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  Maestri/18

1901, Filippine

Matilde, Dahl Roald   

Moll Flanders, De Foe Daniel

Niente di nuovo sul fronte occidentale, Remarque H.M.

Pel di carota, Renard Jules

Occhio al professsore, Nostlinger Christine

 

Matilde
di Roald Dahl
(Salani)

(...)
Matilde sedette, mentre la Spezzindue si sedeva a sua volta dietro la cattedra. Era sempre rimasta in piedi, nel corso della lezione. Tese la mano, afferrò la caraffa e, tenendola per il manico, disse: "Non capisco perché i bambini siano così repellenti. Sono un vero flagello, come gli insetti. Bisognerebbe sbarazzarsene una volta per tutte, come si uccidono le mosche con l'insetticida o con la carta moschicida; perché non inventare uno spray che ci liberi dai bambini piccoli? Sarebbe splendido entrare in questa classe con una bombola gigantesca e spruzzare dappertutto. Delle enormi strisce di carta appiccicaticcia sarebbero ancora meglio. Le appenderei ovunque, voi ci rimarreste attaccati, e addio. Non le sembra una buona idea Dolcemiele?".
"Se si tratta di uno scherzo, direttrice, non lo trovo molto divertente."
"Non mi stupisce. Comunque, non scherzavo. Secondo me la scuola perfetta è quella dove i bambini non ci sono. Un giorno aprirò un istituto del genere. Penso che avrebbe un grande successo".
"Questa donna è pazza", pensava la signorina Dolcemiele. "Completamente pazza. E di lei che dovremo sbarazzarci."
La Spezzindue alzò la grande brocca di porcellana azzurra e riempì d'acqua il bicchiere. E insieme all'acqua venne fuori un lungo, viscido tritone che cadde nel recipiente con un "plop" sonoro. La Spezzindue cacciò un urlo e fece un salto come se le fosse scoppiato un petardo sotto i piedi. I bambini videro la lunga, sottile, viscida creatura giallastra, simile a una lucertola dal ventre giallo che si contorceva nel bicchiere, e presero a saltare a dimenarsi, gridando: "Che cos'è? E' disgustoso! E' un alligatore!".
"Attenta, signorina Spezzindue!" gridò Violetta. " Credo che morda".
La Spezzindue, così grande e grossa, rimase impalata nei suoi pantaloni alla zuava, tremando come una foglia. Era furiosa perché qualcuno l'aveva strillare e saltar su a quel modo, proprio lei che si vantava d'essere coraggiosa. Fissò l'animale che si contorceva nel bicchiere. Non aveva mai visto un tritone in vita sua; la storia naturale non era il forte, e non riusciva neanche a immaginare che tipo di bestia fosse, comunque non aveva un aspetto piacevole. Si mise lentamente a sedere; era davvero terrificante con quegli occhietti che sprizzavano odio e rabbia. (...)
Matilde e Violetta videro la gigantessa dai pantaloni alla zuava marciare in direzione di una bambina di circa dieci anni, con le lunghe trecce bionde sulle spalle. Ogni treccia terminava con un fiocco di raso azzurro. La bambina con le trecce, Amanda Trippi, rimase immobile, lo sguardo fisso sulla gigantessa che avanzava verso di lei; aveva l'espressione di chi, intrappolato in un praticello, sta per essere caricato da un toro inferocito. La ragazzina era paralizzata, terrorizzata, tremante e con gli occhi sbarrati: sembrava certa che per lei fosse arrivato il giorno del giudizio.
La Spezzindue aveva ormai raggiunto la sua vittima e torreggiava su di lei.
"Voglio che quando tornerai a scuola, domattina, quelle trecce siano sparite!" abbaiò. "Tagliale e buttale nella spazzatura! Hai capito?"
Amanda, sebbene paralizzata dalla paura riuscì a balbettare: " P -p- piacciono tanto alla m- m- m- ia mamma. M- m- me le rifà ogni mattina".
" La tua mamma è un idiota!" tuonò la Spezzindue. Indicò con un dito grosso quanto un salame la testa della bambina e latrò: "Sembri un topo con la coda che gli spunta dalla testa!"."
"La m- m- mia m- m- mamma mi trova molto carina così signorina Spezzindue".
"Non me ne importa un fico secco di quel che pensa tua madre!" ruggì la Spezzindue, e con una mossa brusca afferrò le trecce di Amanda con la destra, sollevandola da terra. Poi cominciò a farla roteare sempre più in fretta, mentre la bambina strillava più non posso. La Spezzindue muggiva : " Te le do io le trecce, piccola delinquente!"
Proprio come alle olimpiadi la fece girare sempre più in fretta, come un martello. "Scommetto che la lancerà" disse Ortensia. La Spezzindue si chinò all'indietro per bilanciare il peso della ragazzina roteante, e prese a piroettare con abilità sulla punta dei piedi; in breve Amanda Trippi venne fatta girare così rapidamente che non la si vedeva più e a un tratto, con un urlo bestiale, la Spezzindue mollò le trecce e la bambina fu proiettata oltre la rete metallica del cortile.
"Bel tiro, signora!" gridò qualcuno, dall'altra parte del cortile, e Matilde, ipnotizzata da questo pazzesco spettacolo, vide Amanda Trippi atterrare con una lunga e sgraziata parabola sul campo da gioco.
Atterrò sull'erba e prima di fermarsi rimbalzò tre volte. Poi, sorprendentemente si mise a sedere. Aveva l'aria stordita (ed era comprensibile), ma dopo un paio di minuti si alzò e trotterellò verso il cortile. La Spezzindue si stropicciò le mani. "Niente male" grugnì, "se si pensa che sono fuori allenamento. Proprio niente male". Poi se ne andò a grandi passi. (...)

Moll Flanders
Daniel De Foe

(...) Nella cura che mi assegnarono fu mia gran fortuna esser data, come si dice, a balia a una donna che allora era povera ma aveva vissuto in condizioni migliori, e ricavava da vivere pigliando con sé quelli che erano in situazioni come la mia e mantenendoli fìnché raggiungevano l'età in cui potevano verosimilmente andare a servizio o guadagnarsi il pane. Quella donna aveva anche una piccola scuola, che teneva per insegnare ai bambini a leggere e a lavorare; e poiché, come già ho detto, era vissuta in altri tempi in un buon ambiente, tirava su i bambini a lei affidati non solo con ogni cura ma anche con molta arte.
Ma la cosa più importante era che la donna cresceva i bambini in modo molto religioso, perché lei era per bene, pia, donna di casa, amante della pulizia, piena di buone maniere, e sapeva vivere. Vitto scadente, alloggio miserabile e vestiti brutti: ma per il resto eravamo tirati su con maniere e garbo, come se quella fosse una scuola di ballo. (...)

Niente di nuovo sul fronte occidentale
Erich Maria Remarque 

(Mondadori)

(...) Kantorek era il nostro professore: un ometto severo, vestito di grigio, con un muso da topo. Aveva press'a poco la stessa statura del sottuficiale Himmelstoss, "il terrore di Klosterberg". Del resto è strano che l'infelicità del mondo derivi tanto spesso dalle persone piccole, di solito assai più energiche e intrattabili delle grandi. Mi sono sempre guardato dal capitare in reparti che avessero dei comandanti piccoli: generalmente sono dei pignoli maledetti.
Nelle ore di ginnastica Kantorek ci tenne tanti e tanti discorsi, finché finimmo per recarci sotto la sua guida, tutta la classe indrappellata, al Comando di presidio, ad arruolarci come volontari. Lo vedo ancora davanti a me, quando ci fulminava attraverso i suoi occhiali e ci domandava con voce commossa: "Venite anche voi, nevvero, camerati?"
Codesti educatori tengono spesso il loro sentimento nel taschino del panciotto, pronti a distribuirne un po' ora per ora. Ma allora noi non ci si dava pensiero di certe cose. Ce n'era uno, però, che esitava, non se la sentiva. Si chiamava Giuseppe Behm, un ragazzotto grasso e tranquillo. Si lasciò finalmente persuadere anche lui, perché altrimenti si sarebbe reso impossibile. (...) Per uno strano caso, fu proprio Behm uno dei primi a cadere. Durante un assalto fu colpito agli occhi, e lo lasciammo per morto. Portarlo con noi non si poteva, perché dovemmo ritirarci di premura. Solo nel pomeriggio lo udimmo a un tratto gridare, e lo vedemmo fuori, che si trascinava carponi; aveva soltanto perduto coscienza. Perché non ci vedeva, ed era pazzo dal dolore, non cercava affatto di coprirsi, sicché venne abbattuto a fucilate, prima che alcuno di noi potesse avvicinarsi a prenderlo.
Naturalmente non si può far carico di questo a Kantorek: che sarebbe del mondo, se già questo si dovesse chiamare una colpa? Di Kantorek ve n'erano migliaia, convinti tutti di far meglio nel modo ad essi più comodo.
Ma qui appunto sta il loro fallimento.

(...)Mittelstaedt ha pronta una novità che mi elettrizza subito. Mi racconta che Kantorek è stato richiamato come soldato della territoriale (...). Scendiamo nel cortile. Mittelstaedt ordina il riposo e passa l'ispezione. Ed ecco che mi appare il mio Kantorek, e mi mordo le labbra per non scoppiare a ridere. Porta una specie di tunica color turchino slavato. Il dorso e le maniche mostrano enormi rattoppi scuri; quella tunica deve aver servito a un gigante. In compenso i pantaloni neri, stinti dall'uso, sono piuttosto corti, non gli arrivano che a mezzo polpaccio. Spaziosissimi sono invece gli scarponi, assai antichi, duri come il ferro, con le punte voltate in su: di quegli scarponi vecchi modello che si allacciano ancora sui lati. L'equilibrio è ristabilito dal berretto d'ordinanza, minuscolo, unto e bisunto, miserabile. L'impressione d'insieme è pietosa.
Mittelstaedt si ferma davanti a lui: "Soldato Kantorek, questo si chiama pulire i bottoni? Non imparerete dunque mai? Non andiamo bene, Kantorek, non andiamo bene!...".
Nel mio interno urlo di piacere. Esattamente così Kantorek biasimava Mittelstaedt, con la stessa intionazione; "Non andiamo bene, Mittelstaedt, non andiamo bene!".
Mittelstaedt continua a disapprovare: "Guardate un po' Boettcher, quello sì è un modello, potete imparare da lui".
Non oso credere ai miei occhi: c'è anche Boettcher, il nostro bidello! Ed è un modello! Kantorek mi fulmina con lo sguardo, come se volesse incenerirmi. Ma io mi limito a sorridergli innocentemente sul muso, come se non lo riconoscessi affatto.
Che faccia di stupido con quel pignattino in testa e quell'uniforme! E dire che davanti a un essere simile si tremava di paura, quando troneggiava in cattedra e sembrava volerci infilzare con la punta della matita, nel chiederci i verbi irregolari francesi, che poi in Francia non ci hanno reso un gran servizio. Non sono passati due anni... ed ecco qua, rotto l'incanto, il milite territoriale Kantorek, con le ginocchia storte e due braccia ad ansa, coi bottoni sporchi e un portamento ridicolo, un soldato impossibile. Non riesco a metter d'accordo questo figuro col personaggio in cattedra, dallo sguardo severo, e vorrei un po' sapere che cosa risponderei, se questo disgraziato tornasse un giorno a interrogare me, un vecchio soldato..." (...)

Pel di Carota
Jules Renard 

(Mondadori)

(...) Da Pel di Carota al signor Lepic:
Caro papà, pensa che ieri era l'onomastico del professore di latino e che i miei compagni unanimi mi avevano designato per presentargli gli auguri di tutta la classe.
Lusingatissimo, mi metto a comporre con ogni cura il discorso nel quale inserisco alcune appropriate citazioni latine. Modestia a parte, ero soddisfatto. Lo metto a pulito su un gran foglio di carta protocollo e, giunto il giorno, spinto dai compagni che mi sussurravano: "Vai, su, fatti avanti"! colgo il momento che il professore non ci guarda e mi avvicino alla cattedra. Ho appena spiegato il foglio e pronunciato a voce alta: "VENERATO MAESTRO" che il professore s'alza infuriato e grida:
- Fila al tuo posto, e spicciati!
Figurati se alzo i tacchi e scappo a sedermi; frattanto i miei amici si nascondono dietro i libri e il professore mi ordina furibondo: -Traduci la versione!
Caro il mio papà, cosa te ne pare?

Risposta del signor Lepic: Caro Pel di Carota, quando sarai deputato ne vedrai ben altre. A ognuno la sua parte. Se hanno messo il tuo professore in cattedra, probabilmente è perché‚ lui pronunci dei discorsi, non perché stia ad ascoltare i tuoi.

Da Pel di Carota al signor Lepic:
Caro papà, son stato a portare la tua lepre al signor Legris, professore di storia e geografia. M'è sembrato proprio che il regalo gli facesse piacere. Ti ringrazia molto. Siccome ero entrato con l'ombrello bagnato, me lo prese di mano lui stesso e lo riportò nell'atrio. Poi chiacchierammo di varie cose.
Mi disse che se voglio posso portar via il primo premio di storia e geografia a fin d'anno. Ma vuoi credere che son stato in piedi tutto il tempo e che il signor Legris, il quale nel resto, ripeto, è stato amabilissimo, non mi ha nemmeno indicato una sedia?
Si tratta di scortesia o di distrazione? Non lo so, e sarei curioso, caro papà, di sentire la tua opinione.

Risposta del signor Lepic:
Caro Pel di Carota, protesti sempre. Protesti perché‚ il professor di latino ti manda a sedere, protesti perché quello di storia e geografia ti lascia in piedi.
Forse sei ancora troppo giovane per pretendere dei riguardi: sarà che, ingannato dalla tua modesta statura, ti credeva seduto. (...)

 

Occhio al professore
Christine Nostlinger
(Giunti Gruppo editoriale)

(...) Ora la finisco con questa introduzione e incomincio da dove diventa importante. A casa abbiamo una situazione non comune. Perciò la mamma ha affittato una stanza al dottor Vranek. Il dottor Vranek abita da noi fin da quando ho il ben dell'intelletto. Prima era professore di matematica al liceo.
Sebbene il Vranek sia molto matematico, con l'insegnamento non gli è andata bene. E la cosa non mi stupisce! Perché è piccolo, calvo e per niente divertente. E poi sa parlare solo a bassa voce, e nello stesso tempo mentre parla fa dei sibili (Hansi Krenn dice che questo dipende dalla dentiera, che ce l'ha anche suo nonno. Mia mamma dice che non dipende dalla dentiera, perché il Vranek faceva questi sibili anche quando aveva i denti veri).
In ogni caso, a scuola i ragazzi lo prendevano continuamente in giro, e lui con la sua vocina sibilante non poteva nemmeno farsi sentire. Una volta i ragazzi lo hanno fatto particolarmente arrabbiare - qualcosa che aveva a che vedere con una sveglia che suonava, che si passavano da una fila all'altra dei banchi, il Vranek allora si è messo a saltellargli dietro, ma la sveglia non gliel'hanno data, e subito accanto c'era la presidenza, sicché il Vranek aveva paura non solo degli studenti, ma anche del direttore, perché la soneria la sentiva sicuramente anche lui. Ma così bene non la so neanch'io. Alla mamma non piace raccontarmi certe cose. Ha paura che poi io le rifaccia a scuola. Insomma il Vranek si è beccato un esaurimento nervoso. Prima lo hanno portato all'ospedale e poi a casa da noi.
E' rimasto sei mesi a letto a lamentarsi, poi è guarito, ma qualcosa gli è rimasto: ogni volta che vede un bambino comincia a tremare come un martello pneumatico. Gocce e polverine non sono valse a niente. E' dovuto andare in pensione prima del previsto perché a scuola per il tremito convulso non riusciva a tenere il gesso in mano. E a casa io mi sono sempre dovuta nascondere dal Vranek, per non fargli venire un attacco. Non che me ne importasse niente, sono una bambina che comunque a casa ci sta poco.
La mamma, che ha una grande simpatia per il Vranek, ha provato spesso a farlo smettere di tremare, ma il Vranek allora le diceva: "Signora Binder, verrà il giorno in cui non dovrò più tremare! Ma finché i bambini sono così bisogna tremare per forza"!
Il finché e il così li rimarcava per di più in modo particolare. Abbastanza strano. E già allora mi sono detta: - Occhi aperti e all'erta!
(...) Poi il mio sospetto si è ingigantito! Infatti il Vranek ha preso in prestito da mio papà la macchina da scrivere. Ha detto che doveva scrivere una lettera al Ministero della Pubblica Istruzione, perché aveva appena terminato un'invenzione, e che questa era un'invenzione che avrebbe cambiato la vita di tutti noi! La mamma gli ha fatto le congratulazioni e gli ha chiesto se aveva inventato una calcolatrice per ragazzi oppure una lavagna di tipo speciale.
Il Vranek ha detto: - No, no, cara signora Binder, è molto, ma molto più sensazionale! - Però, quel che fosse, non l'ha detto, ma ha soltanto mormorato ancora: - E poi vedrà che anche lei, carissima signora Binder, non avrà più preoccupazioni!
Questo mi ha confermato nell'opinione che volesse macchinare qualcosa contro i bambini. Perché infatti mia mamma si lagna sempre che io sono la sua unica preoccupazione.
Ne so finalmente di più!
Era il 10 Ottobre. Il Vranek è andato a pranzare al ristorante della posta. La mamma puliva le finestre nel soggiorno. Io avrei dovuto scrivere un tema. Si intitolava "Un fatto divertente". Siccome non mi veniva in mente nessun fatto divertente che alla mia professoressa potesse sembrare altrettanto divertente, sono andata a vedere nella stanza del Vranek. A parte i parecchi mucchi di carta pieni di calcoli, questa volta ho scoperto un foglio di carta nella macchina da scrivere.
Sopra c'era scritto:
Friedemann Vranek
Dottore in matematica
Habergasse 14 (presso Binder)
1170 Vienna
E sotto c'era scritto:

AL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE
Al signor Ministro della Pubblica Istruzione, personale e segreto!
Di più sul foglio non c'era. Però vicino alla macchina da scrivere erano appoggiati diversi fogli scritti a mano. Su quello in cima, alla prima riga, cera scritto in lettere a stampatello:

PROGRAMMATORE AUTOMATICO
DELLO SCOLARO
ESATTA DESCRIZIONE PER IL PROFANO

Ci ho messo un quarto d'ora per capire il primo paragrafo. Non soltanto per via della scrittura-da-tappeto-persiano, ma anche per il contenuto.
Il contenuto diceva:
Il Programmatore Automatico dello Scolaro da me inventato (da qui in avanti menzionato solo brevemente PAS), è un apparato completamente nuovo, mai esistito prima d'ora, che può trasformarsi in un sussidio didattico ideale per tutti gli insegnanti.
Il PAS è in grado di trasformare completamente i tempi futuri. Tramite esso, la nostra gioventù abbruttita, disumana, sprovvista di tutti i valori, può venire programmata nel modo desiderato anche da insegnanti poco abili e non molto benvoluti.
Proprio in tempi di grande carenza d'insegnanti, il PAS mi pare un'istituzione incredibilmente necessaria!

Sono rimasta di sasso. Ho riletto più volte il primo paragrafo da cima a fondo, e non mi sono accorta di come il tempo passasse. La finestra era aperta per un largo spiraglio. All'improvviso sento dallo spiraglio che mia mamma, che sta pulendo la finestra, grida giù in strada: - Allora, già di ritorno dal pranzo, caro dottore?
Il Vranek sale le scale lentamente, ma purtroppo abitiamo soltanto al primo piano. Io mi sono infilata sotto il golf i fogli scritti a mano, poi ho spalancato la finestra e sono uscita dalla stanza. Avevo appena chiuso la porta del Vranek, che il Vranek ha aperto la porta di casa. Mi sono messa al riparo dietro l'attaccapanni. Il Vranek ha attraversato l'atrio d'ingresso fino alla porta della sua stanza e l'ha aperta. Avevo calcolato giusto! Per la corrente d'aria della finestra aperta del Vranek, della porta aperta del Vranek e della finestra aperta del soggiorno, tutte le carte nella stanza del Vranek hanno cominciato a svolazzare alla grande.
Era una tormenta di carte. Il Vranek ha cacciato uno strillo acuto, ha oltrepassato le carte fino alla finestra e ha chiuso la finestra. Lo strillo acuto ha attirato la mamma. Anche la mamma è rimasta molto impressionata dalla devastazione dei mucchi di carta, e voleva aiutare il dottor Vranek a raccogliere e rimettere in ordine. Il Vranek non si è lasciato aiutare. Ha spiegato che questa non era mancanza di fiducia verso la mamma, ma che la faccenda era ancora molto segreta, e lui non poteva far avvicinare nessuno alla sua invenzione. Perché, diceva, l'invenzione più geniale nelle mani sbagliate poteva trasformarsi in una cosa diabolica. (...)