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  Maestri/3

1932, Canada

Cuore, De Amicis Edmondo   

Dago red, Fante John

David Coppierfeld, Dickens Charles

Di mestiere faccio il maestro, Rossi Doria Marco  

 

 

Cuore
Edmondo De Amicis

(...)Il nostro maestro

18, martedì
Anche il mio nuovo maestro mi piace, dopo questa mattina. Durante l'entrata, mentre egli era già seduto al suo posto, s'affacciava di tanto in tanto alla porta della classe qualcuno dei suoi scolari dell'anno scorso, per salutarlo; s'affacciavano, passando, e lo salutavano: - Buongiorno, signor maestro. - Buon giorno, signor Perboni; - alcuni entravano, gli toccavan la mano e scappavano. Si vedeva che gli volevan bene e che avrebbero voluto tornare con lui. Egli rispondeva: - Buon giorno, - stringeva le mani che gli porgevano; ma non guardava nessuno, ad ogni saluto rimaneva serio, con la sua ruga diritta sulla fronte, voltato verso la finestra, e guardava il tetto della casa di faccia, e invece di rallegrarsi di quei saluti, pareva che ne soffrisse.
Poi guardava noi, l'uno dopo l'altro, attento. Dettando, discese a passeggiare in mezzo ai banchi, e visto un ragazzo che aveva il viso tutto rosso di bollicine, smise di dettare, gli prese il viso fra le mani e lo guardò; poi gli domandò che cos'aveva e gli posò una mano sulla fronte per sentir s'era calda. In quel mentre, un ragazzo dietro di lui si rizzò sul banco e si mise a fare la marionetta. Egli si voltò tutt'a un tratto; il ragazzo risedette d'un colpo, e restò lì, col capo basso, ad aspettare il castigo. Il maestro gli pose una mano sul capo e gli disse: - Non lo far più. - Nient'altro. Tornò al tavolino e finì di dettare. Finito di dettare, ci guardò un momento in silenzio; poi disse adagio adagio, con la sua voce grossa, ma buona: - Sentite. Abbiamo un anno da passare insieme. Vediamo di passarlo bene. Studiate e siate buoni. Io non ho famiglia. La mia famiglia siete voi. Avevo ancora mia madre l'anno scorso: mi è morta. Son rimasto solo. Non ho più che voi al mondo, non ho più altro affetto, altro pensiero che voi. Voi dovete essere i miei figliuoli. Io vi voglio bene, bisogna che vogliate bene a me. Non voglio aver da punire nessuno. Mostratemi che siete ragazzi di cuore; la nostra scuola sarà una famiglia e voi sarete la mia consolazione e la mia alterezza. Non vi domando una promessa a parole; son certo che, nel vostro cuore, m'avete già detto di sì. E vi ringrazio.
In quel punto entrò il bidello a dare il finis. Uscimmo tutti dai banchi zitti zitti. Il ragazzo che s'era rizzato sul banco s'accostò al maestro, e gli disse con voce tremante: - Signor maestro, mi perdoni.
- Il maestro lo baciò in fronte e gli disse: - Va', figliuol mio.
(...)
Un tratto generoso
26, mercoledì
(...) il maestro non c'era ancora, e tre o quattro ragazzi tormentavano il povero Crossi, quello coi capelli rossi, che ha un braccio morto, e sua madre vende erbaggi. Lo stuzzicavano colle righe, gli buttavano in faccia delle scorze di castagne, e gli davan dello storpio e del mostro, contraffacendolo, col suo braccio al collo. Ed egli tutto solo in fondo al banco, smorto, stava a sentire, guardando ora l'uno ora l'altro con gli occhi supplichevoli, perché lo lasciassero stare. Ma gli altri sempre più lo sbeffavano, ed egli cominciò a tremare e a farsi rosso dalla rabbia. A un tratto Franti, quella brutta faccia, salì su un banco, e facendo mostra di portar due cesti sulle braccia, scimmiottò la mamma di Crossi, quando veniva a aspettare il figliuolo alla porta, perché ora è malata. Molti si misero a ridere forte. Allora Crossi perse la testa e afferrato un calamaio glielo scaraventò al capo di tutta forza, ma Franti fece civetta, e il calamaio andò a colpire nel petto il maestro che entrava. Tutti scapparono al posto, e fecero silenzio, impauriti. Il maestro, pallido, salì al tavolino, e con voce alterata domandò: - Chi è stato?
Nessuno rispose. Il maestro gridò un'altra volta, alzando ancora la voce: - Chi è stato?-. Allora Garrone, mosso a pietà del povero Crossi, si alzò di scatto, e disse risolutamente: - Son io -. Il maestro lo guardò, guardò gli scolari stupiti; poi disse con voce tranquilla: - Non sei tu -. E dopo un momento: - Il colpevole non sarà punito. S'alzi!
Il Crossi s'alzò, e disse piangendo: - Mi picchiavano e m'insultavano, io ho perso la testa, ho tirato...
- Siedi, - disse il maestro. - S'alzino quelli che lo han provocato.
Quattro s'alzarono col capo chino. - Voi, - disse il maestro, - avete insultato un compagno che non vi provocava, schernito un disgraziato, percosso un debole che non si può difendere. Avete commesso una delle azioni più basse, più vergognose di cui si possa macchiare una creatura umana. Vigliacchi!
Detto questo, scese tra i banchi, mise una mano sotto il mento a Garrone, che stava col viso basso, e fattogli alzare il viso, lo fissò negli occhi, e gli disse: - Tu sei un'anima nobile -. Garrone, colto il momento, mormorò non so che parole nell'orecchio al maestro, e questi, voltatosi verso i quattro colpevoli, disse bruscamente: - Vi perdono.

(...) Il Direttore
18, venerdì
Coretti era contento questa mattina perché è venuto ad assistere al lavoro d'esame mensile il suo maestro di seconda, Coatti, un omone con una grande capigliatura crespa, una gran barba nera, due grandi occhi scuri, e una voce da bombarda; il quale minaccia sempre i ragazzi di farli a pezzi e di portarli per il collo in Questura, e fa ogni specie di facce spaventevoli; ma non castiga mai nessuno, anzi sorride sempre dentro la barba, senza farsi scorgere. Otto sono, con Coatti, i maestri, compreso un supplente piccolo e senza barba, che pare un giovinetto. C'è un maestro di quarta, zoppo, imbacuccato in una grande cravatta di lana, sempre tutto pieno di dolori, e si prese quei dolori quando era maestro rurale, in una scuola umida dove i muri gocciolavano. Un altro maestro di quarta è vecchio e tutto bianco ed è stato maestro dei ciechi. Ce n'è uno ben vestito, con gli occhiali, e due baffetti biondi, che chiamavano l'avvocatino, perché facendo il maestro studiò da avvocato e prese la laurea, e fece anche un libro per insegnare a scriver le lettere.
Invece quello che c'insegna la ginnastica è un tipo di soldato, è stato con Garibaldi, e ha sul collo la cicatrice d'una ferita di sciabola toccata alla battaglia di Milazzo. Poi c'è il Direttore, alto, calvo con gli occhiali d'oro, con la barba grigia che gli vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento; così buono coi ragazzi, che quando entrano tutti tremanti in Direzione, chiamati per un rimprovero, non li sgrida, ma li piglia per le mani, e dice tante ragioni, che non dovevan far così, e che bisogna che si pentano, e che promettano d'esser buoni, e parla con tanta buona maniera e con una voce così dolce che tutti escono con gli occhi rossi, più confusi che se li avesse puniti. Povero Direttore, egli è sempre il primo al suo posto, la mattina, a aspettare gli scolari e a dar retta ai parenti, e quando i maestri son già avviati verso casa, gira ancora intorno alla scuola a vedere che i ragazzi non si caccino sotto le carrozze, o non si trattengan per le strade a far querciola, o a empir gli zaini di sabbia o di sassi; e ogni volta che appare a una cantonata, così alto e nero, stormi di ragazzi scappano da tutte le parti, piantando lì il giuoco dei pennini e delle biglie, ed egli li minaccia con l'indice da lontano, con la sua aria amorevole e triste. Nessuno l'ha più visto ridere, dice mia madre, dopo che gli è morto il figliuolo ch'era volontario nell'esercito; ed egli ha sempre il suo ritratto davanti agli occhi, sul tavolino della Direzione. E se ne voleva andare dopo quella disgrazia; aveva già fatto la sua domanda di riposo al Municipio, e la teneva sempre sul tavolino, aspettando di giorno in giorno a mandarla, perché gli rincresceva di lasciare i fanciulli. Ma l'altro giorno pareva deciso, e mio padre ch'era con lui nella Direzione, gli diceva: - Che peccato che se ne vada, signor Direttore! - quando entrò un uomo a fare iscrivere un ragazzo, che passava da un'altra sezione alla nostra perché aveva cambiato di casa. A veder quel ragazzo il Direttore fece un atto di meraviglia, lo guardò un pezzo, guardò il ritratto che tien sul tavolino e tornò a guardare il ragazzo, tirandoselo fra le ginocchia e facendogli alzare il viso.
Quel ragazzo somigliava tutto al suo figliuolo morto.
Il Direttore disse: - Va bene; - fece l'iscrizione, congedò padre e figlio, e restò pensieroso.
- Che peccato che se ne vada! - ripeté mio padre.
E allora il Direttore prese la sua domanda di riposo, la fece in due pezzi e disse: - Rimango.

(...) Le maestre
17, sabato
Garoffi stava tutto pauroso, quest'oggi, ad aspettare una grande risciacquata del maestro; ma il maestro non è comparso, e poiché mancava anche il supplente,
è venuta a far scuola la signora Cromi, la più attempata delle maestre, che ha due figliuoli grandi e ha insegnato a leggere e a scrivere a parecchie signore che ora vengono ad accompagnare i loro ragazzi alla Sezione Baretti.
Era triste, oggi, perché ha un figliuolo malato. Appena che la videro, cominciarono a fare il chiasso.
Ma essa con voce lenta e tranquilla disse: - Rispettate i miei capelli bianchi: io non sono soltanto una maestra, sono una madre; - e allora nessuno osò più di parlare, neanche quella faccia di bronzo di Franti, che si contentò di farle le beffe di nascosto. Nella classe della Cromi fu mandata la Delcati, maestra di mio fratello, e al posto della Delcati, quella che chiamano "la monachina", perché è sempre vestita di scuro, con un grembiale nero, e ha un viso piccolo e bianco, i capelli sempre lisci gli occhi chiari chiari, e una voce sottile, che par sempre che mormori preghiere. E non si capisce, dice mia madre: è così mite e timida, con quel filo di voce sempre eguale, che appena si sente, e non grida, non s'adira mai: eppure tiene i ragazzi quieti che non si sentono, i più monelli chinano il capo solo che li ammonisca col dito, pare una chiesa la sua scuola, e per questo anche chiamano lei la monachina. Ma ce n'è un'altra che mi piace pure: la maestrina della prima inferiore numero 3, quella giovane col viso color di rosa, che ha due belle pozzette nelle guance, e porta una gran penna rossa sul cappellino e una crocetta di vetro giallo appesa al collo. È sempre allegra, tien la classe allegra, sorride sempre, grida sempre con la sua voce argentina che par che canti, picchiando la bacchetta sul tavolino e battendo le mani per impor silenzio; poi quando escono, corre come una bambina dietro all'uno e all'altro, per rimetterli in fila; e a questo tira su il bavero, a quell'altro abbottona il cappotto perché non infreddino, li segue fin nella strada perché non s'accapiglino, supplica i parenti che non li castighino a casa, porta delle pastiglie a quei che han la tosse, impresta il suo manicotto a quelli che han freddo; ed è tormentata continuamente dai più piccoli che le fanno carezze e le chiedon dei baci tirandola pel velo e per la mantiglia; ma essa li lascia fare e li bacia tutti, ridendo, e ogni giorno ritorna a casa arruffata e sgolata, tutta ansante e tutta contenta, con le sue belle pozzette e la sua penna rossa. È anche maestra di disegno delle ragazze, e mantiene col proprio lavoro sua madre e suo fratello.

(...) Il maestro supplente
4, mercoledì
Aveva ragione mio padre: il maestro era di malumore perché non stava bene, e da tre giorni, infatti, viene in sua vece il supplente, quello piccolo e senza barba, che pare un giovinetto. Una brutta cosa accadde questa mattina. Già il primo e il secondo giorno avevan fatto chiasso nella scuola, perché il supplente ha una gran pazienza, e non fa che dire: - State zitti, state zitti, vi prego.
Ma questa mattina si passò la misura. Si faceva un ronzìo che non si sentivan più le sue parole, ed egli ammoniva, pregava: ma era fiato sprecato. Due volte il Direttore s'affacciò all'uscio e guardò.
Ma via lui, il sussurro cresceva, come in un mercato.
Avevano un bel voltarsi Garrone e Derossi a far dei cenni ai compagni che stessero buoni, che era una vergogna.
Nessuno ci badava.
Non c'era che Stardi che stesse quieto, coi gomiti sul banco e i pugni alle tempie, pensando forse alla sua famosa libreria, e Garoffi, quello del naso a uncino e dei francobolli, che era tutto occupato a far l'elenco dei sottoscrittori a due centesimi per la lotteria d'un calamaio da tasca. Gli altri cicalavano e ridevano, sonavano con punte di pennini piantate nei banchi e si tiravano dei biascicotti di carta con gli elastici delle calze. Il supplente afferrava per un braccio ora l'uno ora l'altro, e li scrollava, e ne mise uno contro il muro: tempo perso. Non sapeva più a che santo votarsi, pregava: - Ma perché fate in codesto modo? volete farmi rimproverare per forza?
Poi batteva il pugno sul tavolino, e gridava con voce di rabbia e di pianto:
- Silenzio! Silenzio! Silenzio!
Faceva pena a sentirlo. Ma il rumore cresceva sempre.
Franti gli tirò una frecciuola di carta, alcuni facevan la voce del gatto, altri si scappellottavano; era un sottosopra da non descriversi; quando improvvisamente entrò il bidello e disse: - Signor maestro, il Direttore la chiama. -
Il maestro s'alzò e uscì in fretta, facendo un atto disperato. Allora il baccano ricominciò più forte. Ma tutt'a un tratto Garrone saltò su col viso stravolto e coi pugni stretti, e gridò con la voce strozzata dall'ira: - Finitela. Siete bestie. Abusate perché è buono. Se vi pestasse le ossa stareste mogi come cani. Siete un branco di vigliacchi. Il primo che gli fa ancora uno scherno lo aspetto fuori e gli rompo i denti, lo giuro, anche sotto gli occhi di suo padre! -
Tutti tacquero. Ah! Com'era bello a vedere, Garrone, con gli occhi che mandavan fiamme!
Un leoncello furioso, pareva. Guardò uno per uno i più arditi, e tutti chinaron la testa. Quando il supplente rientrò, con gli occhi rossi, non si sentiva più un alito. Egli rimase stupito. Ma poi, vedendo Garrone ancora tutto acceso e fremente, capì, e gli disse con l'accento d'un grande affetto, come avrebbe detto a un fratello: - Ti ringrazio, Garrone.

(...) Addio
10, lunedì
(...) Entrò il maestro: si fece un grande silenzio. Aveva in mano l'elenco, e cominciò a leggere subito. - Abatucci, promosso, sessanta settantesimi, Archini, promosso, cinquantacinque settantesimi.
Il muratorino promosso, Crossi promosso. Poi lesse forte:
- Derossi Ernesto promosso,
settanta settantesimi, e il primo premio. -
Tutti i parenti ch'eran lì, che lo conoscevan tutti, dissero: - Bravo, bravo, Derossi! - ed egli diede una scrollata ai suoi riccioli biondi, col suo sorriso disinvolto e bello, guardando sua madre, che gli fece un saluto con la mano. Garoffi, Garrone, il calabrese, promossi. Poi tre o quattro di seguito rimandati, e uno si mise a piangere perché suo padre ch'era sull'uscio, gli fece un gesto di minaccia. Ma il maestro disse al padre: - No, signore, mi scusi; non è sempre colpa, è sfortuna molte volte. E questo è il caso. Poi lesse: - Nelli, promosso, sessantadue settantesimi. Sua madre gli mandò un bacio col ventaglio. (...) Letto l'ultimo, il maestro si alzò e disse: - Ragazzi, questa è l'ultima volta che ci troviamo riuniti. Siamo stati insieme un anno, e ora ci lasciamo da buoni amici, non è vero? Mi rincresce di separarmi da voi, cari figliuoli. S'interruppe; poi ripigliò: - Se qualche volta m'è scappata la pazienza, se qualche volta, senza volerlo, sono stato ingiusto, troppo severo, scusatemi. - No, no, - dissero i parenti e molti scolari, - no, signor maestro, mai. - Scusatemi, - ripeté il maestro, - e vogliatemi bene. L'anno venturo non sarete più con me, ma vi rivedrò, e rimarrete sempre nel mio cuore. A rivederci, ragazzi! - Detto questo, venne avanti in mezzo a noi, e tutti gli tesero le mani, rizzandosi sui banchi, lo presero per le braccia e per le falde del vestito; molti lo baciarono, cinquanta voci insieme dissero: - A rivederlo, maestro!
- Grazie, signor maestro!
- Stia bene!
- Si ricordi di noi!
Quando uscì, pareva oppresso dalla commozione... (...)

Dago Red
John Fante 

(Marcos y Marcos)

(...) Fu proprio per via del catrame che, quando facevo la seconda, suor Agnes decise che non le andavo proprio giù. D'altra parte, mica fu colpa mia se lei se la prese tanto. I banchi, in seconda, erano talmente piccoli che quando si sedeva accanto a me prendeva tutto lo spazio, e io mica lo sapevo che sulla seggiola c'era il catrame.
Per farla breve: dovevamo ripetere in coro la lezione e io, invece, masticavo catrame. Suor Agnes mi vede e viene verso il mio banco. Quando io la vedo arrivare, e ho paura, mi tolgo il catrame di bocca e lo butto via. Sul pavimento, credo. Però è caduto sulla seggiola e, cacchio, io non me ne sono accorto. Non sapevo che lei si sarebbe seduta in banco con me. Ma l'ha fatto.
Scuote le dita e fa: "Quante volte debbo dirti di non ciancicare quella roba?" E infuriata. Io non rispondo, e lei si alza, voglio dire: quasi. Insomma: cerca di alzarsi, perché c'è il catrame che la tiene giù.
La tonaca si tende. Cerco di aiutarla. La tonaca comincia a strapparsi. Lei si infuria ancora di più. Dice che debbo toglierle le mani di dosso. Mi tira un bel cazzottone. Poi dice a una ragazza di prendere le forbici, e ritaglia un buchino nella tonaca.
"Sei uno sporcaccione. Mi sa che dovrò darti una scarica di botte" dice.
Insomma mi tocca rimanere dopo la fine delle lezioni e pulire tutto. Suor Agnes sta lì con me.
Mi tocca grattar via l'affare con un coltello. Ma non tutto il catrame viene via. Sono triste, molto triste, ma non glielo dico. (...)

David Copperfield
Charles Dickens

(...) La scuola cominciò sul serio il giorno dopo. Ricordo l'impressione profonda che ebbi quando il frastuono delle voci nell'aula si trasformò in un silenzio di tomba;
subito dopo la prima colazione il signor Creakle entrò e rimase sulla soglia a guardarsi intorno come il gigante della favola che osserva i suoi prigionieri.
Al fianco del signor Creakle vi era Tungay, il quale non mi parve avesse motivo di urlare così ferocemente: - Silenzio! - visto che tutti stavano perfettamente zitti e immobili.
Si vide parlare il signor Creakle e si udì la voce di Tungay.
- Adesso, ragazzi, comincia il nuovo semestre. State bene attenti a quello che farete in questo semestre. Vi consiglio di prepararvi alle lezioni perché non vi prepari io il castigo. Io sono pronto.E non vi servirà a nulla grattarvi perché non riuscirete a grattar via i segni che vi lascerò. E adesso al lavoro, dal primo all'ultimo!
Al termine di questo pauroso esordio, e quando Tungay se ne fu andato fuori zoppicando, il signor Creakle si avvicinò al mio posto e mi disse che se io ero famoso per mordere, lui pure era famoso per mordere. Poi mi mostrò la bacchetta e mi chiese come mi sembrava per servire da dente. Era un dente aguzzo, eh? Era un dente grosso, eh? Era un dente lungo, eh? Mordeva, eh? Mordeva? E a ogni domanda mi sferrava un colpo tale da farmi sussultare per il dolore. E così (come disse Steerforth) mi trovai a far parte di Salem House di pieno diritto e anche in lagrime.
Non voglio dire con questo che ricevessi io solo quei particolari segni di distinzione. Al contrario, la grande maggioranza dei ragazzi (specialmente fra i più piccoli) ricevette lo stesso genere di attenzioni mentre il signor Creakle faceva il giro dell'aula.
Prima ancora che incominciassero le lezioni, la metà degli studenti si contorceva e piangeva, e quanti dovettero piangere e contorcersi prima della fine di quella giornata preferisco non cercare di ricordare perché non mi si dica che esagero.
Direi che non può essere esistito un uomo che godesse della sua professione più del signor Creakle. Tale era il piacere che provava nell'aggredire i ragazzi che lo direi non dissimile dalla soddisfazione di uno smodato appetito. Ritengo per certo che non riusciva a resistere alla vista di un piccolo scolaro paffuto, e che un soggetto del genere aveva per lui un tale fascino da non dargli pace fino che non lo avesse scelto e segnato per la giornata. Io ero paffuto e posso parlarne con cognizione di causa.
Certo è che se oggi ripenso a quell'individuo il sangue mi ribolle contro di lui con
l'indignazione spersonalizzata che dovrei provare anche se di lui fossi stato solo informato a fondo, ma senza mai essergli stato soggetto, mentre l'indignazione è in me fortissima perché so quale bruto ignorante egli fosse, indegno del grande posto di fiducia che occupava, così come sarebbe stato indegno di essere grande ammiraglio comandante in capo, funzioni nelle quali avrebbe tuttavia probabilmente commesso danni infinitamente minori.
(...) Mi rivedo di nuovo seduto al tavolino, intento ad osservare i suoi occhi, a spiarli umilmente, mentre traccia righe nel quaderno di aritmetica di un'altra vittima le cui mani sono state appena battute da quello stesso righello, e che cerca di cancellarne il bruciore con il fazzoletto. Ho il mio bel daffare. Non osservo i suoi occhi per ozio, ma perché ne sono morbosamente attirato con desiderio e timore di sapere che cosa egli passerà a fare, e se toccherà a me soffrire, o a qualcun altro. Oltre a me tutta una schiera di scolaretti prova il medesimo interesse per i suoi occhi e li osserva. Credo che egli lo sappia, sebbene finga di non accorgersene. Mentre traccia le righe del quaderno di aritmetica fa le più spaventose smorfie e di colpo getta un'occhiata di traverso tra le nostre file e tutti abbassiamo gli occhi sul libro e ci mettiamo a tremare. Un attimo dopo torniamo a guardarlo. Un infelice viene scoperto colpevole di errori nel suo esercizio, e in seguito a un ordine gli si avvicina. Il colpevole balbetta delle scuse, promette di fare meglio l'indomani. Prima di staffilarlo il signor Creakle dice una facezia, e noi ne ridiamo, piccoli e vili come siamo, noi ridiamo con le guance pallide come la cera e il cuore nelle calcagna.
Mi rivedo seduto al tavolino in un sonnolento pomeriggio d'estate. Mi sento circondato da un brusio e ronzio come se i ragazzi fossero altrettanti mosconi. Mi pesa nello stomaco la sensazione del grasso quasi freddo della carne (abbiamo pranzato da un'ora o due) e la testa mi pesa come il piombo. Darei il mondo intero pur di dormire. Resto con gli occhi fissi sul signor Creakle, li batto come un giovane gufo; quando per un momento il sonno mi vince, egli seguita a incombere sul mio torpore mentre squadra i quaderni di aritmetica, fino a quando mi arriva in silenzio alle spalle e mi riporta a una più chiara percezione della sua presenza imprimendomi una riga di fuoco sul dorso. Mi rivedo sul campo da gioco con gli occhi sempre in cerca di lui anche se non lo vedo. La finestra poco lontana, dietro la quale so che ora sta pranzando, fa le veci di lui, e fisso quella.
Se mostra là vicino il suo volto, il mio assume un'espressione di sottomessa implorazione. Se guarda fuori attraverso il vetro, anche il ragazzo più ardito (con l'eccezione di Steerforth) s'interrompe nel mezzo di un urlo e di una chiamata e diventa assorto.
Un giorno Traddles (il ragazzo più sfortunato della terra) infrange accidentalmente con una palla il vetro di quella finestra.
Rabbrividisco anche adesso per la terribile impressione di aver visto quell'incidente, al pensiero che la palla sia rimbalzata sulla sacra testa del signor Creakle.
Povero Traddles!
Strizzato in un abito color azzurro che gli riduceva braccia e gambe come salsicce tedesche o come budini di pasta sfoglia con dentro la marmellata, era il più allegro e il più infelice di tutti i ragazzi. Veniva continuamente preso a vergate, mi pare che in quel semestre sia stato picchiato ogni giorno eccetto un lunedì festivo, in cui ebbe solo colpi di righello su entrambe le mani... (...)

Di mestiere faccio il maestro
Marco Rossi-Doria 

(L'ancora del Mediterraneo)

(...) "Si ricordi", ha detto il direttore, "è una prima e l'italiano non è la loro lingua materna e devono imparare a parlare la lingua santa d'Italia, a leggere e a scrivere e a fare di conto e poi viene tutto il resto".
E io zitto non ho fiatato, non ho osato citargli le innovazioni... della scuola che viene avanti, ... che dice che si può imparare bene anzi meglio il leggere, scrivere e fare di conto anche attraverso una grande quantità di esperienze creative. (...)
L'aula è piena come un uovo, ventinove presenti su trentuno. Tutti i bimbi e le bimbe si sono segnati con il loro contrassegno colorato sul cartellone, è stata data acqua alle dodici piantine che stranamente crescono, tanto che debordano dai vasi, il vocìo ha un tono più dimesso, mi muovo lento e tranquillo come poche altre volte e conservo un timbro di voce basso e suadente, non richiamo nessuno, mi accovaccio, mi chino con dolcezza, mettendomi all'altezza dei bambini ad ogni tavolo, che riunisce sei o sette bambini, così ho accorpato i banchi creando dei tavoli di lavoro e tutti i tavoli stamattina si nutrono di parole di aiuto reciproco e quasi paiono lievitare nell'aria, tanto sono senza strattoni, né calci, né rimbrotti ... né male parole e le matite sono appuntite, i quaderni sui banchi, pronti, preparati come non mai.
(...) Ho fatto un bel disegno alla lavagna in seguito alla passeggiata fatta ieri alla stazione, me lo hanno chiesto loro di farlo: è il treno che corre. Scrivo la frase intera in stampato maiuscolo, in stampato minuscolo, in corsivo: il treno corre veloce.
Al secondo tavolo sulla destra c'è un sussulto improvviso, davvero inspiegabile, ma non ho neanche il tempo di interrogarmi su cos'è: vedo i capelli neri di Patrizia che sbattono sul banco poi insieme al viso e a tutto il capo si rivoltano con uno scatto all'indietro, spingono e urtano come scosse successive sullo schienale della sediolina, la fanno cadere con una forza che mai avevo visto e Patrizia rovina violentemente con la schiena a terra, battendo la testa, tutti si mettono a gridare, a piangere, è la prima volta, è la prima volta e sarà la più difficile. Mi dico: ora calma Marco, ti sei preparato con cura ad una crisi di questa bimba, per settimane ti sei preparato a questo evento, lo sapevi, lo attendevi, sei rimasto in guardia e adesso è arrivato, ora tocca a te: tono fermo, rassicura tutti gli altri bambini e occupati di Patrizia, ora è il momento, tocca a te.
"Bambini, ora ascoltate, Patrizia sta male, ma tra poco starà di nuovo bene, voi sedetevi, state tranquilli, potete guardare, dopo il maestro insieme a Patrizia vi spiegherà tutto, non vi dovete preoccupare, non dovete pensare che adesso capiterà anche a voi, perché a voi non succederà niente, proprio niente, ve lo dice il maestro e anche Patrizia starà meglio tra poco; se non volete sedervi potete stare in piedi, ma non correte fuori dall'aula, non aprite la porta perché qui non c'è pericolo e il maestro si occuperà di tutto; vedrete, andrà tutto molto bene, non gridate , non piangete, non vi succederà niente di male e vedrete che tra poco anche Patrizia starà meglio e dopo che Patrizia starà meglio e vi avrò spiegato tutto, faremo tutti insieme pure il compito bello del treno che corre veloce".
Mantengo il tono fermo, giusto, rassicurante e ripeto il messaggio mentre sto già inginocchiato per terra a fianco di Patrizia ma ecco all'improvviso dentro di me viene fuori dal nulla e si attiva una feroce voce interiore, inattesa, terribile, inesistente: è la voce del panico, mi dico, devo scacciarla, devo subito mandarla via, ora, ma è una voce dannatamente forte, possiede un suo potere inamovibile, non riesco a mandarla via, parla con parole con interrogativi crudi a scatti, nel volgere di pochissime frazioni di secondo; quanto è rapido il pensiero, mi sorprendo a riflettere, sempre in una frazione di secondo, quanto è rapido maledizione e la voce incalza dentro.
"Chi ti credi di essere, maledetto pazzo, vuoi rassicurare e tenere tranquilli ventotto bambini di sei anni" così dice la voce da dentro "e vuoi pure lenire la crisi di epilessia che o si ferma da sola o non si ferma, cretino, che hai letto, che hai chiesto a fare al tuo amico, pezzo di imbecille presuntuoso, vuoi lenire l'attacco furioso di una bimba malata, che ti sei voluto accollare per forza nella tua classe già così zeppa di bambini orfani, vilipesi dalla sorte con i padri e le madri ignoranti come bestie, lo hai fatto pur sapendo che non avrai mai un'insegnante di sostegno; che ti credevi di stare a Modena, a Pisa, a Bergamo; roba da Nord Italia che ti facevano avere subito subito il sostegno per una bimba perfettamente normale salvo le crisi, invece te la sei accollata da solo, come l'eroe dei due mondi, lo hai fatto non per dovere, come ami raccontarti ma per vanagloria, hai fatto tutto per presunzione, vuoi bastare sempre a te stesso, sei pericoloso per te e per i i bambini; e adesso come maledizione credi di potertela cavare, ma non lo vedi che adesso ti fa schifo, che stai per venire meno, che forse vomiterai; sì, ti sei procurato da solo le informazioni rilevanti su Patrizia, ti assumi compiti, responsabilità che spettano ad altri, che altri non assolvono, non rispetti la catena delle responsabilità, così le cose, tra l'altro non cambieranno mai, ci vuole il danno, e non questa assunzione di compiti impropri, parli tu con i medici, rassicuri la mamma, accetti Patrizia senza sostegno ma perché non ti hanno almeno aggiornato su come fare su come agire, su cosa dire in questi casi: anche in questo non vedi che ti hanno lasciato solo, e tu, povero imbecille tutto contento, non te lo sei chiesto il perché, pezzo di imbecille presuntuoso, o non lo capisci che semplicemente ti scaricano tutto addosso e tu te lo accolli perché sei presuntuoso, non ti leggi neanche la normativa in materia, non ti tuteli neppure, vuoi bastare a te stesso e lo vedi che sbatte forte con la testa a terra che gli altri bimbi urlano come dannati, sono terrorizzati e presi dal panico, corrono, scappano, non puoi pensare di fare il maestro unico di classe, in questo Presepe che non è per te, ci vuole gente con la pellaccia dura o almeno che stia al suo posto e agisca negli ambiti della sua responsabilità; tu non hai neanche scritto nero su bianco che c'era questa minaccia incombente e che spettava ad altri garantire servizi e personale senza cui è impossibile, impensabile, forse pure illegale affrontarla e se crepa qui e ora, che ne sai tu chi la paga la mamma, o forse pensi che lei con la figlia morta in classe tua, ti comprenda, ti ringrazi lo stesso, pezzo di imbecille presuntuoso, e poi con tutti questi bimbi, ma sono ventotto ognuno con la sua testa, mica ne conosci le reazioni, le debolezze, che tutti insieme si scatenano, ora si moltiplicano, ma lo vedi che stanno piangendo, che dietro la tua schiena, urlano, corrono, ora salgono pure sui banchi, si mettono anche a ridere, a rincorrersi per gioco addirittura, lo vedi che non si può dire quel che succede, che le reazioni sono imprevedibili, altro che controllo; e c'è pure Gaetano che sta aprendo la porta e ora esce e sei solo tu il responsabile, la senti la voce, è quella di Gaetano, e la vedi o no la testa di Patrizia, continua a sbattere, le esce ora la saliva di bocca, ha gli occhi, che tu dici a lei e alla sua mamma che sono tanto belli, che sono sbarrati, invece fanno impressione, guardali, se hai il coraggio presuntuoso, sdolcinato della malora, ora come fai a fermarle il capo, ad assicurarle il respiro e a calmare tutti, come fai?".
La voce non si ferma, passa forse un secondo, ho la fronte sudata, sento la tensione sull'avambraccio che protende la mano fin dietro la nuca di Patrizia, sollevo il corpo di Patrizia e con l'altra mano le scalzo la sediolina da sotto la schiena che le ripoggio con cura piano piano a terra cercando di non oppormi ai sussulti, agli scatti che le hanno preso il corpo ora con più forza di prima ed ecco decido ad un tratto di non ostinarmi a voler scacciare per forza questa voce terribile da dentro che martella, che non dà tregua, ma invece di rispondere io alla voce in poche frazioni di secondo si ridesta la determinazione, riesco a prendere forza, Iddio solo sa da dove, e rispondo dentro di me. "Ora invece facciamo proprio come dico io" così scandisco la frase dentro di me e mi dico in risposta alla voce "e innanzitutto io tra un istante mi giro e vedo la situazione dietro la mia schiena, mentre tengo forte la mano sotto la nuca di Patrizia, poi prendo due maglioncini appesi, li vado a prendere in fondo all'aula, dall'attaccapanni, torno di corsa, li metto sotto la testa di Patrizia e non solo, mentre lo faccio lo annuncio a voce alta alla classe che così sentirà la mia voce e vedremo chi avrà la meglio qui e poi, sempre dicendo alla classe quel che faccio come una telecronaca in diretta, riacciufferò con calma e determinazione Gaetano che è uscito, rientrerò subito, inviterò tutti ad aiutare e ripeterò con voce ferma il messaggio iniziale e ce la farò dannazione, ce la farò". Mi giro e dico alla classe che i maglioni servono a Patrizia per non sbattere la testa, li agguanto, faccio passi lunghi senza correre, riesco pure a sorridere a chi sta attonito, ma seduto ancora nella sediolina e mi ascolta, prendo dalla tasca un fazzoletto che avevo sempre, preparato "nel caso che" e lo allungo, lo avvolgo su se stesso come spiegatomi dal mio amico medico a cui avevo chiesto, mi riaccovaccio su Patrizia, le infilo i maglioni sotto il capo, annuncio alla classe che il fazzoletto serve a Patrizia così non si morde né si taglia la lingua e può pure respirare meglio e aggiungo "ora bambini respiriamo tutti insieme piano piano e tutti insieme" e subito dopo riprendo a ripetere a voce alta le informazioni, scandendole ora tra un respiro e l'altro che enfatizzo: "Bambini, ascoltate il maestro Marco, Patrizia sta male, ma tra poco starà di nuovo bene, voi sedetevi, state tranquilli, potete guardare, dopo il maestro, insieme a Patrizia vi spiegherà" (....)
E mentre lo dico, sento che i bambini respirano forte, esageratamente forte, mi asciugo la fronte, infilo il fazzoletto con dolcezza tra i denti e poi sopra la lingua di Patrizia che ora sbatte sui maglioncini, che attutiscono il suono del capo che sbatte, le metto una mano sulla fronte, sembra sudata o forse è il sudore mio, preso dalla mia fronte, o la saliva di Patrizia, non importa, ma, dannazione, mi sono dimenticato di andare ad acciuffare Gaetano che è scappato fuori, chiamo Anna e le chiedo cortesemente ma con voce imperiosa di andare, insieme a Gaetano che sta fuori, dal bidello per procurarsi un bicchiere d'acqua che è molto importante perché il maestro ha sete e poi di tornare tutti e due insieme.
Mi giro di nuovo a guardare, i bambini non gridano più forte, parlano tra loro e guardano me, non si rincorrono più tranne due, sono scesi tutti dai banchi, respirano quasi tutti con molta enfasi, e pure io riprendo a farlo più forte, mentre ora tengo anche le due mani sulle tempie di Patrizia, non più sulla nuca che è protetta dal morbido dei maglioncini e cerco di controllare i sussulti, quanto sarà passato, pochi secondi, mezzo minuto, no, forse un minuto, e quanto può durare, dannazione, Dio quante cose si fanno, succedono, si pensano, escono dall'anima in così poco tempo: a quanto può durare, quanto! (....) Prendo le dita della mano a Patrizia, mi sembrano ora meno rigide, si sbatte molto meno la testa, adesso tolgo il fazzoletto, gli occhi riprendono, è molto stanca, poi entrano Anna e Gaetano che mi porta l'acqua, lo guardo, lui abbassa gli occhi, e gli dico che se il maestro dice che non si esce, non si esce, ma che lo perdono solo per questa volta, dico a tutti di sedersi, perché Patrizia sta meglio e tra poco starà bene.
Entra il bidello, il vampiro, mi guarda, ha una voce quasi affettuosa: "Ve lo avevo detto io che questa nennella vi portava problemi, ora professore vi porto il caffè, subito ve lo porto".
Faccio disegnare a lungo il treno che corre sui grandi fogli, i toni di voce ritornano sommessi, Patrizia non racconta niente e io neanche e si siede zitta zitta vicina a me.