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  Maestri/11

 

1908, Carinzia

Il vecchio e il bambino, Berri Claude   

Jude lo scuro, Hardy Thomas

La cacciatora, Negri Ada

La casa tra gli alberi, Welsh Renate

 

 

 

Il vecchio e il bambino
Claude Berri
(tratto dal sito internet della Fondazione Galiano; dalle ricerche bibliografiche effettuate risulta inedito in Italia)

(...) Pioveva ancora, la stessa pioggerella sottile ma costante di Nemours e di Caluires. Bastava già questo a rendermi triste. E avevo paura di quello che sarebbe successo a scuola.
Mi domandavo se l'insegnante sarebbe stato un maestro o una maestra e se lui o lei sarebbero stati simpatici. Mi domandavo se me ne avrebbero voluto per il fatto che ero ebreo. Mi domandavo com'erano i ragazzi di campagna. Promisi a me stesso che avrei studiato, che sarei stato il primo in tutto per far piacere ai miei genitori. Inoltre, se avessi studiato molto, non avrei avuto tempo di esser triste. La scuola era situata in una piazzetta con un albero di sicomoro e una fontana. Mi sedetti su un muro un po' lontano dai ragazzi e dalle ragazze, che mi guardavano parlottando a voce bassa. Arrivò la maestra. Pensai che assomigliava a un'anguilla nera. I suoi occhi, i capelli, il vestito, tutto era nero. Papà e io avevamo spesso giocato al gioco delle somiglianze tra persone e animali. Ne avevo ancora l'abitudine. Le anguille non mi piacevano molto: ti guizzano tra le dita e sono viscide. La maestra mi si avvicinò. Persino il suo sorriso m'innervosiva. Avevo l'impressione che mi avrebbe fatto qualche scherzo crudele. Mi domandò come mi chiamavo.
- Longuet, signora.
Lo compitai con cura: - L-O-N-G-U-E-T.
Non avevo sbagliato, ed ero fiero di me. I ragazzi della scuola avevano preso coraggio ed erano là, attorno a noi. La maestra fece una risatina cattiva: - Ma che nome buffo!
Attorno a me ci fu uno scoppio di risa.
Guardai per terra. Era vero che era un nome buffo. Ma che potevo farci? C'era una guerra
e io ero ebreo. Il mio vero nome era Langmann, un nome grande, bellissimo, caldo, il nome di mio padre, il nome che lui aveva dato a mia madre il giorno in cui si erano sposati, il nome che aveva dato a me il giorno in cui ero nato, il mio nome di prima della guerra. Avevo voglia di urlarlo.
(...) Finalmente la maestra uscì, seguita da Maxime. Battè‚ le mani e ci fece schierare in quadrato. Era solenne. Ma non per questo aveva rinunziato al suo eterno, crudele sorriso. Maxime era al suo fianco, e rigirava tra le dita il berretto. Guardai Dinou. Era calma e non sospettava nulla. La maestra estrasse dalla tasca del suo grembiule la cartolina, la brandì in aria perché tutti potessero vederla e domandò: - Chi ha scritto questa graziosa cartolina?
La sua voce era flautata, quasi dolce. Gli allievi si scambiarono delle occhiate. Guardai Dinou. Dalla disperazione che mi vide dipinta in volto sospettò che fossi stato io. Maxime era pronto a scagliarsi sul colpevole. La voce della maestra si fece ancor più mielata. - Chi ha fatto questi deliziosi errori d'ortografia? Chi è l'anima coraggiosa che si firma con una padella?
Quale demonio mi spinse a farlo? Non lo saprò mai: invece di star zitto, firmai io stesso la mia sentenza. disperazione che mi vide dipinta in volto sospettò che fossi stato io. Maxime era pronto a scagliarsi sul colpevole. La voce della maestra si fece ancor più mielata. - Chi ha fatto questi deliziosi errori d'ortografia? Chi è l'anima coraggiosa che si firma con una padella?
Quale demonio mi spinse a farlo? Non lo saprò mai: invece di star zitto, firmai io stesso la mia sentenza.
- Non è una padella, è una ciliegia. Ero fiero di me, e sorrisi a Dinou che abbassò gli occhi. Avrei voluto avvicinarmi a lei, prenderla per mano e dire a tutti che l'amavo. Tutta la classe scoppiò a ridere. Soltanto Dinou non rise. La maestra mi venne vicino e mi sventolò la cartolina sotto il naso.
- Dunque, sei stato tu? -.
Guardai la maestra dritto negli occhi.
- Sono stato io! -. Non stavo confessando il mio delitto, stavo vantandomene.
Lentamente, la maestra estrasse dalla tasca la macchina tosatrice. Maxime si calzò il berretto sulle orecchie e balzò verso di me. Io corsi via.
Da quel giorno so che cosa significa essere un animale braccato che sta per morire. Dinou era alle mie calcagna, seguita da tutta quella marmaglia. Sento ancora i tonfi delle loro scarpe di legno, gli urli delle ragazze. Correvo più in fretta che potevo. Andavo veloce, ma ero condannato.
Fu Maxime ad acchiapparmi. Mi riportò indietro nel cortile della scuola: io mi dibattevo e scalciavo. Urlai. Piansi. Me ne infischiavo della mia dignità. Volevo i miei capelli! Ma la maestra eseguì la sentenza fino alla fine. Rapato! Ero rapato, innocente, lontano da mia madre, lontano da mio padre: rapato. Un animale, dopo che l'hanno marchiato, viene lasciato libero di andarsene in pace. Fu lo stesso con me. Il padre di Dinou mi lasciò libero. Mi sentivo umiliato, disperato. Avevano osato raparmi solo per una cartolina (...). E questa la chiamavano giustizia! Quando avevo rubato dei giocattoli, quando mi ero strappato la camicia, mi ero meritato le botte che avevo preso. Ma raparmi per una piccola dichiarazione d'amore! Mi toccai la testa: ero nudo. Piansi in silenzio. Non ero più arrabbiato. Ero solo. La cerimonia era finita. Erano tutti attorno a me in circolo. Non ridevano più. Smisi di piangere e li guardai a uno a uno. Non erano affatto fieri. Anche Maxime abbassò gli occhi. E per una volta, la maestra aveva smesso d'inalberare il suo eterno sorriso. (...)

Jude lo scuro
Thomas Hardy

(...) Il maestro di scuola stava per lasciare il villaggio, e tutti sembravano dispiaciuti. Essendo più che sufficiente per gli effetti che portava con sé, il mugnaio di Cresscombe gli aveva prestato il carretto con il telone bianco di farina, e il cavallo, per trasportare le sue cose alla città cui era diretto, distante una ventina di miglia da lì. Il suo alloggio presso la scuola, infatti, era stato arredato in parte dagli Amministratori, e l'unico oggetto ingombrante di sua proprietà oltre alla cassa dei libri era un piccolo pianoforte verticale, da lui acquistato a un'asta, l'anno in cui aveva pensato di imparare a suonare uno strumento. Svanito l'entusiasmo iniziale, non ne aveva mai raggiunto alcuna abilità con i tasti, e da allora l'acquisto era stato per lui fonte di continui fastidi durante i traslochi. (...)
Un ragazzetto di undici anni, che aveva assistito pensieroso al trasloco, si avvicinò allora al gruppo degli uomini, e mentre costoro, incerti sul da farsi, si fregavano il mento, arrossendo al suono della propria voce disse: "Mia zia ha una grande cantina, e forse potreste metterlo là finche non avrete trovato dove sistemarvi, signore."
"Un'ottima idea" disse il fabbro.
Fu deciso di inviare una deputazione dalla zia del ragazzo, una vecchia zitella del paese, per chiederle se avrebbe tenuto in casa il pianoforte finché il signor Phillotson non avesse mandato a ritirarlo. Il fabbro e il fattore si allontanarono per verificare la praticabilità di quella soluzione, e il ragazzo e il maestro rimasero soli, in piedi nel soggiorno.
"Ti dispiace che parto, Jude?" domandò quest'ultimo con affetto. Gli occhi del ragazzo si riempirono di lacrime, poiché egli non era uno degli scolari regolari della mattina, che vivendo ogni giorno a contatto con il maestro erano alieni da qualsiasi romanticismo, ma aveva frequentato la scuola serale solo durante il trimestre appena concluso. A dire il vero, in quel momento gli scolari regolari, come certi discepoli del passato, evitano di farsi vedere nei paraggi, essendo poco propensi a offrirsi con entusiasmo di aiutarlo. Il ragazzo aprì imbarazzato il libro che teneva in mano, regalatogli dal signor Phillotson per ricordo, e ammise che gli dispiaceva.
"Anche a me", disse il signor Phillotson.
"Perché ve ne andate, signore?", chiese il ragazzo.
"Oh, sarebbe troppo lungo spiegarlo. Non capiresti le mie ragioni, Jude. Forse potrai capirlo quando sarai più grande".
"Credo di poterle capire anche adesso, signore".
"E va bene ma non andarlo a raccontare in giro. Sai cosa è una università e una laurea? È il lasciapassare necessario per chiunque voglia concludere qualcosa nell'insegnamento. Il mio progetto, o il mio sogno, è di laurearmi, e poi prendere gli ordini. Andando a vivere a Christminster o nei paraggi mi troverò per così dire al quartier generale (...)
Il fabbro e il suo compagno tornarono.
La cantina era asciutta e comoda, e la signorina Fawley pareva disposta a ospitare lo strumento. Si decise di conseguenza di lasciarlo nella scuola fino a sera, quando avrebbero potuto contare su più braccia per trasportarlo; e il maestro diede un'ultima occhiata intorno a sé.
Jude aiutò a caricare le poche cose rimaste, e alle nove in punto il signor Phillotson, salito sul carretto e sedutosi vicino alla cassa dei suoi libri e agli altri impedimenta, si congedò dagli amici.
<<Non ti dimenticherò, Jude", disse sorridendo mentre il carretto iniziava a muoversi.
"Ti raccomando di fare il bravo; sii gentile con gli animali e gli uccelli, e leggi più che puoi. E se un giorno verrai a Christminster, ricordati di cercarmi, in nome dell'antica amicizia".
Il carretto scricchiolò passando attraverso il prato, e scomparve dietro l'angolo, nei pressi della casa del parroco. Il ragazzo tornò verso il pozzo, al limite del prato, dove aveva lasciato i secchi per andare ad aiutare il suo protettore e maestro a caricare le sue cose. Le labbra ora gli tremavano, e dopo aver sollevato il coperchio del pozzo per calarvi il secchio, si fermò e si appoggiò con la fronte e le braccia contro il parapetto. (...)

La Cacciatora
Ada Negri

(...) Le fatiche della scuola non mi davano alcun pensiero. Insegnavo nella prima classe dei maschi. Quegli ottanta o novanta diavoli scatenati, che m'irrompevano nell'aula, in gran parte sporchi, puzzolenti di concio e di stalla, pieni di pidocchi e di monellerie, mi piacevano appunto perché, in certo qual modo, fra essi mi sentivo un diavolo scatenato anch'io. Come ciò riuscisse a combinare coi doveri dell'insegnamento e col progresso di quei ragazzi nell'alfabeto e nell'abbaco, lo ignoro. Ma combinava. Pochissimi di loro portavano calze e scarpe, blusetta e calzoncini in ordine, e si presentavano col viso e le mani lavate: i figli del sindaco, ch'era un fittabile, del segretario, del droghiere: da contarsi sulle dita. Certe povere mamme col giallore della pellagra in faccia, incontrandomi per via, mi gridavano a bruciapelo: - Giù botte, sa, scióra maàstra. Non abbia paura: non c'è altro da fare con quel barabba del mio ragazzo: l'è a fin de ben.
Botte, no; Dio guardi. Ma urlare con loro e più di loro, sì: additando sui cartelloni figure d'animali e d'ortaggi, scrivendo sulla lavagna sillabe e cifre, girando fra i banchi con l'illusione di mettere un po' d'ordine nel passeraio, urlavo, urlavo sempre, da divenirne rauca. Riuscivo ad addolcire la voce solo in fantastici racconti coi quali godevo calmare la loro irrequietezza: il tuffo nel meraviglioso li rinfrescava, li rendeva miti come agnelli; ed io ne approfittavo per giungere attraverso la favola a insegnar loro, di sorpresa, cose a cui non avrebbero, altrimenti, prestato attenzione. Mi amavano. Sentivo che mi amavano. Non come una maestra: bensì come una compagna grande. Durante le passeggiate del giovedì al Guado della Signora, e, di là, lungo il greto del fiume, non oso dire qual fosse, fra loro e me, il più acceso a scoprir sassi e pietruzze variopinte.
A cogliere gigli d'acqua e malve selvatiche, a ingollar more, ferendosi gambe e mani nell'intrico dei rovi. I più svelti mi portavano in classe fiori, lumache, spighe, semi speciali, bestioline bizzarre, con cui s'improvvisavano lezioni e conversazioni gustose. Ma il baccano, vorrei dire, amorevole, diveniva a volte così acuto nel tono, così impressionante, che il maestro Argentieri, dall'aula di seconda e terza riunite, attigua alla mia, spalancava la porta, saliva sulla pedana della cattedra, e standosene ritto in silenzio con le braccia conserte, rimetteva in dieci secondi le cose a posto. Nemmeno una parola: la conosceva a fondo, lui, la potenza del silenzio. Alto, asciutto, lentigginoso, con una vampa rossa di capelli a sommo della fronte e due occhi turchini quasi senza ciglia, tirava il fiato.
(...) Era, lo confesso, un gran bel vedere, e un gran riposo, per qualche minuto: salvo poi a ricominciare, quando il maestro aveva fatto dietro-front, ed era tornato ai fatti suoi. Alle spalle, sottovoce, lo chiamavano el Rossin. Me li avrebbe bocciati tutti agli esami, e con soddisfazione, se gli fosse riuscito.
Ma non poteva: facevan miracoli , e non parevano più loro; e io mi gonfiavo d'intima contentezza.
Candidi risvegli, il mattino. Mi destava, immancabilmente, la fragranza del pane caldo, appena sfornato, che Chiarascura, fin dalle prime ore, vendeva, in silenzio, alle operaie della filanda e della fabbrica di battúòro, alle massaie, alle contadine. Fragranza che mi faceva palpitar le narici e mi dilatava il cuore e mi buttava giù dal letto con la gioia di cominciare una nuova giornata, d'amore e d'accordo col sole e la pioggia, il freddo e il caldo, il previsto e l'imprevisto. Poteva essere il più duro inverno, che l'odor del pane caldo richiamava in me l'immagine delle spighe di luglio, fiammeggianti in attesa della falce, e delle pannocchie d'agosto, ben costipate ne' cartocci ruvidi, con grani gemelli di cui non uno guasto, col bel pennacchio ricadente, d'un bruno rossiccio tal quale come i miei capelli.
Allora mi lavavo con gran brividi e sbuffi, mi vestivo alla diavola, e dalla scaletta esterna mi precipitavo nello stanzone del torchio: là sgranocchiavo non so quanti panetti.
Non li volevo intingere nella ciotola del latte ancora schiumante e tepido di mungitura; ma preferivo gustarne il sapore di grano e farmeli crocchiare sotto i denti: il latte lo bevevo poi a sorsate. E via, a scuola. (...)

La casa tra gli alberi
Renate Welsh 

(Piemme Junior)

(...) Sulla strada che portava in paese le lucide scarpe nere si coprirono di polvere. Peter trotterellava accanto a Eva. Si dava continui strattoni alla cravatta. Gerte gliel'aveva annodata troppo stretta. Davanti alla scuola c'erano ragazzi grandi e piccoli, tutti con la loro lavagnetta. A ognuna era appeso un cancellino, che ballonzolava a ogni movimento. In mezzo ai ragazzi ben messi ce n'erano alcuni tutti sudici che correvano, si urtavano e si davano spintoni.
- Di nuovo quelli del Pian dell'Oca - disse una ragazza arricciando il naso.
Il maestro uscì dalla scuola: era vecchio, un uomo alto dai capelli grigi e vestito di grigio. A Eva sembrò che avesse grigia anche la faccia. Batté le mani. - Mettetevi in fila per due! Entrate in aula lentamente in silenzio!
Aveva una voce rauca, ma molto forte.Sotto il suo sguardo severo abbassarono la testa persino i ragazzi più turbolenti. - Cos'è questo strascicare i piedi?- esclamò. - I ragazzi tedeschi camminano ben diritti. E anche le ragazze.
Mentre entravano, squadrò ogni ragazzo da capo a piedi.
- Terzo banco dalla parte della finestra - disse a Eva, - e quarto banco dalla parte della porta - a Peter.
Non osarono chiedere di potersi mettere l'uno vicino all'altra. Nelle prime due file di banchi il maestro aveva sistemato quelli del Pian dell'Oca, a sinistra le ragazze, a destra i ragazzi, piccoli e grandi alla rinfusa, poi venivano i più piccoli e in fondo c'erano quelli grandi di quattordici anni.
Il maestro restò fermo davanti alla porta dell'aula. I più grandi bisbigliarono: - In piedi!
Quando il maestro entrò nell'aula, alzarono il braccio e urlarono: - Heil Hitler!
In città la mamma aveva proibito a Eva di giocare con i bambini del secondo piano, perché i loro genitori erano nazisti. Lì in paese a ogni domanda sui nazisti avevano ricevuto in risposta lo stesso sguardo che riceveva a ogni domanda su papà.
C'era un mucchio di cose sulle quali non si poteva fare domande. Quasi tutte quelle che erano interessanti .
- Sarebbe bella - disse il maestro - se non riuscissimo a fare di voi autentici ragazzi e ragazze tedeschi, di cui il Führer possa essere orgoglioso.
Quelle parole suonarono come una minaccia. Improvvisamente Eva vide sul collo della ragazza seduta davanti a lei un animaletto scuro che correva e che le sparì tra i capelli. La ragazza si grattò. Dappertutto all'attaccatura dei capelli si notavano dei graffi. La compagna di banco di Eva alzò la mano, non inclinata in avanti con le dita unite e il pollice in fuori, ma diritta verso l'alto. Il maestro alzò il mento verso di lei.
- Signor maestro, quelli del Pian dell'Oca hanno i pidocchi. Ne ho visto uno adesso.
Lui annuì, come se non avesse aspettato altro. Fece venire quelli del Pian dell'Oca uno per uno accanto alla cattedra, prese un bastoncino dal cassetto e lo passò tra i capelli dei ragazzi, come se volesse far loro la scriminatura.
- Tutti pieni di lendini - disse disgustato.
- Ora riceverete una bottiglia di petrolio. Dite alle vostre mamme che stasera vi frizionino la testa col petrolio e poi ve la avvolgano stretta con un panno. Di panni ne avete? Domani resterete a casa. Dopodomani vi voglio vedere tutti con la testa lavata.
I ragazzi del Pian dell'Oca dissero : - Sì, signor maestro.
Non si vergognarono affatto. Uno di essi si volse e scrutò i compagni con aria di sfida. Il maestro fece sgombrare i banchi della terza fila. - Dobbiamo scavare una trincea tra coloro che sono sani e gli elementi infetti, un cordone sanitario, come dicono gli strateghi. - Rise. Era evidentemente una battuta che Eva non aveva capito. Quella risata la turbava, si sentì sollevata quando il maestro smise di ridere. Per il resto della mattinata dovette stringersi con gli altri ragazzi nei banchi in fondo all'aula. - Sento che quell'uomo non mi piacerà - disse tornando a casa. Peter annuì.
- A me non piace già adesso.

(...)Lo sguardo di Eva cadde sull'orologio che era in cucina. Le due! Alle due e mezzo iniziavano le lezioni pomeridiane, e per arrivare a scuola c'erano da percorrere quattro chilometri, tre quarti d'ora buoni, andando svelti.
Eva e Peter partirono di corsa, ma dopo pochi passi si resero conto che la pancia troppo piena impediva loro di correre.
Non potevano farcela, dovettero rassegnarsi all'idea di arrivare in ritardo.
- Mi sembra di avere uno zaino nella pancia - gemette Eva.
- Pensavo che fossero sei gnocchi, invece sono sei macigni - disse Peter .
Si trascinarono fino a scuola. Quando entrarono nell'aula, trenta paia di occhi si voltarono verso di loro, senza contare lo sguardo irato del maestro.
Quest'ultimo esigette una spiegazione. Ma siccome ai due ragazzi non venne in mente alcuna scusa, la spiegazione non fu data. Il maestro iniziò a parlare a bassa voce dello spirito di sacrificio delle nostre truppe vittoriose, e continuò sempre più forte, asserendo che i due ragazzi con la loro negligenza si dimostravano indegni di quel sacrificio. Infine afferrò la bacchetta e ordinò a Eva di sdraiarsi sul banco. Le sollevò la gonna. I colpi le facevano male, la pancia piena le faceva male, ma la cosa peggiore era che tutti potevano vederle le mutande. Proprio quel giorno indossava le mutande azzurre, quelle tutte consumate a furia di essere lavate, che sembravano sporche. La bacchetta sibilava nell'aria.
- Otto, nove, dieci - contò il maestro.
Poi fu la volta di Peter, i colpi schioccavano sui suoi calzoni di cuoio. Il maestro continuava a picchiare, la fronte imperlata di sudore. Tredici, quattordici, quindici. Ai ragazzi toccavano più colpi, o si era dimenticato di smettere?
- Gli faceva piacere - disse Eva mentre tornavano a casa. - Proprio un gran piacere.
Peter alzò le spalle.
- Per me fa proprio lo stesso.
- Per me no - disse Eva. Lui la guardò.
- Ma tu sei una ragazza. E poi con i calzoni di cuoio fa meno male. Fa solo un baccano.
Eva accelerò il passo, e quando Peter la chiamò si mise a correre.
- Adesso dà anche i numeri - pensò Peter ansimando. (...)