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Giù le mani dal mio gatto

Piemme ed.



 



1

 I Morlok

I morlok di Londra erano tre.
Jack, Psmith e Teddy Boy.
Vivevano sotto un vecchio albero che a volte c’era e a volte non c’era ed erano cattivi.
Quanto cattivi?
Beh, diciamo che erano così cattivi che io o voi, al posto del signor Geoffrey Bimbo Parkins, ci avremmo pensato bene prima di importunare i gatti che vivevano nei quartieri a ovest dei Giardini di Kensigton.                                                                                                                                                        
Ma naturalmente il signor Geoffrey Bimbo Parkins non aveva idea che presto i Morlok si sarebbero occupati di lui. Anzi, a dire la verità non sapeva neppure che esistessero. E anche se l’avesse saputo probabilmente avrebbe inarcato il sopracciglio destro, squadrandoli dall’alto in basso, e poi avrebbe detto:
– Morlok! Pfui! Non mi fate paura!
Ah! Ah!
E questo perché i Morlok sono molto piccoli di statura. Pressappoco come quei nanetti di plastica che si mettono nei giardini.
Così il signor Geoffrey Bimbo Parkins, come faceva da un pezzo a quella parte, avrebbe continuato a disseminare qua e là le sue trappole per gatti.
Trappole al salmone di Norvegia. Trappole ai
fish and chips, bastoncini di pesce e patatine fritte. Trappole al roast beef marinato, ai fegatelli d’oca e al tacchino arrosto ripieno di molliche di pane, prezzemolo, albicocche e castagne sbucciate.
Di una cosa infatti potete stare certi.
Il signor Goeffrey Bimbo Parkins non badava a spese quando doveva preparare le sue trappole per gatti.
Perché era convinto che un gatto sazio e felice, una volta intrappolato e portato giù nella cantina della sua casa al numero 13 di Ossington Street, si sarebbe sottoposto più docilmente a uno dei suoi esperimenti.
Quali esperimenti?
Beh, facciamo un passo alla volta.
Per ora sappiate solo che in una certa notte, una di quelle notti londinesi in cui la nebbia è così fitta che non riuscireste a tagliarla neppure con un paio di forbici, il signor Geoffrey Bimbo Parkins attirò in una delle sue trappole un gatto dal pelo rosso.
E fu allora che cominciarono tutti i suoi guai.
Perché quel gatto non era un gatto qualsiasi.
Nossignore.
Quel gatto si chiamava Pammy.
E aveva un padroncino che tutti chiamavano Tommy Jo, anche se il suo vero nome era Thomas Jonathan Paradise.
Fu proprio lui che quella stessa notte, dopo essersi calato dalla finestra del primo piano della sua casetta di mattoni rossi in Melboury Road, si diresse di corsa verso i Giardini di Kensington, con una torcia elettrica in mano e con un libricino nell’altra.
A fare che?
A cercare i Morlok ovviamente.


2

Diciassette passi e mezzo all’indietro


E ora mettetevi un po’ nei panni di Tommy Jo.
Tanto per cominciare quella notte era una notte terribilmente buia. E poi c’era quella nebbia densa e appiccicosa. E nei Giardini di Kensigton faceva così freddo, ma così freddo, che persino un eh, capirete anche voi albero che a volte c'o unico amico, e che sa di Pammygattoorso polare che fosse capitato lì per sbaglio, brrrrr…, avrebbe battuto un po’ i denti.
Se a questo poi aggiungete che Tommy Jo aveva il morale sotto i tacchi per il rapimento di Pammy, che oltre ad essere il suo gatto era anche il suo unico amico, e che doveva andare in cerca di un albero che a volte c’era e a volte non c’era, beh… Capirete anche voi che c’era poco da ridere!
– Dunque… – borbottò Tommy Jo, dopo essersi fermato vicino a un grosso ammasso di cespugli di sambuco. – Se ora vado a sinistra… O forse dovrei andare a destra?
Il ragazzo girò il fascio di luce della torcia elettrica da una parte e dall’altra, ma tutto ciò che vide fu il muro compatto di nebbia che lo circondava.
Allora aprì il libricino che si era portato dietro, così piccolo che gli stava nel palmo della mano, andò all’ultima pagina e rilesse un’altra volta le istruzioni:
“Per trovare l’albero che a volte c’è e a volte non c’è dovete prima raggiungere la statua di Peter Pan che si trova a ovest del lago Serpentine e poi fare 17 passi e mezzo all’indietro verso est”.
– La statua di Peter Pan… Ma dov’è andata a finire la statua di Peter Pan?
Tommy Jo aveva esplorato un mucchio di volte i Giardini di Kensington, quasi sempre in compagnia di Pammy. E spesso si era fermato a fare merenda proprio ai piedi della grande statua di Peter Pan. Ma con tutta quella nebbia, proprio come sarebbe capitato a voi o a me, aveva perso del tutto il senso dell’orientamento.
– Eppure dovrebbe essere qui vicino… – sussurrò.
Tirò fuori una moneta da dieci pence.
– Regina Elisabetta a destra, leone con la corona a sinistra… – mormorò.
La lasciò cadere ai suoi piedi e si chinò a guardare.
Sulla faccia della moneta c’era il leone con la corona in testa.
– Uff. Proviamo ad andare a sinistra allora… – disse, incrociando le dita.
Meno di cinque minuti più tardi, dopo essere inciampato due volte, la prima su un sasso e la seconda su una radice che sporgeva dal terreno, arrivò alla statua di Peter Pan.
– Ecco! Ora non mi resta che fare 17 passi e mezzo verso est. All’indietro… Ma perché all’indietro?
Per sicurezza rilesse le istruzioni sul libricino. C’era scritto proprio così.
Cominciò a camminare all’indietro contando i passi.
– Uno, due, tre…
Ma quando arrivò a 17 qualcosa lo bloccò.
Era la bassa recinzione di ferro che correva lungo la sponda del lago Serpentine.
– Eppure sono convinto di aver contato bene – mormorò il ragazzo.
Il mezzo passo mancante, se non ci fosse stata di mezzo quella recinzione, l’avrebbe fatto finire dritto in acqua.
– Ma che razza di scherzo è questo? – si grattò la testa Tommy Jo.
E non si accorse che proprio in quel momento qualcuno lo osservava.
– Hai visto quel gambelunghe? – borbottò un essere piccolo come un nanetto di plastica, dopo essersi arrampicato con un balzo in cima alla statua di Peter Pan.
– Certo che l’ho visto. Ha i capelli sale e pepe e le lentiggini sul viso! Bleah! – ribatté un essere altrettanto piccolo, che cominciò a penzolarsi con una mano sola sul ramo di un albero.
– Io ho l’impressione che stia cercando proprio noi.
– Beh, se così fosse…
– Se così fosse quel gambelunghe troverà un bel mucchio di guai, ve lo dico io! – brontolò un terzo essere, ancora più piccolo dei primi due, che si era accovacciato ai piedi della statua.
E se ancora non l’avete capito, si trattava proprio di Jack, Psmith e Teddy Boy.
Cioè dei Morlok.
Perché solo i Morlok chiamano “gambelunghe” gli uomini, le donne e persino i ragazzi. E solo loro riescono a vedere attraverso la nebbia grazie ai due occhi di riserva che nascondono tra i ciuffi di peli che gli crescono sulle orecchie.
Sì! Avete sentito bene!
E se sapete fare due più due, allora vuol dire che i Morlok hanno quattro occhi. A mandorla, per essere precisi.
Ma per tutto il resto non sono poi così diversi dagli esseri umani, a parte il colorito verde della loro pelle, le otto dita su ciascuna delle mani e dei piedi e i denti aguzzi come le punte di un compasso.
Ma dov’eravamo rimasti?
Ah, sì.
– Ma che razza di scherzo è questo? – si grattò la testa Tommy Jo.
– Sissignore, proprio un bel mucchio di guai! – ripeté Psmith, che dei tre Morlok era quello più anziano.
Si arricciò le punte dei baffi, dei normalissimi baffi bianchi a manico d’ombrello come quelli che hanno certi generali in pensione, e poi aggiunse:
– Che ne dite di farlo a fettine sottili sottili? Dopo di che potremmo friggerlo in padella e mangiarcelo con un po’ di ketchup!
– Iiiih, iiiiih, iiiiih! – ridacchiarono sottovoce Jack e Teddy Boy.
E se Tommy Jo avesse potuto sentirli, avrebbe detto che la loro risata somigliava molto a quella di un cavallo con un terribile raffreddore da fieno. 

 

(...) continua...



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