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  Maestri/17

 

 

Fine '800, Stati Uniti Alabama

L'uomo nell'astuccio, Cechov Anton Pavlovic  

Maestra di campagna, Prosperi Carla

Maestra e scolaro, O'Donnell K. M.

Maestro Mago, Preussler Otfried

Mastrangelina, Alvaro Corrado

 

L'uomo nell'astuccio
Cechov

(...)Bèlikov attese un poco, e riprese poi, piano, con voce triste: - E ho anche qualche altra cosa da dirvi: sono professore da lungo tempo, mentre voi siete appena agli inizi, e in quanto più anziano di voi credo dovervi dare un avvertimento. Andare in bicicletta è una distrazione del tutto sconveniente, per un educatore dei giovani."
"E perché?" chiese Kovalènko, con la sua voce di basso.
"Forse che occorre una spiegazione? Non è facile capirlo"? Se il maestro va in bicicletta, che rimane da fare agli scolari? Non resta loro altro che camminare sulla testa. E dal momento che ciò non è autorizzato da una circolare, è chiaro che non è permesso. Ieri mi sono spaventato: quando vidi vostra sorella non credevo ai miei occhi. Una donna, una signorina in velocipede! orribile!"
"Insomma, cosa volete?"
"Non desidero che una cosa: avvertirvi. Siete giovane, avete l'avvenire dinanzi a voi, dovete comportarvi con molta, molta prudenza. Vi prendete troppa libertà! Oh, se ve ne prendete! Portate delle camicie ricamate, circolate di continuo in città tenendo non si sa che libri; e adesso, in velocipede! Il preside saprà che voi e vostra sorella andate in bicicletta e ciò arriverà sino agli orecchi del provveditore... Non ne verrà nulla di buono!" (...)

 

Maestra di campagna
Carola Prosperi

Pioveva. Il villaggio, già sperduto in fondo alla valle, pareva diventato una pozzanghera sola, colle aie melmose, le viottole e i campi deserti, le case chiuse, poiché le donne stavano nelle stalle a filare e gli uomini al paese vicino, dove arrivava il vapore e dove c'erano due osterie. Non s'udiva che lo scrosciar lieve lieve di una pioggia lenta, monotona, eterna.
Pochi minuti prima delle quattro, in una casetta più bassa delle altre, una vera bicocca all'estremità del paese, coi vetri rotti accomodati con carta ingommata e una scaletta di legno esterna tutta tarlata, la porta si aprì e ne uscirono cinque o sei ragazzi con gli scartafacci sotto il braccio.
Mentre se ne andavano di qua e di là, curvi sotto l'acqua, col loro passo lento e pesante di contadini, la maestra stava a guardarli dritta e immobile sulla soglia. Era una ragazza anziana, vestita di nero, magra e scialba, col volto avvizzito e lungo, fisso in un'espressione di fredda e abituale malinconia. Davanti a tutto quel grigio plumbeo ella parve rabbrividire, nascose le mani sotto il grembiale, allungò il capo per guardare intorno: non c'era nessuno. Chiuse la porta della scuola, salì la scaletta di legno ed entrò nella sua abitazione, una vasta e squallida stanza che le serviva da camera e da cucina.
Tutto tornò deserto per un pezzo. Solo una volta, poiché la pioggia cadeva con maggior violenza, una tendina giallognola si alzò e il viso della maestra apparve, per un momento, dietro ai vetri. Più tardi, verso le cinque, un essere umano spuntò finalmente in fondo alla strada, nella campagna desolata: un giovinetto alto ed elegante col bavero del soprabito rialzato e le mani inguantate. Egli evitava con cura le pozzanghere saltando da una parte all'altra della strada e si guardava inquieto le scarpe, affondandole nella mota con disgusto. Giunto presso la scaletta di legno trasse un sospirone di sollievo, chiuse l'ombrello, si scosse come un cane bagnato e salì, in due salti.
- Sono io, Paola. Stai al buio?...
- Sei tu, Ugo?
La maestra di scuola - forma oscura e immobile accanto alla tavola - si alzò ed accese una piccola lampada a petrolio che illuminò fiocamente tutta la stanza, mentre Ugo brontolava contro il tempo e le seccature del viaggio e cercava intorno cogli occhi il punto più adatto del pavimento per appoggiarvi il bel pomo del suo ombrello aperto.
(...) - Che freddo!... Che umidità! - diceva di tanto in tanto e batteva i piedi. La sorella lo guardava.
Era un bel ragazzo di sedici anni, snello e ben fatto, con un viso gioviale e vermiglio, la fronte alta e bianca, gli occhi chiari e limpidi, con un aspetto già virile ma pieno ancora di allegria fanciullesca.
(...) - E papà?... Come sta?... Ugo alzò le spalle .
- Sempre lo stesso. Il padre, infermiccio, apatico, rassegnato, non aveva da chiederle nulla, epperò non le scriveva mai.
- Vi divertite?...
- Per conto mio, figurati!... Devo studiare... Le ragazze si divertono alla sera come possono. Viene il fidanzato di Renata, quello spilungone, con qualche amico... Augusta suona, Clementina si lamenta... La solita baraonda. Io mi rintano in camera mia. Ho poco da scherzare... Se non studio la mamma non mi dà pace.
- Sei un uomo tu! - disse con asprezza la sorella. - Devi lavorare. Non puoi aspettare la fortuna come quelle ragazze. E poi, lo sai... Siamo poveri!... Siamo poveri! ...
- Eh, lo so!... - rispose il ragazzo un po' stupito di quella violenza. E aggiunse con una graziosa aria di impotenza: - Lavorerò.
Stettero un poco in silenzio.
Ella aveva preso in mano la calza e scalzettava rapidamente: di tanto in tanto un sorriso amaro le increspava le labbra senza riuscire a schiudergliele. Ugo si guardava attorno con uno strano stringimento di cuore. - Dove stai!... - e come se vedesse tutto ciò per la prima volta, mirò sbigottito la stanza squallida e vasta, la mobilia miserabile, le pareti nude, il letto in un angolo, dietro un paravento primitivo, il canapè colla fodera sdrucita, e un secchio pieno d'acqua, accanto al muro. E pensò alla loro casa in città piena di chiasso e di gente, dove i creditori picchiavano ad ogni momento e pure non riuscivano a rattristar loro la vita, perché ognuno pensava per sé e non faceva nulla per gli altri.
Una baraonda sì, ma piena d'allegria. Egli sentì la sua fresca, ingenua anima offuscarsi.
- Non potrei ripartire adesso?
- Piove troppo... dormi nel mio letto. Io dormirò sul sofà.
- Ma...
- La strada è buia.
- Ma qui fa freddo...
- Oh appena... Sei tanto delicato? Che cosa faresti allora qui, d'inverno...
(...) Paola apparecchiava la tavola: stese una tovaglia grossolana, dispose due piatti rozzi, le posate, il bricco del latte, una bottiglia piena di caffè chiaro e dolciastro e il pane.
Ugo mangiò con avidità, ella bevve appena del latte.
- Come mangi poco!... - stupì il ragazzo.
- Mi par d'aver lo stomaco chiuso da tanti anni!... - ella rispose, e s'alzò e andò al cassettone.
- Senti... Andiamo a dormire?... - sbadigliò Ugo di nuovo, infreddolito.
- Senti prima. Questa busta la darai alla mamma; quest'involto a Renata, quest'altro - ci son le calze - ad Augusta. Per Clementina non posso darti nulla. Non scrivo, ma la cosa che devo dir loro, la riferirai tu.
Ugo sbadigliava: - Che sonno, che freddo, Paola!...
- Dirai loro che non mi chiedano più niente. Non ho più niente ora. Puoi rovesciare la casa, non troveresti un centesimo, non un filo di roba. E per l'avvenire, dirai che non sarò più padrona né del mio tempo, né di ciò che guadagnerò.
- Ah, va bene... Perché?...
- Perché prendo marito.
Ugo si scosse, gridò un: "eh?", e il suo viso si rischiarò di un riso fuggevole di stupore e di canzonatura.
- Tu prendi marito?
E pareva che volesse dirle: - Eh via! Che storiella è questa?...
Il cuore della povera zitella trasalì a quella ferita nuova e sentì ravvivato il bruciore di tutte le ferite antiche.
Chi aveva stabilito, alla sua nascita, che il suo destino dovesse essere rinunzia, umiltà e sacrifizio?... Aveva dovuto pagare il fio di essere nata virtuosa e savia, tra gente senza scrupoli, dispotica e temeraria, che apprezzava soltanto l'ozio e i piaceri della vita; e quando la casa, peggio di una barca che fa acqua da tutte le parti, era stata lì lì per sfasciarsi, ella sola si era rassegnata a partire. Che supplizio durante i lunghi anni dell'avversa fortuna!...
Poi, un po' d'apparente agiatezza era tornata in casa, ma lei per consiglio di tutti era rimasta a lavorare. Giacché aveva il beneficio di poter guadagnare, guadagnasse!... E tutti i suoi erano sempre pronti a piombarle addosso come avvoltoi. Oh se avessero potuto spremerla di più, sfruttarla ancora, toglierle il sonno, contarle i bocconi, far denaro d'ogni suo minuto!...Era un andirivieni continuo, un richiedere concitato, delle esigenze senza fine, delle proteste senza tregua!... E le dicevano, senza volerla schernire: - Beata te che sei indipendente e non hai bisogno di nessuno!...
Invece, ora, ella sentiva proprio bisogno di qualcuno che la difendesse dalla sua stessa debolezza, che dicesse di no per lei; sentiva più acuta la sorda e latente ribellione di tanti anni, l'amarezza dell'ingiustizia, il rancore della schiavitù, tutto ciò che voleva sfogarsi e le gonfiava il petto e la agitava come un male insopportabile. (...)
Così Paola sposò un contadino e diventò matrigna di due contadinelle. Fu morta al mondo, come una monaca, senza le dolcezze del convento; come una sepolta, senza la pace della tomba. Fu rinnegata e dimenticata. Il fratello solo, nonostante le diverse vicende e fortune colle quali si era conquistato il suo posto nel mondo, la ricordava; ma era il suo un ricordo vago, come di una creatura sparita da tanti anni, di un fantasma dileguato, l'ombra di un'ombra...

Maestra e scolaro
K. M. O'Donnell
(da "Il compito di latino" Nove racconti e una modesta proposta - Sellerio)

Io sono un mostro che vuole uccidere gli altri morsicandoli sul collo con i denti affilati e bere il loro sangue, ma finora sono riuscito a tenere tutto questo per me e nessuno conosce il mio segreto. Mi chiamo Edward Alan Arthur e ho dieci anni. L'anno scorso ne avevo nove e non uccidevo gli altri. L'anno prossimo ne avrò undici e avrò già ucciso della gente. Non manca molto, e poi non potrò più reprimere le mie tendenze e impedire che esplodano e che abbiano la meglio. In questo momento sto parlando con la mia insegnante, la signorina Green. La signorina Green è l'insegnante di lettura per tutti quelli della quarta e da molto tempo è insoddisfatta del mio profitto. Adesso mi ha chiamato nel suo piccolo ufficio, dopo la scuola, in modo, come dice lei, da mettere le cose in chiaro una volta per tutte e scoprire perché non voglio leggere.
- Non hai problemi di vista - dice la signorina Green. - Non ci sono carenze nel tuo quoziente di intelligenza e inoltre, quando hai voglia di leggere, sai farlo piuttosto bene. Allora perché non ti dai da fare con il tuo lavoro e perché insisti a disturbare la classe durante le lezioni di lettura?
La signorina Green è giovane, e sarebbe carina se non fosse per quella voce stridula. Proprio adesso, nella mia mente, le sono saltato addosso e i miei denti lucenti e forti stanno affondando nelle morbide pieghe bianche del suo collo. Nella mia mente il sangue sta scorrendo e io bevo, bevo. Ma nella stanza io tengo le mani unite in grembo e lo sguardo abbassato timidamente, in modo che lei non possa vedere cosa sta succedendo ai miei occhi.
- Perché sono tutte bugie - dico io - tutte bugie scritte da bugiardi. I libri non insegnano niente ai bambini sul mondo, ma sono scritti dagli adulti e così i bambini non vedono il mondo qual è. Gli adulti hanno fatto diventare il mondo orribile, e adesso scrivono i loro libri e ci raccontano le loro bugie così che noi non si possa vederlo com'è e non lo si distrugga.
La signorina Green si agita sulla sedia e per un attimo le sue mani si muovono, irrequiete. Io penso a quanto sarebbe bello alzarmi e lanciarmi su di lei. Prima la colpirei nella parte molle del cranio dietro l'orecchio, giusto per tramortirla, poi, mentre cade, l'afferrerei tra le pieghe del collo con i miei lucidi denti micidiali e comincerei a morsicare. Il sangue zampillerebbe fuori come una cascata di petardi e lei morirebbe prima di poter capire cosa le è successo. Ma nella stanza io cerco di scacciare tutti questi pensieri o almeno di portarli a un livello che mi permetta di continuare a tenere lo sguardo basso. Le mie mani si torcono, le dita si intrecciano, ma io non sono il tipo di mostro che strangola. Quando avevo otto anni, una notte fui visitato da strane Potenze che mi offrirono la possibilità di scegliere che tipo di mostro volevo essere, e io decisi di essere un vampiro. Così, anche se mi piacerebbe molto strangolare la signorina Green, le mie dita non ne hanno la forza. I denti sono una cosa diversa. Sono molto affilati e con le estremità appuntite, grazie alle Potenze che mi hanno insegnato come spazzolarll e trattarli (...).
- Questa è la cosa più ridicola che abbia mai sentito - dice la signorina Green. - Onestamente, Edward, non so dove tu abbia preso un'idea del genere. I libri sono la porta che conduce alla verità, e la lettura è la luce della coscienza. Anche se talvolta gli uomini usano la parola scritta per dire menzogne, questo non significa che debba essere sempre così.
- Certo che è sempre così - ribatto io, immaginando piccole, frementi gocce del suo sangue. - Una volta che gli uomini scoprono come mentire, non dicono più la verità. Perché dovrebbero? Non rende.
La signorina Green scorre i fogli che tiene in grembo e poi si appoggia allo schienale. - Devo essere onesta con te, Edward - dice. - Pensavo che potessimo risolvere i tuoi problemi discutendone noi due soli, per aiutarti ad accettare la lettura, ma mi sembra che questo non ci porti a nessun risultato. Perciò sarò costretta a farti vedere da un medico.
- Un medico? Volete dire un medico dei pazzi, non è vero?
- Qualcuno che parlerà con te, Edward, e cercherà di scoprire perché la pensi così.
- Pensate che sono matto, vero?
Di colpo sono in piedi, chino su di lei, e grido. Anche se sono piuttosto piccolo per la mia età, la signorina Green è molto esile e, in piedi, io la domino. - Solo perché io ho il Potere - dico - solo perché io so che le letture sono tutte storie e perché ho denti forti e micidiali che possono penetrare nel vostro collo e farvi morire...
Di colpo mi fermo. Fino a questo momento non ho mai rivelato a nessuno il mio segreto. Devo essere davvero molto agitato per aver rivelato il mio segreto alla signorina Green. Lei cerca di alzarsi, ma le gambe non la reggono, e come una farfalla che cerchi di arrampicarsi su un filo d'erba ricade indietro.
- Stai lontano da me, Edward - dice. I suoi occhi sono molto rotondi. - Vattene lontano da me, subito.
- No - ribatto io, avvicinandomi. - Vi ho già svelato il mio segreto e adesso è troppo tardi. Non avreste dovuto farmelo dire, ma l'ho detto, e adesso dovete pagare. E tutta colpa vostra. Non avrei fatto niente, se non mi aveste costretto a dirlo.
- Per favore, Edward - dice alzando una mano - ci sono cose che non capisci, tu non capisci come vanno le cose, cosa sta succedendo...
- No - dico (...). Mi avvicino sempre di più e scopro i denti.
- Adesso - dico.
- Edward, Edward, non capisci, non è come credi tu, mi hai costretta tu a farlo, Edward.
E poi c'è un grido e uno scarto, il grido, evidentemente, deve essere mio, lo scarto è della signorina Green che si sposta di lato sulla sedia, e la sua faccia sta cambiando, cambiando. Si protende verso di me e mi addenta il collo, io sento gli affilati e micidiali strumenti della sua bocca e poi ogni cosa fluisce lontano da me. Avvolto da una specie di nebbia cado sul pavimento, guardando ottusamente in su. La signorina Green è sopra di me. La sua testa si abbassa.
E sempre più vicina.
- Non avresti dovuto dire che i libri sono pieni di bugie - dice. - Alle Potenze non farà piacere. (...)

 

Maestro Mago
Preussler Otfries 

(Piemme)

(...) La mattina del primo giorno di scuola dopo le vacanze natalizie, i bambini della terza classe non sapevano ancora niente di niente. Fuori faceva freddissimo, e tutti sedevano nei banchi coi visi arrossati, aspettando il signor Klingsor. Ai piedi delle scale il bidello Rapp scampanellò l'inizio della prima ora di lezione. La porta dell'aula si aprì e, con gran meraviglia dei bambini, entrò la signorina Wolf. La signora Wolf era una maestra anzianotta e rotondetta, coi capelli grigi tirati e divisi nel mezzo da una scriminatura diritta. Sul naso portava un paio di occhialetti a molla, e sul mento, a sinistra, aveva un grosso porro.
<<Buon giorno, bambini>> disse la signorina Wolf scrutando la classe con uno sguardo penetrante. <<Perché mi fissate così?>>
<<Scusi, il signor Klingsor è malato? >> chiese la Steffi von Austerlitz.
<< No >> rispose la signorina Wolf. << E' stato trasferito in una piccola scuola sui monti Metalliferi. D'ora in avanti sarò io la vostra maestra >>.
I bambini si sentirono morire. Perché la signorina Wolf era nota in tutta la scuola Rodolfo per esser molto severa e incapace di stare allo scherzo. Proprio a lei dovevano dare la terza classe? La signorina Wolf troneggiava dietro la cattedra come una regina. Una regina che avesse dimenticato di mettersi la corona in testa.
<<Tenetelo bene a mente, bambini! >> disse con un 'occhiata severa. << Durante le mie lezioni bisogna star seduti belli dritti. E non mi va che si chiacchieri. E neppure... >>
Quel che stava per dire, i bambini della terza classe non lo seppero mai. Perché in quel preciso momento qualcuno bussò alla porta.
<< Avanti! >> Dalla voce della signorina Wolf si capiva benissimo che non amava essere interrota durante una lezione. Entrò il bidello Rapp. << E' arrivato per lei con la posta>>.
<< Per me? >> domandò sorpresa la signorina Wolf.
<< Ci dev'essere uno sbaglio >>. Ma non c'era nessuno sbaglio: il pacchetto era veramente per lei. E quando la signorina Wolf l'aprì, vide che conteneva tante lettere, tutte scritte a mano: una per la signorina Wolf, ma anche una per ciascun bambino della classe. La signorina Wolf le fece distribuire, così ciascun bambino ebbe la sua lettera, indirizzata personalmente a lui dal signor Klingsor: una lettera diversa da tutte le altre. E quella del Franz Molnàr era addirittura in lingua magiara! Ogni bambino lesse quel che il signor Klingsor gli aveva scritto, e tutti ne furono molto contenti.
Ma a quel punto la signorina Wolf battè con le chiavi sulla cattedra. <<E ora, bambini, è il momento di far qualcosa >>. La signorina Wolf aprì il primo cassetto a sinistra e fece distribuire i fogli per il compito in classe, due fogli per ciascun bambino. Questo con il signor Klingsor non era mai successo! Bisognava fare un dettato proprio alla prima ora dopo le vacanze natalizie?
<< Ecco fatto >> disse la signorina Wolf quando tutti ebbero avuto il loro foglio. << E ora attenzione! >> Andò alla lavagna, prese un gessetto e scrisse, con molti svolazzi, una grande C maiuscola.
<< E poi? Quale sarà il seguito?>> I bambini non indovinarono. In quel momento non avevano voglia di indovinelli. E cosa scrisse la signorina Wolf sulla lavagna, nella sua perfetta scrittura in corsivo?
"Caro signor Klingsor," aveva appena scritto la virgola, che i bambini capirono tutto al volo. Ognuno di loro poteva scrivere una lettera al signor Klingsor! << E dopo >> disse la signorina Wolf, << Andremo insieme alle poste a imbucare le nostre lettere. Però sappiate fin d'ora che con me si va in fila per due. E senza chiacchierare, prego >>.
Dite voi se non era un buon inizio!
E i bambini non tardarono a convincersi che anche con la signorina Wolf sarebbero potuti andar d'accordo. (...)
E a me, cosa resta da dirvi?
Che avete visto giusto.
La signorina Wolf era in effetti una brava maestra, e di conseguenza anche lei s'intendeva un po' di magia.
Non bene, si capisce, come il signor Klingsor, però se la cavava.
Perché ogni maestro che sia davvero un bravo maestro deve sapere un po' di magia. Ognuno a suo modo. (X)

Mastrangelina
Corrado Alvaro 

(Bompiani)

(...) - Com'è il professore Feronti? - chiese Diacono.
- Fin troppo buono. E' un debole. E' guastato dai libri. Non si sa far valere.
- Dici che mi prenderà? - chiese Diacono trepidante.
- Ma certo, prende tutti. E' diventato rifugio della provincia.
- E come ci si sta?
- Dà un letto per dormire. Costa dieci lire al mese. Per il resto puoi provvedere da te. Anche se non le hai, le dieci lire, gliele dai quando puoi. Se avesse denaro, ti terrebbe anche gratis Ma non ne ha. (...)
Sarebbe bello che mai niente invecchiasse. Il professore non sarebbe vecchio, avrebbe una giacca sempre nuova.
E' piccolo e con i capelli bianchi; ma potrebbe mettersi una giacca nuova, il direttore del convitto Feronti. Delle volte lo prendono per il cameriere. Io ci andrei volentieri a spasso, è come un padre: sarei più contenta se soltanto fosse un po' più alto, povero professore.
E' istruito, ma non lo fa vedere, scherza sempre e non dice mai niente di serio. È simpatico, e poi è buono, se fossi in lui non terrei questi ragazzi senza soldi.
Nessuno lo paga, e lui dice che fa del bene a tanti ragazzi che non hanno soldi per studiare.
Dice che lo pagheranno poi. Ma questi ragazzi non hanno niente di bello, sono vestiti non si sa come, non portano neppure il cappello, e i bastoni potrebbero lasciarli al loro paese. Che bisogno c'è di portare i bastoni? Fanno curiosi giochi, si sfidano, lottano, si picchiano. Non saprebbero sciogliere un nastro senza sciuparlo, scommetto. Da noi, nel convitto non vengono mai quei giovani delicati, vestiti bene, ben pettinati.
Ce ne sono a Turio, ma stanno nelle pensioni, e qualche volta sposano la figlia della padrona. Da noi vengono solo i poveri... (...)