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Goccie d'inchiostro
Carlo Dossi
La maestrina d'inglese
I
Tanto per cominciare
E' una pìccola stanza. Serve, con vece alterna, e da sala da pranzo e
da vìsite, e, si potrebbe anche dire, da càmera a letto, ché i due
sofà mi han punto l'aria di restar sempre sofà. Tègoli troppi si
vèggono fuori, per crèderci bassi di piani; troppa poca mobilia
dentro, per crèderci alti di fondi.
Squillo di campanello. Il campanello sussulta nella stanzetta; che la
sia pure anticàmera?
E al suono, una ragazza gentile si presenta a una porta, e leggera
leggera corre a dischiùderne un'altra. Ed ecco un bel giòvane biondo,
alto, entrare, e tosto pigliarle con trasporto le palme. "E il
pappà?" chied'egli di sottovoce. Aurora muove la graziosa testina
tristissimamente.
"Ma il dottore, che dice?"
"Dice: vi è un sol rimedio... morire."
Aurora ha nel parlare la più adoràbile erre del mondo. Ma, oè,
signore lettrici, non vi sforzate a erreggiare; un rossetto e un
bianchetto, come Natura dà, nel profumiere non troverete mai.
I due bei giòvani stanno zitti, mani con mani, sguardo con sguardo.
"Aurora!" geme una voce dalla stanza vicina. La fanciulla si
scuote, scioglie le sue dalle mani di Enrico, che con passione le preme,
e accorre a chi chiama. Enrico ode la voce dell'ammalato, diventando
agra e stizzosa, dire alla figlia che lo si abbandona, che lo si lascia
morire, anzi! che lo si desìdera morto... E Aurora, giù a piàngere.
" Oh l'egoista!" fa il giovanotto fra i denti, e sospira.
II
Patria potèstas
(...) Aurora, vogliosa che nel bicchiere di babbo rosseggiàssene sempre
del buono, saltò su a dire:
"Darò lezioni d'inglese"
Il signor Pietro fissolla con dubitoso stupore.
"E sai l'inglese... tu?" disse.
"Sì" ella fece timidamente "da un pezzo. Me l'ha
insegnato la mia maestra Racheli... Pappà, scusa!" e aggiunse, che
la detta maestra, la quale amàvala molto, le offriva...
"No" interruppe il pappà, gentile come un chirurgo.
E tàquero entrambi. No, avvertite, era la sua risposta abituale;
sentiva, nel proferirla, uno strano piacere. Vero è, che dovèa poi
scèndere al sì, ma pel momento era no.
Pur, questa volta, il diniego stette. Sospettoso come un topo frugato,
il signor Pietro pensava che le lezioni d'inglese d'Aurora, se non
èrano già, potèvano convertirsi in tanti spedienti per istargli alla
larga. Aurora gli avrebbe dato ad intèndere ogni sorta di storie; ed
egli, inchiodato su'na poltrona, con la finestra che non vedeva che
gatti, avrebbe dovuto, o bene o male, inghiottirle.. No, no; egli
s'amareggiava fin troppo quand'ella, per la poca provvista, era fuori.
Così passò un anno; muro a muro la vita. Tutto, men la pensione,
aumentava; ed il Governo, giù imposte! ché, quasi fosse una vigna il
paese, credeva arricchirsi l'impoverendo.
Tornò il dare lezioni d'inglese a far capolino. Aurora disse che la sua
vecchia maestra avèala cercata per una brava signora e, acconsentendo
pappà...
"No" rispose, secondo il suo vezzo, quella delizia di padre.
Pure soggiunse: "La vuol proprio imparare? ben, venga qui."
"Oh babbo!" esclamò la fanciulla con un ghignuzzo "chi
può èssere quello che fa dieci scale per una lezione d'inglese?"
Sul che, il signor Pietro si degnò di riflèttere. Stavolta, il suo
falso-egoismo se ne trovava di fronte altrettanto: lì si trattava di
scègliere tra un po' più di minestra o un po' più di figliuola: e il
signor Pietro, forse in quella a digiuno, si attenne al "po' più
di minestra.
Ma tuttavìa, volle e pretese un mucchio d'informazioni: dopo, impòsene
uno di condizioni. Ed eccolo, mentre Aurora è lontana, atteso con
l'occhio alla lancetta del pèndolo, la quale ha trascorso l'ora
fissata... Inquieto, egli manda e rimanda la ragazzina che gli tien
compagnìa, sul pianeròttolo... E pàssano altri dieci minuti...
Perché non torna? che fa? Aurora entra pressosa, anelante.
Il signor Pietro, senza lasciar ch'ella dica, comincia a bajare come un
can da pagliajo. Ed essa, alla prima in bilancia, risponde poi
risentita. Egli, allora, fuori il secondo argomento! cioè il
moccichino... Dio mio! ingrata figliola! Bianchi capelli! padre
ammalato... tanto che, spaurita la tosa, con le perle negli occhi, e il
singhiozzo, gli dimanda perdono.
Poi, un dì, il signor Pietro, veduto apparir la fanciulla con un
mazzetto di fiori, si cacciò in testa che gliel avèsser donato.
"È per tè" ella disse e lo porse "l'ho comperato per
tè" aggiunse, avvertendo alla nuvolosa aria del padre.
Ma, in segno di grazie, questi lo getta per terra. E fa "Tu hai
arrossito"; quindi, una scena d'ira e di pianto, il ricordo di cui,
le làgrime molte di Aurora, èbbero pena, assài pena a lavare.
(...)
V
Progressi in inglese
Il dì seguente, incominciàrono le lezioni. Non mai fu uno scolare
più assiduo di lui, né una maestra più puntuale di lei. Uno sedèa ad
un lato del tàvolo, l'altra all'opposto; tra loro, in sul terzo,
impoltronàvasi il babbo; gli occhiali, volti ad un libro; gli occhi, un
po' a destra, un po' a manca.
E, dopo due chiàcchiere e sulla salute ed il tempo, aveva principio il
dettato. Era curioso il notare com'ella facesse fatica a dir bene, egli
a scrivere male. A volte, Enrico sostava a porre una domanda o un
dubbio, o meglio, a consolarsi la vista; ed ella gli rispondeva turbata.
Turbata? epperché? perché forse vedèa che insegnava a un maestro? E,
se sì, starsi zitta? a che? Appresso, si leggeva il dettato; capital
punto della lezione. Allora, le due sedie amorose s'avvicinàvano sul
quarto lato del tàvolo, cioè in facciatina all'egoista poltrona del
babbo, e la bella ragazza, con l'imo di un tagliacarte, apriva la strada
ad Enrico, mentre costùi, spesso, si diperdeva a mirare, non la parola,
bensì le dita affilate che gliela indicàvano. E la ragazza: "su,
coraggio, signore, dica".
Diàvolo d'un inglese! borbottava il pappà. Tanto che lo scolare,
tirato fuori dall'èstasi, accentuava la ritrosa parola in modo, che, se
Aurora gentile fosse stata solo maestra, n'avrebbe fatto tesoro.
A volte poi, e' si sentiva solleticare da un capriccioso riccietto o
titillare la guancia all'appressarsi della rasata di lei; ancora un
pochino, e si sarèbbero tocche. Serràvali in quella lo smarrimento
medèsimo; èrano come ubbriachi; leggèvano macchinalmente o almeno
credèano lèggere, ché, davvero, che forloccàssero mai, neppur
Centofanti sarebbe riuscito a capire.
Fortuna, che tutto l'inglese del babbo consisteva in beef-steak e
roast-beef con la giunta dell'yes!
Ma un dì, usando essi di fare anche un po' di diàlogo:
"Whom do you love?" chiese la bella volgèndosi ad Enrico e
innamoratamente guardàndolo.
Enrico non tènnesi più.
"I love you!" fece con entusiasmo.
La fanciulla arrossò.
"Love? che significa love?" disse intorbidàndosi il babbo e
strascicando la voce.
E, a botta risposta, Enrico: "Mangio."
Il Signor Pietro lampeggiò l'uno, poi l'altra, con un'occhiata tale,
che, se le occhiate lasciàssero il segno, quella li avrebbe uccisi di
colpo. E, la lezione finita, ed il Giorgini partito, si die' a
carteggiare il "Baretti." (...)
Harry Potter e il
prigioniero di Azkaban
J. k Rowling
(Salani)
(...)Una voce uscì all'improvviso dall'ombra, una voce dolce e
misteriosa. "Benvenuti" disse. "E' bello rivedervi in
carne e ossa, finalmente".
La prima impressione che Harry ne ebbe fu quella di un grosso insetto
luccicante. La professoressa Cooman avanzò nel cerchio di luce nel
fuoco, e videro che era molto magra; gli spessi occhiali le rendevano
gli occhi molto più grandi del normale ed era avvolta in uno scialle
leggero, tutto ricamato di perline. Innumerevoli catene e collane le
pendevano dal collo esile, e le mani e le braccia erano cariche di
braccialetti e anelli. "Sedete, ragazzi miei, sedete" disse, e
tutti presero posto cautamente nelle poltrone o sprofondarono negli
sgabelli. Harry, Ron e Hermione si sedettero attorno allo stesso
tavolino rotondo.
"Benvenuti a Divinazione" disse la Cooman, che aveva preso
posto in un'ampia poltrona davanti al fuoco. "Io sono la
professoressa Cooman. Può darsi che non mi abbiate mai vista. Ritengo
che scendere troppo spesso nella confusione della scuola offuschi il mio
Occhio Interiore." Nessuno commentò questa straordinaria
dichiarazione. La professoressa Cooman riaccomodò con grazia lo scialle
e riprese:
"Allora, avete deciso di studiare Divinazione, la più difficile di
tutte le arti magiche. Devo però dirvi subito che se non avete la
Vista, potrò insegnarvi assai poco. I libri possono farvi progredire
solo fino a un certo punto in questo campo..."
Sia Harry che Ron sorrisero e lanciarono un'occhiata ad Hermione,
allarmata alla notizia che i libri non le sarebbero stati di grande
aiuto in questa materia.
"Molte streghe e molto maghi, per quanto talento possano avere nel
campo delle esplosioni e degli odori e delle sparizioni improvvise, non
sono tuttavia in grado di penetrare in misteri velati del futuro"
riprese la professoressa Cooman, con gli enormi occhi scintillanti che
si spostavano da un volto all'altro. E' un Dono concesso a pochi. Tu,
ragazzo" disse improvvisamente rivolta a Neville, che quasi cadde
dallo sgabello, "sta bene tua nonna?"
"Credo di si" rispose Neville con voce tremante.
"Non ne sarei così sicuro se fossi in te, caro" disse la
professoressa Cooman mentre il fuoco traeva riflessi dai suoi lunghi
orecchini di smeraldo. Neville deglutì. La professoressa riprese
tranquillamente.
"Quest'anno ci occuperemo dei metodi base della Divinazione. Il
primo trimestre sarà dedicato alla lettura delle foglie di Tè. Nel
prossimo passeremo alla Lettura della Mano. Comunque mia cara"
disse, rivolgendosi d'un tratto a Calì Patil, "guardati da un uomo
coi capelli rossi".
Calì scoccò uno sguardo stupito a Ron, che era dietro di lei, e
allontanò la sedia.
"Nell'ultimo trimestre " proseguì la professoressa Cooman,
"passeremo alla Sfera di Cristallo, se avremo finito con i Presagi
di Fuoco, naturalmente. Purtroppo, a febbraio avremo la classe decimata
da una brutta epidemia di influenza. Io stessa perderò la voce. E
attorno a Pasqua, uno di noi ci lascerà per sempre."
Un silenzio carico di tensione seguì questa dichiarazione, ma la
professoressa Cooman parve non notarlo. "Tu, cara" disse a
Lavanda Brown, che era la più vicina e si ritrasse sulla sedia,
"ti dispiace passarmi la teiera d'argento, quella grande?"
Lavanda, sollevata, si alzò, prese un'enorme teiera dallo scaffale e la
pose sul tavolo davanti alla professoressa Cooman."Grazie, cara.
Ah, fra l'altro, quella cosa che temi... succederà venerdì 16
ottobre". Lavanda prese a tremare. "Ora voglio che formiate
delle coppie. Prendete una tazza dallo scaffale, venite da me e io la
riempirò, poi sedetevi e bevete; bevete finché non rimangono solo i
fondi. Fatteli roteare per tre volte con la mano sinistra, poi
rovesciate la tazza sul piattino, aspettate che il tè rimasto coli via
e passate la vostra tazza al compagno per la lettura. Interpreterete i
disegni consultando le pagine 5 e 6 Svelare il Futuro. Io girerò fra di
voi e vi darò una mano. Oh, caro" esclamò afferrando il braccio
di Neville che si stava alzando, "dopo che avrai rotto la prima
tazza, vorresti essere così gentile da prenderne una col disegno blu?
Sono piuttosto affezionata a quelle rosa".
Neville, in effetti, non aveva ancora raggiunto lo scaffale quando si
udì un tintinnio di ceramica infranta. La professoressa Cooman si
avvicinò al ragazzo, gli tese paletta e scopino e disse : "Una di
quelle blu, caro, se non ti dispiace... grazie..."
Quando Harry e Ron ebbero riempito le loro tazze, tornarono al tavolo e
cercarono di bere in fretta il tè bollente. Fecero roteare i fondi come
aveva detto la professoressa Cooman, poi voltarono le tazze e se le
scambiarono.
"Bene" disse Ron, mentre aprivano i libri alla pagina 5,
"che cosa vedi nella mia?"
"Un mucchietto di roba marrone bagnata" rispose Harry.
L'aroma intenso del fumo lo aveva reso sonnolento e
intontito."Aprite le vostre menti, cari, e lasciate che i vostri
occhi vedano al di là del concreto!" disse la professoressa Cooman
nella penombra.
Harry cercò di riscuotersi dal torpore.
"Bene, nella tua c'è una specie di croce tutta storta ..."
disse consultando Svelare il Futuro. "Vuol dire che dovrai
affrontare prove e sofferenze, mi dispiace, ma c'è una cosa che
potrebbe essere il sole... aspetta... vuol dire grande gioia... quindi
soffrirai ma poi sarai molto felice..."
"Il tuo Occhio Interiore ha bisogno di una bella visita, dammi
retta " disse Ron, ed entrambi soffocarono le risate mentre la
professoressa Cooman guardava dalla loro parte.
"Ora tocca a me..." Ron scrutò l'interno della tazza di
Harry, la fronte aggrottata per lo sforzo.
"C'è un grumo che assomiglia a una bombetta" disse
."Forse andrai a lavorare al Ministero della Magia..." Rigirò
la tazza dall'altra parte.
"Però visto da qui assomiglia più a una ghianda... Cosa vuol
dire?" Studiò il libro. "Una fortuna inaspettata, oro a
sorpresa.
Ottimo, così puoi prestarmene un po' e qui c'è un'altra cosa"
disse girando di nuovo la tazza "che sembra un animale... si, se
quella è la testa... sembra un ippopotamo... no, una pecora".
La professoressa Cooman si avvicinò mentre Harry scoppiava a ridere.
"Fammi vedere, caro" disse a Ron in tono di rimprovero,
curvandosi per prendergli la tazza di Harry. Tutti tacquero, in attesa.
La Professoressa Cooman guardò dentro la tazza, facendola ruotare in
senso antiorario.
"Il falco... caro tu hai un nemico mortale."
"Ma questo lo sanno tutti" disse Hermione con un sussurro un
po' troppo forte . La professoressa la fissò. "Bè, e così"
insistette Hermione." Tutti sanno che Harry... Lei-sai-Chi."
Harry e Ron la guardarono con un misto di stupore e ammirazione. Non
avevano mai sentito Hermione rivolgersi in quel tono a un professore.
La professoressa Cooman decise di non ribattere. Abbassò i grandi occhi
sulla tazza di Harry e riprese a farla ruotare.
"Il bastone... un agguato. Oh, caro questa non è una tazza
benigna..."
"Credevo che fosse a bombetta" disse Ron imbarazzato.
"Il teschio... pericolo sul tuo cammino, caro..." tutti
fissavano esterrefatti la professoressa Cooman, che sprofondò in una
poltrona vuota, colla mano scintillante posata sul cuore e gli occhi
chiusi.
"Caro ragazzo... povero caro ragazzo... No... è meglio non dire
niente... No... non chiedermi niente..."
"Che cosa c'è, professoressa?" chiese Dean Thomas
all'improvviso. Si erano alzati tutti e lentamente avevano circondato il
tavolo di Harry e Ron, avvicinandosi alla professoressa Cooman per
guardare nella tazza di Harry.
Gli occhi dell'insegnante si spalancarono in maniera teatrale. "Mio
caro" disse, "è il Gramo".
"Il cosa?" chiese Harry. Non era l'unico a non aver capito.
Dean Thomas alzò le spalle e Lavanda Brown lo guardò perplessa, ma
quasi tutti gli altri si portarono le mani alla bocca, orripilati."Il
Gramo, mio caro, il Gramo!" esclamò la professoressa Cooman,
stupita che Harry non avesse capito.
"Il cane fantasma gigante che infesta i cimiteri! Caro ragazzo, è
un presagio... il peggior presagio di morte!"
Harry sentì una stretta allo stomaco.
Quel cane sulla copertina di Presagi di Morte al Ghirogoro, il cane
nella penombra in Magnolia Crescent... anche Lavanda Brow si portò le
mani alla bocca.
Tutti fissavano Harry: tutti tranne Hermione, che si era alzata alle
spalle dell'insegnante. "Non mi sembra che assomigli a un
Gramo" disse con voce piatta.
La professoressa Cooman fissò Hermione con crescente antipatia.
"Mi perdonerai se te lo dico, cara, ma sento pochissima Aura
attorno a te. Pochissima sensibilità agli echi del futuro".
Seamus Finnigan inclinò la testa da una parte all'altra.
"Sembra un Gramo se lo guardi così" disse strizzando gli
occhi fin quasi a chiuderli, "ma visto da qui sembra più un
asino" disse piegandosi a sinistra.
"Avete finito di decidere se devo morire o no?" disse Harry
cogliendo tutti, anche se stesso, di sorpresa.
Ora nessuno sembrava aver voglia di guardarlo.
"Credo che per oggi ci fermeremo qui" disse la professoressa
Cooman con la sua voce più velata "Si... vi prego di portar via le
vostre cose..." In silenzio, i ragazzi riportarono le tazze
all'insegnante, presero i libri e li riposero nelle borse. Perfino Ron
evitava lo sguardo di Harry. (...)
I Buddenbrook
Thomas Mann
(Mondadori)
(...) Il signor Stengel - dalle tasche del suo panciotto spuntava
sempre una mezza dozzina di matite meravigliosamente appuntite - portava
una parrucca rosso volpe e un mantello aperto, color bruno chiaro, che
gli arrivava fin quasi alle caviglie; aveva certi collettoni che
salivano fino alle tempie, ed era un sottile, che amava le distinzioni
filosofiche, come per esempio:
- Tu devi fare una linea, figliolo, e che cosa fai? Fai un tratto! -
Diceva lina invece di linea.
Oppure, a un fannullone: - Tu resti in quarta non degli anni, ma, vorrei
dire, per anni! -
E diceva quaata invece di quarta, e non anni ma quasi onni...
Quel che gli piaceva di più era insegnare nell'ora di canto la bella
canzone La verde foresta; in quelle occasioni un paio di scolari
dovevano andare nel corridoio e quando il coro intonava: Allegri andiamo
per campi e per prati... bisognava che ripetessero pianissimo l'ultima
parola, come l'eco.
Ma quando questo compito toccava a Christian Buddenbrook, a suo cugino
Jürgen Kröger o al suo amico Andreas Gieseke, il figlio del comandante
dei pompieri, quelli invece di far risuonare la tenera eco buttavano
giù per le scale la cassa del carbone, e alle quattro dovevano poi
restare in reclusione nell'appartamento del signor Stengel. Là però
non si stava affatto male. Il signor Stengel aveva dimenticato tutto e
ordinava alla governante di servire agli scolari Buddenbrook, Kröger e
Gieseke una tazza di caffè, una per ciascuno, si badi; dopo di che li
lasciava andare...
In realtà gli eccellenti dotti che, sotto la sovranità cordiale di un
vecchio direttore umano e fiutator di tabacco, adempivano al loro
ufficio sotto le volte dell'antica scuola - era stata un convento -
erano persone innocue e bonarie, concordi nel ritenere che la scienza e
l'allegria non si escludano a vicenda, e desiderose di lavorare con
piacere e benevolenza.
Nelle classi medie c'era un ex predicatore che insegnava il latino, un
certo pastore Hirte, un uomo lungo, con le basette castane e gli occhi
vispi, per il quale era una gioia della vita la coincidenza fra il suo
nome e il suo titolo; e non si stancava mai di far tradurre la parola
"pastor". La sua espressione favorita era "sconfinatamente
limitato," né divenne mai chiaro se si rendesse conto del
bisticcio. Ma quando aveva in mente di sbalordire gli scolari, ricorreva
all'arte di far rientrare nella bocca le labbra, in modo che poi
scattassero fuori con il rumore di un tappo di champagne. Gli piaceva
andar su e giù per la classe a lunghi passi, rappresentando con
straordinaria vivezza a ciascuno scolaro la sua intera vita futura,
all'esplicito scopo di stimolarne un pochino la fantasia. Poi però
passava al lavoro serio, cioè faceva ripetere i versi che egli stesso
aveva composto con vera abilità sulle regole dei complementi - lui
diceva: "le regole dei complimenti" - e su tutte le
costruzioni difficili; versi che recitava, calcando il ritmo e la rima
con ineffabile senso di trionfo...
(...) "Vai a scuola volentieri?"
"No," rispondeva tranquillamente, con quella franchezza che,
di fronte a cose più serie, reputa inutile mentire in simili questioni.
"No? Eppure si deve imparare: scrivere, leggere, far di
conto..."
"E così via," diceva il piccolo Johann.
No, egli non ci andava volentieri in quella scuola, quell'antico
convento con il chiostro e le aule dalle volte gotiche.
Le assenze per malattia e la totale mancanza di attenzione quando i suoi
pensieri si perdevano su qualche accordo armonico o sui misteri ancora
indecifrati di un brano musicale che aveva udito da sua madre e dal
signor Pfühl, non lo favorivano certo sulla via delle scienze (...) Il
signor Tietge, l'insegnante di aritmetica, un vecchietto in giacca nera
e unta, che aveva lavorato al servizio dell'istituto già ai tempi del
defunto Marcellus Stengel, e che, incredibilmente guercio, cercava di
rimediare con lenti spesse e rotonde come oblò di navi, - il signor
Tietge ricordava in ogni lezione al piccolo Johann come suo padre fosse
sempre stato diligente e svelto in aritmetica... Di continuo, forti
accessi di tosse costringevano il signor Tietge a coprire di sputi la
pedana della cattedra. (...)
I fratelli Karamazov
Fiodor Dostojewskij
(...)All'ora convenuta Kolja si sdraiò fra i binari. Gli altri
cinque che avevano accettato la scommessa, con il fiato sospeso - ma
verso la fine, ormai terrorizzati e pieni di rimorso - aspettavano ai
piedi della scarpata, fra i cespugli.
Finalmente si udì il fragore del treno in lontananza che si allontanava
dalla stazione. Dall'oscurità spuntarono scintillanti due fanali rossi,
il mostro si avvicinava sferragliando. Corri, corri via dai binari!,
gridarono i ragazzacci dai cespugli, atterriti, ma era troppo tardi: il
treno piombò lì in un attimo e saettò via di gran carriera.
I ragazzacci si precipitarono da Kolja: questi giaceva immobile.
Cominciarono a tirarlo, a sollevarlo. Ad un tratto Kolja si alzò e
scese dalla scarpata senza dire una parola. Giunto di sotto, dichiarò
di aver finto di essere svenuto, per farli spaventare, ma la verità era
che aveva davvero perduto i sensi, come confessò in seguito, molto
tempo dopo, alla sua mamma. In questo modo, la sua fama di
"temerario" si consolidò una volta per tutte. Tornò a casa
dalla stazione pallido come un cencio. Il giorno seguente si ammalò di
una leggera febbre nervosa, ma di umore era incredibilmente allegro,
contento e soddisfatto. Non si venne a sapere subito dell'incidente, ma
quando tornarono in città la notizia fece il giro della scuola e
raggiunse l'orecchio dei superiori. Ma a quel punto la mammina di Kolja
si precipitò a supplicare l'indulgenza dei superiori per il suo ragazzo
e andò a finire che lo stimato e influente insegnante Dardanelov prese
le sue parti, intercedette per lui, e la faccenda fu ignorata come se
non fosse mai accaduta.
Questo Dardanelov, uno scapolo ancora giovane, era appassionatamente
innamorato della signora Krasotkina, da molti anni ormai, e già una
volta, circa un anno addietro, si era arrischiato, nella maniera più
rispettosa e tremando di paura e delicatezza, a chiederle la mano, ma
lei aveva rifiutato seccamente, ritenendo che accettare la sua proposta
sarebbe equivalso a tradire il suo ragazzo, anche se Dardanelov, in base
a qualche misterioso sintomo, forse avrebbe avuto un certo diritto di
sognare di non essere completamente sgradito all'incantevole, ma troppo
pudica e gracile vedovella. La folle birichinata di Kolja sembrava aver
rotto il ghiaccio e a Dardanelov, in cambio della sua intercessione, fu
concesso un barlume di speranza - in verità un barlume molto fioco - ma
anche Dardanelov era un campione di purezza e delicatezza e quindi quel
barlume gli bastò a renderlo perfettamente felice, per il momento.
Egli voleva bene al ragazzo, anche se trovava umiliante cercare di
ingraziarselo, quindi con lui, a lezione, era esigente e severo. Ma
anche Kolja da parte sua lo teneva a rispettosa distanza: (...) tutti i
suoi compagni erano fermamente convinti che in storia universale Kolja
fosse così preparato da "battere" anche Dardanelov. Infatti,
Kolja una volta gli aveva posto la domanda: "Chi fondò
Troia?", al che Dardanelov aveva risposto vagamente parlando di
popoli, dei loro spostamenti, delle trasmigrazioni, della remotezza dei
tempi, della mitologia, ma non riuscì a rispondere esattamente alla
domanda su chi effettivamente avesse fondato Troia, cioè proprio quali
persone, anzi, chissà perché, considerava la domanda oziosa e
inconsistente. Ma i ragazzi restarono nella convinzione che Dardanelov
non sapesse chi aveva fondato Troia. (...) |