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La Fiaba Zingara

di Angela Tropea

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La Fiaba Zingara

... Jov e beršentsa phurija,
Terno ž pir kovlipen ilitko:
Jov but lace gilja gindja
I glos, sir kheliben panitko.
I pokamne sare phures.
Piro Dunajo jov lodelas,
Na cilavelas nikones,
Saren gilentsa pritirdelas

...Aveva il meraviglioso dono dei canti/ E voce pari a rumor d'acque. / E tutti presero ad amarlo, /E viveva egli sulle rive del Danubio,/ Senza offendere nessuno,/ Incantando la gente coi racconti dei suoi canti.
A.S. Puškin, Roma (Gli Zingari), trad. in Romanes di N.A. Pankov (1937)

    Me ka-prici jek paramici kaj mange pricisada... ( Racconterò una fiaba che mi ha raccontato...), è questa la frase che fino a qualche tempo fa era possibile udire dalla viva voce di un paramisaris (narratore rom), nel corso delle veglie serali nel njamo (famiglia estesa), quando attorno al fuoco si stava ad ascoltare i fantastici e - a volte - spaventosi racconti che con fascino antico ed eterno trasportavano gli animi nel magico mondo della fantasia o in situazioni talmente imponderabili da suscitare negli ascoltatori sentimenti di emozione e di partecipazione collettiva, nonché di immedesimazione.

    Tutto ciò è stato purtroppo, nella maggior parte dei casi, soppiantato dalla televisione e dall'uso sempre più deleterio dei giochi elettronici.

    La fiaba (Paramica, dal greco "racconto"), ha per i Rom una funzione di vitale importanza, ossia quella di rinsaldare i valori tradizionali e di trasmettere norme di comportamento.
    A tal proposito all'inizio del racconto è operata una distinzione.
    Se la fiaba esordisce con la formula cataforica (1) Sas thaj avel (C'era una volta), è implicito che in essa sarà narrata una verità della cui attendibilità è certo lo stesso narratore.
    Si tratta generalmente di fiabe in cui si racconta di eventi realmente accaduti ed i cui personaggi sono di fatto esistiti (storie di morti, spettri, vampiri).
    Se, invece, la paramica inizia con la formula Sas thaj nas (Era e non era), ci troveremo di fronte a un racconto fantastico. Il narratore avverte l'ascoltatore che ciò che sarà raccontato non possiede alcun fondamento di veridicità .
    In questo genere di racconti i temi e gli intrecci seguono in linea di massima la struttura tipica delle fiabe di magia (cfr: Propp) ma ovviamente a tale struttura sono apportate da parte dei narratori rom delle varianti : di solito l'eroe è un coro cavo romano, un povero ragazzo zingaro che alla fine riesce sempre a superare una serie di prove e difficoltà, non senza il prezioso ausilio di provvidenziali aiutanti magici.
    Punto fondamentale di questo genere di racconti è la supremazia dell'abilità e dell'intelligenza dei Rom su quella dei non zingari, dei Gagè .

    In altre fiabe l'avversario da sconfiggere è Bengh, il diavolo, e anche in questo caso è l'astuzia del rom a farla da padrona.
    La fiaba diventa pertanto - come ha scritto Mirella Karpati in Lacio Drom - il "modello consolatorio di identificazione di ogni Rom, giovane o vecchio che sia , impegnato in una difficile lotta per l'affermazione di sé".

                                                             Temi frequenti

    Arnold Aarne e Stith Thompson già nel lontano 1961, nel loro prezioso volume The Types of the Folktale, avevano ampiamente appurato che la distribuzione geografica delle fiabe zingare trova estensione non solo in Europa e in Asia, ma pressoché in tutto il mondo, sostenendo altresì che i temi e gli intrecci della maggior parte dei racconti popolari a noi conosciuti possono essere individuati nelle diverse tradizioni popolari, sebbene con contaminazioni e varianti che riflettono la collocazione spazio-temporale, nonché sociale, nel cui contesto i suddetti racconti sono di volta in volta narrati.
    Si tratta di un processo diffusosi capillarmente nel corso degli anni e l'interessante fusione di elementi eterogenei e in apparenza estranei tra loro, ha dato luogo a una sintesi di racconti e intrecci uguali e nello stesso tempo diversi l'uno dall'altro.

    Ovviamente anche i Rom hanno attinto a questo patrimonio comune, utilizzando nel modo a essi più consono gli elementi salienti della tradizione orale del folklore dei paesi ospitanti. La peculiarità della paramica è da individuare, pertanto, non tanto nell'intreccio o nei contenuti in sé, quanto piuttosto nell'uso che di questi contenuti viene fatto, attraverso la predilezione di certi temi piuttosto che di altri, e cercando di individuare in essa ciò che Alberto Melis nel suo Fiabe Zingare ha definito "il valore aggiunto". E' così che fiabe note al patrimonio orale mondiale le ritroviamo sviluppate nelle paramica con indiscussa originalità.
    Non sarà insolito, in un simile contesto, scoprire che una fiaba che a prima vista sembra apparire mutilata di una funzione (in termini proppiani), ne ha, invece, privilegiato un'altra, quella che nell'intreccio originario giocava, magari, un ruolo marginale...

    A tutto ciò si aggiungono gli innumerevoli impreziosimenti stilistici legati alle ripetizioni (fondamentali per fissare i punti salienti di un racconto), ai giochi di parole, all'allitterazione, all'intonazione della voce, alla capacità di creare mistero e suspence, insomma quegli espedienti così cari e indispensabili ai narratori di professione e che rendono ogni storia "unica" nel momento in cui viene raccontata, grazie appunto all'abilità narrativa del paramisaris e alla partecipazione del pubblico. Si viene a creare insomma una sorta di osmosi, in cui ogni elemento è indispensabile all'altro per poter procedere.

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    I temi che troviamo con più frequenza nelle paramica sono i seguenti:
    - Amore per i viaggi, un tema che nella fiaba zingara assume una connotazione profonda, che va ben al di là dell'immagine stereotipata dello zingaro eternamente in viaggio. Viene citata una famiglia che viaggiava molto nella bella fiaba in lingua Boyaš, lingua parlata dagli Zingari Ludari di Argentina, Lo stivale di pelle di capra pieno di tè (Lacio Drom, 3, 1995) ad esempio, dove la famiglia - a furia di viaggiare - un giorno arriva in un deserto molto caldo e grande...

     Il viaggio in questo senso è spesso vissuto come l'espressione della suprema libertà dello spirito o come il rito di passaggio indispensabile per passare dalla condizione spensierata della giovinezza alla condizione di responsabilità che la vita adulta comporta.

    - Amore per la natura, un amore che in talune fiabe è ricambiato: si veda ad esempio il racconto di Fatma (nel dialetto dei Rom turchi di Smirne, raccolto da Mozes Heinschink, in Lacio Drom, 5, 1988, pp. 2 - 7), nel quale troviamo una bellissima sequenza di immagini: le piante provano compassione per un pastore che non riesce a rendere felice la moglie che lo vorrebbe medico per poter ricoprire una carica sociale più elevata e per usufruire, così, degli "agi" che le mogli dei medici godono nella società. Per ottenere ciò, non esita a ricattare il debole e poco ambizioso marito, intimandogli che se non diventa medico entro tre giorni non esiterà ad abbandonarlo. Il poverino, innamorato ciecamente della moglie, non accettando l'idea di essere lasciato e disperato perché consapevole dei propri limiti (il fatto che non può diventare medico in soli tre giorni!), tenta il suicidio, gettandosi nel fiume con una pietra al collo, ma a fermare l'uomo disperato saranno le piante del fiume che si rivolgeranno a Dio per aiutare il povero pastore. Dio donerà loro la facoltà di parlare, ma non paghe di ciò le generose piante si offriranno addirittura come "consulenti" di rimedi medici, rivelando al pastore quale malattia ciascuna di esse può curare.
    In questo modo il pastorello diventerà medico, riacquisterà la stima della sua ambiziosa moglie e diventerà ricco!
    Ma torniamo agli altri temi tipici della paramica:
    - Intraprendenza e coraggio, spavalderia;
    - Disprezzo per l'ipocrisia (quella, ad esempio,del gagio, percepito sempre come potenziale "nemico" ).
    - Dignità per la persona anziana e il riconoscimento del suo indiscusso prestigio all'interno della comunità. Si fa qui riferimento alla figura della phurì daj, la donna anziana che è la depositaria della saggezza antica e per la quale tutti gli appartenenti del gruppo osservano un ossequioso rispetto ( ...non si può fare a meno di sottolineare questo privilegio di cui gode, almeno, da anziana! Dato che la donna è - solitamente - relegata ai margini della società zingara, nella quale sono gli uomini a detenere il primato delle decisioni e della parola).
    - Senso spiccato della famiglia e della solidarietà tra i membri del gruppo;
    - Generosità, in aperta contrapposizione al gagio e alla sua mancanza di cacipé (verità, sincerità);
    - Atteggiamento ironico nei confronti dei preti, considerati una categoria di individui furbi che badano solamente al proprio interesse materiale ed esercitano il loro potere al fine di sfruttare gli sprovveduti, ma alla fine vengono sempre gabbati dall'astuzia e dall'intelligenza dei Rom (Cfr: E poposki petilantsja, Lacio Drom, 6, 1996) ;
    - Il timore dei Mulè, i morti che ritornano a tormentare i vivi che non hanno adempiuto correttamente agli onori funebri, oppure per assolvere qualche compito lasciato in sospeso. I racconti sui mulè sono ancora oggi il tema prediletto di tutti i gruppi zingari, segno del persistere del tradizionale culto dei morti. Infatti in tali racconti viene reso comprensibile fin nei minimi particolari il codice degli onori e del rispetto dovuto al defunto, quando ciò non avviene, il fantasma appare, come nel racconto di Jorge M. Bernal per ricordare ai vivi i loro errori ( in Lacio Drom, 5, 1999, pp.2 - 3).

    Con il passare degli anni, in taluni casi, le fiabe hanno subito degli interessanti aggiornamenti temporali e situazionali, per poter essere al passo con i tempi.Uun esempio ci viene fornito da Milena Hubschmannòva che cita una fiaba in cui il drago, comodamente sdraiato sul divano davanti alla televisione telefona a una strega.
    A questo punto non ci sembrerà strano se, tra qualche tempo, ritroveremo la medesima fiaba arricchita di altri dati, ad esempio un telefono cellulare superaccessoriato da cui la suddetta strega risponde, mentre si trova in viaggio sulla sua potente scopa-jet, di ritorno da un viaggio nel mondo virtuale di internet.

                                        Luogo in cui avviene / avveniva la narrazione

    La fiaba, in qualità di importante veicolo di tradizione, diventava punto di coesione sociale la sera accanto al fuoco, negli accampamenti nomadi e nella capanna del paramisaris, all'interno degli insediamenti zingari dell'Europa dell'Est.
    Come abbiamo poc'anzi accennato, questi racconti venivano arricchiti in vario modo e assumevano caratteristiche di volta in volta diverse, grazie al prezioso apporto dell'uditorio - sempre attento e partecipe - che interveniva nella discussione creando degli interessanti momenti di confronto all'interno del gruppo. Raccontando, infatti, gli episodi legati alla propria esperienza vissuta, o all'esperienza dei propri padri, si assolveva anche la finalità pedagogica di trasmettere un utile messaggio morale.

    Tornando a quanto accadeva nel passato, anche il concetto di proprietà "letteraria", molto caro e sacro in epoca antica, era in vigore presso talune comunità nomadi.
    Poteva accadere che durante la narrazione la phurì daj, l'anziana, o il paramisaris pretendessero giustamente che il racconto narrato non venisse liberamente propagato da altri.
    Per questo motivo si dimostrava spesso una comprensibile riluttanza nel raccontare le paramica a gente estranea (figurarsi al gagio, munito perfino di registratore...!).
    Altro motivo di riluttanza nella propagazione del racconto ad estranei (gagé, naturalmente ) poteva essere l'uso della lingua, il Romanes, che per certi aspetti risultava e risulta tuttora essere un codice magico - segreto che deve rimanere incomprensibile ai non zingari.

                                                         La credenza nel mulò

    Tutti i Rom, afferma la Hubschmannova, sono convinti dell'esistenza dei mulé; dice un rom che ha conseguito il dottorato in storia: " Mi sono imbevuto della credenza nei mulé fin dalla mia infanzia - e poi le storie sui mulé sono così belle, così emozionanti! E' arte! E' cultura! E ti dirò, la paura dei mulé è splendida se la paragoni all'ansia che i problemi insolubili della vita quotidiana ti provocano...".
    Le testimonianze riportate qui di seguito - e che permettono di identificare un mulò - sono state estratte da uno studio di Milena Hubschmannova e da un articolo di Mirella Karpati, entrambi pubblicati su Lacio Drom.

                                                       Identificazione di un mulò

    1) Il mulò può essere visibile e invisibile. Se è visibile, prende l'aspetto di un essere umano, di un animale o anche di un oggetto.
    2) Un mulò che ha le sembianze di un manuš (un essere umano), appare uguale a come era da vivo, ma generalmente non mostra mai la sua faccia, è possibile riconoscerlo dal suo abbigliamento.
    3) Il mulò si distingue dal žido (vivo) per varie caratteristiche particolari: andatura laterale, non mostra mai il suo volto, non parla mai, non mangia, non beve.
    4) Quando è un animale, prende spesso le sembianze di un cane, un gatto, un uccello, un maiale, una farfalla notturna ... animali di cui i Rom sono circondati nella loro vita quotidiana.
    5) Un mulò invisibile dà i seguenti segni della sua presenza: lancia piatti e vasi, apre e spalanca porte, piange, geme, tossisce, si odono i suoi passi o il suo scalpitio. Lascia a volte dietro di sé, le sue impronte (di cane, di gatto, ecc.).
    6) La sua presenza è annunciata da un forte vento.
    7) Il mulò può apparire dopo la sua morte per sei settimane. Afferma Mirella Karpati che alcuni rom Lovara hanno affermato che le anime delle persone che sono state uccise o si sono suicidate devono ricomparire nel mondo come mulè per tutto il tempo che essi sarebbero vissuti se non fossero morti di morte violenta.
    8) A volte il mulò può essere l'anima di un gagio con cui non vi erano buone relazioni.
    9) Il mulò viene a consolare i parenti quando subiscono qualche offesa, viene a salvarli quando si trovano in pericolo, viene ad impedire una cattiva azione che un suo parente vuole commettere o a rammentargli i suoi doveri morali.
    10) Spesso il mulò rappresenta l'incarnazione della coscienza, protegge valori e norme etiche: da questo punto di vista il suo ruolo è positivo.


                                                               Conclusione

    Avviandoci verso la conclusione di questo breve - e non certo esauriente - excursus, si può dire che la fiaba zingara abbia detenuto la sua prerogativa di unicità grazie principalmente alla memoria preziosa dei narratori, che per molto tempo sono stati i depositari del patrimonio orale di questo popolo. Purtroppo oggi i paramisaris non sono più tanto numerosi, anche a causa della mancanza degli ascoltatori, sempre più distolti da altri tipi di comunicazione mediatica. Per fortuna, rispetto al passato, vi sono oggi molti Rom che fermano sulla carta (o su un file... ) i racconti che ascoltavano dai loro genitori e si auspica che ciò possa perdurare in futuro. Certo, una fiaba scritta rimane "schematizzata", "legata" alle parole che vengono utilizzate per scriverla, ma si spera che essa possa rivivere e rinnovarsi ogni qualvolta verrà raccontata.
    Ed ecco qui di seguito alcune tra le formule conclusive che troviamo con più frequenza nelle paramica:
    - Te na mulé, v ' adjes traijn (se non sono morti vivono ancor oggi);
    - So patjas, so ci patjas, de kamesa - patjas. E paramici phenelpe, o divano vjetsil. Kon ašundja, mek but berš trajl! (Hai creduto, non hai creduto, se vuoi - crederai. La fiaba dice, il racconto allieta. Chi ha ascoltato, che viva molti anni!);
    - Ekhe gaja (Ecco, così);
    - Othe ka sino mas, athe avilom (Là sono stato, da lì sono venuto).

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Note: 1 Dressler per primo parlò negli Anni Settanta di formula cataforica , ossia della formula introduttiva nei racconti che serve a "preparare" psicologicamente l'ascoltatore ad entrare nel mondo narrativo, il mondo della fantasi . (W. Dressler, Introduzione alla linguistica del Testo, Ed. Officina)

 

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