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Penny Wirton e sua
madre
Silvio D'Arzo
(Einaudi)
(...) L'uscio si spalancò all'improvviso, e sbattè contro il muro,
e due o tre vetri si infransero a terra. E ne uscì un uomo tutto quanto
vestito di nero, su per giù come un giovane prete, con in più due
fibbiole di latta alle scarpe e in mano una canna lunga il doppio di una
lenza da trote.
Era magro come tre uomini magri, ed arrabbiato per sei: e quel che non
era rabbia, era sdegno e matto dispetto e desiderio d'usare la canna.
Con l'altra mano si trascinava dietro un ragazzo tutto vestito di
giallo: e quando fu nel corridoio lo lasciò andare di colpo come si
lascia andare un canestro dal manico sporco di fango.
I tre ragazzi s'addossarono al muro con tutte le forze: sicché, a prima
vista, parevano tre disegni e nient'altro.
- E adesso apri bene le orecchie, - si mise a dire al ragazzo il
Supplente che ormai non aveva più voce.
- Adesso ascoltami bene. Io mi chiamo Isaia Balcop, sono Baccelliere
d'arte e maestro di scuola: ho ventisette anni e a momenti ventotto: e
da dieci non faccio che andare da una scuola all'altra, come un pitocco
alle fiere. E ho conosciuti tutti i tipi di scolari del mondo: timidi,
idioti, nervosi, insopportabili, maniaci, smemorati, distratti,
impudenti, malarnesi di strada, topi di banco e anche peggio. Ho
conosciuto, dico, ragazzi dalla lingua proibita, da dar dei punti anche
a Gionata Swift... Ma uno come te mai, in dieci anni. Sei l'impudenza
incarnata. Questa, per prima cosa, ragazzo. E ce n'è poi una
seconda.....
Il Supplente s'interruppe per inghiottire saliva: e il ragazzo lo
guardava tremando, e cercava di balbettare qualcosa.
- E ce n'è poi una seconda. Se fai un giro per le quarantotto Contee,
mare o monte è lo stesso, fa questa domanda a tutti i ragazzi dai sette
ai quattordici anni (quindici anni, in certi casi, perfino):
"Quante cose esigeva da voi il Supplente Balcop, Baccelliere darte
e maestro di scuola?" E loro subito: "Tre". "E
quali?", dirai. "Prima cosa: rispetto. Seconda cosa: rispetto.
Terza cosa: ancora e sempre rispetto". E se tu un'altra volta
t'azzarderai solo a pensare di... - E fece l'atto di alzare la canna.
In quel momento s'aprì di colpo il cancelletto di legno e sulla ghiaia
del viale si sentì un ben strano rumore.
Una donna, sui cinquant'anni e un po' di più, tutta vestita di nero,
attraversava in gran fretta il giardino: e saliva i quattro gradini: e
in un secondo e nemmeno era lì.
Il Supplente si volse accigliato.
- Mi dispiace per voi, la mia donna, ma questa qui non è ora da visite.
Se non sbaglio, il cartello lo dice ben chiaro e in chiarissimi
caratteri inglesi.
- Non sbagliate, signore, - rispose ancora ansimando la donna.- E
dispiace molto anche a me. Ma c'è un fatto...
E gli disse qualcosa all'orecchio. Il Supplente guardò prima lei e poi
il ragazzo, come chi non riesce ancora a comprendere bene. E la donna
gli si avvicinò nuovamente e gli parlò ancora ed a lungo all'orecchio.
E questa volta il Supplente dovette capire ogni cosa, perché alla fine
si rivolse sorridendo al ragazzo.
- Bene, Penny. Benissimo, - gli disse.
- Ecco una buona lezione per me: una lezione in piena regola, certo. Di
questo puoi stare tranquillo. Ma chi poteva saperlo, mi dici? Io sono un
uccello forestiero, quaggiù: non conosco niente e nessuno; e anche il
Cieco potrebbe darmi dei punti... Così adesso, Penny, mi fai il favore
di rientrare al tuo posto. E se, prima, mi vorrai dare la mano, credo
che la cosa sarà anche due volte migliore.
Il ragazzo vestito di giallo gli diede sorridendo la mano e mormorò
qualcosa e rientrò.
Strisciando lungo il muro ed in punta di piedi, anche gli altri tre
s'infilarono in classe.
- Perché c'è sotto tutta una storia, vedete, - disse un po'
imbarazzata la madre al Supplente. - E se un giorno non dovessi
annoiarvi...
- E perché non adesso? - disse invece il Supplente. - Credete che a
scuola se ne racconti qualcuna migliore?
E, siccome in quel momento s'accorse d'aver ancora in mano la canna, per
prima cosa arrossì e poi fece l'atto di cacciare con quella le mosche.
(...)
Per riflesso
Grazia Deledda
(...)Verso il meriggio, però, venne dai Verre poveri il maestro di
scuola, il signor Giacinto Tedde, un bel giovine di vent'anni, alto ed
elegante, tutto roseo in volto.
Vedendolo salire i gradini della roccia, il piccolo studente arrossì e
si sentì battere il cuore, anche perché provava un vivo sentimento di
ammirazione e di rispetto, tanto per il talento quanto per l'eleganza
del giovine maestro.
- Ebbene, buon giorno, che notizie da ieri ad oggi? - chiese il maestro.
- Favorisca, venga su - disse Andrea, tutto vergognoso per la miseria
della sua casetta. Ma il giovine volle stare in cucina, e non si guardò
attorno: del che Andrea gli fu grato.
- Nessuna notizia - disse Andreana, sedendosi su uno sgabello, e
curvandosi, con le mani giunte in grembo. - Andrea però mi disse di
aver veduto... "quell'uomo". L'ha veduto, lei? Non è vero,
Andrea?
- Sì - rispose con un soffio il fanciullo.
- Bene! - esclamò il maestro; poi sorrise come fra sé, e diede la gran
notizia: - Sì, quell'uomo è stato da me, e mi disse che acconsente...
- Ah!
- Ah! - fecero madre e figlio.
- Sì, acconsente. Ma ascoltatemi bene. - I due poveretti ascoltavano
con l'anima sospesa.
- Pare ci sia stato consiglio di famiglia. La serva, mi pare si chiami
zia Coanna...
- Sì, così.
- Ebbene, zia Coanna pare abbia fatto del chiasso. Egli era ben disposto
fin dall'altro giorno, ma la serva, appena usciti voi, cominciò a
gridare, a dire che era il primo passo, e che Andrea finirebbe col
diventare padrone di tutto. "Il padrone sono io, - disse Larentu, -
e appunto perché sono il padrone voglio fare questa buona opera".
E l'altra a gridare, a opporsi. E avrebbe finito col dissuaderlo, senza
l'intervento della moglie.
- Millèna! - disse Andreana.
- Giusto, Millèna o Maddalena, non so; deve essere una giovine molto
buona e divota...
- Ah, sì, molto divota...
- Ebbene è intervenuta lei, come dicevo. Essa desidera grandemente un
figliuolo, mi disse Larentu Verre, ed è convinta che Dio non glielo
abbia concesso perché... Insomma disse al marito: fa studiare il figlio
di Andreana Verre. Forse il Signore, dopo quest'opera buona ci
concederà un bambino. Così Larentu Verre si è deciso, ed è venuto
per darmi la risposta, pregandomi di comunicarvela. Però fa un patto.
Senti bene, Andrea, e pensa bene se ti conviene. Egli vuole che tu
diventi medico.
Un'ombra passò sul viso intento del ragazzo. La madre lo guardò
ansiosa: anche il maestro lo guardò intensamente.
Qual pensiero occulto ferveva in fondo alla piccola mente? Quali
progetti fantastici passavano già nella piccola anima?
- Farò quello che egli vorrà - disse Andrea, senza sollevare gli
occhi. (...)
Piccole donne
Louisa May Alcott
(...) E' necessario ora chiarire che il Professor Davis aveva
impartito severissime disposizioni perché i lecca lecca dichiarati
generi di contrabbando fossero banditi dalle aule scolastiche, e aveva
anzi avvertito che le colpevoli di infrazione a quel bando sarebbero
state, se scoperte, castigate pubblicamente e condannate a ricevere una
bella razione di bacchettate. Mediante una campagna di guerra lunga e
paziente era riuscito a far sparire i gommoni, aveva sequestrato in
massa giornaletti e figurine; aveva abolito un ufficio postale
clandestino; aveva proibito sberleffi, soprannomi, smorfie, caricature;
aveva fatto tutto il possibile per tenere a freno cinquanta ragazze
turbolente. I ragazzi, in scuola, sono un'ira di Dio, ma le ragazze sono
ancora peggio, sono una vera calamità per il povero diavolo che abbia
dei nervi sensibili e una carta tendenza, repressa, alla tirannia.
Il professor Davis era un cannone in fatto di latino, greco e filosofia,
ed era quindi assai considerato come insegnante; però era assai meno
esperto in fatto di rispetto delle belle maniere, di delicatezza di
sentimento, di pazienza. Jenny Snow aveva capito, ad esempio, che quello
era proprio il momento adatto per vendicarsi dell'aborrita Ami March,
perché quel mattino il signor Davis aveva bevuto un caffè troppo
ristretto; il vento che soffiava gagliardo da levante favoriva il
manifestarsi di una intermittente nevralgia dentaria; le sue scolare non
gli avevano fatto fare di fronte all'ispettore quella bella figura che i
suoi sforzi d'insegnante avrebbero meritato, e perciò, per usare il
linguaggio pittoresco, se non molto accademico e rispettoso, delle sue
allieve, era accigliato come un vecchio gufo che non avesse digerito la
colazione.
La parola lecca lecca fu come una miccia accesa gettata in un barile di
polvere da sparo; la sua faccia, di solito di una tinta così verde che
lo faceva rassomigliare a un ramarro, diventò subitamente scarlatta
come la cresta di un gallo, e il suo pugno calò pesantemente sulla
cattedra, con un tonfo tale che Jenny Snow se la batté in ritirata e
ritornò al suo banco rapida come un fulmine. - Signorine, facciamo
attenzione per un momento, prego!
A quell'ordine secco e deciso il cicaleccio cessò di colpo e gli occhi
delle allieve, occhi castani, azzurri, verdastri, grigi, si fissarono
attenti sulla faccia dura e accigliata dell'insegnante.
- Signorina March, alla cattedra.
Amy si mosse prontamente, composta in apparenza, ma nell'intimo oppressa
da una tremenda paura per via della merce di contrabbando introdotta in
classe che le pesava sulla coscienza. Ma non aveva ancora superato la
fila dei banchi che la voce dell'insegnante la fermò con un ordine
inatteso: - Mi porti i lecca lecca che ha sotto il banco.
Una compagna, cui non mancava certo la presenza di spirito, si sporse
verso di lei. - Ehi, non glieli porterai mica tutti, eh?
Lesta, Amy ne lasciò cadere una mezza dozzina dal cartoccio e andò a
collocare il resto sulla cattedra. Aveva l'impressione che qualunque
essere umano, professor Davis compreso, avrebbe dovuto senz'altro
placarsi alla vista di tanto bendidio. Ma sfortunatamente l'insegnante
detestava quell'aroma dolciastro e alla sua collera si aggiunse il
disgusto. - Sono tutti?
- Bè... proprio tutti no - rispose Amy che non sapeva dir bugie.
- Allora vada a prendere gli altri e li porti qui. Subito!
Con un'occhiata di impotente disperazione alle compagne, la ragazzina
obbedì.
- Sicura di non averne altri? - inquisì l'insegnante. - Non è una
bugia?
- Non dico mai bugie, professore.
- Va bene. Adesso prenda questi rivoltanti dolciumi a due a due e li
butti dalla finestra.
Svanita ormai ogni speranza, cinquanta sospironi si levarono dalla
scolaresca.
Rossa per la vergogna e la rabbia per ben dodici volte Amy percorse la
via del supplizio dalla cattedra alla finestra e ogni volta una coppia
di splendidi lecca-lecca cadeva dalle sue mani nella strada, salutato
dal grido di esultanza dei monelli irlandesi, quei ragazzetti sguaiati e
molesti con cui le ragazze erano sempre sotto a litigare per via dei
loro dispetti. Il che, naturalmente inaspriva il tormento. Era davvero
troppo! Le allieve fissavano il professore con occhi quali indignati,
quali supplichevoli, e una più sensibile delle altre al fascino dei
lecca-lecca si mise addirittura a piangere.
Quando Amy, compiuto l'ultimo sacrificio, ritornò alla cattedra e
rimase lì impalata a testa bassa, l'insegnante ebbe una sorta di
grugnito gravido di minacce e disse scandendo bene le parole: - Immagino
ricorderanno ciò che dissi una settimana fa. Sono spiacente di quanto
è accaduto ma non posso permettere che i miei ordini vengano presi
sottogamba e procederò senz'altro a dare una punizione esemplare a chi
ha contravvenuto alle mie tassative disposizioni. Amy March, tenda la
mano.
La ragazzina fremette e istintivamente si portò le mani dietro la
schiena rivolgendo all'insegnante uno sguardo supplichevole, più
commovente di qualsiasi parola. Era una delle predilette del Vecchiaccio
- come lo chiamavano le ragazze - che probabilmente, davanti a tanta
contrizione, avrebbe lasciato cadere la cosa, se proprio in quella una
delle ragazze, non potendo più contenere l'indignazione, non fosse
uscita in un lieve fischio di protesta.
Per quanto appena percettibile, quel sibilo sommesso rinfocolò
l'irritazione dell'insegnante e la sorte della povera Amy fu
irrevocabilmente segnata
- Tenda la mano, signorina March.
Troppo fiera per ricorrere alle lacrime e alle preghiere, la ragazzina
strinse i denti, rialzò la fronte in atto di sfida e protesse la destra
a palmo in su, ricevendo senza batter ciglio una buona serie di
bacchettate. (...)
Pimpì Oselì
Elena Gianini Belotti
(Universale
Economica Feltrinelli)
(.....) Gli scolari sono sessanta, come nelle altre classi. Il primo
giorno di scuola, la maestra ha assegnato i posti nei banchi, in ordine
crescente di altezza: nella fila di sinistra le femmine, in quella di
destra i maschi: quelli avanzati, nella fila centrale, dove sta Cecilia,
accanto alla Clotilde, la figlia del segretario comunale. Le basterebbe
allungare un braccio per toccare quello di Gianni, seduto di fianco a
lei, nella fila dei maschi. In un angolo sul fondo, contro il muro, c'è
il banco degli asini, nell'ultima fila i ripetenti.
La signorina maestra passeggia su e giù per la classe e lascia dietro
di sé una scia profumata di gelsomino. E' bella, la maestra, agile,
snella, si muove di slancio, i polpacci frementi, come se fosse sempre
sul punto di spiccare una corsa, ha gesti impetuosi e scoppi allegri di
voce, occhi brillanti del colore delle castagne e capelli folti e ricci
che scrolla come una puledra insofferente. Di tanto in tanto bagna la
punta dell'indice con la saliva e ridisegna le sopracciglia depilate e i
tirabaci alle orecchie, guarda assorta dalla finestra i rami nudi degli
ippocastani e canticchia a mezza voce: "O zingaro nero, ti sogno
per me, tu fammi provare tu, l'amor cos'è."
Per giorni e giorni spiega come ci si comporta a scuola: si entra senza
far chiasso e con la bocca chiusa, si ripone la cartella sotto il
ripiano del banco, ci si siede composti, le mani in prima ben distese
una accanto all'altra e si resta fermi e zitti. Lei sta ritta sulla
cattedra, la mano sinistra lascia dietro di sé una scia profumata di
gelsomino. E sullo stomaco, la destra mezz'aria sulla fronte.
"Si deve sentir volare una mosca", dice in attesa di dare
inizio, con il segno della croce, alla preghiera del mattino. (....)
All'appello si risponde "presente" scattando in piedi e
alzando il braccio destro. Tutti confondono la destra con la sinistra,
lei si ostina invano ogni giorno a farli esercitare perché arrivino a
distinguere un braccio dall'altro. Insegna anche la buona creanza:
quando la maestra entra in classe, ci si alza in piedi tutti insieme, si
aspetta che ordini: seduti! e si risponde: grazie. Lo stesso si deve
fare, per rispetto, quando entra una persona adulta. Ci si toglie il
berretto quando si parla con qualcuno e non si tengono le mani in tasca.
Non si risponde sì o no alla maestra, e neppure alle persone di
riguardo, ma sissignore o nossignore.
(...)
La signorina Margherita non ammette che gli scolari parlino bergamasco e
insiste nel correggerli quando storpiano l'italiano traducendolo dal
dialetto. Non si dice il mio di me, il tuo di te, il suo di lui, spiega,
si dice il mio, il tuo, il suo... (...)
Copiare dal compagno di banco è proibito, anche nel caso fosse
d'accordo: ma d'accordo non è mai. I più bravi si difendono
proteggendo con la mano a paravento la pagina del quaderno e allungando
al vicino calci negli stinchi.
Se si suggerisce e la maestra se ne accorge, si viene spediti in castigo
dietro la lavagna. I craponi che vengono a scuola solo per scaldare il
banco, fanno scena muta all'interrogazione, si ostinano a parlare
dialetto,
prendono insufficiente nei compiti o si addormentano mentre la maestra
spiega, vengono esiliati nel banco degli asini.
Ogni tanto qualche mamma viene a parlare con la sciura maestra e le
raccomanda di suonargliele di santa ragione al figlio se non fa il bravo
e non sa la lezione Quando si arrabbia con chi fa chiasso, fa il
burattino, parla col compagno di banco, allunga slèpe che spellano la
faccia, le levate dalle mani, voi, le sberle, grida.
Più spesso usa appendere sulle spalle del colpevole un cartello con
scritto: "asino" e lo manda in giro per la classe: i compagni
sono autorizzati a ridere finché la maestra non dice basta. Capita che
uno scolaro di seconda, di terza e persino di quarta venga spedito in
prima dalla sua insegnante perché non ha studiato o ha fatto il matto:
i bambini sono invitati a dileggiarlo e lo fanno disciplinatamente, con
una specie di doverosa compunzione, perché andare indietro come i
gamberi costituisce il massimo del disonore. Il reo entra accompagnato
dal bidello, si sforza di affrontare l'umiliazione ostentando
indifferenza o spavalderia, sibila insulti ai vicini, i quali subito
alzano la mano e lo denunciano alla maestra. Nell'aula si respira
un'aria torbida di voglia di linciaggio. C'è paura quando non si sa una
cosa che un altro bambino invece sa.
Quando il Batistì non ha saputo dire le vocali tutte in fila, la
maestra le ha chieste alla Celestina che aveva alzato la mano e le ha
snocciolate con prontezza. "Brava"! ha esclamato, vai a
bagnare il naso al Batistì.
Cecilia, sgomenta, ha scorto un'abbietta luce di trionfo negli occhi
della Celestina mentre s'infilava l'indice in bocca, si dirigeva verso
il compagno e gli inumidiva il naso. La scolaresca ha riso sguaiata,
finché la signorina ha picchiato il pugno sulla cattedra per farli
smettere. Il Batistì aveva il viso in fiamme, le orecchie infuocate e
gli occhi pieni di lacrime. Si è asciugato furtivamente il naso, ha
chinato la faccia sul banco e non si è mosso più per tutta la mattina.
Ci han bagnato il naso, ci han bagnato il naso! Lo hanno deriso i
compagni all'uscita, girandogli intorno come avvoltoi sulla preda.
(.....)
La maestra ha detto che ai bambini che non studiano e non fanno i
compiti cresceranno le orecchie d'asino, come a Pinocchio. Molti se le
sono palpate, spaventati.
E come a Pinocchio, si allungherà il naso a quelli che dicono le bugie.
Alcuni se lo sono toccato: vuol dire, ha osservato, che non avevano la
coscienza proprio pulita. Ai bambini bugiardi, prima che il naso si
allunghi, appare sulla fronte una macchiolina scura che solo le maestre
possono vedere. Le bugie hanno le gambe corte, ammonisce severa, la
verità viene sempre a galla, perché il diavolo fa le pentole ma non i
coperchi. E chi è bugiardo è anche ladro. E infine: chi si scusa si
accusa e chi è in difetto è in sospetto.
I bambini, conclude, devono sforzarsi di essere buoni. Essere buoni
significa fare il bene senza speranza di ricompensa. (.....)
E' arrivato l'inchiostro. Il bidello è entrato in classe con un
bottiglione, la Margherita ha illustrato con solennità l'importanza
dell'avvenimento,
ormai sapevano scrivere ed era giunto il momento di imparare a usare la
penna. Il passaggio iniziatico dall'universo della matita a quello
superiore della penna, rappresentò per lungo tempo una tortura per
l'intera scolaresca. Intingere il pennino nel calamaio, liberarlo
dall'eccesso di inchiostro sfregandolo delicatamente contro il bordo,
condurlo fino alla pagina del quaderno era un'arte acrobatica dagli
esiti incerti.
Nel breve, angosciante percorso dal calamaio al foglio bianco, stavano
in agguato incognite imponderabili. La perigliosa uscita del pennino col
suo carico liquido dall'area protetta del calamaio si materializzava in
una goccia che piombava a tradimento stampandosi rotonda e densa sulla
pagina. Era la disfatta.
Sudati, congestionati, le dita avvinghiate alla cannuccia, i bambini
volgevano intorno con occhi imploranti a invocare soccorso. La carta
asciugante premuta con circospezione sulla macchia,
lungi dal produrre la sperata magia di cancellarla, la sbiadiva appena.
Restava lì in tutta la sua terribilità, a testimoniare a gran voce la
vergogna della sconfitta. Non c'era modo di liberarsene. La Margherita
aveva severamente vietato la gomma da inchiostro e ammonito di non
portarla nemmeno in classe perché l'avrebbe requisita senza pietà. Ma
c'era chi sfidava il divieto e, facendosi scudo della schiena del
compagno, si accaniva con la pietrosa gomma contro la macchia nemica.
Abrasioni, spiegazzature, buchi nella pagina ampliavano il disastro
invece di risolverlo.
Il pennino si rivelava uno strumento vendicativo: stridendo sulla carta,
s'impuntava all'improvviso nel bel mezzo di una parola e schizzava una
grandinata di goccioline. Col tempo, nel calamaio si depositava la
polvere e sul fondo sedimentava uno strato di melma che il pennino
dragava, riemergendo con un invisibile filamento appiccicato alla punta.
Una volta appoggiato sul foglio, l'insidia nascosta si rivelava con uno
sbaffo deturpante che doleva come una coltellata nel costato.
Il vento della catastrofe soffiava sulle teste chine dei bambini.
La maestra era un nemico crudele, senza misericordia.
Pinocchio
Collodi
(...) Il giorno dopo Pinocchio andò alla scuola comunale.
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro
scuola un burattino!
Fu una risata, che non finiva più.
Chi gli faceva uno scherzo, chi un altro; chi gli levava il berretto di
mano; chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli
coll'inchiostro due grandi baffi sotto il naso; e chi si attentava
perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani per farlo ballare.
Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente,
sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli, che più lo
tafanavano e si pigliavano gioco di lui, e disse loro a muso duro: -
Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone. Io
rispetto gli altri e voglio essere rispettato.
- Bravo berlicche! Hai parlato come un libro stampato! - urlarono quei
monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro, più
impertinente degli altri allungò la mano coll'idea di prendere il
burattino per la punta del naso.
Ma non fece a tempo: perché Pinocchio stese la gamba sotto la tavola e
gli consegnò una pedata negli stinchi.
- Ohi! Che piedi duri! - urlò il ragazzo stropicciandosi il livido che
gli aveva fatto il burattino. - E che gomiti!... anche più duri dei
piedi! - disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s'era beccata
una gomitata nello stomaco.
Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata Pinocchio acquistò
subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli
facevano mille carezze e tutti gli volevano un bene dell'anima.
E anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva attento, studioso,
intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a
rizzarsi in piedi, a scuola finita.
Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni: e
fra questi, c'erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca
voglia di studiare e di farsi onore.
Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non
mancava di dirgli e di ripetergli più volte:
- Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno prima o poi
col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti
addosso qualche grossa disgrazia.
- Non c'è pericolo! - rispondeva il burattino, facendo una spallucciata
e toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come per dire: "C'è
tanto giudizio qui dentro!".
Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso scuola, incontrò
un branco dei soliti compagni, che andandogli incontro, gli dissero: -
Sai la gran notizia?
- No.
- Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane, grosso come una
montagna.
- Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogò il mio
povero babbo?
- Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vieni anche tu?
- Io, no: voglio andare a scuola.
- Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con una
lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari.
- E il maestro che dirà?
- Il maestro si lascia dire. E' pagato apposta per brontolare tutto il
giorno. (...)
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