Breve
storia dell'insediamento degli zingari in Sardegna
di Anna Ruggiu

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"Quando Heinrich Boll fu
sepolto c'era un'orchestrina di zingari che conduceva
i portatori della sua bara. Era stato un suo desiderio. Lasciate che un
milione
di Rom e di Sinti vivano tra noi. Ne abbiamo bisogno. Potrebbe aiutarci
a scompigliare un po' del nostro ordine rigido. Potrebbero insegnarci
quanto
prive di significato sono le frontiere: incuranti dei confini i Rom e i
Sinti
sono di casa in tutta Europa. Sono ciò che noi proclamiamo di voler
essere:
cittadini d'Europa. Forse ci servono proprio coloro che temiamo
tanto."
Gunther Grass
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1. Una storia che comincia da
lontano.
Alcuni etnologi li definiscono facenti
parte di un popolo in via di estinzione e quindi bisognoso di tutela e
di protezione. La loro storia, la storia della loro origine resta
tuttora misteriosa. Solo nel XVIII secolo gli studi linguistici
risolsero, in parte, il mistero della loro origine: dovrebbero provenire
dall'India, l'origine della loro lingua sarebbe quella dei dialetti
indiani.
Gli studiosi, seguendoli nei loro diversi spostamenti, stabilirono che
la lingua zingara (il romané) deriva da quella dell'India
nord-occidentale.
Per quanto riguarda le motivazioni della loro partenza non si possiedono
certezze, né sul periodo, né sulle circostanze, tanto meno si conosce
la loro identità prima che abbandonassero il loro paese d'origine:
l'India appunto. Qualche studioso ritiene che gli avi degli zingari
fossero quelli che oggi sono definiti i fuori-casta; altri studi
condotti in Persia sostengono che fossero esperti nell'arte del liuto e
che allietassero i popoli che attraversavano con la loro musica.
Sulla base delle conoscenze linguistiche gli ziganologi hanno tentato di
ricostruire il cammino percorso dagli zingari una volta abbandonata
l'India: avrebbero attraversato la Persia e l'Armenia per raggiungere
l'impero bizantino e si pensa che alcuni gruppi si siano stabiliti in
Arabia, mentre altri gruppi avrebbero continuato verso l'Egitto e
l'Africa. Gli zingari avrebbero sostato a lungo in questi territori, per
diversi secoli, prima di intraprendere altri viaggi che li portarono
verso l'Europa.
Probabilmente non è corretto ritenere che si sia verificato un unico
flusso migratorio e ci pare più accettabile la tesi di una giovane
studiosa cagliaritana, Violetta Pireddu, che ritiene più probabile che
si siano verificate due diverse fasi migratorie, una all'inizio del
1300, limitata ai primi episodici spostamenti, ed una alla fine dello
stesso secolo caratterizzata da un'imponente flusso migratorio provocato
da sconvolgimenti sociali determinati, probabilmente da guerre di grande
rilievo.
Gli zingari in Europa (secondo gli stessi studi linguistici cui si è
fatto riferimento) apparterrebbero all'ondata migratoria dei primi anni
del 1300. La loro prima presenza è stata segnalata a Creta, nel 1322 da
due frati minori. In Egitto si presentarono con le credenziali di Duchi
o Conti del Piccolo Egitto. Nel 1362 è segnalato il loro ingresso nei
territori della penisola balcanica: la Iugoslavia.
Dopo l'occupazione del Peloponneso da parte dei turchi (1423) numerosi
gruppi di zingari emigrano verso l'occidente. E' quindi dal 1400 che gli
zingari sono presentì in tutta l'Europa.
Può essere significativo per la conoscenza di questo popolo, riportare
come alcune cronache dell'epoca hanno segnalato la loro prima
apparizione e di come, quindi, ha avuto inizio la loro storia segnata da
provvedimenti di espulsione, discriminazione, persecuzioni, schiavitù
che culminano nel tentativo di genocidio perpetrato dal nazismo.
Il primo documento della loro presenza in Italia è del 1422: gli
italiani si incontrarono per la prima volta con un gruppo di zingari
provenienti dall'Ungheria che accompagnavano il Duca d'Egitto che si
recava a Bologna. Il commentatore li descrive con queste parole:
"la più brutta genia che mai fosse stata in quelle parti, magri e
neri e mangiavano come porci".
Un'altra apparizione è raccontata da un cronista di Forlì che descrive
l'arrivo nella sua città di zingari provenienti dall'India descritti
"quasi bestie impazzite e depravate".
Questi due esempi sono illuminanti per capire che si apriva una storia
di conflitti tra due culture e due diverse concezioni del mondo. Da una
parte popolazioni sedentarie legate alle loro città e villaggi e
garantite da economie e commerci stabili, dall'altra parte i gruppi di
zingari in un continuo e permanente bisogno di peregrinare che
attraversavano o abitavano per brevi periodi le sedi delle popolazioni
sedentarie rimandando l'immagine di un mondo radicato nel nomadismo.
Il nomadismo, a differenza delle economie sedentarie, esprime un tipo di
economia che secondo le classificazioni etnologiche è definita
predatoria: fondata cioè sull'acquisto di beni alimentari non prodotti
e appartenenti alle popolazioni sedentarie.
Due popoli, quindi, uno sedentario e l'altro nomade con usi e costumi
fortemente in contrasto tra di loro. Il modo di essere dell'uno,
caratterizzato da un mutamento continuo di domicilio, è un allarme
inquietante per l'altro che vive stabilmente all'interno delle mura
della città. Questo mutamento continuo è vissuto, ancor oggi, come un
pericolo costante che mette in crisi la sicurezza ed i valori acquisiti
, soprattutto, costringe a continui confronti.
Nelle persecuzioni contro le streghe, i giudici erano tenuti ad
accertare, preliminarmente, che l'indiziata avesse un domicilio stabile
e che non l'avesse mutato più volte, divenendo, questo "cambiare
domicilio" un indizio di pratiche stregoniche.
Non a caso sugli zingari cade ancor oggi l'accusa di malefici e di
stregoneria e non a caso sin dal medioevo furono assegnati a quell'area
di emarginazione fisica che appartiene a tutti coloro che trattano con
il fuoco ed i metalli, fuori dalle mura della città (come si vede poco
è cambiato da allora).
La diversità tra il popolo sedentario ed il popolo nomade è tale da
creare nel tempo barriere a volte insuperabili che si risolvono nella
formazione di pregiudizi.
Questo conflitto ha avuto il suo culmine, come si è detto, con lo
sterminio operato da Hitler nei campi di concentramento dove furono
ammazzati almeno 500.000 zingari. Molti documenti dell'epoca sono andati
distrutti anche perché, a differenza di quanto avvenne per gli ebrei,
questi gruppi non godevano di alcuna solidarietà. I documenti ufficiali
segnalano che in Crimea, nella sola notte di natale furono uccisi 800
zingari; ad Auschwitz, da marzo a settembre, ne morirono 7.000, e nella
solo notte tra il 31 luglio ed il primo agosto del 1943 ne furono uccisi
col gas altri 4.000. Una giovane medica ebrea, costretta a prestar
servizio nel campo di Birckenau, riferisce che nel 1943 il numero degli
internati di etnia zingara fu di 16.000.
Nei campi di concentramento gli zingari venivano utilizzati per gli
esperimenti, in particolare i bambini, per ricerche sulla gemellità,
sulle cause biologiche del nanismo e del gigantismo. Le donne e le
bambine zingare furono oggetto di sterilizzazione di massa, operazione
che era generalizzata per le zingare mentre per le donne ebree era
utilizzata a titolo punitivo ed individuale. Un comandante delle SS,
Shuren, accusato da una testimone sopravvissuta di aver fatto
sterilizzare donne e bambine, si giustificò con queste parole:
"non soltanto donne e bambine, ma anche uomini e ragazzi, ma si
trattava di zingari".
2. La presenza degli zingari in
Sardegna.
Il numero degli zingari presenti in
Sardegna oscilla tra le mille e le millecinquecento unità distribuite,
anche se non in maniera omogenea, in tutte le province. Una stima
precisa non è, ovviamente, possibile proprio per la tendenza al
nomadismo e perché da sempre questo popolo non ama farsi censire.
Tuttavia la loro presenza, a partire dalla metà degli anni 70 è
abbastanza stabile (la maggior parte dei minori è nata in Sardegna).
Stabilità, tuttavia, non significa sedentarietà, visto che molti
gruppi continuano periodicamente a spostarsi anche se, spesso, per
ritornare nel luogo da cui sono partiti.
I gruppi presenti in Sardegna sono i seguenti:
I sinti. Di provenienza mitteleuropea costituiscono il gruppo
numericamente più esiguo e sconosciuto alla maggioranza dei sardi
soprattutto a causa della loro riservatezza. Si tratta di nomadi
giocolieri, artisti del circo e giostrai. Sono cattolici e,
culturalmente, i più vicini alla cultura italiana.
I Roma-Xoraxané. Sono di origine iugoslava e molto poveri; hanno grosse
difficoltà anche per trovare luoghi per la sosta. Il loro mestiere
tradizionale era la lavorazione dei metalli e del legno. Sono di
religione mussulmana e provengono dalla Bosnia Erzegovina e dal
Montenegro.
I Dassikané. Sono di religione cristiana ortodossa ed anch'essi di
origine iugoslava. Tradizionalmente lavoravano i metalli ma questa
attività, tra di loro, è praticamente scomparsa. Sono di condizione
povera e caratterizzati da famiglie numerose e da un'età media molto
bassa.
Per quanto riguarda la distribuzione geografica i gruppi più numerosi
sono presenti a Cagliari e nel suo entroterra. Nella città di Cagliari,
prima dell'apertura del campo sosta della "554" erano presenti
circa 800 zingari. Gli sgomberi effettuati per il loro trasferimento nel
campo sosta hanno ridotto la loro presenza a circa il 50% in quanto
molti di essi hanno preferito lasciare la Sardegna verso la Germania,
Milano ed il sud-italia; da qualche mese hanno espresso il desiderio di
poter tornare, ma non trovano accoglienza.
A Monserrato risiedono da tempo una quarantina di persone. E' agevolata
la frequenza del consultorio per la cura e la prevenzione, il comune sta
studiando un piano di accoglienza ed i bambini frequentano con
regolarità la scuola elementare.
A San Gavino Monreale risiede, in forma più o meno stabile un gruppo di
Dassikané proveniente dalla Serbia.
A Carbonia vivono da diversi anni alcune famiglie che abitano alcuni
vecchi appartamenti del centro.
In provincia di Oristano l'unica presenza si realizza a San Nicolò
Arcidano. Grazie soprattutto all'opera della chiesa locale si è
intessuto un rapporto positivo tra la comunità locale e gli zingari.
Ad Olbia abitano 8 famiglie con un'alta presenza di bambini la maggior
parte dei quali frequenta la scuola. Dal 1994 risiedono nel campo sosta
predisposto dal Comune.
Ad Alghero la comunità Rom residente è composta attualmente da una
cinquantina di persone, di cui 30 minori che da quest'anno frequentano
la scuola elementare della borgata di Fertilia. Si segnala che
l'amministrazione comunale ha individuato un'area per la sosta, in
prossimità di Fertilia, dove ha predisposto per ciascuna piazzola una
presa di corrente elettrica, servizi igienici, lavello e lavatoio.
3. Gli stereotipi della
criminalità.
E' diffusa tra la popolazione l'idea
che gli zingari presenti nel territorio cagliaritano siano dediti ad
attività criminali. Alcuni giungono a ritenere che la tendenza a
delinquere sia insita nella natura di questo popolo errante.
Il principale errore che si osserva a questo proposito è quello di
generalizzare. In realtà, la maggior parte degli zingari presenti in
Sardegna (esattamente come nelle altre regioni italiane) ha visto
gradatamente scomparire la possibilità di esercizio dei loro mestieri
tradizionali. Anche in conseguenza di ciò, una parte dei nomadi oggi
commette reati, quasi esclusivamente contro il patrimonio.
In un recente seminario organizzato a Cagliari dall'associazione
Sucania, cui, tra gli altri, ha preso parte il responsabile di polizia
dell'ufficio stranieri, si è rilevato che i gruppi nomadi
"cagliaritani" sono tuttavia estranei ai giri di grossa
criminalità che preoccupano la cittadinanza ed impegnano nella
repressione le forze di polizia: non sono coinvolti nel traffico della
droga, nello sfruttamento della prostituzione e nei reati collegati con
tali attività. Non sono neppure coinvolti nei reati di rapina, scippi e
tanto meno nei reati contro la persona: la loro attività deviante è
circoscritta prevalentemente al furto.
L'ispettore di polizia ha riassunto il fenomeno affermando che,
probabilmente, staremo tutti molto meglio se i cittadini e le forse
dell'ordine avessero a che fare solo con il tipo di microcriminalità
prodotta dagli zingari.
Questi dati servono per sfatare facili luoghi comuni determinati dalla
scarsa conoscenza e dal clima di intolleranza. Una volta collocata nella
giusta dimensione "la tendenza a delinquere" dei rom, va da
sé che quando essi commettono devono essere perseguiti né più ne meno
come i cittadini italiani. E, come per tutti i gruppi devianti, devono
applicarsi misure sociali di prevenzione.
4. Nomadi - cittadini: una difficile
convivenza.
L'esistenza di una particolare
intolleranza della popolazione nei confronti degli zingari è tanto
evidente da non aver bisogno di dimostrazione. Osserviamo l'indulgenza,
a volte persino la simpatia, di cui facciamo oggetto altri gruppi etnici
presenti nel territorio: il caso più evidente è quello della comunità
senegalese. Per gli zingari non è così, persino gruppi di cittadini
che per fede religiosa o ideologia hanno un atteggiamento di
solidarietà nei confronti degli extracomunitari, fanno un eccezione per
gli zingari e rimangono diffidenti, se non addirittura ostili, nei loro
confronti.
Abbiamo visto come cercarne le motivazioni sia compito non facile. Ci
limitiamo ad alcuni richiami all'immaginario collettivo: gli zingari che
rubano i bambini e le madri che ancora spaventano i loro figli dicendo
loro: se non fai da bravo ti vendo agli zingari. Le comunità nomadi si
differenziano da quasi tutti gli altri gruppi etnici presenti nel
territorio, per il radicamento della loro cultura che li rende,
innegabilmente, più di qualsiasi altro immigrato, estranei ed
irriducibili alla nostra. Mentre alcuni gruppi sono tendenzialmente
integrabili alle nostre regole ed alle nostre abitudini: così non è
per i rom che si difendono caparbiamente da ogni tentativo di
omologazione. Il fatto stesso che vivano tra di loro, nei loro campi,
continuando a mantenere le loro tradizioni e le loro regole, anziché
disperdersi nel territorio; il fatto che continuino a sposarsi quasi
esclusivamente all'interno del clan, rifuggendo i matrimoni misti; il
fatto, in ultima analisi, che essi stessi vogliano mantenere quella
diversità che oggi li caratterizza, rende meno facile la conoscenza e
quindi la comprensione. E proprio la scarsa conoscenza che abbiamo di
essi favorisce la diffidenza e l'insofferenza nei loro confronti.
Così si finisce per semplificare. Si dice, ad esempio, che "sono
sporchi". In realtà esistono famiglie che rispettano l'igiene e
famiglie che la trascurano, più o meno come noi indigeni. Certo che è
più difficile mantenere regole igieniche quando si hanno scarsi
servizi. Spesso ci lasciamo trarre in inganno dalle apparenze: molti
zingari si vestono "da sporchi" per il semplice motivo che è
quello l'abito da lavoro. Forse che i sardi che chiedono l'elemosina
portano il vestito della festa? Molti di quelli che ci sembrano
trasandati, al termine della loro giornata di lavoro si cambiano
d'abito, a seconda dei tempi e dei riti delle loro tradizioni. Non
avrebbe certamente detto che gli zingari sono sporchi chi avesse potuto
assistere al primo giorno di scuola delle ragazze rom che hanno
frequentato un corso di formazione organizzato dall'Assessorato
regionale al lavoro presso il loro vecchio campo di via San Paolo. Non
è che un esempio, per farci comprendere come gran parte del pregiudizio
ha origine nella scarsa conoscenza.
5. Le politiche di accoglienza.
Questa difficoltà di fondo spiega
anche il limite principale di tutte le politiche di accoglienza che,
negli ultimi anni. si è tentato di realizzare nel territorio. In
apparenza si è accolta l'idea che occorre migliorare le condizioni di
vita dei gruppi rom garantendo loro alcuni servizi essenziali. Ma se si
riflette sulle dinamiche sociali che hanno accompagnato queste
politiche, ci si rende conto che l'obiettivo reale è stato, quasi
sempre, quello di allontanarli, di tenerli lontani. Gli abitanti dei
quartieri non vogliono gli insediamenti vicini alle loro case, ogni
tanto si arriva a vere e proprie sommosse popolari; il Comune vuole
eliminare dal suo paesaggio i campi nomadi. Quante volte si è detto, a
proposito dei campi di via San Paolo, che costituivano un pessimo
biglietto da visita per la città, sottolineando che i turisti, non
appena sbarcati a Cagliari, si trovavano di fronte lo squallido
spettacolo di una baraccopoli? Cacciati da qualsiasi luogo che avesse
anche il minimo interesse per i cittadini, i gruppi nomadi hanno finito
per insediarsi, in prevalenza, negli unici luoghi che non hanno
interesse per nessuno: le discariche. Proprio partendo da questa
considerazione, un antropologo che ha scelto di vivere per anni assieme
a loro ha intitolato il libro nato da quella esperienza: "Il popolo
delle discariche".
Quando si è trattato di dare attuazione alla legge regionale cosiddetta
"Tiziana", dal nome di una bambina zingara morta per il freddo
in un campo nomadi alla periferia di Cagliari, numerosi comuni hanno
praticato l'obiettivo di eliminare i campi spontanei, costruendo, talora
con finanziamenti imponenti, campi sosta, continuando di fatto ad
allontanare ed isolare il più possibile gli zingari dalla città. Più
che rispondere alle esigenze dei nomadi, ancora una volta, si è data
risposta alle esigenze dei gruppi più intolleranti dei cittadini,
cogliendo l'occasione per allontanarli, in alcuni casi
"rinchiudendoli" in quei campi.
La mancanza di una anche minima attenzione ha determinato, talvolta,
soluzioni paradossali. Nessuno, ad esempio, si è curato di conoscere le
caratteristiche dei diversi gruppi, la forte conflittualità esistente
al loro interno, e così ha "condannato" a convivere nello
stesso spazio famiglie la cui conflittualità è comparabile a quella
tra serbi e bosniaci.
La stampa locale, probabilmente soltanto i più accorti l'avranno
notato, ha così dovuto registrare che la festa di inaugurazione del
nuovo campo sosta di Cagliari si è svolta con tavoli separati, tra
famiglie che non si parlavano.
L'accoglienza, in altri termini, non solo ha esasperato l'allontanamento
dei nomadi dalla città, ma talora ha creato ulteriori guasti.
Un altro aspetto dell'accoglienza è dato dall'impostazione tipicamente
assistenzialistica che interessa, purtroppo, anche alcune associazioni
di volontariato che operano in questo settore.
6. L'associazione Sucania
Una politica di intervento basata sulla
conoscenza
Per comprendere il senso
dell'attività svolte dall'associazione Sucania a Cagliari in questi
ultimi anni, occorre prendere le mosse proprio dalla sua concezione
dell'intervento tra i rom. Riteniamo che il principale obiettivo della
nostra azione sia quello di contribuire al superamento di quella
barriera esistente tra la popolazione e le famiglie rom insediate nel
territorio attraverso un'iniziativa culturale fortemente basata sulla
conoscenza. Se non si assume questo obiettivo, qualunque iniziativa non
potrà mai produrre risultati significativi. Ed i destinatari della
nostra azione, pertanto, per quanto paradossale possa apparire, non sono
gli zingari, o quantomeno non solo essi: dell'informazione e della
formazione devono essere destinatari principalmente i cittadini, a
cominciare dalle scuole, perché solo una nuova cultura potrà produrre
risultati positivi e stabili. La finalità dell'azione non può essere,
infatti, quella dell'acculturazione di questi gruppi, ormai stabili nel
nostro territorio, per spingerli ad assumere i nostri valori ed i nostri
comportamenti, bensì quello della comprensione e del rispetto reciproco
dei rispettivi valori.
Per questo non abbiamo mai fatto e non intendiamo fare carità o
assistenzialismo. Piuttosto fornire strumenti, facilitare l'esercizio
dei diritti e riconoscere a ciascuno il diritto di decidere se intende
mantenere i propri valori e la propria cultura oppure integrarsi ed
assumere quelli della società in cui vive. Ed in ciò, riteniamo, si
deve essere veramente imparziali (altro compito complesso), perché è
facile cadere nei due eccessi opposti: quello di auspicare la
conservazione immobile di quella cultura, e quello di auspicare una
totale integrazione. La scelta dev'essere dei diretti interessati nel
rispetto delle regole della comunità in cui vivono.
Certamente è necessaria un'approfondita conoscenza di quella cultura, e
sono necessari gli adattamenti e la gradualità che soli possono
garantire un positivo risultato.
E' per questo che l'associazione opera soprattutto nel campo della
formazione, realizzando iniziative di studio e di informazione, anche
attraverso l'utilizzo di audiovisivi che possono essere proposti a
livello scolastico.
Nei confronti dei rom si propone di facilitare l'esercizio dei diritti,
alla salute, alla libera circolazione, all'istruzione, in condizioni di
uguaglianza con tutti gli altri cittadini.
L'esperienza più significativa condotta dall'associazione è stata,
certamente, la realizzazione di un corso di formazione per giovani
zingare. Si è trattato di un'impresa non facile che ha richiesto, prima
di tutto, un'approfondita conoscenza. Poiché sarebbe stato velleitario
pensare di portare adolescenti e ragazze zingare nelle aule di una
scuola, abbiamo costruito un edificio scolastico nel loro campo, abbiamo
quindi organizzato il corso in orari compatibili con le loro abitudini.
Era impensabile ritenere di svolgere le lezioni negli orari nei quali le
ragazze sono impegnate nell'elemosina: da essa traggono gran parte del
sostentamento della famiglia e mai avrebbero potuto rinunciare al loro
lavoro, i capifamiglia, tra l'altro non l'avrebbero mai consentito. Solo
nel pomeriggio, dopo il lavoro della mattina e dopo aver assolto alle
incombenze del pranzo, avrebbero potuto recuperare un tempo per loro. Ed
anche ciò non è stato facile, perché i maschi erano riluttanti a
farsi carico dei loro figli. All'attività della scuola si è quindi
accompagnata (in raccordo con i servizi sociali del comune di Cagliari)
un'attività di animazione per i bambini in modo da consentire alle
donne la frequenza del corso.
Tutto ciò non era ancora sufficiente. L'insegnamento rivolto a persone
non abituate alla scuola, portatrici di una cultura notevolmente
differente dalla nostra, è cosa estremamente difficile, e così abbiamo
selezionato, per il modulo di base, quello destinato all'insegnamento
della lettura e della scrittura, due insegnanti di grande esperienza (e
di lingua madre slava) che hanno condotto il corso con professionalità.
Gli argomenti del corso sono stati incentrati sull'alfabetizzazione,
l'apprendimento della lettura e della scrittura, ma una parte rilevante
è stato riservato alla conoscenza dei diritti dei cittadini, per
favorirne una successiva pratica. Uno dei moduli, realizzato
direttamente dall'ordine provinciale delle ostetriche, ha riguardato le
conoscenze fondamentali di educazione sanitaria con particolare
riferimento al ciclo riproduttivo e alla sfera sessuale: il modulo ha
costituito il presupposto per un miglioramento delle condizioni di vita
della donna.
Altri moduli hanno riguardato la conoscenza storico ed artistica della
nostra regione con visite guidate alla reggia nuragica di Barumini, al
museo di Villanovaforru ed al museo di Laconi, dove è stato lo stesso
sindaco del paese a far da guida alle ragazze.
Non sono mancati momenti di socializzazione in pizzeria e la
festicciola, in aula, alla fine dell'anno scolastico.
Così molte delle ragazze, in sei mesi, hanno appreso a leggere ed a
scrivere, ma soprattutto hanno acquisito strumenti che consentono loro
una maggiore comprensione della nostra cultura, la possibilità di
esercitare diritti che prima non pensavano neppure di avere, ed hanno
sviluppato rapporti di familiarità e di amicizia (la cosa è stata
reciproca) con le volontarie impegnate in quell'attività.
Crediamo così di aver sperimentato che la scolarizzazione è possibile,
se condotta con la dovuta attenzione. E riteniamo questo un primo passo,
in vista di un progressivo inserimento nelle scuole pubbliche. Non solo
non vi è stata disaffezione per la scuola, ma un grande entusiasmo, e
addirittura si è verificato che alcune ragazze del campo che, a causa
dell'età, non erano ammesse alla frequenza del corso (corso ufficiale
realizzato nell'ambito della formazione professionale regionale) per
tentare di essere ammesse hanno dichiarato di avere un'età non
corrispondente a verità.
Si è trattato, come si vede, di una realtà ben diversa da quella dei
pulmini che viaggiano vuoti con la pretesa di portare i bambini zingari
nella scuola pubblica. Ed anche per quanto riguarda esperienze diverse
dalla nostra, abbiamo riscontrato che le poche esperienze positive sono
state quelle dove l'inserimento scolastico è stato seguito con
particolare attenzione e professionalità (come avviene, ad esempio, nel
comune di Monserrato dove gli stessi genitori accompagnano i propri
figli a scuola).
A fine corso alcune delle ragazze hanno espresso il desiderio, un
giorno, di poter fare le cameriere. I loro nomi sono Silvija, Biljana,
Liljana, Gordana, Lidja, Melvida, Jagoda, Nejada, Svetlana, Giovanna,
Jevada, Esma, Mevla, Silvana e Isetta.
7. Un popolo senza terra.
Secondo le tradizioni popolari di
diversi periodi storici e di diversi paesi, gli zingari sono considerati
"figli di Caino", biblicamente condannati ad errare sulla
faccia della terra, o pagano la colpa di aver forgiato i chiodi per la
crocifissione di Gesù (tema, questo, ancora presente, nei canti
popolari del Venerdì santo) o sono ritenuti responsabili di aver
rifiutato ospitalità a Maria partoriente.
L'antropologia lombrosiana li classifica quali "delinquenti
nati" e la tradizione europea, ecclesiastica e laica, li considera
"ereditariamente maledetti, selvaggi, ladri e fannulloni".
Si spiegano in questo orizzonte di violenza ideologica i sottili
tentativi di distruggere la loro identità culturale abolendo il loro
nomadismo o proponendo iniziative educative volte a forzare
l'assimilazione di bambini zingari sottratti alle loro madri e famiglie
(proposta del sindaco di Firenze nell'estate del 1993).
Molti studiosi ritengono che gli zingari siano un popolo fatalmente
destinato all'estinzione. Ma c'è un autore, Michael Stewart, che nega
decisamente tale ipotesi e che ritiene invece che si tratti di un popolo
destinato a resistere. In tutta Europa, infatti, sono riusciti a
preservare un modo di vita distinto, adattandosi ai mutamenti della loro
condizione.
Partendo dalla concezione per cui un popolo è caratterizzato da tre
elementi: la lingua, l'identità e la terra, Stewart osserva che il
popolo rom possiede solo due di questi elementi: la lingua e
l'identità. Secondo tali parametri gli zingari dovrebbero essere
definiti una sorta di "errore storico". Perché la loro non è
una diaspora, essi non hanno una terra da rivendicare, una terra
promessa, come è avvenuto per altri popoli che hanno dovuto abbandonare
la loro terra.
Il popolo nomade non ha né patria da sognare, né terra d'origine da
rivendicare. Essi sono un popolo senza patria e stanno bene così.
Il senso dell'identità e la gelosa tutela della loro lingua sono
fortemente radicate e perdurano nel tempo. Sono un popolo che ha
superato prove ben più difficili, in fondo, di quelle che affronta
oggi. Ed un popolo che, ad onta di tutto e di tutti, sopravvive.
14 marzo 1996
Bibliografia essenziale:
Violetta Pireddu, Zingari a
Cagliari. Matrimonio e famiglia tra i Romà Xoraxané, Tesi di laurea,
facoltà di Magistero, 1991-1992.
F. Cozannet, Gli zingari. miti e
usanze religiose, Milano, Jaka Book 1975.
Alberto Melis, La terza metà del
cielo. Gli zingari in Sardegna, Cagliari, GIA editrice, 1995.
M. Karpati, Gli zingari in Italia,
in "Lacio-Drom", n. 56.
L. Piasere, Popoli delle
discariche, Roma, Cisu, 1991.
M. Stewart, Un popolo senza patria,
in "Terrain", n. 17.
A.R. Calabrò, Il vento non soffia
più. Gli zingari ai margini di una grande città, Venezia, Marsilio,
1992.
L. Piasere (a cura), Comunità
girovaghe, comunità zingare, Liguori 1995. |