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  Maestri/19

1900, Gran Bretagna

Penny Wirton e sua madre, D'Arzo Silvio

Per riflesso, Deledda Grazia

Piccole donne, Alcott May Louisa

Pimpì Oselì, Gianini Belotti Elena

Pinocchio, Collodi - Lorenzini Carlo

 

Penny Wirton e sua madre
Silvio D'Arzo
(Einaudi)

(...) L'uscio si spalancò all'improvviso, e sbattè contro il muro, e due o tre vetri si infransero a terra. E ne uscì un uomo tutto quanto vestito di nero, su per giù come un giovane prete, con in più due fibbiole di latta alle scarpe e in mano una canna lunga il doppio di una lenza da trote.
Era magro come tre uomini magri, ed arrabbiato per sei: e quel che non era rabbia, era sdegno e matto dispetto e desiderio d'usare la canna.
Con l'altra mano si trascinava dietro un ragazzo tutto vestito di giallo: e quando fu nel corridoio lo lasciò andare di colpo come si lascia andare un canestro dal manico sporco di fango.
I tre ragazzi s'addossarono al muro con tutte le forze: sicché, a prima vista, parevano tre disegni e nient'altro.
- E adesso apri bene le orecchie, - si mise a dire al ragazzo il Supplente che ormai non aveva più voce.
- Adesso ascoltami bene. Io mi chiamo Isaia Balcop, sono Baccelliere d'arte e maestro di scuola: ho ventisette anni e a momenti ventotto: e da dieci non faccio che andare da una scuola all'altra, come un pitocco alle fiere. E ho conosciuti tutti i tipi di scolari del mondo: timidi, idioti, nervosi, insopportabili, maniaci, smemorati, distratti, impudenti, malarnesi di strada, topi di banco e anche peggio. Ho conosciuto, dico, ragazzi dalla lingua proibita, da dar dei punti anche a Gionata Swift... Ma uno come te mai, in dieci anni. Sei l'impudenza incarnata. Questa, per prima cosa, ragazzo. E ce n'è poi una seconda.....
Il Supplente s'interruppe per inghiottire saliva: e il ragazzo lo guardava tremando, e cercava di balbettare qualcosa.
- E ce n'è poi una seconda. Se fai un giro per le quarantotto Contee, mare o monte è lo stesso, fa questa domanda a tutti i ragazzi dai sette ai quattordici anni (quindici anni, in certi casi, perfino): "Quante cose esigeva da voi il Supplente Balcop, Baccelliere darte e maestro di scuola?" E loro subito: "Tre". "E quali?", dirai. "Prima cosa: rispetto. Seconda cosa: rispetto. Terza cosa: ancora e sempre rispetto". E se tu un'altra volta t'azzarderai solo a pensare di... - E fece l'atto di alzare la canna.
In quel momento s'aprì di colpo il cancelletto di legno e sulla ghiaia del viale si sentì un ben strano rumore.
Una donna, sui cinquant'anni e un po' di più, tutta vestita di nero, attraversava in gran fretta il giardino: e saliva i quattro gradini: e in un secondo e nemmeno era lì.
Il Supplente si volse accigliato.
- Mi dispiace per voi, la mia donna, ma questa qui non è ora da visite. Se non sbaglio, il cartello lo dice ben chiaro e in chiarissimi caratteri inglesi.
- Non sbagliate, signore, - rispose ancora ansimando la donna.- E dispiace molto anche a me. Ma c'è un fatto...
E gli disse qualcosa all'orecchio. Il Supplente guardò prima lei e poi il ragazzo, come chi non riesce ancora a comprendere bene. E la donna gli si avvicinò nuovamente e gli parlò ancora ed a lungo all'orecchio. E questa volta il Supplente dovette capire ogni cosa, perché alla fine si rivolse sorridendo al ragazzo.
- Bene, Penny. Benissimo, - gli disse.
- Ecco una buona lezione per me: una lezione in piena regola, certo. Di questo puoi stare tranquillo. Ma chi poteva saperlo, mi dici? Io sono un uccello forestiero, quaggiù: non conosco niente e nessuno; e anche il Cieco potrebbe darmi dei punti... Così adesso, Penny, mi fai il favore di rientrare al tuo posto. E se, prima, mi vorrai dare la mano, credo che la cosa sarà anche due volte migliore.
Il ragazzo vestito di giallo gli diede sorridendo la mano e mormorò qualcosa e rientrò.
Strisciando lungo il muro ed in punta di piedi, anche gli altri tre s'infilarono in classe.
- Perché c'è sotto tutta una storia, vedete, - disse un po' imbarazzata la madre al Supplente. - E se un giorno non dovessi annoiarvi...
- E perché non adesso? - disse invece il Supplente. - Credete che a scuola se ne racconti qualcuna migliore?
E, siccome in quel momento s'accorse d'aver ancora in mano la canna, per prima cosa arrossì e poi fece l'atto di cacciare con quella le mosche. (...)

Per riflesso
Grazia Deledda

(...)Verso il meriggio, però, venne dai Verre poveri il maestro di scuola, il signor Giacinto Tedde, un bel giovine di vent'anni, alto ed elegante, tutto roseo in volto.
Vedendolo salire i gradini della roccia, il piccolo studente arrossì e si sentì battere il cuore, anche perché provava un vivo sentimento di ammirazione e di rispetto, tanto per il talento quanto per l'eleganza del giovine maestro.
- Ebbene, buon giorno, che notizie da ieri ad oggi? - chiese il maestro.
- Favorisca, venga su - disse Andrea, tutto vergognoso per la miseria della sua casetta. Ma il giovine volle stare in cucina, e non si guardò attorno: del che Andrea gli fu grato.
- Nessuna notizia - disse Andreana, sedendosi su uno sgabello, e curvandosi, con le mani giunte in grembo. - Andrea però mi disse di aver veduto... "quell'uomo". L'ha veduto, lei? Non è vero, Andrea?
- Sì - rispose con un soffio il fanciullo.
- Bene! - esclamò il maestro; poi sorrise come fra sé, e diede la gran notizia: - Sì, quell'uomo è stato da me, e mi disse che acconsente...
- Ah!
- Ah! - fecero madre e figlio.
- Sì, acconsente. Ma ascoltatemi bene. - I due poveretti ascoltavano con l'anima sospesa.
- Pare ci sia stato consiglio di famiglia. La serva, mi pare si chiami zia Coanna...
- Sì, così.
- Ebbene, zia Coanna pare abbia fatto del chiasso. Egli era ben disposto fin dall'altro giorno, ma la serva, appena usciti voi, cominciò a gridare, a dire che era il primo passo, e che Andrea finirebbe col diventare padrone di tutto. "Il padrone sono io, - disse Larentu, - e appunto perché sono il padrone voglio fare questa buona opera". E l'altra a gridare, a opporsi. E avrebbe finito col dissuaderlo, senza l'intervento della moglie.
- Millèna! - disse Andreana.
- Giusto, Millèna o Maddalena, non so; deve essere una giovine molto buona e divota...
- Ah, sì, molto divota...
- Ebbene è intervenuta lei, come dicevo. Essa desidera grandemente un figliuolo, mi disse Larentu Verre, ed è convinta che Dio non glielo abbia concesso perché... Insomma disse al marito: fa studiare il figlio di Andreana Verre. Forse il Signore, dopo quest'opera buona ci concederà un bambino. Così Larentu Verre si è deciso, ed è venuto per darmi la risposta, pregandomi di comunicarvela. Però fa un patto. Senti bene, Andrea, e pensa bene se ti conviene. Egli vuole che tu diventi medico.
Un'ombra passò sul viso intento del ragazzo. La madre lo guardò ansiosa: anche il maestro lo guardò intensamente.
Qual pensiero occulto ferveva in fondo alla piccola mente? Quali progetti fantastici passavano già nella piccola anima?
- Farò quello che egli vorrà - disse Andrea, senza sollevare gli occhi. (...)

Piccole donne
Louisa May Alcott

(...) E' necessario ora chiarire che il Professor Davis aveva impartito severissime disposizioni perché i lecca lecca dichiarati generi di contrabbando fossero banditi dalle aule scolastiche, e aveva anzi avvertito che le colpevoli di infrazione a quel bando sarebbero state, se scoperte, castigate pubblicamente e condannate a ricevere una bella razione di bacchettate. Mediante una campagna di guerra lunga e paziente era riuscito a far sparire i gommoni, aveva sequestrato in massa giornaletti e figurine; aveva abolito un ufficio postale clandestino; aveva proibito sberleffi, soprannomi, smorfie, caricature; aveva fatto tutto il possibile per tenere a freno cinquanta ragazze turbolente. I ragazzi, in scuola, sono un'ira di Dio, ma le ragazze sono ancora peggio, sono una vera calamità per il povero diavolo che abbia dei nervi sensibili e una carta tendenza, repressa, alla tirannia.
Il professor Davis era un cannone in fatto di latino, greco e filosofia, ed era quindi assai considerato come insegnante; però era assai meno esperto in fatto di rispetto delle belle maniere, di delicatezza di sentimento, di pazienza. Jenny Snow aveva capito, ad esempio, che quello era proprio il momento adatto per vendicarsi dell'aborrita Ami March, perché quel mattino il signor Davis aveva bevuto un caffè troppo ristretto; il vento che soffiava gagliardo da levante favoriva il manifestarsi di una intermittente nevralgia dentaria; le sue scolare non gli avevano fatto fare di fronte all'ispettore quella bella figura che i suoi sforzi d'insegnante avrebbero meritato, e perciò, per usare il linguaggio pittoresco, se non molto accademico e rispettoso, delle sue allieve, era accigliato come un vecchio gufo che non avesse digerito la colazione.
La parola lecca lecca fu come una miccia accesa gettata in un barile di polvere da sparo; la sua faccia, di solito di una tinta così verde che lo faceva rassomigliare a un ramarro, diventò subitamente scarlatta come la cresta di un gallo, e il suo pugno calò pesantemente sulla cattedra, con un tonfo tale che Jenny Snow se la batté in ritirata e ritornò al suo banco rapida come un fulmine. - Signorine, facciamo attenzione per un momento, prego!
A quell'ordine secco e deciso il cicaleccio cessò di colpo e gli occhi delle allieve, occhi castani, azzurri, verdastri, grigi, si fissarono attenti sulla faccia dura e accigliata dell'insegnante.
- Signorina March, alla cattedra.
Amy si mosse prontamente, composta in apparenza, ma nell'intimo oppressa da una tremenda paura per via della merce di contrabbando introdotta in classe che le pesava sulla coscienza. Ma non aveva ancora superato la fila dei banchi che la voce dell'insegnante la fermò con un ordine inatteso: - Mi porti i lecca lecca che ha sotto il banco.
Una compagna, cui non mancava certo la presenza di spirito, si sporse verso di lei. - Ehi, non glieli porterai mica tutti, eh?
Lesta, Amy ne lasciò cadere una mezza dozzina dal cartoccio e andò a collocare il resto sulla cattedra. Aveva l'impressione che qualunque essere umano, professor Davis compreso, avrebbe dovuto senz'altro placarsi alla vista di tanto bendidio. Ma sfortunatamente l'insegnante detestava quell'aroma dolciastro e alla sua collera si aggiunse il disgusto. - Sono tutti?
- Bè... proprio tutti no - rispose Amy che non sapeva dir bugie.
- Allora vada a prendere gli altri e li porti qui. Subito!
Con un'occhiata di impotente disperazione alle compagne, la ragazzina obbedì.
- Sicura di non averne altri? - inquisì l'insegnante. - Non è una bugia?
- Non dico mai bugie, professore.
- Va bene. Adesso prenda questi rivoltanti dolciumi a due a due e li butti dalla finestra.
Svanita ormai ogni speranza, cinquanta sospironi si levarono dalla scolaresca.
Rossa per la vergogna e la rabbia per ben dodici volte Amy percorse la via del supplizio dalla cattedra alla finestra e ogni volta una coppia di splendidi lecca-lecca cadeva dalle sue mani nella strada, salutato dal grido di esultanza dei monelli irlandesi, quei ragazzetti sguaiati e molesti con cui le ragazze erano sempre sotto a litigare per via dei loro dispetti. Il che, naturalmente inaspriva il tormento. Era davvero troppo! Le allieve fissavano il professore con occhi quali indignati, quali supplichevoli, e una più sensibile delle altre al fascino dei lecca-lecca si mise addirittura a piangere.
Quando Amy, compiuto l'ultimo sacrificio, ritornò alla cattedra e rimase lì impalata a testa bassa, l'insegnante ebbe una sorta di grugnito gravido di minacce e disse scandendo bene le parole: - Immagino ricorderanno ciò che dissi una settimana fa. Sono spiacente di quanto è accaduto ma non posso permettere che i miei ordini vengano presi sottogamba e procederò senz'altro a dare una punizione esemplare a chi ha contravvenuto alle mie tassative disposizioni. Amy March, tenda la mano.
La ragazzina fremette e istintivamente si portò le mani dietro la schiena rivolgendo all'insegnante uno sguardo supplichevole, più commovente di qualsiasi parola. Era una delle predilette del Vecchiaccio - come lo chiamavano le ragazze - che probabilmente, davanti a tanta contrizione, avrebbe lasciato cadere la cosa, se proprio in quella una delle ragazze, non potendo più contenere l'indignazione, non fosse uscita in un lieve fischio di protesta.
Per quanto appena percettibile, quel sibilo sommesso rinfocolò l'irritazione dell'insegnante e la sorte della povera Amy fu irrevocabilmente segnata
- Tenda la mano, signorina March.
Troppo fiera per ricorrere alle lacrime e alle preghiere, la ragazzina strinse i denti, rialzò la fronte in atto di sfida e protesse la destra a palmo in su, ricevendo senza batter ciglio una buona serie di bacchettate. (...)

 

Pimpì Oselì
Elena Gianini Belotti 

(Universale Economica Feltrinelli)

(.....) Gli scolari sono sessanta, come nelle altre classi. Il primo giorno di scuola, la maestra ha assegnato i posti nei banchi, in ordine crescente di altezza: nella fila di sinistra le femmine, in quella di destra i maschi: quelli avanzati, nella fila centrale, dove sta Cecilia, accanto alla Clotilde, la figlia del segretario comunale. Le basterebbe allungare un braccio per toccare quello di Gianni, seduto di fianco a lei, nella fila dei maschi. In un angolo sul fondo, contro il muro, c'è il banco degli asini, nell'ultima fila i ripetenti.
La signorina maestra passeggia su e giù per la classe e lascia dietro di sé una scia profumata di gelsomino. E' bella, la maestra, agile, snella, si muove di slancio, i polpacci frementi, come se fosse sempre sul punto di spiccare una corsa, ha gesti impetuosi e scoppi allegri di voce, occhi brillanti del colore delle castagne e capelli folti e ricci che scrolla come una puledra insofferente. Di tanto in tanto bagna la punta dell'indice con la saliva e ridisegna le sopracciglia depilate e i tirabaci alle orecchie, guarda assorta dalla finestra i rami nudi degli ippocastani e canticchia a mezza voce: "O zingaro nero, ti sogno per me, tu fammi provare tu, l'amor cos'è."
Per giorni e giorni spiega come ci si comporta a scuola: si entra senza far chiasso e con la bocca chiusa, si ripone la cartella sotto il ripiano del banco, ci si siede composti, le mani in prima ben distese una accanto all'altra e si resta fermi e zitti. Lei sta ritta sulla cattedra, la mano sinistra lascia dietro di sé una scia profumata di gelsomino. E sullo stomaco, la destra mezz'aria sulla fronte.
"Si deve sentir volare una mosca", dice in attesa di dare inizio, con il segno della croce, alla preghiera del mattino. (....)
All'appello si risponde "presente" scattando in piedi e alzando il braccio destro. Tutti confondono la destra con la sinistra, lei si ostina invano ogni giorno a farli esercitare perché arrivino a distinguere un braccio dall'altro. Insegna anche la buona creanza: quando la maestra entra in classe, ci si alza in piedi tutti insieme, si aspetta che ordini: seduti! e si risponde: grazie. Lo stesso si deve fare, per rispetto, quando entra una persona adulta. Ci si toglie il berretto quando si parla con qualcuno e non si tengono le mani in tasca. Non si risponde sì o no alla maestra, e neppure alle persone di riguardo, ma sissignore o nossignore.
(...)
La signorina Margherita non ammette che gli scolari parlino bergamasco e insiste nel correggerli quando storpiano l'italiano traducendolo dal dialetto. Non si dice il mio di me, il tuo di te, il suo di lui, spiega, si dice il mio, il tuo, il suo... (...)
Copiare dal compagno di banco è proibito, anche nel caso fosse d'accordo: ma d'accordo non è mai. I più bravi si difendono proteggendo con la mano a paravento la pagina del quaderno e allungando al vicino calci negli stinchi.
Se si suggerisce e la maestra se ne accorge, si viene spediti in castigo dietro la lavagna. I craponi che vengono a scuola solo per scaldare il banco, fanno scena muta all'interrogazione, si ostinano a parlare dialetto,
prendono insufficiente nei compiti o si addormentano mentre la maestra spiega, vengono esiliati nel banco degli asini.
Ogni tanto qualche mamma viene a parlare con la sciura maestra e le raccomanda di suonargliele di santa ragione al figlio se non fa il bravo e non sa la lezione Quando si arrabbia con chi fa chiasso, fa il burattino, parla col compagno di banco, allunga slèpe che spellano la faccia, le levate dalle mani, voi, le sberle, grida.
Più spesso usa appendere sulle spalle del colpevole un cartello con scritto: "asino" e lo manda in giro per la classe: i compagni sono autorizzati a ridere finché la maestra non dice basta. Capita che uno scolaro di seconda, di terza e persino di quarta venga spedito in prima dalla sua insegnante perché non ha studiato o ha fatto il matto: i bambini sono invitati a dileggiarlo e lo fanno disciplinatamente, con una specie di doverosa compunzione, perché andare indietro come i gamberi costituisce il massimo del disonore. Il reo entra accompagnato dal bidello, si sforza di affrontare l'umiliazione ostentando indifferenza o spavalderia, sibila insulti ai vicini, i quali subito alzano la mano e lo denunciano alla maestra. Nell'aula si respira un'aria torbida di voglia di linciaggio. C'è paura quando non si sa una cosa che un altro bambino invece sa.
Quando il Batistì non ha saputo dire le vocali tutte in fila, la maestra le ha chieste alla Celestina che aveva alzato la mano e le ha snocciolate con prontezza. "Brava"! ha esclamato, vai a bagnare il naso al Batistì.
Cecilia, sgomenta, ha scorto un'abbietta luce di trionfo negli occhi della Celestina mentre s'infilava l'indice in bocca, si dirigeva verso il compagno e gli inumidiva il naso. La scolaresca ha riso sguaiata, finché la signorina ha picchiato il pugno sulla cattedra per farli smettere. Il Batistì aveva il viso in fiamme, le orecchie infuocate e gli occhi pieni di lacrime. Si è asciugato furtivamente il naso, ha chinato la faccia sul banco e non si è mosso più per tutta la mattina.
Ci han bagnato il naso, ci han bagnato il naso! Lo hanno deriso i compagni all'uscita, girandogli intorno come avvoltoi sulla preda. (.....)
La maestra ha detto che ai bambini che non studiano e non fanno i compiti cresceranno le orecchie d'asino, come a Pinocchio. Molti se le sono palpate, spaventati.
E come a Pinocchio, si allungherà il naso a quelli che dicono le bugie. Alcuni se lo sono toccato: vuol dire, ha osservato, che non avevano la coscienza proprio pulita. Ai bambini bugiardi, prima che il naso si allunghi, appare sulla fronte una macchiolina scura che solo le maestre possono vedere. Le bugie hanno le gambe corte, ammonisce severa, la verità viene sempre a galla, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. E chi è bugiardo è anche ladro. E infine: chi si scusa si accusa e chi è in difetto è in sospetto.
I bambini, conclude, devono sforzarsi di essere buoni. Essere buoni significa fare il bene senza speranza di ricompensa. (.....)
E' arrivato l'inchiostro. Il bidello è entrato in classe con un bottiglione, la Margherita ha illustrato con solennità l'importanza dell'avvenimento,
ormai sapevano scrivere ed era giunto il momento di imparare a usare la penna. Il passaggio iniziatico dall'universo della matita a quello superiore della penna, rappresentò per lungo tempo una tortura per l'intera scolaresca. Intingere il pennino nel calamaio, liberarlo dall'eccesso di inchiostro sfregandolo delicatamente contro il bordo, condurlo fino alla pagina del quaderno era un'arte acrobatica dagli esiti incerti.
Nel breve, angosciante percorso dal calamaio al foglio bianco, stavano in agguato incognite imponderabili. La perigliosa uscita del pennino col suo carico liquido dall'area protetta del calamaio si materializzava in una goccia che piombava a tradimento stampandosi rotonda e densa sulla pagina. Era la disfatta.
Sudati, congestionati, le dita avvinghiate alla cannuccia, i bambini volgevano intorno con occhi imploranti a invocare soccorso. La carta asciugante premuta con circospezione sulla macchia,
lungi dal produrre la sperata magia di cancellarla, la sbiadiva appena. Restava lì in tutta la sua terribilità, a testimoniare a gran voce la vergogna della sconfitta. Non c'era modo di liberarsene. La Margherita aveva severamente vietato la gomma da inchiostro e ammonito di non portarla nemmeno in classe perché l'avrebbe requisita senza pietà. Ma c'era chi sfidava il divieto e, facendosi scudo della schiena del compagno, si accaniva con la pietrosa gomma contro la macchia nemica. Abrasioni, spiegazzature, buchi nella pagina ampliavano il disastro invece di risolverlo.
Il pennino si rivelava uno strumento vendicativo: stridendo sulla carta, s'impuntava all'improvviso nel bel mezzo di una parola e schizzava una grandinata di goccioline. Col tempo, nel calamaio si depositava la polvere e sul fondo sedimentava uno strato di melma che il pennino dragava, riemergendo con un invisibile filamento appiccicato alla punta. Una volta appoggiato sul foglio, l'insidia nascosta si rivelava con uno sbaffo deturpante che doleva come una coltellata nel costato.
Il vento della catastrofe soffiava sulle teste chine dei bambini.
La maestra era un nemico crudele, senza misericordia.

 

Pinocchio

Collodi

(...) Il giorno dopo Pinocchio andò alla scuola comunale.
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro scuola un burattino!
Fu una risata, che non finiva più.
Chi gli faceva uno scherzo, chi un altro; chi gli levava il berretto di mano; chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll'inchiostro due grandi baffi sotto il naso; e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani per farlo ballare.
Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente, sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli, che più lo tafanavano e si pigliavano gioco di lui, e disse loro a muso duro: - Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e voglio essere rispettato.
- Bravo berlicche! Hai parlato come un libro stampato! - urlarono quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro, più impertinente degli altri allungò la mano coll'idea di prendere il burattino per la punta del naso.
Ma non fece a tempo: perché Pinocchio stese la gamba sotto la tavola e gli consegnò una pedata negli stinchi.
- Ohi! Che piedi duri! - urlò il ragazzo stropicciandosi il livido che gli aveva fatto il burattino. - E che gomiti!... anche più duri dei piedi! - disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s'era beccata una gomitata nello stomaco.
Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata Pinocchio acquistò subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un bene dell'anima.
E anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita.
Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni: e fra questi, c'erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di studiare e di farsi onore.
Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non mancava di dirgli e di ripetergli più volte:
- Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno prima o poi col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti addosso qualche grossa disgrazia.
- Non c'è pericolo! - rispondeva il burattino, facendo una spallucciata e toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come per dire: "C'è tanto giudizio qui dentro!".
Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso scuola, incontrò un branco dei soliti compagni, che andandogli incontro, gli dissero: - Sai la gran notizia?
- No.
- Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane, grosso come una montagna.
- Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogò il mio povero babbo?
- Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vieni anche tu?
- Io, no: voglio andare a scuola.
- Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con una lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari.
- E il maestro che dirà?
- Il maestro si lascia dire. E' pagato apposta per brontolare tutto il giorno. (...)