E'
nella frazione di Turjak, a pochi chilometri dalla cittadina di
Rosaje, che la polizia montenegrina blocca i profughi che
fuggono dal Kosovo. Prima di dover controllare serbi e
montenegrini, gli uomini delle unità speciali hanno visto
sfilare decine di migliaia di albanesi. Pochi giorni dopo dopo
il ritiro delle forze serbe dalla provincia e dall'ingresso
delle truppe Nato, una sterminata fila di auto private, di
autotreni e di trattori ha iniziato la sua lunga attesa al posto
di controllo montenegrino. Le macchine vengono perquisite e sono
sistematicamente sequestrate le armi che poliziotti o
paramilitari allo sbando, che si dichiarano rifugiati, portano
con sé. Per Miroslav Lazarevic, un contadino serbo di una
cinquantina d'anni, è il secondo esilio. Nel maggio 1998 ha
dovuto fuggire dal suo villaggio occupato dagli uomini
dell'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) per sistemarsi in
una baracca alla periferia del borgo di Klina. Oggi, se ne va in
direzione del Montenegro ma, oltre a sua moglie e ai quattro
figli, ha sistemato sul trattore una famiglia zingara che viveva
in un capanno vicino al suo, a Klina. Questi rom kalderash,
sedentari e musulmani, parlano spesso più volentieri l'albanese
che il serbo. La loro lingua è il romaneshti, ma padroneggiano
bene le lingue correnti dell'ambiente in cui vivono. "Gli
albanesi e i serbi ci disprezzano, eppure noi volevamo vivere in
amicizia con tutti. Ce ne andiamo perché ci hanno detto che l'Uck
uccide i rom", spiega il capo famiglia. Solo l'amicizia
spingerebbe questa famiglia rom a condividere il viaggio con una
famiglia serba, anche se un accordo di tipo economico non è da
escludere. Per i serbi il viaggio si concluderà a Berane, a una
trentina di chilometri da Rozaje, dove vive un cognato di
Lazarevic. I rom, invece, pensano di proseguire fino a Podgorica.
Vogliono raggiungere gli accampamenti di Cemovsko Poje o di
Vrela Ribnicka, alla periferia della capitale montenegrina.
Contano sull'aiuto di Isem Gasi, presidente di varie
associazioni montenegrine di difesa dei diritti della persona e
membro di organizzazioni internazionali rom. Come confidava un
rom, nell'estate 1998, Isem Gasi è il capo della comunità rom
del Montenegro "perché è ricco e generoso". Infatti,
Gasi è solito distribuire generosamente banconote a ogni suo
passaggio nei campi. Rozaje e Podgorica sono le due tappe
principali dei rom nel Montenegro. Dall'inizio della guerra in
Kosovo, nel marzo 1998, fino ai primi bombardamenti occidentali,
nel marzo 1999, le tende sono sempre rimaste lì, all'ingresso
di Rozaje, pronte ad accogliere il flusso ininterrotto di rom
che fuggono dalla provincia. Oggi, parecchie migliaia di loro
vivono ancora nei pressi di Rozaje. Alcuni hanno preso il posto
dei profughi albanesi che vivevano ammucchiati nella ex-vetreria
"Kristal". In effetti, l'esodo dei rom continua senza
tregua da diciotto mesi ed è drammaticamente cresciuto dopo
l'arresto dei bombardamenti occidentali e il rientro degli
albanesi che erano stati cacciati dal Kosovo. I campi sistemati
nella periferia di Podgorica accoglievano già quasi 4.000
persone al tempo dei bombardamenti Nato (1).Questa popolazione,
difficile da quantificare, si rinnovava continuamente. Molti rom
lasciavano rapidamente il Montenegro per raggiungere parenti in
zone più fortunate. Alcuni passavano attraverso la
Bosnia-Erzegovina , altri tentavano di attraversare
clandestinamente l'Adriatico per raggiungere l'Italia. Poiché
il Montenegro è stato a lungo trascurato dalle organizzazioni
umanitarie internazionali, i profughi rom ricevevano pochissimi
aiuti, anche se le tradizionali strutture di solidarietà
cercavano di ovviare a queste carenze. I rom sistemati nel
Montenegro non sono meno soggetti a ostracismo. Una volontaria
italiana, Marcia Kuker, spiega che durante la primavera 1999 i
bambini dei campi sono stati cacciati dalla scuola elementare
Bozidar Vukovic di Podgorica dove era iniziata la loro
scolarizzazione. Il campo di Vrela Ribnicka dispone di un unico
punto di approvvigionamento d'acqua. Paradossalmente, i
bombardamenti Nato hanno provocato un certo miglioramento delle
condizioni di vita dei rom in Montenegro, grazie a maggiori
investimenti da parte delle organizzazioni internazionali, e in
particolare dell'Alto Commissariato per i profughi che ha
fornito grandi tende e garantisce il fabbisogno alimentare
essenziale. Poiché sono molti i rom che si sono rifugiati
presso parenti in particolare in Macedonia, dove la comunità è
molto importante o che hanno preferito continuare a fuggire
lontano dal conflitto, non si riesce a sapere esattamente quanti
siano stati cacciati in seguito alla guerra del Kosovo. Secondo
l'organizzazione Romani Baxt, prima del grande esodo di giugno,
10.000 rom sarebbero già stati costretti a trasferirsi a causa
del conflitto, anche se né in Montenegro, né in Macedonia, né
in Albania, si è mai proceduto a un censimento specifico dei
rom nei campi profughi. Dalla registrazione parziale di quelli
giunti in Albania, fatta da Romani Baxt, risulta l'arrivo di 860
persone, in maggior parte sistemate in un campo vicino a Korçæ
(2). Strategie di sopravvivenza I profughi rom che vivono in
Macedonia, all'incirca 35.000, sono minacciati di espulsione.
Alla fine di agosto 1999, il ministro macedone dell'interno,
Pavle Trajanov, si è pubblicamente pronunciato a favore del
rimpatrio immediato in Kosovo, provocando la reazione del Centro
europeo per i diritti dei rom (Errc). Alcuni rom installati nei
campi profughi evitano di precisare la propria identità, per
paura di subire discriminazioni da parte delle organizzazioni
umanitarie, e preferiscono dirsi albanesi. Vari incidenti hanno
segnato la vita dei campi, il più grave dei quali si è
verificato il 5 giugno nel campo di Stenkovec, in Macedonia. Un
gruppo di profughi albanesi ha attaccato alcuni rom, anch'essi
rifugiati, affermando che uno di essi si trovava fra i soldati
serbi che avevano ucciso, alcune settimane prima, due giovani in
Kosovo. L'inchiesta condotta da Romani Baxt dimostra che la
principale vittima di questa aggressione, Veli Maliqi, non aveva
partecipato direttamente a questo duplice assassinio. Peraltro
Maliqi era fuggito dalla caserma dell'esercito iugoslavo di Nis,
dove faceva il servizio militare, prima di essere arrestato e
costretto a reintegrarsi nella sua unità. Contrariamente agli
albanesi, i rom del Kosovo svolgevano effettivamente il servizio
militare e gli albanesi li accusano di avere a più riprese
fatto da ausiliari alle forze serbe. Ad esempio, durante
l'estate 1998, si potevano vedere rom all'opera durante il
saccheggio dei villaggi albanesi nel Kosovo ovest, fra Decani e
Djakovica. Secondo un piano accuratamente prestabilito, deciso
dopo parecchi giorni di perlustrazioni, i poliziotti serbi
saccheggiavano per primi i villaggi che attaccavano, portando
via i televisori e gli oggetti di valore. Poi arrivavano i
civili serbi. I rom erano gli ultimi a servirsi e saccheggiavano
ciò che i ladri precedenti avevano trascurato. Numerose
testimonianze confermano che i rom erano spesso usati dalla
polizia serba per compiere i "lavori sporchi", come
quello di seppellire i cadaveri dopo i massacri collettivi.
L'accusa di collaborazionismo con il regime serbo è dovuta
anche all'atteggiamento dei rom negli anni che precedettero il
passaggio al conflitto aperto. "Dovevamo per forza essere
dalla parte del Partito socialista di Serbia (Sps, al potere a
Belgrado). In Kosovo, non avevamo scelta. Per i serbi, era più
facile, anche se erano costretti ad essere membri dell' Sps per
trovare un lavoro", spiega Halil Ibrahim, originario di
Kosovska Mitrovica (3). In effetti, il potere serbo aveva buon
gioco nel manipolare questa comunità fragile. In genere, solo
al prezzo di una lealtà politica di facciata i rom del Kosovo
riuscivano a comprare la propria sopravvivenza. Tuttavia essi
hanno potuto ottenere certi vantaggi dalla situazione di
non-diritto nella quale era stata precipitata la maggioranza
albanese della popolazione della provincia. Poiché, già dalla
fine degli anni Ottanta, molti albanesi erano stati cacciati
dagli impieghi pubblici, per i rom era facile trovare lavoro in
Kosovo piuttosto che altrove a causa della carenza di manodopera
che ne derivava. La manipolazione politica dei rom del Kosovo ha
raggiunto il punto più alto al momento dei negoziati di
Rambouillet sul futuro della provincia, nel febbraio 1999. Il
regime serbo, nel tentativo di denunciare le volontà
"egemoniche"della comunità albanese, aveva mandato
avanti le piccole comunità nazionali della provincia, slavi
musulmani, goranci o rom. La delegazione "serba" ai
negoziati lasciava molto spazio a questi gruppi. Di conseguenza
i rom erano rappresentati ai negoziati, così come gli
"egiziani", che pur essendo rom hanno scelto questo
nome esotico in occasione dei censimenti iugoslavi per i quali
la dichiarazione di cittadinanza era libera. Secondo i dati del
censimento del 1994, gli "egiziani" erano numerosi
quasi quanto i rom che si dichiaravano tali nella Macedonia
ex-jugoslava. Agli occhi di molti albanesi, la partecipazione,
al fianco dei serbi, di rappresentanti rom ed
"egiziani" ai negoziati di Rambouillet ha
definitivamente compromesso e screditato i rom del Kosovo.
Autunno 1998, Drenica, nel cuore del Kosovo. Un uomo dal forte
colorito bruno è di guardia vicino alle rovine del villaggio di
Murgæ, che segna il limite del territorio controllato dall'Uck.
I suoi compagni d'arma elogiano il coraggio di Luan: "E' il
capo dell'unica famiglia rom di Murgæ, ed è il miglior
combattente del villaggio". L'intera popolazione di Murgæ
è albanese, tranne l'unica famiglia zingara, e l'impegno di
Luan nei ranghi dell'esercito indipendentista sembra naturale:
"Non ho altro paese che il Kosovo, devo lottare con i miei
vicini e i miei amici per difenderlo". A cinque chilometri
da Murgæ, il villaggio di Kijevo, sulla nazionale che collega
Pristina e Pec, offre una ben diversa situazione. Completamente
assediato quando l'Uck controllava quasi tutta la regione,
nell'estate 1998, questo villaggio si presenta come un ridotto
serbo. Alcuni contadini serbi dei villaggi vicini si erano
infatti rifugiati con mucche e maiali a Kijevo, ma la maggior
parte dei nuovi abitanti di Kijevo era anch'essa rom. Una
famiglia numerosa si è sistemata in una vecchia scuola. I due
figli più grandi sono orgogliosi della nuova divisa di
poliziotti. "Noi non abbiamo nulla contro gli albanesi, ma
ci difendiamo dai terroristi: come possono gli albanesi
pretendere di creare uno stato? Qui siamo in Serbia, dobbiamo
sempre rispettare le leggi e lo stato!". Queste scelte
politiche contraddittorie non dipendevano da differenze tribali
o confessionali fra i rom del Kosovo, quasi tutti musulmani.
Potevano invece essere assunte da diversi membri di una stessa
famiglia, il che permetteva di garantirsi il domani, quali che
fossero le evoluzioni del rapporto di forze fra serbi e
albanesi. Gli stessi rom potevano partecipare alle elezioni
"legittime" e votare con molta naturalezza per l'Sps
di Slobodan Milosevic, ed esprimersi anche nelle elezioni
"clandestine"della "Repubblica del Kosovo" ,
autoproclamata dalla comunità albanese, come quelle del marzo
1998. In questo caso, votavano per il "presidente"Rugova
Queste abili strategie di sopravvivenza non hanno salvato i rom
del Kosovo. Manipolati dal potere serbo, sono costretti a un
esilio massiccio da quando l'esercito iugoslavo e la polizia
serba hanno lasciato la provincia. L'Institute for War and Peace
Reporting (Iwpr) di Londra valuta che 120.000 rom sarebbero
fuggiti dal Kosovo dalla metà del giugno 1999 (4). Che pensare
di questa cifra enorme paragonata ai dati del censimento del
1991 che contava soltanto 49.000 rom e "egiziani"
nella provincia? Molti rom del Kosovo non si erano dichiarati
come tali e avevano preferito dirsi albanesi o
"musulmani", nell'accezione nazionale che il termine
può avere in Jugoslavia. Secondo l'Iwpr, prima delle ostilità
vivevano in Kosovo 150.000 rom e soltanto 10.000 di essi vi si
trovavano ancora alla fine del mese di luglio 1999. Nel Kosovo
"liberato", l'espulsione dei rom
"collaboratori" ha assunto un andamento sistematico. A
Vucitrn, una cittadina a metà strada fra Pristina e Kosovska
Mitrovica, sono state incendiate tutte le case rom del centro
della città, già largamente distrutto con l'esplosivo e i
bulldozer dalle forze serbe. "Erano gli ausiliari dei
serbi, hanno saccheggiato le nostre case, noi non facciamo altro
che riprenderci i nostri beni", così si giustifica un
albanese, mentre alcuni ragazzi escono da una casa incendiata,
le dita alzate a V in segno di vittoria e le spalle cariche di
tappeti rubati. Nella casa vicina, stanno staccando a colpi
d'ascia gli infissi e i rivestimenti in legno, in modo da non
lasciare alle fiamme nulla che possa essere recuperato. Soldati
francesi della Kfor assistono tranquillamente alla scena e si
giustificano spiegando che "non possiamo mettere una
guardia davanti a ogni casa". Nella città di Kosovska
Mitrovica, suddivisa in un "settore serbo" e uno
"albanese", une decina di case serbe e rom venivano
incendiate ogni giorno durante il mese di giugno. I profughi
giunti in Serbia o nel Montenegro parlano di violenze e di
assassinii, anche se i casi di esecuzioni sommarie pare siano
rimasti fortunatamente circoscritti. Nella loro fuga, i rom
devono inoltre confrontarsi con l'arbitrio delle autorità
serbe. Un rom di Pec, Dz. I., citato dall'Iwpr, afferma che la
polizia serba ha installato un posto di blocco a Rudare, nel sud
della Serbia. Per passare, i rom devono pagare una
"tassa" di 200-300 marchi a persona. Se non hanno
soldi, devono consegnare i loro gioielli. Il presidente del
gruppo Rom di Belgrado, Dragan Stankovic, accusa la Croce Rossa
serba, finanziata dal governo, di non prestare alcun aiuto alla
popolazione rom. Ogni giorno, varie centinaia di persone fanno
la coda fin dall'alba davanti all'ufficio di Stankovic, nella
speranza di ricevere i pacchi di cibo forniti dalle
Organizzazioni non governative. Tutte le organizzazioni
internazionali insistono sulla necessità impellente che la Kfor
e la Missione delle Nazioni unite in Kosovo (Minuk) accordino
una protezione specifica alla comunità rom. Tuttavia il capo
della Minuk, Bernard Kouchner, non sembra preoccuparsi affatto
di associare i rappresentanti di questa comunità
nell'amministrazione della provincia. Durante la conferenza
"Pace e sicurezza per i rom dei Balcani", svoltasi a
Sofia il 18 e il 19 giugno 1999, l'organizzazione Romani Baxt
invitava anche i governi a includere un programma specifico
destinato ai rom nell'ambito del patto di stabilità dell'Europa
del sud-est. Una richiesta che appare tanto più logica in
quanto i rom presenti in tutti i paesi della regione sono molto
interessati alla creazione di uno spazio balcanico aperto.
Oggetto di un razzismo condiviso sia dai serbi sia dagli
albanesi, manipolati dal regime di Belgrado, vittime di una
pulizia etnica sistematica da parte degli albanesi di ritorno
nelle loro case, i rom del Kosovo appaiono come le vittime
assolute e tragiche della guerra. Le loro sottili strategie di
sopravvivenza non hanno resistito davanti allo scontro frontale
fra le due comunità dominanti. Molti di loro, a cominciare da
quanti hanno, in un momento o nell'altro, portato la divisa
dell'Uck o quella della polizia serba, devono oggi condividere
la saggezza dei vecchi Rom Lovara, di cui parla Jan Yoors:
"I gadje i non zingari sono pazzi e soltanto i pazzi amano
la guerra" (5).
note:
* Giornalista, Cetinje (Montenegro)
(1)
Leggere "Rosmki izbeglicki kamp kod Podgorice" in
Monitor, 4 giugno 1999
(2)
Dichiarazione di Romani Baxt alla Conferenza "Pace e
sicurezza per i rom dei Balcani", Sofia, 18-19 giugno 1999.
Testo disponibile sul sito del Courrier des Balkans, http://bok.
net/balkans/.
(3)
Citato nel rapporto n&oord 61 sulla crisi dei Balcani dell'Institute
for War and Peace Reporting (IWPR). Si veda Le Courrier des
Balkans.
(4)
Rapporto n&oord 61 dell'IWPR, op. cit.
(5)
Jan Yoors, Tziganes, trad. dall'inglese in francese di J.
Meunier e P. Rumeux, Phébus, Parigi, 1990 poi Payot, 1995.
(Traduzione
di M.G.G.)