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Le bacchette di Lula
Albino Bernardini
(La nuova Italia)
(...)
La paura.
Era inutile pensare a quella desolante realtà. Così cercai di
intavolare una chiacchierata con i piccoli che mi guardavano, immobili
come una massa uniforme, stipati nei posti dei lunghi banchi. E questi
sarebbero i bambini da "domare"? fu la prima idea che mi venne
in mente mentre li guardavo. E' vero che i bambini di fronte ad una
qualsiasi novità si pongono in posizione di attesa, ed io ero per loro
la "novità", ma l'esperienza mi diceva pure che mi trovavo di
fronte non alla regola, bensì all'eccezione. Altre volte, in paesi non
diversi da Lula ero dovuto intervenire sin dai primi momenti per avere
un po' di calma ed organizzare una discussione. Qui invece mi
guardavano, attendevano, ma soprattutto diffidavano. Che significa?
Eppure quando erano fuori e aiutavano il bidello erano diversi: allegri,
felici e contenti, chiassosi, come tutti i bambini normali di questo
mondo. Perché mai una volta tra i banchi le loro espressioni, i loro
atteggiamenti erano completamente cambiati? Forse non ispirava fiducia
la mia presenza? Boh! Sul momento non riuscii a rendermi conto.
Passarono così alcuni minuti senza che il quadro mutasse. Io attendevo
che qualcuno parlasse per poter poi avviare la discussione su cose che a
loro fossero più congeniali, ma niente. Mi decisi dicendo: - Beh, ma
qui nessuno vuol dire qualcosa?
Silenzio e sguardi smarriti.
- Allora vogliamo discutere? -continuai muovendomi dal tavolino verso i
banchi per incoraggiarli. Gli sguardi si ravvivarono, qualche
sorrisetto, un po' di movimento ondulatorio che fece scricchiolare i
banchi e ancora silenzio assoluto.
- Ma avete la lingua? - chiesi con tono provocatorio.
- Sì. Sì. Altro che. Che l'abbiamo. Si, eccome! - risposero.
Qualcuno addirittura la fece vedere. Gli altri subito reagirono con voce
soffocata: - Maleducato! Non sai che la lingua non si fa mai vedere! Lo
dico a tua madre! Vedrai! Uhi!
-Se avete la lingua vuol dire che sapete parlare e che quindi possiamo
anche fare una chiacchierata, no?
- Noi? -chiese uno stupito.
- Sì , tutti assieme precisai.
- Mah! -fece un altro.
- Cosa vuol dire questo? - chiesi ancora.
- Ma dobbiamo parlare noi? E che ne sappiamo delle cose? Il maestro deve
parlare - dissero uno alla volta come se fossero comandati.
- Perché, voi non sapete parlare?
- Noi dobbiamo ascoltare, signor maè! Noi dobbiamo imparare.
L'anno scorso il maestro non voleva!
- Che cosa non voleva? - chiesi.
- Di parlare. Non voleva di muoversi - disse un altro subito.
- E voi non parlavate?
- No.
- Ma cosa facevate?
- I compiti.
- E il maestro?
- Il maestro ci spiegava la lezione.
- E poi?
- Ci interrogava.
- E chi si muoveva e parlava?
- Bacchettate. Sì, bacchettate. E anche schiaffi. E anche ci mandava
via... - si cominciò a dire a voce più alta un po' da tutte le parti.
- Allora è per questo che non volevate parlare?
- Per forza!
- Come per forza? - chiesi sempre più incuriosito e interessato.
- Se lei faceva come quello dell'anno scorso!
- A me le bacchette non piacciono!
- E a chi piacciono?
- Io stavo buono e non mi picchiava.
- Signor maè, Antonio - disse uno bruno alzandosi di scatto, ora
cominciavo a distinguerli - era quello che ne prendeva di più.
(...) - Allora di che cosa vogliamo parlare? - proposi.
Silenzio di nuovo. Si era di fronte ad un fatto così nuovo per loro che
non riuscivano ad immaginare su cosa si potesse discutere.
- Ma di cosa dobbiamo parlare? Noi non sappiamo niente! - fece Antonio
incoraggiato dalle mie parole.
- Ma davvero credi di non sapere proprio niente?
- Sì.
- In casa, con gli amici, con le persone che conosci, parli sì o no?
- Sì, sì, altro che!
- Ma quelle non sono cose di scuola - interruppe uno.
- E quali sono le cose di scuola?
- Le lezioni che si studiano e si scrivono sui quaderni.
- Le cose di casa e che si dicono con gli amici non si possono dire -
aggiunse un altro.
- Perché?
- Perché così non impariamo niente.
- Chi ve l'ha detto?
- Il maestro dell'anno scorso.
- Sì.
- Vero. Proprio lui! - gridarono.
(...) - Va bene, lasciamo da parte il maestro, ma siete convinti che
parlando non s'impara niente?
- Eh. Altro che. Sì, si capisce! .
- Allora non vogliamo parlare delle cose del paese?
- No, no. No, no. No, no...
- Parlatemi di voi allora.
- E che diciamo? Boh, non sappiamo niente.
- Ecco, come giocate, come passate il tempo fuori dalla scuola, oppure
fatemi delle domande.
- Signor maè - disse subito Giuseppe, un ragazzetto bruno dagli occhi
vivi che sedeva negli ultimi banchi - ora rimane sempre con noi?
- Vuoi dire per tutto l'anno scolastico?.
- No, se rimane sempre a Lula.
- Non lo so, ma credo di sì, - dissi per incoraggiarlo.
- Allora vi piace stare qui?
- Sì, mi piace. E' un bel paese e la gente è brava, -risposi un po' a
denti stretti, tornando col pensiero alla discussione che avevo avuto
col Provveditore agli Studi di Nuoro, quando m'impose di andare a Lula
come condizione per il mio rientro a scuola.
- Non tutti sono bravi signor maè, ce ne sono anche cattivi - fece una
voce dal fondo semibuio.
(...) L'incanto era ormai rotto. La paura e la diffidenza li avevano in
parte abbandonati e si poteva quindi discutere di tutte quelle cose che
non erano di scuola.
Quasi tutti avevano parenti fuori. Mi accorsi però che ancora non
avevano parlato le femminucce: - Ma voi -dissi - perché non parlate?
Non avete da dire niente? Non sapete nulla di tutte queste cose?
- Ne sanno, ne sanno signor maè, - gridarono in coro ancora i bambini,
- hanno vergogna perché sono femmine!
- Non è vergogna parlare. Perché, le "femmine" qui non
parlano?.
- Si, si che parlano! - rispose ancora il coro dei maschi.
- Voglio sentire loro; voi avete parlato abbastanza precisai.
A forza d'insistere, di promettere e d'assicurare, Maria, una simpatica
trecciona semibionda, con un vestitino estivo di un indefinibile colore
per le sfumature che aveva preso col tempo, si decise, e ci raccontò
con apparente disinvoltura le varie usanze del paese in occasione delle
feste dei morti. - Il giorno dei morti, la sera, prima di andare a
letto, mettiamo la roba da mangiare sul tavolo: pastasciutta, carne,
frutta e dolci fatti in casa. Ma se i morti non vengono, allora il
giorno dopo ce la mangiamo noi.
- Buona! Bene!
- A me piace la pasta!
- A me la carne.
- Uh che buona! - gridarono.
- Una volta, signor maè, - intervenne Grazia alzandosi lentamente ma
parlando con voce stridula, mia madre aveva messo la roba per i morti,
invece è tornato tardi mio padre con gli amici e se l'hanno mangiata
loro!
- Hanno fatto bene! Benissimo!
- Ma che, i morti mangiano - fece il solito coro che ormai cominciava a
perdere confidenza ed interveniva continuamente per ogni cosa.
- La mamma - riprese Grazia seria e composta - ha detto che i morti ci
venivano e ha cominciato a sgridarmi. Mio padre invece ha detto che i
morti stanno bene dove sono e che la roba se la devono mangiare i vivi.
Immediatamente si creò una divisione: quelli che credevano nei morti e
quelli che invece non ci credevano.
- I morti sono morti e non fanno niente; la roba si mette per la festa -
disse convinto Francesco, uno scarmigliato ricciolone.
- Invece i morti ci sono e vanno di notte. Mia zia ha detto che una
volta li ha visti: cantavano le preghiere.
Quando cantano così vuol dire che sono peccatori e lo fanno per
penitenza. Quando hanno finito allora se ne vanno al purgatorio; se
invece non si liberano vanno all'inferno.
- Non mi hai detto il tuo nome - chiesi,
- Mi chiamo Antonietta -rispose arrossendo sotto la bruna pelle del
volto affilato e magro.
- E tu ci credi a tutte queste cose?
- Si che ci credo! E ho anche paura! In casa non rimango mai sola
perché ho paura che mi escano i morti - concluse con sicurezza e con un
fare ora civettuolo.
Si passò da un argomento all'altro fino al mestiere dei genitori: - Mio
padre fa il pastore; ha le capre nel monte -fece disinvolto Giovanni,
che ancora non aveva preso la parola.
- Ne ha molte? -chiesi.
- Una cinquantina.
- Danno molto latte?
- Beh, molto non so... quando sono figliate che hanno i capretti babbo
porta il formaggio in paese e lo vendiamo
- Anche mio padre fa il pastore... - Anche mio padre. - Anche il mio. -
Pure il mio...
Su ventisette, sedici erano figli di piccoli pastori di capre o pecore,
sei avevano i genitori emigrati, e gli altri erano figli di artigiani e
piccoli proprietari di terre. (...)
Le guerre di Ada
Laura Pariani
Tratto dal volume Di corno o d'oro
(Sellerio)
Illustre signor Sindaco,
io, Marchini Ada, maestra elementare nella scuola del vostro paese,
stanotte oso indirizzarvi una lettera molto particolare. Sono qui seduta
nella mia stanzetta, al mio tavolo, di fronte al letto. E tutto in
ordine, ma io... io non sono niente affatto in chiaro con me stessa e
provo dolore, nostalgia, qualcosa di simile a una nuova fatica di
nascere.
(...) E' successo una sera della primavera scorsa, in questa stanza. A
un certo punto ho alzato gli occhi da un libro che stavo leggendo.
Quelle severe frasi illuminanti che mi riempivano il cuore... Mi levai e
andai alla finestra, lo sguardo sulle pòbbie. Sotto casa mia i miei
scolari giocavano. Il figlio del Paulén Giulài aveva legato a un
chiodo del muro un gattino rosso e, fra le grida di incitamento di tutti
gli altri bambini che gli stavano intorno, lo colpiva a testate. E
l'animale, dopo quattro o cinque colpi, non si è mosso più. Morto.
Proprio appeso a quel muro sul quale la stessa mattina avevo spiegato
loro il sistema metrico decimale; che c'erano ancora i segni col
gessetto rosso.
Ero impietrita. lo con i miei opuscoli di pedagogia e la mia saggezza di
gesso. Mi venne all'improvviso un'immensa voglia di piangere, di morire.
Tanto sottile è la corda su cui camminiamo e tanto fondo l'abisso in
cui possiamo cadere.
Che dovevo fare con quei bambini? io che avevo spiegato loro mille volte
che non si devono devastare i nidi degli uccelli, che non bisogna
prendere a sassate i vecchi cani zoppi.
Ma non ne han colpa i bambini. E il mondo che non va.
E come si fa a spiegare loro quello che è giusto e quello che non lo
è, in uno stanzone che non ha neppure il pavimento e in cui d'inverno
la stufa manda più fumo che calore? Già, voi non lo sapete, signor
Sindaco, perché non vi siete mai degnato di venire a vedere la mia
classe... Se ci veniste nella brutta stagione, quando i bambini mi
arrivano fradici e intirizziti, con le maglie bagnate che son costretti
a tenersi addosso tutto il giorno... Perché? Dico io: non ha il diritto
alla salute il popolo di campagna?
Forse, poiché il contadino non ha mezzi per procurarsi quanto è di
assoluta necessità per la salute fisica, dovrà essere costretto a
intorpidirsi in vestiti quasi ghiacciati anche quando si trova sotto un
tetto comunale?
Ah, signore, come fa compassione il loro continuo tossire profondo certi
giorni, il loro pietoso lamentarsi per il gelo da cui si sentono
tormentati. E d'estate l'afa e il Puzzo della latrina. Una cuccagna,
insomma, che davvero una si domanda: a che pro la scuola? Sapete,
illustre signor Sindaco, qual è il numero dei miei alunni?
Centoventicinque, sì signore, avete letto giusto: centoventicinque. Ah!
lo so che voi direte che a maggio diventano cinquanta, perché è la
stagione dei bigatti e i paesani ritirano i figli dalla scuola in massa
per farli lavorare.
Ma anche ammettendo che a maggio questo numero diminuisca, è pur sempre
superiore alle mie capacità morali e fisiche...
Come posso insegnare loro qualcosa in tali condizioni? Come posso
aiutare quei poverini? E sapete qual è l'arredo della mia lussuosa
classe? Diciassette banchi, due lavagne rotte e inservibili, un
tavolino, una sedia che perde la sua impagliatura, una stufa che non
funziona; e un posapiede (quale onore!)...
Nessuna carta geografica neanche un pallottoliere... Ah, dimenticavo:
due quadri, del Re e della Regina.
Quelli non mancano. (...)
Le Maestre
Pensierose
(Parafrasando Le galline pensierose di Luigi Malerba)
A cura di Alberto Melis e Fabio
Corona
Quando vennero a sapere che la terra è rotonda come
una palla e gira velocissima nello spazio, i maestri incominciarono a
preoccuparsi e furono presi da forti capogiri. Andavano per i prati
barcollando come se fossero ubriachi e si tenevano in piedi reggendosi
l'uno all'altro. Il più furbo propose di andare a cercare un posto più
tranquillo e possibilmente quadrato.
Un maestro di storia si trovò per caso in mezzo a un
grande trambusto di uomini e di cavalli, rischiò di venire calpestato,
ma alla fine riuscì a scappare e andò a nascondersi dietro a una
siepe. Quando raccontò il fatto gli dissero che si era trovato in mezzo
alla battaglia di Waterloo, dove era stato sconfitto Napoleone. Il
maestro fu molto orgoglioso di essere stato testimone di un grande
avvenimento storico.
Un maestro strabico vedeva tutto il mondo un po'
storto e credeva che fosse storto veramente. Vedeva storte anche le sue
colleghe e anche il direttore.
Camminava sempre di sbieco e spesso andava a sbattere contro i muri. Un
giorno di vento passò con le sue colleghe davanti alla torre di Pisa.
- Guarda il vento che ha stortato quella torre, - dissero le colleghe.
Il maestro strabico guardò anche lui la torre e la vide perfettamente
dritta. Non disse niente, ma pensò che forse le sue colleghe erano
strabiche.
Una maestra sventata che si era allontanata dalla
scuola si trovò a tu per tu con un professore. Se ne innamorò
pazzamente, ma fu un amore infelice perché il professore era miope e
aveva scambiato la maestra per una docente universitaria. Sarebbe stato
un amore infelice anche se il professore si fosse accorto che era una
maestra.
Un maestro sindacalista di base andava in giro con un
fiammifero in bocca.
- Potrei bruciare tutto, - diceva, - e invece non brucio niente perché
sono un maestro civile.
Messo alle strette dalle altre maestre confessò che non incendiava
niente perché non era capace di accendere il fiammifero.
Una maestra di storia era convinta di avere il
profilo etrusco.
Teneva sempre la testa voltata da una parte perché tutti potessero
ammirare il suo profilo. Finì per prendersi un torcicollo così forte
che la testa gli rimase voltata di traverso fino al giorno in cui cadde
in un tombino e si ruppe una gamba. Dopo la caduta le si raddrizzò la
testa, ma restò zoppa.
Una maestra di filosofia un po' incerta andava in
giro per la scuola brontolando: - Chi sono io? Chi sono io?
Le compagne si preoccuparono perché pensavano che fosse diventata
matta, finché un giorno una le rispose: - Una cogliona -. La maestra un
po' incerta da quel giorno smise di vaneggiare.
Una farfalla gialla infastidiva una maestra, le
svolazzava intorno quando questa usciva dalla scuola, le si andava a
posare sulla testa. La maestra non ne poteva più e per la rabbia non
dormiva di notte.
Una mattina prese la strada e disse che andava dai carabinieri per
denunciare la farfalla gialla. Un collega le disse allora che la
farfalla le girava intorno perché l'aveva scambiata per un fiore.
La maestra ritornò indietro e da quel giorno non si lamentò più
quando la farfalla gialla le svolazzava intorno.
Una maestra che si era convertita al buddismo disse
che cercava il vuoto, l'assenza delle cose.
Se fosse riuscita a realizzare che una volpe non è più una volpe o che
un coniglio non è più un coniglio, diceva, avrebbe raggiunto
l'illuminazione.
Prima che potesse raggiungere l'illuminazione, un giorno, mentre stava
meditando sul margine della strada, un autoarticolato la investì.
Una maestra vide i suoi resti sparsi, li riconobbe e disse:
- Questa maestra non è più una maestra.
Una maestra pazza credeva di essere Giovanna d'Arco e
le colleghe dicevano:
- Va bene va bene.
A un certo punto la maestra si stancò di essere Giovanna d'Arco e
decise di essere Napoleone.
- Non è possibile, - dissero le colleghe, - perché Napoleone era un
uomo.
La maestra pazza disse che lei poteva credere di essere chi voleva dal
momento che era pazza.
- Se voglio, - disse, - posso credere di essere anche il monumento di
bronzo di Napoleone.
Le altre maestre dovettero darle ragione e la maestra pazza passò
intere giornate immobile in sala mensa come se fosse il monumento di
bronzo di Napoleone.
Un maestro analfabeta desiderava molto imparare a
fare la sua firma. Quando finalmente trovò una maestra che sapeva
leggere e scrivere disposta a insegnargli, si batté una mano sulla
fronte ed esclamò:
- Non so come mi chiamo!
Un maestro ingegnoso aveva, in tempi molto lontani,
inventato la ruota.
La mostrò ai suoi colleghi che si misero a ridere e dissero che non
serviva a niente. Fu così che la civiltà dei maestri rimase in
arretrato rispetto a quella degli uomini, i quali presero il sopravvento
e ostacolarono il loro cammino sulla strada del progresso.
Un maestro di geografia che voleva andare in Cina
aveva sentito dire che per arrivare in quel lontano paese avrebbe dovuto
trovare i punti cardinali e poi camminare verso Est.
Il maestro andò in giro per i prati e per i boschi a cercare Est, ma
non riuscì a trovarlo. Lo cercò sotto le siepi, nei fossi, ai bordi
delle strade, nei dirupi, ma di Est non riuscì a trovare nemmeno
l'ombra e così dovette rinunciare al suo viaggio in Cina.
Un maestro scienziato faceva delle corse pazze
perché voleva infrangere il muro del suono.
Un giorno andò a infrangersi contro il muro del cortile e così
finirono i suoi tentativi.
Una maestra di matematica avrebbe voluto imparare a
guidare il triciclo, ma vi rinunciò quando, contandosi le gambe, si
accorse di averne solo due.
Per guidare il triciclo pensava che ne servissero tre.
Una maestra del Minnesota aveva sentito dire che i
grattacieli fanno venire le vertigini. Un giorno fece un viaggio fino a
New York, ma camminò per le strade tenendo sempre gli occhi bassi
perché temeva che le venissero le vertigini e così ritornò a casa
senza a aver visto i grattacieli. Peggio per loro, si disse durante il
viaggio di ritorno.
Una maestra calabrese decise di diventare mafiosa.
Andò da un ministro mafioso per avere una raccomandazione, ma questo le
disse che la mafia non esiste. Andò da un giudice mafioso, ma anche
questo le disse che la mafia non esiste. Andò infine da un sindaco
mafioso e anche questo disse che la mafia non esiste. La maestra
ritornò a scuola e ai colleghi che le facevano delle domande rispose
che la mafia non esiste. Tutti i maestri pensarono così che era
diventata mafiosa ed ebbero timore di lei.
Un maestro sapiente voleva insegnare alle colleghe a
contare e a fare le addizioni. Sulla lavagna scrisse i numeri da 1 a 9 e
spiegò che mettendoli insieme se ne potevano ricavare altri più
grandi. Per insegnare le addizioni scrisse su un'altra lavagna: 1 + 1 =
11; 2 + 2 = 22; 3 + 3 = 33 e così via fino a 9 + 9 = 99. Le maestre
impararono le addizioni e le trovarono molto convenienti.
Una maestra megalomane aveva deciso di scrivere un
progetto.
- Su che cosa? - domandarono le colleghe. - Su tutto, - rispose la
maestra megalomane. Le colleghe si mostrarono molto scettiche e le
fecero notare che tutto era un po' troppo. La maestra megalomane
corresse il suo progetto e disse che avrebbe scritto un progetto su
quasi tutto.
Una maestra filosofa guardava un sasso e diceva: -
Chi mi dice che questo è un sasso? - Poi guardava un albero e diceva: -
Chi mi dice che questo è un albero?
- Te lo dico io, - rispondeva una maestra qualsiasi. La maestra filosofa
la guardava con compatimento e domandava: - Chi sei tu che pretendi di
dare una risposta alle mie domande? - La maestra qualsiasi la guardava
preoccupata e rispondeva:
- Io sono una maestra -.
E l'altra: - Chi mi dice che tu sei una maestra? - Dopo un po' la
maestra filosofa si trovò molto sola.
Un maestro decadente una sera tardò a rientrare a
casa per assistere al tramonto, poi lo raccontò alle sue colleghe. Fu
in quella occasione che il maestro decadente pronunciò una frase che
divenne celebre:
- Bello il tramonto!
Quando il direttore prese il raffreddore tutte le
maestre fecero a gara per curarlo. Alcune trovarono un tale piacere
nelle cure che appena il direttore fu guarito, lo fecero cadere in acqua
con uno sgambetto perché prendesse un altro raffreddore. Invece prese
una polmonite e morì.
Un maestro romano passò sotto l'arco di Costantino,
ma non provò nessuna emozione particolare. Ci passò una seconda volta
e rimase ancora deluso. Si domandò perché mai Costantino avesse fatto
costruire quell'arco per poi passarci sotto.
Una maestra che aveva imparato a contare fino a
quattro pretendeva che le colleghe la chiamassero professoressa e voleva
scacciare il direttore per prendere il suo posto.
Le altre maestre le strapparono tutti i capelli e poi dissero che
l'avrebbero chiamata professoressa solo se fosse stata capace di contare
tutti i capelli che le avevano strappato.
Un maestro parigino volle salire sulla torre Eiffel.
Si arrampicò a fatica gradino dopo gradino e arrivò finalmente sulla
terrazza più alta. Qui si affacciò e vide una distesa di palazzi, di
monumenti, di giardini. Che città sarà mai questa?, si domandò il
maestro parigino che era rimasto con la bocca aperta per la meraviglia.
Incominciò a scendere le scale di corsa per domandare al guardiano il
nome della città che si vedeva dalla terrazza più alta della Torre
Eiffel.
Una maestra di Vibo Valentia voleva studiare la
filosofia di Wittgenstein, ma ogni volta le veniva un gran male di
testa. Provò con Whitehead, ma anche con lui le veniva il male di
testa. Provò ancora con Weisse con Wolff con Wahl con Wundt, ma andò
anche peggio. Un giorno aprì per caso un libro di Wodehouse e lesse
molte pagine senza il minimo dolore. Da quel giorno decise che il suo
filosofo preferito era Wodehouse.
Una maestra un po' svagata diceva di sentire un gran
vuoto dentro la testa, proprio nella parte dove di solito si trova il
cervello. - Ho paura di non avercelo il cervello, - diceva la povera
maestra piangendo, - se lo avessi me lo sentirei -. Ma le altre maestre
la rassicurarono dicendo che non se lo sentivano nemmeno loro.
- Per diventare filosofa diceva una vecchia maestra
che credeva di essere molto saggia, - non importa pensare a qualcosa,
basta pensare anche a niente -. Lei si metteva in un angolo del cortile
e pensava a niente. Così, e non in altri modi, diceva di essere
diventata una maestra filosofa.
Nel collegio dei docenti si accese una discussione se
fosse più bella l'alba o il tramonto. Si formò il partito delle
maestre albiste e quello delle maestre tramontiste. Con il passare del
tempo le une dimenticarono l'alba e le altre dimenticarono il tramonto,
rimase solo l'odio delle une contro le altre.
Le veglie di Neri
Renato Fucini
Scampagnata
(...) ...E quello con quel sciarpone di seta nera al
collo, che è inginocchiato accanto al sor Cosimo, continuò il Dottore,
è lo Stelloni mugnaio, assessore della pubblica istruzione. Il sor
Cosimo lo prescelse alla carica, perché, vista l'antipatia che fin da
bambino lo Stelloni aveva dimostrato per le scuole, poté
tranquillizzare il Consiglio che lui delle spese inutili non ne avrebbe
fatto fare. E l'assessore Stelloni, fedele al suo mandato, non ha mai
messo piede in una scuola. Lui dice per non compromettersi, perché le
cose non vanno a modo suo; la canaglia dice che ha paura di dovere
interrogare i ragazzi.
È un buon diavolo, però, e non ha odio con altri fuori che col maestro
comunale, quel giovanotto pallido lì dalla piletta, perché sopra un
componimento del suo figliolo corresse "appetito divoratore"
dove era scritto "appetito divoratrice". Lo Stelloni lo
compatì benignamente finché la questione rimase dubbia; ma quando fu
accertato che il maestro aveva ragione, il benigno compatimento
dell'Assessore si convertì in odio implacabile, e ora cerca tutte le
gretole per poterlo mettere nella strada a morire di fame. (...)
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