collaborato alla stesura di questa raccolta, ma soprattutto per l’amicizia ancora una volta datami in dono.

Infine una doverosa precisazione. La prima edizione di questo volume di fiabe era dedicata ad Anna Ruggiu. Una amica e una donna straordinaria, scomparsa precocemente, con la quale ho avuto la fortuna di condividere un pezzo di quella strada che portò entrambi a conoscere dall’interno l’universo dei Rom residenti in Sardegna. Per ricordare nel modo più degno Anna, decisi allora di utilizzare un breve brano tratto dal romanzo Il mistero della collina di Giuseppe Pontremoli, grandissimo scrittore innamorato della storia e della cultura degli Zingari, a cui sono stato legato da un forte e indimenticabile sentimento di fraternité.

Il motivo per cui in questo volume al nome di Anna si è aggiunto quello di Giuseppe, sta nel fatto che anche lui è andato via: che anche lui oggi non c’è più. In ricordo di entrambi risuoni allora la stessa canzone portata dal vento, perché il vento continui a soffiare e perché altri raccolgano le sue parole.

 

Alberto Melis

 

Storia di uno Zanzarino

 Questa fiaba di narratore ignoto che racconta le vicende di un’irresistibile quanto spaccone Zanzarino appartiene alla tradizione dei Rom lovara e venne pubblicata per la prima volta sul giornale della Gypsy Lore Society.[1] Si tratta senza dubbio di una delle più belle fiabe della tradizione romané.

 In un paese che forse c’era e forse non c’era, viveva tanto tempo fa un giovane Zanzarino. E che il buon Del mi faccia cadere la lingua se non era lo Zanzarino più presuntuoso e insolente mai apparso a importunare la gente per bene sulla faccia della terra!

“So tutto io!” diceva. E quello che non sapeva se l’inventava. In quanto alla bellezza poi, bellissimo davvero non era. Eppure, a sentirlo vantarsi, sembrava che tutte le zingare - dagli otto agli ottant’anni o giù di lì – si innamorassero di lui come il sole d’inverno della luna d’estate e come la luna d’estate della dolce Venere!

Ora dovete sapere che tutto ciò di cui abbondava davvero il nostro Zanzarino (a sacchi, a ceste e a sporte, o così almeno diceva lui), era un coraggio da Cavaliere, da Re e da Cuor di Leone. Così, quando venne a sapere che in un certo castello diroccato di una certa lontana contrada viveva una famosa candela che ardeva eternamente, decise sui due piedi che l’avrebbe sfidata a duello.

A dire il vero già molti altri uomini valorosi giunti dai quattro orizzonti, avevano sfidato quella candela. Nessuno di loro però era riuscito ad averla vinta in duello con la sua fiamma.

- Ma io non sono Nessuno e Nessuno non sono io! – esclamò il nostro giovane spaccone gonfiando il petto (che il buon Del perdoni la sua impudenza!). - Io ci riuscirò. Potete scommetterci il pranzo con la cena!

E senza porre tempo al tempo corse in cucina, afferrò un coltellaccio e tagliò due fette di pane per il viaggio. Tra l’una e l’altra mise un pezzo di burro, un pizzico di sale, due fette di carne e tre peperoncini grossi e saporiti. Poi fece un fagottello con il fazzolettone d’oro della madre, infilò il coltellaccio nella cintola e si mise per strada.

Camminò e camminò, il giovane Zanzarino all’avventura. E quando giunse a destinazione si intrufolò nel castello e bussò alla stanza dove viveva la candela.

Ah se foste stati lì a vedere!

La candela ardeva silenziosa al centro della stanza e quando lo Zanzarino entrò  e disse: - Ti sfido a duello! -, neppure si mosse. Arricciò appena la fiamma, con garbo e sufficienza, né più né meno di come si arriccia la punta di un baffo. E allora che fece lo Zanzarino?

Si portò avanti con le mani sui fianchi, il temerario! E con ambedue gli occhi che lanciavano scintille.

Ma la candela niente, non fece neppure una piega.

Allora lo Zanzarino tirò fuori il suo coltellaccio. E con quello la minacciò e gliene disse di così tante e di così brutte, insultando lei, suo padre, sua madre e intere generazioni di candele che avevano vissuto prima di lei in quel castello, che di certo qualsiasi altra candela al suo posto sarebbe andata su tutte le furie.

Ma quella candela, che era una candela benedetta che da giovane aveva visitato un posto sacro a Del e a tutti i Santi, ancora una volta non reagì.

- Ah, è così? Non vuoi combattere con me da uomo a uomo? – esclamò paonazzo in volto lo Zanzarino. E fatto un altro passo, quello decisivo, le assestò un formidabile pugno dal basso verso l’alto in perfetto stile zingaresco.

Mai l’avesse fatto, il giovane spaccone!

- Ohi! Ahi! Mi sono bruciato! Ohi! Ahi! Candela traditrice! Perché hai divorato la mia povera mano? Non avevi capito che stavo scherzando? E pensare che già mi stavo affezionando a te come a una sorella!

E piangendo e lamentandosi il giovane Zanzarino corse verso casa con la coda tra le gambe e con una mano in meno.

- Presto, presto! Chiamate un dottore! – gridò la vecchia madre, quando lo vide in quello stato. – Presto, presto! Qui ci vuole una mano nuova di zecca!

Ma di mani nuove di zecca il dottore, quel giorno, nella sua borsa non ne aveva neppure una. Aveva solo una zampa di gallina vecchia che aveva comprato al mercato per cuocerla nel brodo. E quella attaccò sul braccio monco del giovane Zanzarino.

Ora, perché sicuramente voi siete persone assennate e per bene, penserete che da quel giorno il giovane Zanzarino imparò che non si deve giocare né con le candele né col fuoco.

Ebbene vi sbagliate!

Perché il nostro Zanzarino (che il buon Del perdoni il suo orgoglio impenitente!), appena si ritrovò in piedi corse di nuovo in cucina. Afferrò un coltellaccio, tagliò due fette di pane, tra l’una e l’altra ci mise un pezzo di burro, un pizzico di sale, due fette di carne, tre peperoncini grossi e saporiti e corse a sfidare un’altra volta la candela!

Mai l’avesse fatto, il giovane sbruffone! Dopo la prima mano, perse anche la seconda. Poi un piede, una gamba, l’altra gamba, un orecchio, un braccio, il sedere, un’anca e infine anche la testa.

Quel povero dottore, che nella sua borsa non aveva mai niente di ciò che serviva alla bisogna, dovette inventarne una ogni volta e una ogni volta non bastava. Così che alla fine nessuno riuscì più a capire che razza di strano animale fosse quello che se ne andava in giro per il villaggio, più presuntuoso e insolente che mai: con due zampe di gallina, quattro ali di pollo, la testa di un gallo, il petto e l’anca di un tacchino e persino il sedere di una pavoncella (che se posso dirlo era pure grinzoso e arrossato, che il buon Del perdoni le mie parole!).

- Dite la verità, avete mai visto qualcosa di più straordinario? - diceva ora lo Zanzarino, andando in giro per il paese a fare la corte a tutte le zingare dagli otto agli ottant’anni o giù di lì. – E tutto questo perché? Perché ho il coraggio di un Cavaliere, di un Re e di un Cuor di Leone!

Bene. Il nostro giovane Zanzarino (se possiamo ancora chiamarlo così, perché Zanzarino più non era, e neppure carne né pesce) se ne andò un giorno a bighellonare sulla riva del fiume.

E lì cosa vide?

Vide il sindaco di un villaggio vicino, un villaggio di poveri contadini, che si nascondeva dietro a un cespuglio di canne, perché mentre stava facendo il bagno un ladro vagabondo gli aveva rubato i vestiti, calze, mutandoni e cappello compresi.

- Ti prego, aiutami a trovare qualcosa con cui coprirmi – lo implorò il sindaco. – Non posso certo tornare al villaggio così!

- Io ti aiuterò e ti darò i miei vestiti. Ma prima dobbiamo fare un patto… - gli rispose lo Zanzarino. E in men che non si dica, con quella lingua lesta e furba che si ritrovava, lo convinse a fare un baratto.

Prima si scambiarono la testa. Poi il piede, una gamba, l’altra gamba, una mano, l’altra mano, un’orecchio, un braccio, il petto, un’anca e persino il sedere.

- Quando mi restituirai i vestiti – disse lo Zanzarino al povero sindaco. – Io ti restituirò tutto ciò che è tuo.

Detto questo lo Zanzarino gli voltò le spalle e corse veloce come la regina delle lepri al villaggio dei contadini, dove tutti lo salutarono col cappello in mano scambiandolo per il sindaco e dove si impossessò dei suoi beni, della sua casa e persino della sua poltrona preferita.

E quando un giorno il vero sindaco venne a reclamare ciò che era suo, sapete che fece quel diavolo di uno Zanzarino?

Lo cacciò via, dette una gran festa, fu gentile con tutti e si innamorò della ragazza più bella del villaggio, che non aveva né otto né ottant’anni ma l’età giusta per sposarsi sì.

E, credete a me, quella fanciulla fu davvero felice di sposarlo! Perché tutti i contadini del villaggio a quel punto dicevano che un sindaco così modesto e così saggio (che il buon Del abbia pietà delle loro zucche tonde e vuote!), non si era mai visto sulla faccia della terra.


 

[1] Jan Yoors, A Lowari Tale: Collected and Translated with Notes and Introducion, in Journal of the Gypsy Lore Society n. 25, 1946.

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La creazione del mondo

 

Questa storia degli Zingari d’Ungheria venne raccontata al ricercatore Vladislav Kornel e pubblicata per la prima volta, nella sua forma originale, sul Journal of the Gypsy Lore Society di Londra nel 1890. Nello stesso anno e in una versione quasi identica (raccolta presso altri gruppi zingari dei Balcani), venne pubblicata anche da Heinrich von Wlislocki ad Amburgo[1].

 

All’inizio di ogni cosa, prima che il mondo ve­nisse creato – e con lui gli uomini, il buio, la luce e il passare del Tempo – c’era una grande distesa d’acqua cristallina che si estendeva di sotto, di sopra e in ogni dove.

Da qualche parte, dove di preciso non sappiamo, viveva il vecchio Del.[2] Solo soletto e piuttosto annoiato. Perché il poveretto non aveva né figli, né fratelli, né nipoti, né amici. E anche perché aveva deciso di creare un gran mondo, ma proprio non sapeva che gran mondo avrebbe fatto bene a creare.

Fu così che un giorno – se possiamo dire un giorno, perché i giorni non erano stati ancora creati – per l’irritazione scagliò il suo bastone nella grande distesa d’acqua cristallina. E vide che il suo bastone, nell’acqua cristallina, si allungava, si ingrossava, metteva radici, rami e foglie, e cresceva sino a diventare un grande albero.

Sotto di esso, più tranquillo e beato di un passero a primavera – se possiamo dire un passero a primavera, dato che i passeri a primavera non erano ancora stati creati – stava seduto il giovane Bengh.[3]

– Buongiorno! – disse Bengh al vecchio Del, ridendo e sorridendo un po’ di sbieco, come solo lui sapeva fare. – Io so che tu non hai né amici né fratelli: ebbene, se vorrai, io sarò per te tuo amico e tuo fratello.

Il vecchio Del all’inizio si rallegrò. Ma poi pen­sò che quel giovanotto dalla fronte spaziosa e dal sorriso accattivante si era allargato un po’ troppo. D’altronde si sa come vanno le cose con i diavoli. C’è sempre il rischio che se gli date un dito si prendano l’intera mano. E che se gli date una mano si prendano il braccio, la spalla e tutto quello che c’è attaccato di sopra e di sotto.

– Tu non potrai essere mio fratello – rispose così un po’ piccato, – perché io non posso avere fratelli. In quanto all’amicizia vedremo… Ma intanto, se vorrai, potrai farmi compagnia nel mio viaggio.

Viaggiarono insieme per nove giorni e  nove notti – se possiamo dire notti, perché le notti non erano state create, – ma ben presto il vecchio Del si accorse che il suo era un pessimo compagno di viaggio. Petulante, noioso e anche un po’­­ invidioso.

– Sono stanco. Mi fanno male i piedi. Ho fame e ho sete. E non ne posso più di questa distesa d’acqua cristallina – brontolava infatti Bengh, un passo sì e un passo no.

– Cosa non va in questa distesa d’acqua? – gli chiese il vecchio Del.

 È troppo grande! Io l’avrei fatta più piccola…

– A me sembra grande il tanto giusto, per essere una grande distesa d’acqua cristallina… – replicò pazientemente il vecchio Del. – E cosa ­ancora?

 È troppo profonda!

– A me sembra profonda al punto giusto… Cos’altro ancora?

 È troppo salata! E poi questa umidità finirà per farmi venire i reumatismi, ecco… Certo però, se avessi io i tuoi poteri…

– Cosa faresti? – gli chiese il vecchio Del.

– Farei un gran mondo, ecco che farei! Con tanta terra asciutta e con tanta gente allegra. E an­che con un giardino fiorito, una comoda casetta e un focherello caldo caldo che riscaldi le mie povere ossa!

 Il vecchio Del ci pensò un po’ su e concluse che dopo tutto quell’idea non era niente male.

– Tuffati nelle grandi acque – disse perciò al suo giovane compagno – e portami un pugno di sabbia. Con quella sabbia costruirò un gran mondo.

– Davvero? Ma come farai? – gli chiese Bengh.

– Pronuncerò il mio nome e la sabbia diventerà Terra! Ma ora va’, e portami quello che ti ho chiesto.

Bengh prese la rincorsa e si tuffò pensando che avrebbe potuto costruire lui stesso, il gran mondo che desiderava, se avesse preso la sabbia e poi avesse pronunciato ad alta voce il proprio nome.

Ma quando arrivò là dove le acque cristalline si facevano più profonde, e vide la sabbia, e la prese stringendola forte tra le dita, e infine pronunciò ad alta voce il proprio nome, la sabbia lo ustionò e lui la lasciò cadere.

Tornando dal vecchio Del con le mani vuote, gli gridò: – Non trovo sabbia!

E Del: – Va’, e portamene!

Bengh si rituffò. E per nove giorni, il giovane furfante, sino al calare del sole – se possiamo dire sole, perché neanche il sole era stato creato – provò e riprovò a fare di nascosto ciò che aveva in mente. Ma ogni volta che afferrava la sabbia e pronunciava ad alta voce il proprio nome, le sue dita si ustionavano e la sabbia gli fuggiva dalle mani.

Era diventata tanto calda, la sabbia, che al nono giorno Bengh era diventato tutto nero.

Tornò allora dal vecchio Del, che gli disse: – Sei diventato tutto nero. Sei veramente un cattivo compagno di viaggio! Ora va’ e portami finalmente la sabbia. E bada che se pronun­ce­rai ancora il tuo nome, sarai bruciato ­com­pletamente!

Bengh andò di nuovo e mise la sabbia nelle mani del vecchio Del, che ne fece una grande Terra. La tirò un po’ di qua e un po’ di là, la sollevò e la abbassò, fece montagne, pianure e valli.

E mentre il vecchio Del si divertiva un mondo, a creare il suo gran mondo, tirando di qua e di là, sollevando e abbassando, e facendo montagne, pia­nure e valli – e possiamo dire montagne, pianure e valli perché finalmente erano state create, – Bengh sogghignò e disse: – Io abiterò laggiù, sotto il grande albero, e tu, caro amico, cercati un’altra casa!

Nel sentire quelle parole, al vecchio Del, con rispetto parlando, venne quasi un diavolo per ­capello.

– Il mio mondo non ha bisogno di te! – sbottò.

A quelle parole, dalla terra appena creata sorse un enorme toro, con enormi occhi ed enormi orecchie, enormi zampe e lunghissime corna. Scalpitò, sbuffò, infilzò Bengh e poi fuggì lontano, dove di preciso non sappiamo, portando via con sé il cattivo compagno di Del. Batté gli zoccoli talmente forte, il toro, nella sua corsa, da far tremare il mondo, la distesa d’acqua cristallina che lo circondava e anche i rami del grande albero.

Fu così che sulla terra caddero tutte le sue foglie: le quali presero nuove forme e nuova vita, e si risollevarono, con le sembianze dei primi uomini e delle prime donne.

Il vecchio Del finalmente fu contento di sé.

Perché era davvero un gran bel mondo, quello che aveva creato. Con le sue montagne, le sue pianure e le sue valli, e con tanti uomini e tante donne che gli avrebbero fatto compagnia.

 


[1] Vom wandernden Zigeunerwölke. Bilder aus dem Leben der Siebenbürger Zigeuner, 1890

[2] Dio

[3] Il diavolo

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Storia del rom avvocato

 Tratto dal racconto originale L’avvocato zingaro, di Zlato e Semzejana.[1]  È una delle fiabe kalderaš più scanzonate e divertenti di questa raccolta, tesa a enfa­tizzare la furbizia dello zingaro in un mondo dominato dalle leggi dei Gagé[2].

 

Tanto tanto tempo fa, quanto non so e nessuno lo sa, in una piccola cittadina di campagna viveva un rašaj, un prete molto molto povero. Così povero che non aveva né carrozza, né cavalli, e doveva sempre andare a piedi.

Un giorno, poveraccio, mentre tornava a casa, si sentì stanco stanchissimo e molto affamato. Ma non aveva neanche un soldo, neanche uno piccolino, neanche a cercarlo nell’ultima delle sue tasche, che manco a dirlo era anche bucata.

Entrò ugualmente in un’osteria e senza pensarci due volte, si sa che brutti scherzi fa la fame, ordinò quattro uova bollite. Si fece portare tre pagnotte e un litro di vino, si sfamò, si dissetò e non pagò quanto doveva.

– Ti prego, metti tutto sul mio conto – disse all’oste. – Ti pagherò quando avrò un po’ di soldi in tasca.

– Va bene – rispose l’oste, che era una persona di buon cuore. – Quando passerai un’altra volta da queste parti mi darai i soldi che mi devi.

Passarono dieci anni e il rašaj, perché la ruota del mondo gira gira e oggi butta male ma domani chissà, diventò ricco sfondato. Prese una moglie (da quelle parti anche i preti potevano prendere moglie), e visto che c’era la prese ricca sfondata. Decise perciò di comprarsi una carrozza. Vi fece attaccare sette cavalli bianchi e sette cavalli neri e giurò che in vita sua non sarebbe mai più andato a piedi.

Fu così che un giorno, seduto sulla sua carrozza trainata dai sette cavalli bianchi e dai sette cavalli neri, passò di fronte all’osteria.

– Adesso mi ricordo – disse. – Qui ho mangiato quattro uova bollite e tre pagnotte. E ho anche bevuto un litro di vino. Ora che, grazie a Dio, ho tutto quello che mi serve, potrò saldare il mio ­debito.

Entrò nell’osteria e con suo grande dispiacere scoprì che il buon oste che l’aveva sfamato era morto qualche anno prima. E che il suo posto era stato preso dalla sua vedova. Un’ostessa che non sembrava neanche un’ostessa, magra e secca ­com’era. Con le labbra magre e secche come quelle di un’acciuga in digiuno quaresimale, e con gli occhi magri e cupi come quelli di una faina con il malumore, con il mal di denti e senza neanche un cerusico-dentista a portata di mano.

– Tanto tempo fa, quando ero povero – cominciò il rašaj, un po’ intimorito – ho mangiato qui quattro uova bollite, con tre pagnotte e un litro di vino. Ora vorrei pagare il conto.

– Bene – disse l’ostessa sfregandosi le mani.

E fece il conto.

E contò, e conteggiò, e ricontò e riconteggiò, che non bastò il muro per quel conto!

Perché l’ostessa calcolò prima quante galline sarebbero nate dalle quattro uova che aveva dato al prete. E poi quante uova avrebbero fatto queste galline in dieci anni: e quante altre galline sarebbero nate da queste uova strada facendo, e quanto qui, e quanto là, che insomma non sarebbe ­bastato l’intero capitale del rašaj ricco sfondato e della sua moglie ricca sfondata, per pagare quel conto!

Così quando uscì dall’osteria il poveretto era senza un soldo. Dovette lasciare lì persino il suo cappotto, i suoi bei guanti di pelle di vitella e la sua magnifica carrozza trainata dai sette cavalli bianchi e dai sette cavalli neri. E non bastò ­ancora.

– Prenderò un avvocato – gli gridò dietro l’o­stessa. – Ci vedremo in tribunale.

Il rašaj tornò a casa a piedi. E cammin facendo si lamentava e si disperava.

Ma chi trovò per strada?

Un povero rom vestito di stracci e con la bocca piena di cicca di tabacco, che quando parlava strizzava gli occhi, e sputacchiava a destra e a sinistra e sorrideva all’intero mondo come se fosse davvero lui, il padrone del mondo.

Vedendo il rašaj così triste il rom gli chiese: – Perché piangete, caro rašaj?

– Eh, povero me! Sono rovinato.

– Rovinato? E perché mai?

– Perché sono stato uno stupido. Sono passati dieci anni, da quando ho mangiato in quell’osteria quattro uova bollite con un po’ di pane e un litro di vino. E adesso, conta di qui e conta di là, e quante galline sarebbero nate da quelle uova, e quante uo­va sarebbero nate da quelle galline in dieci anni, non basterebbe il mio intero capitale, per pagare quell’ostessa! Tra una settimana dovrò presentarmi in tribunale…

– Non avere paura – disse allora il rom, dopo aver strizzato gli occhi e sputacchiato un po’ a destra e un po’ a sinistra. – Sarò io il tuo avvocato. Se vincerò la tua causa in cambio mi darai quattro sacchetti di tabacco e una pipa.

Venne il giorno della causa. Ma del rom nemmeno l’ombra. E manco a dirlo, tutti i presenti in aula, giudici, membri della giuria e avvocati, sembravano voler dar ragione all’ostessa: non solo il prete avrebbe dovuto pagare, ma tutti dicevano che sarebbe dovuto andare persino in prigione. Perché è questo che succede a chi mangia a sbafo uova bollite con pane e vino e non paga i propri debiti.

Il povero rašaj aveva ricominciato a piangere e disperarsi, quand’ecco che la porta del tribunale cigolò ed entrò il rom, coperto di stracci e con le cicche di tabacco in bocca.

I giudici, gli avvocati e i membri della giuria, vedendolo strizzare gli occhi e sputacchiare a destra e a sinistra, si misero a ridere tenendosi la pancia. E l’ostessa, che non vedeva l’ora di intascare il capitale del rašaj e di sua moglie, sorrise anch’essa sotto i baffi (tutte le ostesse con le labbra di acciuga e gli occhi cupi di faina hanno i baffi, di solito neri e setolosi) e chiese al povero prete: – Sarebbe questo vagabondo il tuo avvocato?

E poi al rom: – Ti sembra che abbiamo tempo da perdere qui? Perché questo ritardo?

– Perché questo ritardo? Vuoi proprio sapere dove sono stato? – disse il rom grattandosi la testa. – Eh, cara mia! Ero a casa. A bollire il grano­turco, prima di seminarlo nei campi...

– Ma cosa dici? – sbottò l’ostessa. – Come fa il granoturco bollito a crescere nei campi?

Il rom si grattò di nuovo la testa, sor­rise al giudice e si avvicinò all’ostessa baffuta.

– E allora dalle tue uova bollite – le chiese – come fanno a venir fuori le galline?

Fu in questo modo che il rom si guadagnò la sua pipa e i suoi quattro sacchetti di tabacco. In quanto all’ostessa e al rašaj, la prima dovette pagare tutte le spese del processo e tornò alla sua taverna senza un soldo in tasca, mentre il secondo riebbe il suo denaro, il suo cappotto, i suoi bei guanti e la sua carrozza trainata dai sette cavalli bianchi e dai sette cavalli neri.

E tornando felice dalla moglie ricca sfondata pensò che non bisogna mai disperare: perché è proprio vero che la ruota del mondo gira gira e oggi butta male ma domani chissà.

 


 

[1] Rom Sim, op. cit.

[2] Così vengono appellati dagli Zingari tutti i Non Zingari.

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Postfazione

 

di Angela Tropea

 Paramiča e paramisaris

 

                                               

In  passato la fiaba (paramiča in Romanes)[1] ha esercitato tra i Rom  soprattutto la funzione di rinsaldare i valori tradizionali ai quali fare riferimento e nel contempo quella di trasmettere norme di comportamento che fossero percepite come condivisibili e che fossero di fatto oggettivamente condivise.

E’ opinione comune che ogni cultura popolare sia in possesso di un proprio modo peculiare di introdurre la narrazione fiabesca[2], ed è  grazie  alle prime  parole magiche poste all’inizio di una storia – formule stereotipe atte a  delimitare la “soglia” oltre la quale si accede ad una dimensione temporale diversa da quella reale – che si viene solitamente a creare  quella sorta di quarta dimensione avente il compito di  proiettarci verso  un intrigante campo semantico, contraddittorio ed estraneo, di indefinita e mitica suggestione.

Il C’era una volta si trova così ad  esercitare  le funzioni di transfer verso ciò che Weinrich ha definito “la negazione del nostro tempo”, sia nel senso di Time (tempo reale), sia nel senso di Tense (tempo verbale).[3]

Le fiabe iniziano generalmente col tempo imperfetto che delimita il segnale di confine tra il momento presente ed il tempo narrativo, atto a condurci in un ambiente “magico”, in cui gli eventi non hanno alcuna limitazione spazio–temporale;  si tratta di uno spazio che il fruitore della fiaba plasma a proprio piacere, e che lo aiuta a estraniarsi dalla vita consueta, ponendolo di fronte ad essa con un atteggiamento più critico e più maturo.

Anche nelle fiabe zingare è possibile imbattersi in questa quarta dimensione.

Se la fiaba è introdotta dalla formula cataforica[4] Sas thaj avel (C’era una volta), è implicito che in essa sarà narrata una verità della cui attendibilità è certo lo stesso narratore.

Si tratta generalmente di fiabe in cui si racconta di eventi che si ritengono realmente accaduti ed i cui personaggi sono di fatto esistiti (storie di morti, spettri, vampiri).

Se la paramiča inizia, invece, con la formula Sas thaj nas  (Era e non era), ci troveremo di fronte ad un racconto dichiaratamente fantastico. Il narratore avverte l’ascoltatore che ciò che sarà raccontato non possiede alcun fondamento di veridicità. Le azioni ed i personaggi appartengono cioè ad un universo fantastico, posto al di fuori della realtà quotidiana.

In entrambi i casi si viene ad instaurare una sorta di  tacito patto verbale tra il narratore e l’ascoltatore, i quali  – seppur con ruoli diversi – si ritrovano in un certo senso ad intraprendere un “viaggio” metaforico verso un tempo sospeso e delimitato tra il prima e il dopo, un non luogo[5] in cui il narratore assolve le funzioni (…di antica rituale memoria…) di “nocchiero”,  trovandosi ad esercitare al tempo stesso il duplice ruolo di autore e attore, custode del privilegio di  saper condurre l’ascoltatore – attraverso la parola – verso  ciò che  Marc Augè[6]chiama il “tempo puro”, un tempo senza storia – perché oltre la storia – di cui solo l’individuo può prendere coscienza.

Un tempo che attraverso questa presa di “coscienza”, riesce a storicizzarsi dialetticamente nel momento dell’ascolto, quando ciascun soggetto si ritrova magicamente trasfigurato e ri–creato dalle parole del narratore, assumendo metaforicamente le vesti di un viaggiatore incantato piacevolmente e volontariamente abbandonato al fluire del racconto che come un fiume carsico scorre fino a lambire la sensibilità dell’uditorio, per approdare alla meta finale, delicata sintesi alchemica tra i due ”compagni di viaggio”. [7]

Mirella Karpati nel suo interessante studio sulle fiabe zingare[8], sostiene che in questo genere di racconti i temi e gli intrecci seguono in linea di massima la struttura tipica delle fiabe di magia[9], ma ovviamente a tale struttura sono apportate da parte dei narratori rom delle varianti: di solito l’eroe è un čoro rom, un povero zingaro che alla fine riesce  sempre a superare una serie di prove e difficoltà grazie anche al prezioso ausilio di  provvidenziali aiutanti magici.

A livello semantico, si può dire che questo eroe specifico incarna  e trasmette l’essenza assoluta del rom, diventando una figura archetipica familiare dell’immaginario collettivo.

Contrapposto al čoro čavo rom , troviamo spesso il pope – il prete – personaggio talvolta caricaturale (così come anche bengh, il diavolo, o il gağo, l’uomo non zingaro), che vanta perfino poteri miracolosi, ma che  infine viene sempre raggirato e deriso dall’arguto rom.  

  

 All’origine la fiaba era orale… e del resto esiste di fatto una priorità cronologica dell’oralità. Molti sono gli  studiosi che si sono impegnati, nel corso degli anni, a fornire una spiegazione razionale sulla genesi della fiaba.

Arnold Aarne e  Stith Thompson, nel volume The Types of the Folktale del 1961, con il loro vasto catalogo sulla suddivisione delle fiabe in “tipi” e “motivi”, hanno offerto un supporto insostituibile in materia di studio della fiaba. I due specialisti erano giunti alla conclusione che la distribuzione geografica delle fiabe trovasse estensione non solo in Europa ed in Asia, ma  in gran parte del mondo, sostenendo la tesi che i temi e gli intrecci della maggior parte dei racconti popolari[10] a noi conosciuti potessero essere individuati nelle diverse tradizioni popolari, sebbene con contaminazioni e varianti che riflettevano la collocazione spazio–temporale, nonché sociale, nel cui contesto i suddetti racconti erano di volta in volta narrati.

Si trattava di un procedimento comune, diffusosi capillarmente, che ha condotto nel corso degli anni all’interessante fusione di elementi eterogenei e in apparenza estranei tra loro che hanno dato luogo ad una sintesi di racconti e di intrecci uguali e nello stesso tempo diversi l’uno dall’altro.

Ovviamente anche i Rom hanno attinto a questo patrimonio comune,  utilizzando nel modo ad essi più consono gli elementi salienti della tradizione orale del folklore dei paesi ospitanti.  Si tratta di ciò che Jakobson ha definito “prestito selettivo”[11], che spiega non tanto la presenza isomorfica dell’intreccio o dei contenuti in sé, quanto piuttosto l’utilizzazione che di questi contenuti viene operata, attraverso la predilezione di certi temi piuttosto che di altri, in una sintesi di ciò che Alberto Melis nell’introduzione alla prima edizione di questa deliziosa raccolta  ha definito valore aggiunto.

E’ così che fiabe note al patrimonio orale mondiale le ritroviamo sviluppate nelle paramiča con singolare originalità.

Non sarà insolito, in un simile contesto, scoprire che una fiaba che a prima vista potrebbe  apparire  “mutilata” di una funzione (in termini proppiani), ne abbia, invece, privilegiato un’altra, quella che nell’intreccio originario  giocava, magari,  un  ruolo marginale…

A tutto ciò si aggiungono ulteriori arricchimenti caratterizzati da  improvvisazioni e varianti, da impreziosimenti stilistici legati alle ripetizioni (utili per fissare i punti salienti di un racconto), ai giochi di parole, all’allitterazione, all’intonazione della voce, alla capacità di creare mistero e suspence, espedienti così cari ed indispensabili ai narratori di professione.

I temi che incontriamo con più frequenza nella paramiča variano dall’amore per i viaggi al rispetto per la libertà reciproca.

In alcune fiabe troviamo una spiccata sensibilità per la natura che spesso ricambia l’amore ad essa profuso, in altre si racconta del disprezzo per l’ipocrisia e per i beni materiali, prerogative, queste ultime, che i Rom attribuiscono ai Gagé.

L’eroe, il rom, è spesso coraggioso, ma anche “povero”.

Un posto di privilegio è riservato alla persona anziana, cui viene riconosciuto un indiscusso prestigio all’interno della comunità. Si fa qui riferimento alla figura della phurì daj, la donna anziana da sempre depositaria della saggezza antica e verso la quale tutti gli appartenenti del gruppo osservano un ossequioso rispetto. 

Tra gli altri elementi tipici della fiaba zingara, assume un ruolo di essenziale importanza la famiglia e la solidarietà tra i membri della comunità.

Tale solidarietà si manifesta anche attraverso il tema della generosità del rom, in contrapposizione al poco sincero gağò, il quale non sa cosa sia la  čačipé (verità, sincerità).

Si è  fatto cenno, prima, alla figura del prete, personaggio verso cui i racconti assumono spesso una connotazione ironica.

I preti sono considerati una categoria di individui furbi che badano principalmente al proprio interesse materiale ed esercitano il loro potere al fine di sfruttare gli sprovveduti, ma alla fine però vengono sempre imbrogliati e scoperti nelle loro malefatte grazie all’intelligenza  e all’astuzia del rom.

In alcune fiabe che definiamo eziologiche, vengono invece spiegati i caratteri distintivi del comportamento zingaro, come ad esempio nella fiaba sulla creazione dell’uomo perfetto, il rom (tema ripreso anche nello splendido film di Tony Gatlif, Les Princes, 1982 ), o sul perché gli Zingari suonano il violino,  o anche nelle  varie leggende sui chiodi utilizzati per la crocefissione di Cristo.

Una menzione a parte merita la figura del Mulò, che da sempre suscita sentimenti di paura nell’animo dei Rom.

 I Mulè sono i morti che continuano a tormentare i vivi, rei di non aver assolto correttamente gli onori funebri, oppure possono ritornare in terra perché devono espletare un compito lasciato in sospeso.

Le fiabe sui mulè restano tuttora il tema preferito da tutti i gruppi zingari, che con tali racconti rievocano e onorano il culto dei morti.

Nel caso in cui il defunto non è stato onorato come si deve, il suo fantasma può apparire per ricordare ai vivi le loro mancanze.  

Nei racconti sul mulò, la fiaba assume spesso tinte fosche e si arricchisce di particolari spaventosi, in cui il fantasma  può assumere l’aspetto di un essere umano, di un animale, o perfino di un oggetto. A volte le sue sembianze sono simili a quelle che aveva da vivo, anche se raramente fa vedere il suo viso, ha un’andatura laterale, non parla, non mangia, non beve.

Può assumere le sembianze di un cane, di un gatto, di un maiale (in questi casi può capitare di trovarne le impronte), o di una farfalla notturna[12].

Se il mulò è invisibile manifesta la sua presenza attraverso rumori, lancio di oggetti, gemiti e tosse. Solitamente la sua presenza è annunciata anche da un forte vento.

A volte il mulò  deve espiare le sue colpe.

Presso i Rom Lovara[13] c’è la credenza che le anime delle persone che sono state uccise o si sono suicidate devono riapparire nel mondo come mulè per tutto il tempo che essi sarebbero vissuti se non fossero morti di morte violenta.

Il mulò assume spesso un carattere consolatorio per i parenti in difficoltà, viene a salvarli quando si trovano in pericolo, rammenta i doveri morali ai parenti vivi che stanno per commettere un errore.                                 

Spesso è visto come la personificazione della coscienza, protegge valori e norme etiche e dà un importante contributo nella salvaguardia delle qualità necessarie per l’esistenza: da questo punto di vista il suo ruolo è positivo.

 

 

I luoghi della narrazione

 

Nell’ambiente primitivo la collocazione spazio–temporale in cui veniva effettuato il racconto giocava un ruolo di fondamentale importanza.

Il luogo designato per lo svolgimento del momento rituale della narrazione era considerato sacro, e la soglia[14]  demarcava rigorosamente il limite tra il mondo cosiddetto “sacro” ed il mondo “profano”. Oltrepassare la soglia significava accedere ad un “altro mondo”, affascinante e temibile al tempo stesso.

Presso talune popolazioni si trattava generalmente di uno spazio reale, in cui veniva delimitato un campo destinato alle cerimonie sacre, luogo proibito a donne e bambini.

In questo spazio circoscritto, originariamente avevano luogo in prevalenza i riti propiziatori e iniziatici, atti a segnare il momento di passaggio dallo stato adolescenziale allo stadio adulto.  Era compito del narratore – di solito il più anziano della comunità – , che rivestiva talvolta le funzioni di sacerdote, accompagnare  con  l’ausilio di racconti mitici questi riti di passaggio.

Tali racconti (ancora legati al mito, e quindi con una valenza “sacra”) [15] fungevano da catalizzatore tra la dimensione terrena e la dimensione religiosa, e attraverso essi avveniva l’unione con le entità divine.

In un momento imprecisato si verificò il passaggio dal mito alla fiaba; gli eventi religiosi, con il mutamento delle abitudini nella società, divennero racconti fantastici[16], in cui continuarono tuttavia a sopravvivere tracce delle antiche credenze, ormai liberate dell’antico valore religioso, sostituito da un carattere che può essere definito “magico”.

Ovviamente non si trattò di un brusco passaggio, ma tutto ciò si verificò in maniera graduale.

 

Più volte abbiamo fatto ricorso al termine magico, voce che si presta a molteplici interpretazioni semantiche. Se da un lato sta ad indicare quel genere di avvenimenti o personaggi che suscitano meraviglia – incantesimi, streghe, doni fatati, oggetti dai poteri soprannaturali, draghi dalle innumerevoli teste, dall’altro, si considera momento solennemente magico l’atto medesimo del raccontare, quando si viene a creare quello scarto temporale  che  ci conduce  nella “quarta dimensione” cui si è accennato prima .

La forza del raccontare è stata da sempre prerogativa di narratori e narratrici di professione, presenti in tutte le culture popolari.

Il preludio alla narrazione poteva essere un indovinello, per esempio.

Nelle comunità zingare capitava, talvolta, di udire il narratore attirare l’attenzione dell’uditorio imponendo il silenzio, come faceva Taikon, capo di una tribù kalderaš della Svezia che durante le veglie esordiva dicendo: “Compagni! Prendo la parola! (…) Questo vi voglio raccontare per vostro diletto e per il nostro benessere! [17]   

Rasim Sejdić, indimenticabile narratore e poeta appartenente al gruppo dei Rom Xoraxané, iniziava i suoi racconti così…: Me ka–priči jek paramiči kaj mange pričisadà mo dad… (Racconterò una favola che mi ha raccontato mio padre…).[18]

 

Fino a qualche tempo fa, era possibile udire il suono poetico di queste parole dalla viva voce del paramisaris, nel corso delle veglie serali nella njamo (famiglia estesa), quando attorno al fuoco ci si abbandonava piacevolmente all’ascolto di fantastici e – a volte – spaventosi racconti che con fascino arcano ed eterno conducevano gli ascoltatori nel magico mondo della fantasia, in situazioni imponderabili  tali da  suscitare emozioni e partecipazione collettiva, nonché  immedesimazione.

 Il paramisaris doveva possedere una grande abilità affabulatoria, requisito già efficacemente  tratteggiato da Puškin nel suo poemetto Gli Zingari, dove a proposito di un narratore si legge: Aveva il meraviglioso dono dei canti / E voce pari a rumor d’acque. / E tutti presero ad amarlo / E viveva egli sulle rive del Danubio / Senza offendere nessuno / Incantando la gente coi racconti dei suoi canti… 

Solitamente era il più anziano della comunità a essere depositario dell’autorevolezza e del prestigio necessari alla narrazione.   Uomo o donna che fosse, era il detentore o la detentrice della saggezza, capace di custodire nella propria memoria una preziosa quantità di quelli che Dorsey ha definito amuleti verbali. [19]

Nella nostra società mediaticamente globalizzata, purtroppo, è diventato sempre più raro se non  addirittura impossibile trovarsi di fronte ad un narratore di professione, figura soppiantata, ormai, dalla televisione e dall’uso sempre più deleterio dei giochi  elettronici…!

 

 Nel passato  la fiaba, in qualità di importante veicolo di trasmissione di conoscenze e di tradizioni, diventava punto di coesione sociale la sera accanto al fuoco e non solo  negli accampamenti nomadi o nella capanna del paramisaris degli insediamenti zingari dell’Europa dell’Est .

Questi racconti venivano arricchiti e assumevano caratteristiche  di  volta in volta diverse, grazie al prezioso apporto dell’uditorio – sempre  attento e partecipe – che interveniva nella discussione creando degli interessanti momenti di confronto all’interno del gruppo.                                                                          Raccontando gli episodi legati alla propria esperienza vissuta, o all’esperienza dei propri padri, si assolveva anche la finalità pedagogica di trasmettere un utile messaggio morale alla comunità.

La narrazione diventava allora un momento di scambio, pienamente integrato e perfino equiparato nella sua natura essenzialmente verbale alle azioni propriamente intese e privilegiate da una cultura fondamentalmente radicata nel suo essere e percepita  invece dai Gagé come “sradicata”.

Anche il concetto di  proprietà del racconto, molto caro e sacro in epoca antica, era in vigore presso talune comunità nomadi, e non solo.

Poteva accadere che durante la narrazione la phurì daj, l’anziana, pretendesse giustamente che il racconto narrato non venisse liberamente propagato da altri.

Per questo motivo si dimostrava spesso una comprensibile riluttanza nel raccontare le paramiča a gente estranea (figurarsi al gağo, munito perfino di registratore…!).

Altro motivo di riluttanza nella propagazione del racconto ad “ estranei” (i Gagé,) poteva essere l’uso della lingua, il Romanes, che per certi aspetti risultava e risulta tuttora essere un codice magico – segreto  che deve rimanere incomprensibile ai Gagé.   

        

 Con il passare degli anni, in taluni casi, le fiabe hanno subìto degli interessanti aggiornamenti  temporali e situazionali, per poter essere al passo con i tempi… un esempio ci viene fornito da Milena Hubschmannòva che cita una fiaba in cui il drago, comodamente sdraiato sul divano davanti alla televisione telefona alla strega…![20] 

A questo punto non ci sembrerà strano se, tra qualche tempo, ritroveremo la medesima fiaba arricchita di altri dati, ad esempio un video– telefono cellulare superaccessoriato da cui la suddetta strega risponde, mentre si trova in viaggio sulla sua potente scopa–jet, di ritorno da un’escursione nel mondo virtuale di internet!

Ma del resto, forse, è proprio questo il punto di forza della fiaba, quello di adattarsi – di generazione in generazione  – a nuove condizioni.

Oggi è difficile imbattersi nei narratori di professione di un tempo, e si tende piuttosto a identificare la fiaba popolare principalmente nella sua peculiarità di opera d’arte “trascritta”, genere letterario che ha bisogno di narratori che siano in grado di  operare una valida “riscrittura d’autore”. Alberto Melis è un  eccellente narratore – autore…  nelle sue fiabe riscritte fa uso, al pari di un esperto paramisaris, di “amuleti verbali” molto personali e innovativi che imprimono alle storie una sfumatura di leggiadra bellezza, e in cui l’espediente narrativo re–inventa i temi e le strutture tradizionali in forma di scrittura estrosa, lieve e moderna.

              

 

 Se è vero, come sostiene Zygmunt Bauman, che le storie sono come fari (…) che illuminano alcune parti lasciandone altre al buio…(…) perché se dovessero rischiarare uniformemente tutto, non sarebbero davvero utili[21], a un narratore come Alberto Melis spetta certamente il meritato ruolo di guardiano di questi fari…

 

[1] Dal greco Παραμυθιων , racconto.

 

[2] La formula introduttiva  C’era una volta,  che assolve la funzione di introdurre l’ascoltatore nella “finzione” del tempo e dello spazio narrativi, predisponendolo all’accettazione di avvenimenti fantastici, la ritroviamo più o meno uguale nelle diverse lingue: l’ inglese Once upon a time,  il tedesco Es war einmal, il russo  Byl ne byl ( era e non era ) e Žili byli ( Erano e vivevano ),  il francese Il y avait une fois…  . Ricordiamo anche la definizione rumena della fiaba di magia, chiamata basm, che sottolinea la valenza non veritiera del racconto (basm significa in rumeno anche bugia, invenzione).

 

[3]  H. Weinrich, Tempus. Le funzioni dei tempi nel testo. Il Mulino, 1978.

 

[4] Dressler per primo parlò negli Anni Settanta di formula cataforica , ossia della formula introduttiva presente nei racconti. (Dressler, Introduzione alla linguistica del Testo, 1974, Ed. Officina)

[5] In accezione  diversa dal non – luogo di Augé..! ( M. Augé, Non–lieux, 1992, Parigi. )

[6] Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo,  2004, Bollati Boringhieri.

[7] Laddove il “due” sta ad indicare il binomio narratore – uditorio.

[8] In Lacio Drom, 1, 1994.

[9] V. Ja. Propp, Morfologia della Fiaba, Boringhieri

[10] Pur risalendo, comunque, a fonti letterarie: Thompson, già in un saggio del 1946, The Folktale, cita al riguardo  le raccolte buddhiste, la fiabe letterarie indiane, le leggende di santi…: la trasmissione orale di tali racconti sarebbe avvenuta in un momento successivo, per merito dei cosiddetti “narratori di professione”.  La tesi di Thompson sarebbe stata ripresa qualche anno dopo da Max Lüthi (in Das europäische Volksmärchen. Form und Wesen, 1947) , che sosteneva che il popolo è il fruitore ed il cultore della fiaba, quasi certamente non il suo creatore.

[11] Citato in E Petoia, Miti e leggende degli Zingari, Franco Muzzio Editore, 2004.

[12] Anche in altre tradizioni popolari  la farfalla notturna è spesso vista come l’anima cara di un parente defunto che fa visita ai parenti. 

[13] M. Karpati,  op. cit.      

[14] M. Eliade,Il Sacro e il Profano, Torino, 1967.

[15] Già a partire dal Settecento  si parla di rapporto tra fiaba e mito, concetto che da allora in  poi ha riconosciuto un  approfondimento sempre più crescente.

[16] V. Ja. Propp, La trasformazione delle favole di magia, in T. Todorov (a cura di), I formalisti russi, Torino, 1968.  E’ bene ricordare, però, che Claude Lévi–Strauss dissentì su questo punto da Propp e dalla sua tesi sulla priorità cronologica del mito sulla fiaba, ribadendo l’indimostrabilità storica della priorità del primo sulla seconda, e sostenendo invece un’idea di complementarità e di matrice comune di entrambi (cfr. Appendice in Propp, Morfologia della Fiaba).  

[17] Carl–Herman Tillhagen, I racconti di Taikon, in Gruppo ARCA, La mano allo zingaro, 1978, Milano.

[18]  …era un poeta, un uomo che viveva in una dimensione tra cielo e terra, partecipe di entrambi” (G. Soravia, Ricordo di Rasim Sejdić, in Lacio Drom, 16. 2.1980 p 4).

[19] Dorsey, The tradition of the Skidi–Pawnee, in Propp, Le Radici Storiche dei Racconti di Fate, Boringhieri, pp. 570–571.

[20] in Lacio Drom, 1, 1994.

[21] “… esse aiutano coloro che cercano comprensione separando il pertinente dall’irrilevante, il loro compito è selezionare , includono mediante l’esclusione e illuminano gettando ombre” in  Z. Bauman, Vite di scarto, Ed. Laterza, 2005.



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