Eugenetica in
Europa tra le due guerre e oltre
Caccia agli zingari in Svizzera
(fonte: Il manifesto/Le
monde diplomatique)
Nel maggio del 1999, il Parlamento svedese ha deciso
di indennizzare le vittime della politica di sterilizzazione forzata
condotta in questo paese dal 1934 al1975. A partire dal periodo compreso
fra le due guerre, in tutta Europa, sotto la pressione di una
"nuova scienza", l'eugenetica, e nel quadro di un'inquietante
febbre nazionalista, si attuano politiche di eliminazione o di controllo
dei "devianti sociali" e degli stranieri. La Germania nazista
le porterà al parossismo, ma esse furono attuate, sotto altre forme,
anche dal governo elevetico nei riguardi degli zingari.
di Laurence Jourdan*
"Mi hanno portata via da mia madre poco dopo la
mia nascita (...) I primi sei mesi di vita, li ho passati in un centro
pediatrico per ritardati mentali. Lì ho vissuto le prime torture
psichiatriche di un bambino jenische (...) Quando per la prima volta ho
chiesto al mio tutore, il dottor Siegfried, chi fossero i miei genitori,
mi ha detto (...) tua madre è una puttana, tuo padre un asociale. E
questo, me lo sono portato dietro per dieci anni. Finché ho capito il
significato di quelle parole: i miei genitori erano zingari " Oggi
Mariella Mehr, scrittrice jenische (una comunità gitana), vive in
Italia. Da oltre venticinque anni consegna alla carta la memoria di
quella comunità della Svizzera vittima, negli anni tra il 1926 e il
1972, di quella vera e propria caccia al nomade che fu l'operazione
"Enfants de la grand-route" (Bambini della strada maestra).
Come varie centinaia di altri figli di nomadi, Mariella era stata tolta
di forza ai suoi genitori. Nella sua famiglia, tre generazioni sono
state vittime di questa politica di sedentarizzazione forzata: prima di
lei, sua madre, e poi anche suo figlio Settantadue anni dopo, i
risultati di una ricerca storica hanno dissipato ogni "ambiguità"
su questa operazione. Nel giugno 1998 Ruth Dreyfuss, consigliere
federale oggi presidente della Confederazione elvetica ha dichiarato
pubblicamente: "Le conclusioni degli storici non lasciano spazio al
dubbio: l'Opera di soccorso Enfants de la grand-route è un tragico
esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non
condivide il modello di vita della maggioranza".
Nell'arco di quasi mezzo secolo, in Svizzera oltre seicento bambini
jenisches sono stati sottratti a forza alle loro famiglie dall'Opera di
soccorso "Enfants de la grand-route", che aveva un unico
mandato: quello di sradicare il nomadismo. Con questo proposito, i figli
del popolo itinerante erano sistematicamente sottratti ai genitori e
collocati presso famiglie affidatarie o negli orfanatrofi, quando non
venivano addirittura incarcerati o internati in ospedali psichiatrici.
Nell'ambito del programma che doveva plasmarli secondo i modelli della
società sedentaria, questi bambini hanno subito atti di razzismo,
umiliazioni e maltrattamenti. Queste vessazioni, più accentuate nella
Svizzera tedesca e nel Ticino, sono state minori nella Svizzera
francese.
"Sradicare il male del nomadismo" L'Opera di soccorso "Enfants
de la grand-route" era stata creata nel 1926 dalla celebre e
prestigiosa federazione svizzera di beneficenza Pro-Juventute, cui era
stato affidato l'incarico di "proteggere i bambini a rischio di
abbandono e di vagabondaggio".
Il fondatore e direttore di quest'organismo, Alfred Siegfried
(1890-1972), è stato il terrore dei bambini gitani, tanto che gli
jenisches lo paragonano a Hitler. Per braccare gli zingari, il dottor
Siegfried beneficiava dell'infallibile collaborazione della polizia e
delle autorità pubbliche cantonali e comunali.
Accanitamente determinato a "sradicare il male del nomadismo, fin
dall'infanzia, attraverso misure educative sistematiche e
coerenti", Siegfried era animato da un razzismo viscerale nei
confronti della comunità dei girovaghi, che definiva
"inferiori", "psicopatici", "deficienti" o
"mentalmente ritardati" Lo scandalo esplode infine nel 1972,
grazie al settimanale svizzero Der schweizerische Beobachter. Un anno
dopo, la Pro Juventute è costretta a procedere allo scioglimento
dell'Opera.
Messa di fronte a questa pagina nera della sua storia, nel 1987 la
Confederazione elvetica riconosce la propria responsabilità morale,
politica e finanziaria nell'operazione. Si dovrà tuttavia attendere il
1996 per uno studio storiografico su quel periodo, intrapreso da tre
storici della Beratungsstelle ffr die Landgeschichte (Centro di
consulenza storica nazionale) su incarico del Consiglio federale, con il
proposito di definire "gli obiettivi, le strutture, i finanziamenti
e le attività dell'Opera di soccorso Enfants de la grand-route", e
"per porre in evidenza il ruolo della Confederazione e quello della
Fondazione Pro Juventute".
I risultati, resi pubblici nel giugno 1998 a Berna, sono agghiaccianti.
Fin dagli anni '20 il moderno stato amministrativo elvetico, deciso a
combattere ogni forma di marginalità, aveva preso la risoluzione di
ricorre a misure coercitive per sottomettere i cittadini non conformi ai
suoi ideali di ordine. Gli zingari, considerati "devianti
sociali", o anche "fannulloni, gente trascurata e in gran
parte degenerata", erano definiti "vagabondi congeniti"
dall'antropologia criminale dell'epoca (1) Il loro stile di vita,
incompatibile con i principi morali della società borghese che vedeva
"nella vita errabonda la via verso il crimine", doveva quindi
essere normalizzato.
Gli jenisches, il cui nomadismo era strettamente legato all'attività
economica, si spostavano con tutta la famiglia e davano la preminenza,
più che alla scolarizzazione dei bambini, alla trasmissione dei
mestieri. La loro cultura e il loro stile di vita divennero il bersaglio
delle autorità: "Chiunque voglia combattere efficacemente il
nomadismo deve mirare a far saltare la comunità dei girovaghi e porre
fine, per quanto ciò possa apparire duro, alla comunità familiare. Non
esistono altre soluzioni", scriveva il dr. Alfred Siegfried.
L'operazione "Enfants de la grand-route", teoricamente
inserita nel quadro di una "politica di assistenza sociale e di
previdenza", in realtà altro non era che una politica di
sedentarizzazione forzata, destinata, come hanno rivelato gli storici, a
"liberare la società dai mali rappresentati da queste famiglie e
gruppi di nomadi, considerati come inferiori".
Fin dal 1930, il Dipartimento federale di giustizia e polizia
pianificava la sottrazione dei bambini per il decennio successivo,
mentre il Dipartimento dell'Interno metteva a disposizione i fondi per
finanziare l'operazione. Secondo gli autori della ricerca storica,
"le sovvenzioni della Confederazione coprivano dal 7% al 25% del
bilancio dell'Opera di soccorso". E questo finanziamento è stato
rinnovato fino al 1967! L'operazione era inoltre finanziata da vari
mecenati e associazioni, oltre che dalla vendita di francobolli e
opuscoli propagandistici pubblicati dalla fondazione.
Su richiesta dell'Opera di soccorso fu realizzato un censimento della
popolazione itinerante. E Alfred Siegfried si fece nominare tutore di più
di 300 bambini, i cui genitori erano stati posti sotto curatela. Secondo
la sua tesi, la rottura totale tra il bambino e il suo universo
familiare era la condizione previa per la riuscita delle sue mire
educative.
Scriveva infatti: "Ogni volta che per la nostra benevolenza, o per
un disgraziato (sic) incontro, qualche bambino non ancora adattato, o di
carattere instabile, entra in contatto con i propri genitori, il nostro
lavoro è azzerato (2) Robert Huber, sottratto alla famiglia a soli otto
mesi, ha incontrato per la prima volta sua madre a vent'anni.
"Davanti a me c'era una donna completamente estranea. E questa
donna, mia madre, mi ha detto che avevo altri dieci fratelli e sorelle
(...) La famiglia non esisteva più. Nessun di noi sapeva dove fossero
gli altri (...) Gli jenisches avevano l'obbligo del servizio militare. E
mentre erano sotto le armi, i loro figli venivano portati via. Quando
tornavano, trovavano le mogli piangenti. E se protestavano, le autorità
minacciavano di rinchiuderli in un ospedale psichiatrico o in
carcere".
Cittadini svizzeri, gli jenisches erano assoggettati a tutti i doveri,
ma non godevano di alcun diritto Questa politica fu largamente sostenuta
dal clero. I bambini dovevano innanzitutto assimilare i valori
dell'ordine e del lavoro per essere socializzati, ma l'istruzione che
ricevevano era ridotta al minimo. Per i maschi, l'unica prospettiva era
l'apprendistato, mentre le ragazze venivano confinate al lavoro
domestico. La loro realtà quotidiana era fatta di maltrattamenti,
razzismo e a volte anche abusi sessuali. Erano comandati a bacchetta
dalle suore di qualche istituto religioso, nelle aziende agricole (dove
venivano utilizzati come manodopera a basso costo) e spesso nei
penitenziari. Nell'arco di diciott'anni, la signora Uschi Waser,
presidente dell'Associazione Naschet Jenische (Alzati, jenische) è
passata per ventitré diverse istituzioni! Sconvolta dalle opinioni che
la riguardavano contenute nelle 3.500 pagine del suo dossier, spiega
che: "Siegfried sosteneva (che) tutti gli zingari sono cattivi,
ladri e bugiardi (...), non perché abbiano imparato a mentire, ma perché
nascono così".
Diversi scienziati svizzeri condividevano questi pregiudizi e ne hanno
tratto spunto per le loro ricerche, approfittando spudoratamente
dell'operazione "Enfants de la grand-route" per architettare
tesi sull'"inferiorità ereditaria" dei nomadi.
Furono praticate anche sterilizzazioni forzate, benché non in maniera
sistematica. Nel suo rapporto sull'attività dell'Opera di soccorso nel
1964, il dottor Siegfried scriveva: "Il nomadismo, come alcune
malattie pericolose, è trasmesso soprattutto dalle donne".
Ed ecco la testimonianza di Mariella Mehr: "Quando si accorsero che
a tre anni rifiutavo di parlare, decisero di farmi parlare per forza.
Usavano una specie di vasca da bagno. (...) Il paziente veniva fatto
sdraiare lì dentro, bloccato fino alla testa da un'asse di legno perché
non potesse uscirne. E là rimaneva finché l'acqua diventava
ghiacciata. Si poteva restarci anche per 17, 18 o 20 ore". Lo
psichiatra Joseph JÜrger, per lunghi anni direttore della clinica
Waldhaus di Coira, dove erano stati internati numerosi jenisches, fu uno
dei primi ideologi svizzeri dell'igiene razziale. Secondo il resoconto
degli storici, nel 1988 molte di queste vittime della scienza al
servizio della politica un centinaio circa erano tuttora internate nelle
cliniche e negli istituti.
Dal 1987 tutti gli incartamenti relativi all'azione dell'Opera di
soccorso sono stati depositati presso l'Archivio federale di Berna. A
questi documenti, di proprietà dei Cantoni, assoggettati a un periodo
di prescrizione di cento anni, possono accedere solo gli stessi
jenisches. I quali però impauriti, e nel timore che quelle carte
potessero finire per danneggiarli, ne chiesero in un primo tempo la
distruzione. Solo più tardi, quando si è finalmente alzato il sipario
sull'ipocrisia della neutralità elvetica, si sono resi conto di quanto
fosse importante salvaguardare la loro storia. E hanno misurato fino a
che punto questa politica aveva minato le fondamenta della loro cultura
di popolo itinerante. Secondo le valutazioni, in Svizzera vi erano
35.000 jenisches, divenuti in maggioranza "gitani del
cemento", cioè sedentari. Sono ormai solo 5.000 quelli che
continuano a percorrere le strade della Confederazione.
L'operazione "Enfants de la grand-route" si è sviluppata in
un contesto europeo "favorevole", nel periodo tra le due
guerre, quando abbondavano le pubblicazioni sulla "patologia"
del nomadismo e sulla criminalità ereditaria degli zingari L'Europa,
scossa da un'inquietante febbre nazionalista, era tesa a restaurare i
valori morali della società e a preservare la cultura occidentale. La
situazione demografica preoccupava gli economisti, e l'elevata natalità
dei ceti operai e "marginali" era percepita come un pericolo
per le élites, oltre che una minaccia per gli interessi della società
capitalista. Per essere forte, la nazione doveva liberarsi dalla zavorra
di gente "debole", dei "devianti sociali" e degli
stranieri, suscettibili di rallentare la sua crescita economica.
L'eugenetica antinatalista si rivelava come una soluzione a questo
problema di "igiene sociale".
Fin dal 1908, il britannico Francis Galton, inventore di questa nuova
scienza che ha preso il nome di eugenetica, e fondatore (nel 1907,
insieme a Karl Pearson) del Galton Laboratory for National Eugenics,
postulava "la creazione di società eugeniche in tutto il mondo
(3)". Quest'ideologia si proponeva di migliorare la specie umana
intervenendo sul patrimonio genetico, e raccomandava il controllo della
riproduzione attraverso la sterilizzazione o la castrazione di chi
avrebbe potuto "indebolire biologicamente" la razza.
Gli scienziati svizzeri incaricati di sradicare il nomadismo, che si
ispiravano in larga misura agli ideali nazional-socialisti, hanno
contribuito a rafforzare quella politica, sfociata poi, durante la
seconda guerra mondiale, nello sterminio di almeno 500.000 zingari.
"All'epoca, era in atto una stretta collaborazione tra scienziati,
e in particolare tra psichiatri tedeschi e svizzeri (...); e questi
ultimi hanno svolto un ruolo importante nell'elaborazione della
legislazione del Terzo Reich (...)", conferma lo storico Walter
Leimgruber, uno degli autori del rapporto. E fu proprio in Svizzera, nel
Cantone di Vaud, che nel 1928 si votò la prima legge europea sulla
sterilizzazione dei malati mentali.
Lo psichiatra svizzero Ernst Rfdin (1874- 1952), direttore della
Psychiatrische Universitètsklinik di Basilea, è stato uno dei
cofondatori, e dal 1933 anche presidente, della Società di Igiene
razziale tedesca. Rfdin, che prescriveva l'internamento di alcolisti e
malati mentali, ha finito per aderire al partito nazional-socialista, ed
è stato tra l'altro uno dei tre autori della legge per la
sterilizzazione obbligatoria dei ritardati mentali congeniti, dei
maniaco-depressivi, degli schizofrenici, degli epilettici, dei ciechi e
dei sordi per cause ereditarie, degli alcolisti gravi ecc., votata in
Germania nel luglio 1933, che ha portato alla mutilazione di circa
400.000 persone. Sulla base di questo testo si giunse poi, il 1&oord
settembre 1939, alla risoluzione sull'eutanasia dei malati mentali In
Svezia sterilizzazioni forzate fino al 1975 In Francia, il chirurgo e
biologo Alexis Carrel, Premio Nobel per la medicina nel 1912, elaborò
un programma "di aristocrazia biologica ereditaria attraverso
l'eugenetica". L'autore de L'uomo, questo sconosciuto scriveva:
"Per perpetuare un'élite, l'eugenetica è indispensabile. E'
evidente che una razza debba riprodurre i suoi migliori elementi
(4)" Grazie al governo di Vichy, Carrel fu autorizzato a creare,
nel 1941, la sua Fondazione francese per lo studio dei problemi umani,
il cui obiettivo era "lo studio dei vari aspetti e delle misure per
salvaguardare, migliorare e sviluppare la popolazione francese".
Negli anni 30 vari paesi europei adottarono leggi eugenetiche.
Ad esempio, nel 1934 provvedimenti sulla sterilizzazione obbligatoria
furono emanati dalla Norvegia e dalla Svezia, seguite nel 1935 dalla
Danimarca e dalla Finlandia. Su quella base, gli interventi potevano
essere praticati sui malati e ritardati mentali, sugli epilettici e sui
soggetti portatori di malattie ereditarie. Inoltre, leggi specifiche dei
paesi scandinavi prevedevano la possibilità di praticare questi
interventi anche su genitori giudicati inadatti ad allevare
adeguatamente i loro figli. Queste misure di sterilizzazione di massa
hanno colpito 40.000 persone in Norvegia e 6.000 in Danimarca.
In Svezia, questa politica è stata portata avanti addirittura fino al
1975! In questo paese, il primo a dotarsi (fin dal 1921) di un istituto
statale di biologia razziale, le vittime della politica di
sterilizzazione, inquadrata in un programma di igiene sociale e razziale
(5), furono circa 63.000. E per il 90% gli interventi, prescritti da
medici, erano praticati su donne, a volte adolescenti.
Nel settembre 1997 è stata nominata una Commissione governativa
d'inchiesta, che nel marzo 1998 ha proposto un fondo di risarcimento di
175.000 corone (21.000 dollari) per ciascuna delle vittime; il relativo
progetto di legge è stato approvato dal parlamento il 19 maggio 1999.
Tuttavia, gli aventi diritto ancora in vita, il cui numero è valutato
tra 6.000 e 15.000, dovranno dimostrare di essere stati sterilizzati
contro la propria volontà, per ragioni inerenti a "disturbi
psichici", "epilessia" o "altre deficienze
mentali": dovranno così affrontare una nuova prova, dopo aver
dovuto superare il sentimento di vergogna e di umiliazione che li ha
imprigionati nel silenzio per tanti anni
note:
* Giornalista, autrice del reportage "Opération
Enfants de la grand-route", Point du Jour/Arte.
(1) Sylvia Thode- Studer, Les Tsiganes suisses, la marche vers la
reconnaissance, Réalités sociales, Losanna, 1987.
(2) Alfred Siegfried, Kinder der Landstrasse, Pro-Juventute, Zurigo,
1964.
(3) Leggere Jacques Testard, Le Désir du gène, Flammarion, Parigi,
1994, p. 38.
(4) Leggere Alexis Carrel, cet inconnu, Editions Golias, Lione, 1996.
(5) Stephen Bates, "Sweden pays for grim past", The Guardian,
Londra, 6 marzo 1999.
(Traduzione di P.M.)
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