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  Maestri/15

1866, Gran Bretagna

Le bacchette di Lula, Bernardini Albino  

Le guerre di Ada, Pariani Laura

Le maestre pensierose (parafrasi), Malerba Luigi

Le veglie di Neri, Fucini Renato  

 

Le bacchette di Lula
Albino Bernardini
(La nuova Italia)


(...)
La paura.
Era inutile pensare a quella desolante realtà. Così cercai di intavolare una chiacchierata con i piccoli che mi guardavano, immobili come una massa uniforme, stipati nei posti dei lunghi banchi. E questi sarebbero i bambini da "domare"? fu la prima idea che mi venne in mente mentre li guardavo. E' vero che i bambini di fronte ad una qualsiasi novità si pongono in posizione di attesa, ed io ero per loro la "novità", ma l'esperienza mi diceva pure che mi trovavo di fronte non alla regola, bensì all'eccezione. Altre volte, in paesi non diversi da Lula ero dovuto intervenire sin dai primi momenti per avere un po' di calma ed organizzare una discussione. Qui invece mi guardavano, attendevano, ma soprattutto diffidavano. Che significa? Eppure quando erano fuori e aiutavano il bidello erano diversi: allegri, felici e contenti, chiassosi, come tutti i bambini normali di questo mondo. Perché mai una volta tra i banchi le loro espressioni, i loro atteggiamenti erano completamente cambiati? Forse non ispirava fiducia la mia presenza? Boh! Sul momento non riuscii a rendermi conto. Passarono così alcuni minuti senza che il quadro mutasse. Io attendevo che qualcuno parlasse per poter poi avviare la discussione su cose che a loro fossero più congeniali, ma niente. Mi decisi dicendo: - Beh, ma qui nessuno vuol dire qualcosa?
Silenzio e sguardi smarriti.
- Allora vogliamo discutere? -continuai muovendomi dal tavolino verso i banchi per incoraggiarli. Gli sguardi si ravvivarono, qualche sorrisetto, un po' di movimento ondulatorio che fece scricchiolare i banchi e ancora silenzio assoluto.
- Ma avete la lingua? - chiesi con tono provocatorio.
- Sì. Sì. Altro che. Che l'abbiamo. Si, eccome! - risposero.
Qualcuno addirittura la fece vedere. Gli altri subito reagirono con voce soffocata: - Maleducato! Non sai che la lingua non si fa mai vedere! Lo dico a tua madre! Vedrai! Uhi!
-Se avete la lingua vuol dire che sapete parlare e che quindi possiamo anche fare una chiacchierata, no?
- Noi? -chiese uno stupito.
- Sì , tutti assieme precisai.
- Mah! -fece un altro.
- Cosa vuol dire questo? - chiesi ancora.
- Ma dobbiamo parlare noi? E che ne sappiamo delle cose? Il maestro deve parlare - dissero uno alla volta come se fossero comandati.
- Perché, voi non sapete parlare?
- Noi dobbiamo ascoltare, signor maè! Noi dobbiamo imparare.
L'anno scorso il maestro non voleva!
- Che cosa non voleva? - chiesi.
- Di parlare. Non voleva di muoversi - disse un altro subito.
- E voi non parlavate?
- No.
- Ma cosa facevate?
- I compiti.
- E il maestro?
- Il maestro ci spiegava la lezione.
- E poi?
- Ci interrogava.
- E chi si muoveva e parlava?
- Bacchettate. Sì, bacchettate. E anche schiaffi. E anche ci mandava via... - si cominciò a dire a voce più alta un po' da tutte le parti.
- Allora è per questo che non volevate parlare?
- Per forza!
- Come per forza? - chiesi sempre più incuriosito e interessato.
- Se lei faceva come quello dell'anno scorso!
- A me le bacchette non piacciono!
- E a chi piacciono?
- Io stavo buono e non mi picchiava.
- Signor maè, Antonio - disse uno bruno alzandosi di scatto, ora cominciavo a distinguerli - era quello che ne prendeva di più.
(...) - Allora di che cosa vogliamo parlare? - proposi.
Silenzio di nuovo. Si era di fronte ad un fatto così nuovo per loro che non riuscivano ad immaginare su cosa si potesse discutere.
- Ma di cosa dobbiamo parlare? Noi non sappiamo niente! - fece Antonio incoraggiato dalle mie parole.
- Ma davvero credi di non sapere proprio niente?
- Sì.
- In casa, con gli amici, con le persone che conosci, parli sì o no?
- Sì, sì, altro che!
- Ma quelle non sono cose di scuola - interruppe uno.
- E quali sono le cose di scuola?
- Le lezioni che si studiano e si scrivono sui quaderni.
- Le cose di casa e che si dicono con gli amici non si possono dire - aggiunse un altro.
- Perché?
- Perché così non impariamo niente.
- Chi ve l'ha detto?
- Il maestro dell'anno scorso.
- Sì.
- Vero. Proprio lui! - gridarono.
(...) - Va bene, lasciamo da parte il maestro, ma siete convinti che parlando non s'impara niente?
- Eh. Altro che. Sì, si capisce! .
- Allora non vogliamo parlare delle cose del paese?
- No, no. No, no. No, no...
- Parlatemi di voi allora.
- E che diciamo? Boh, non sappiamo niente.
- Ecco, come giocate, come passate il tempo fuori dalla scuola, oppure fatemi delle domande.
- Signor maè - disse subito Giuseppe, un ragazzetto bruno dagli occhi vivi che sedeva negli ultimi banchi - ora rimane sempre con noi?
- Vuoi dire per tutto l'anno scolastico?.
- No, se rimane sempre a Lula.
- Non lo so, ma credo di sì, - dissi per incoraggiarlo.
- Allora vi piace stare qui?
- Sì, mi piace. E' un bel paese e la gente è brava, -risposi un po' a denti stretti, tornando col pensiero alla discussione che avevo avuto col Provveditore agli Studi di Nuoro, quando m'impose di andare a Lula come condizione per il mio rientro a scuola.
- Non tutti sono bravi signor maè, ce ne sono anche cattivi - fece una voce dal fondo semibuio.
(...) L'incanto era ormai rotto. La paura e la diffidenza li avevano in parte abbandonati e si poteva quindi discutere di tutte quelle cose che non erano di scuola.
Quasi tutti avevano parenti fuori. Mi accorsi però che ancora non avevano parlato le femminucce: - Ma voi -dissi - perché non parlate? Non avete da dire niente? Non sapete nulla di tutte queste cose?
- Ne sanno, ne sanno signor maè, - gridarono in coro ancora i bambini, - hanno vergogna perché sono femmine!
- Non è vergogna parlare. Perché, le "femmine" qui non parlano?.
- Si, si che parlano! - rispose ancora il coro dei maschi.
- Voglio sentire loro; voi avete parlato abbastanza precisai.
A forza d'insistere, di promettere e d'assicurare, Maria, una simpatica trecciona semibionda, con un vestitino estivo di un indefinibile colore per le sfumature che aveva preso col tempo, si decise, e ci raccontò con apparente disinvoltura le varie usanze del paese in occasione delle feste dei morti. - Il giorno dei morti, la sera, prima di andare a letto, mettiamo la roba da mangiare sul tavolo: pastasciutta, carne, frutta e dolci fatti in casa. Ma se i morti non vengono, allora il giorno dopo ce la mangiamo noi.
- Buona! Bene!
- A me piace la pasta!
- A me la carne.
- Uh che buona! - gridarono.
- Una volta, signor maè, - intervenne Grazia alzandosi lentamente ma parlando con voce stridula, mia madre aveva messo la roba per i morti, invece è tornato tardi mio padre con gli amici e se l'hanno mangiata loro!
- Hanno fatto bene! Benissimo!
- Ma che, i morti mangiano - fece il solito coro che ormai cominciava a perdere confidenza ed interveniva continuamente per ogni cosa.
- La mamma - riprese Grazia seria e composta - ha detto che i morti ci venivano e ha cominciato a sgridarmi. Mio padre invece ha detto che i morti stanno bene dove sono e che la roba se la devono mangiare i vivi.
Immediatamente si creò una divisione: quelli che credevano nei morti e quelli che invece non ci credevano.
- I morti sono morti e non fanno niente; la roba si mette per la festa - disse convinto Francesco, uno scarmigliato ricciolone.
- Invece i morti ci sono e vanno di notte. Mia zia ha detto che una volta li ha visti: cantavano le preghiere.
Quando cantano così vuol dire che sono peccatori e lo fanno per penitenza. Quando hanno finito allora se ne vanno al purgatorio; se invece non si liberano vanno all'inferno.
- Non mi hai detto il tuo nome - chiesi,
- Mi chiamo Antonietta -rispose arrossendo sotto la bruna pelle del volto affilato e magro.
- E tu ci credi a tutte queste cose?
- Si che ci credo! E ho anche paura! In casa non rimango mai sola perché ho paura che mi escano i morti - concluse con sicurezza e con un fare ora civettuolo.
Si passò da un argomento all'altro fino al mestiere dei genitori: - Mio padre fa il pastore; ha le capre nel monte -fece disinvolto Giovanni, che ancora non aveva preso la parola.
- Ne ha molte? -chiesi.
- Una cinquantina.
- Danno molto latte?
- Beh, molto non so... quando sono figliate che hanno i capretti babbo porta il formaggio in paese e lo vendiamo
- Anche mio padre fa il pastore... - Anche mio padre. - Anche il mio. - Pure il mio...
Su ventisette, sedici erano figli di piccoli pastori di capre o pecore, sei avevano i genitori emigrati, e gli altri erano figli di artigiani e piccoli proprietari di terre. (...)

 

Le guerre di Ada
Laura Pariani
Tratto dal volume Di corno o d'oro 

(Sellerio)

Illustre signor Sindaco,
io, Marchini Ada, maestra elementare nella scuola del vostro paese, stanotte oso indirizzarvi una lettera molto particolare. Sono qui seduta nella mia stanzetta, al mio tavolo, di fronte al letto. E tutto in ordine, ma io... io non sono niente affatto in chiaro con me stessa e provo dolore, nostalgia, qualcosa di simile a una nuova fatica di nascere.
(...) E' successo una sera della primavera scorsa, in questa stanza. A un certo punto ho alzato gli occhi da un libro che stavo leggendo. Quelle severe frasi illuminanti che mi riempivano il cuore... Mi levai e andai alla finestra, lo sguardo sulle pòbbie. Sotto casa mia i miei scolari giocavano. Il figlio del Paulén Giulài aveva legato a un chiodo del muro un gattino rosso e, fra le grida di incitamento di tutti gli altri bambini che gli stavano intorno, lo colpiva a testate. E l'animale, dopo quattro o cinque colpi, non si è mosso più. Morto. Proprio appeso a quel muro sul quale la stessa mattina avevo spiegato loro il sistema metrico decimale; che c'erano ancora i segni col gessetto rosso.
Ero impietrita. lo con i miei opuscoli di pedagogia e la mia saggezza di gesso. Mi venne all'improvviso un'immensa voglia di piangere, di morire. Tanto sottile è la corda su cui camminiamo e tanto fondo l'abisso in cui possiamo cadere.
Che dovevo fare con quei bambini? io che avevo spiegato loro mille volte che non si devono devastare i nidi degli uccelli, che non bisogna prendere a sassate i vecchi cani zoppi.
Ma non ne han colpa i bambini. E il mondo che non va.
E come si fa a spiegare loro quello che è giusto e quello che non lo è, in uno stanzone che non ha neppure il pavimento e in cui d'inverno la stufa manda più fumo che calore? Già, voi non lo sapete, signor Sindaco, perché non vi siete mai degnato di venire a vedere la mia classe... Se ci veniste nella brutta stagione, quando i bambini mi arrivano fradici e intirizziti, con le maglie bagnate che son costretti a tenersi addosso tutto il giorno... Perché? Dico io: non ha il diritto alla salute il popolo di campagna?
Forse, poiché il contadino non ha mezzi per procurarsi quanto è di assoluta necessità per la salute fisica, dovrà essere costretto a intorpidirsi in vestiti quasi ghiacciati anche quando si trova sotto un tetto comunale?
Ah, signore, come fa compassione il loro continuo tossire profondo certi giorni, il loro pietoso lamentarsi per il gelo da cui si sentono tormentati. E d'estate l'afa e il Puzzo della latrina. Una cuccagna, insomma, che davvero una si domanda: a che pro la scuola? Sapete, illustre signor Sindaco, qual è il numero dei miei alunni? Centoventicinque, sì signore, avete letto giusto: centoventicinque. Ah! lo so che voi direte che a maggio diventano cinquanta, perché è la stagione dei bigatti e i paesani ritirano i figli dalla scuola in massa per farli lavorare.
Ma anche ammettendo che a maggio questo numero diminuisca, è pur sempre superiore alle mie capacità morali e fisiche...
Come posso insegnare loro qualcosa in tali condizioni? Come posso aiutare quei poverini? E sapete qual è l'arredo della mia lussuosa classe? Diciassette banchi, due lavagne rotte e inservibili, un tavolino, una sedia che perde la sua impagliatura, una stufa che non funziona; e un posapiede (quale onore!)...
Nessuna carta geografica neanche un pallottoliere... Ah, dimenticavo: due quadri, del Re e della Regina.
Quelli non mancano. (...)

Le Maestre Pensierose
(Parafrasando Le galline pensierose di Luigi Malerba)
A cura di Alberto Melis e Fabio Corona

Quando vennero a sapere che la terra è rotonda come una palla e gira velocissima nello spazio, i maestri incominciarono a preoccuparsi e furono presi da forti capogiri. Andavano per i prati barcollando come se fossero ubriachi e si tenevano in piedi reggendosi l'uno all'altro. Il più furbo propose di andare a cercare un posto più tranquillo e possibilmente quadrato.

Un maestro di storia si trovò per caso in mezzo a un grande trambusto di uomini e di cavalli, rischiò di venire calpestato, ma alla fine riuscì a scappare e andò a nascondersi dietro a una siepe. Quando raccontò il fatto gli dissero che si era trovato in mezzo alla battaglia di Waterloo, dove era stato sconfitto Napoleone. Il maestro fu molto orgoglioso di essere stato testimone di un grande avvenimento storico.

Un maestro strabico vedeva tutto il mondo un po' storto e credeva che fosse storto veramente. Vedeva storte anche le sue colleghe e anche il direttore.
Camminava sempre di sbieco e spesso andava a sbattere contro i muri. Un giorno di vento passò con le sue colleghe davanti alla torre di Pisa.
- Guarda il vento che ha stortato quella torre, - dissero le colleghe.
Il maestro strabico guardò anche lui la torre e la vide perfettamente dritta. Non disse niente, ma pensò che forse le sue colleghe erano strabiche.

Una maestra sventata che si era allontanata dalla scuola si trovò a tu per tu con un professore. Se ne innamorò pazzamente, ma fu un amore infelice perché il professore era miope e aveva scambiato la maestra per una docente universitaria. Sarebbe stato un amore infelice anche se il professore si fosse accorto che era una maestra.

Un maestro sindacalista di base andava in giro con un fiammifero in bocca.
- Potrei bruciare tutto, - diceva, - e invece non brucio niente perché sono un maestro civile.
Messo alle strette dalle altre maestre confessò che non incendiava niente perché non era capace di accendere il fiammifero.

Una maestra di storia era convinta di avere il profilo etrusco.
Teneva sempre la testa voltata da una parte perché tutti potessero ammirare il suo profilo. Finì per prendersi un torcicollo così forte che la testa gli rimase voltata di traverso fino al giorno in cui cadde in un tombino e si ruppe una gamba. Dopo la caduta le si raddrizzò la testa, ma restò zoppa.

Una maestra di filosofia un po' incerta andava in giro per la scuola brontolando: - Chi sono io? Chi sono io?
Le compagne si preoccuparono perché pensavano che fosse diventata matta, finché un giorno una le rispose: - Una cogliona -. La maestra un po' incerta da quel giorno smise di vaneggiare.

Una farfalla gialla infastidiva una maestra, le svolazzava intorno quando questa usciva dalla scuola, le si andava a posare sulla testa. La maestra non ne poteva più e per la rabbia non dormiva di notte.
Una mattina prese la strada e disse che andava dai carabinieri per denunciare la farfalla gialla. Un collega le disse allora che la farfalla le girava intorno perché l'aveva scambiata per un fiore.
La maestra ritornò indietro e da quel giorno non si lamentò più quando la farfalla gialla le svolazzava intorno.

Una maestra che si era convertita al buddismo disse che cercava il vuoto, l'assenza delle cose.
Se fosse riuscita a realizzare che una volpe non è più una volpe o che un coniglio non è più un coniglio, diceva, avrebbe raggiunto l'illuminazione.
Prima che potesse raggiungere l'illuminazione, un giorno, mentre stava meditando sul margine della strada, un autoarticolato la investì.
Una maestra vide i suoi resti sparsi, li riconobbe e disse:
- Questa maestra non è più una maestra.

Una maestra pazza credeva di essere Giovanna d'Arco e le colleghe dicevano:
- Va bene va bene.
A un certo punto la maestra si stancò di essere Giovanna d'Arco e decise di essere Napoleone.
- Non è possibile, - dissero le colleghe, - perché Napoleone era un uomo.
La maestra pazza disse che lei poteva credere di essere chi voleva dal momento che era pazza.
- Se voglio, - disse, - posso credere di essere anche il monumento di bronzo di Napoleone.
Le altre maestre dovettero darle ragione e la maestra pazza passò intere giornate immobile in sala mensa come se fosse il monumento di bronzo di Napoleone.

Un maestro analfabeta desiderava molto imparare a fare la sua firma. Quando finalmente trovò una maestra che sapeva leggere e scrivere disposta a insegnargli, si batté una mano sulla fronte ed esclamò:
- Non so come mi chiamo!

Un maestro ingegnoso aveva, in tempi molto lontani, inventato la ruota.
La mostrò ai suoi colleghi che si misero a ridere e dissero che non serviva a niente. Fu così che la civiltà dei maestri rimase in arretrato rispetto a quella degli uomini, i quali presero il sopravvento e ostacolarono il loro cammino sulla strada del progresso.

Un maestro di geografia che voleva andare in Cina aveva sentito dire che per arrivare in quel lontano paese avrebbe dovuto trovare i punti cardinali e poi camminare verso Est.
Il maestro andò in giro per i prati e per i boschi a cercare Est, ma non riuscì a trovarlo. Lo cercò sotto le siepi, nei fossi, ai bordi delle strade, nei dirupi, ma di Est non riuscì a trovare nemmeno l'ombra e così dovette rinunciare al suo viaggio in Cina.

Un maestro scienziato faceva delle corse pazze perché voleva infrangere il muro del suono.
Un giorno andò a infrangersi contro il muro del cortile e così finirono i suoi tentativi.

Una maestra di matematica avrebbe voluto imparare a guidare il triciclo, ma vi rinunciò quando, contandosi le gambe, si accorse di averne solo due.
Per guidare il triciclo pensava che ne servissero tre.

Una maestra del Minnesota aveva sentito dire che i grattacieli fanno venire le vertigini. Un giorno fece un viaggio fino a New York, ma camminò per le strade tenendo sempre gli occhi bassi perché temeva che le venissero le vertigini e così ritornò a casa senza a aver visto i grattacieli. Peggio per loro, si disse durante il viaggio di ritorno.

Una maestra calabrese decise di diventare mafiosa. Andò da un ministro mafioso per avere una raccomandazione, ma questo le disse che la mafia non esiste. Andò da un giudice mafioso, ma anche questo le disse che la mafia non esiste. Andò infine da un sindaco mafioso e anche questo disse che la mafia non esiste. La maestra ritornò a scuola e ai colleghi che le facevano delle domande rispose che la mafia non esiste. Tutti i maestri pensarono così che era diventata mafiosa ed ebbero timore di lei.

Un maestro sapiente voleva insegnare alle colleghe a contare e a fare le addizioni. Sulla lavagna scrisse i numeri da 1 a 9 e spiegò che mettendoli insieme se ne potevano ricavare altri più grandi. Per insegnare le addizioni scrisse su un'altra lavagna: 1 + 1 = 11; 2 + 2 = 22; 3 + 3 = 33 e così via fino a 9 + 9 = 99. Le maestre impararono le addizioni e le trovarono molto convenienti.

Una maestra megalomane aveva deciso di scrivere un progetto.
- Su che cosa? - domandarono le colleghe. - Su tutto, - rispose la maestra megalomane. Le colleghe si mostrarono molto scettiche e le fecero notare che tutto era un po' troppo. La maestra megalomane corresse il suo progetto e disse che avrebbe scritto un progetto su quasi tutto.

Una maestra filosofa guardava un sasso e diceva: - Chi mi dice che questo è un sasso? - Poi guardava un albero e diceva: - Chi mi dice che questo è un albero?
- Te lo dico io, - rispondeva una maestra qualsiasi. La maestra filosofa la guardava con compatimento e domandava: - Chi sei tu che pretendi di dare una risposta alle mie domande? - La maestra qualsiasi la guardava preoccupata e rispondeva:
- Io sono una maestra -.
E l'altra: - Chi mi dice che tu sei una maestra? - Dopo un po' la maestra filosofa si trovò molto sola.

Un maestro decadente una sera tardò a rientrare a casa per assistere al tramonto, poi lo raccontò alle sue colleghe. Fu in quella occasione che il maestro decadente pronunciò una frase che divenne celebre:
- Bello il tramonto!

Quando il direttore prese il raffreddore tutte le maestre fecero a gara per curarlo. Alcune trovarono un tale piacere nelle cure che appena il direttore fu guarito, lo fecero cadere in acqua con uno sgambetto perché prendesse un altro raffreddore. Invece prese una polmonite e morì.

Un maestro romano passò sotto l'arco di Costantino, ma non provò nessuna emozione particolare. Ci passò una seconda volta e rimase ancora deluso. Si domandò perché mai Costantino avesse fatto costruire quell'arco per poi passarci sotto.

Una maestra che aveva imparato a contare fino a quattro pretendeva che le colleghe la chiamassero professoressa e voleva scacciare il direttore per prendere il suo posto.
Le altre maestre le strapparono tutti i capelli e poi dissero che l'avrebbero chiamata professoressa solo se fosse stata capace di contare tutti i capelli che le avevano strappato.

Un maestro parigino volle salire sulla torre Eiffel. Si arrampicò a fatica gradino dopo gradino e arrivò finalmente sulla terrazza più alta. Qui si affacciò e vide una distesa di palazzi, di monumenti, di giardini. Che città sarà mai questa?, si domandò il maestro parigino che era rimasto con la bocca aperta per la meraviglia. Incominciò a scendere le scale di corsa per domandare al guardiano il nome della città che si vedeva dalla terrazza più alta della Torre Eiffel.

Una maestra di Vibo Valentia voleva studiare la filosofia di Wittgenstein, ma ogni volta le veniva un gran male di testa. Provò con Whitehead, ma anche con lui le veniva il male di testa. Provò ancora con Weisse con Wolff con Wahl con Wundt, ma andò anche peggio. Un giorno aprì per caso un libro di Wodehouse e lesse molte pagine senza il minimo dolore. Da quel giorno decise che il suo filosofo preferito era Wodehouse.

Una maestra un po' svagata diceva di sentire un gran vuoto dentro la testa, proprio nella parte dove di solito si trova il cervello. - Ho paura di non avercelo il cervello, - diceva la povera maestra piangendo, - se lo avessi me lo sentirei -. Ma le altre maestre la rassicurarono dicendo che non se lo sentivano nemmeno loro.

- Per diventare filosofa diceva una vecchia maestra che credeva di essere molto saggia, - non importa pensare a qualcosa, basta pensare anche a niente -. Lei si metteva in un angolo del cortile e pensava a niente. Così, e non in altri modi, diceva di essere diventata una maestra filosofa.

Nel collegio dei docenti si accese una discussione se fosse più bella l'alba o il tramonto. Si formò il partito delle maestre albiste e quello delle maestre tramontiste. Con il passare del tempo le une dimenticarono l'alba e le altre dimenticarono il tramonto, rimase solo l'odio delle une contro le altre.

Le veglie di Neri
Renato Fucini

Scampagnata

(...) ...E quello con quel sciarpone di seta nera al collo, che è inginocchiato accanto al sor Cosimo, continuò il Dottore, è lo Stelloni mugnaio, assessore della pubblica istruzione. Il sor Cosimo lo prescelse alla carica, perché, vista l'antipatia che fin da bambino lo Stelloni aveva dimostrato per le scuole, poté tranquillizzare il Consiglio che lui delle spese inutili non ne avrebbe fatto fare. E l'assessore Stelloni, fedele al suo mandato, non ha mai messo piede in una scuola. Lui dice per non compromettersi, perché le cose non vanno a modo suo; la canaglia dice che ha paura di dovere interrogare i ragazzi.
È un buon diavolo, però, e non ha odio con altri fuori che col maestro comunale, quel giovanotto pallido lì dalla piletta, perché sopra un componimento del suo figliolo corresse "appetito divoratore" dove era scritto "appetito divoratrice". Lo Stelloni lo compatì benignamente finché la questione rimase dubbia; ma quando fu accertato che il maestro aveva ragione, il benigno compatimento dell'Assessore si convertì in odio implacabile, e ora cerca tutte le gretole per poterlo mettere nella strada a morire di fame. (...)