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  Maestri/5

1900, Alaska

 

Goccie d'inchiostro, Dossi Carlo   

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Rowling J.K.

I Buddenbrook, Mann Thomas

I fratelli Karamazov, Dostojewskij Fiodor

 

Goccie d'inchiostro
Carlo Dossi

La maestrina d'inglese
I
Tanto per cominciare
E' una pìccola stanza. Serve, con vece alterna, e da sala da pranzo e da vìsite, e, si potrebbe anche dire, da càmera a letto, ché i due sofà mi han punto l'aria di restar sempre sofà. Tègoli troppi si vèggono fuori, per crèderci bassi di piani; troppa poca mobilia dentro, per crèderci alti di fondi.
Squillo di campanello. Il campanello sussulta nella stanzetta; che la sia pure anticàmera?
E al suono, una ragazza gentile si presenta a una porta, e leggera leggera corre a dischiùderne un'altra. Ed ecco un bel giòvane biondo, alto, entrare, e tosto pigliarle con trasporto le palme. "E il pappà?" chied'egli di sottovoce. Aurora muove la graziosa testina tristissimamente.
"Ma il dottore, che dice?"
"Dice: vi è un sol rimedio... morire."
Aurora ha nel parlare la più adoràbile erre del mondo. Ma, oè, signore lettrici, non vi sforzate a erreggiare; un rossetto e un bianchetto, come Natura dà, nel profumiere non troverete mai.
I due bei giòvani stanno zitti, mani con mani, sguardo con sguardo. "Aurora!" geme una voce dalla stanza vicina. La fanciulla si scuote, scioglie le sue dalle mani di Enrico, che con passione le preme, e accorre a chi chiama. Enrico ode la voce dell'ammalato, diventando agra e stizzosa, dire alla figlia che lo si abbandona, che lo si lascia morire, anzi! che lo si desìdera morto... E Aurora, giù a piàngere.
" Oh l'egoista!" fa il giovanotto fra i denti, e sospira.

II
Patria potèstas
(...) Aurora, vogliosa che nel bicchiere di babbo rosseggiàssene sempre del buono, saltò su a dire:
"Darò lezioni d'inglese"
Il signor Pietro fissolla con dubitoso stupore.
"E sai l'inglese... tu?" disse.
"Sì" ella fece timidamente "da un pezzo. Me l'ha insegnato la mia maestra Racheli... Pappà, scusa!" e aggiunse, che la detta maestra, la quale amàvala molto, le offriva...
"No" interruppe il pappà, gentile come un chirurgo.
E tàquero entrambi. No, avvertite, era la sua risposta abituale; sentiva, nel proferirla, uno strano piacere. Vero è, che dovèa poi scèndere al sì, ma pel momento era no.
Pur, questa volta, il diniego stette. Sospettoso come un topo frugato, il signor Pietro pensava che le lezioni d'inglese d'Aurora, se non èrano già, potèvano convertirsi in tanti spedienti per istargli alla larga. Aurora gli avrebbe dato ad intèndere ogni sorta di storie; ed egli, inchiodato su'na poltrona, con la finestra che non vedeva che gatti, avrebbe dovuto, o bene o male, inghiottirle.. No, no; egli s'amareggiava fin troppo quand'ella, per la poca provvista, era fuori.
Così passò un anno; muro a muro la vita. Tutto, men la pensione, aumentava; ed il Governo, giù imposte! ché, quasi fosse una vigna il paese, credeva arricchirsi l'impoverendo.
Tornò il dare lezioni d'inglese a far capolino. Aurora disse che la sua vecchia maestra avèala cercata per una brava signora e, acconsentendo pappà...
"No" rispose, secondo il suo vezzo, quella delizia di padre. Pure soggiunse: "La vuol proprio imparare? ben, venga qui."
"Oh babbo!" esclamò la fanciulla con un ghignuzzo "chi può èssere quello che fa dieci scale per una lezione d'inglese?"
Sul che, il signor Pietro si degnò di riflèttere. Stavolta, il suo falso-egoismo se ne trovava di fronte altrettanto: lì si trattava di scègliere tra un po' più di minestra o un po' più di figliuola: e il signor Pietro, forse in quella a digiuno, si attenne al "po' più di minestra.
Ma tuttavìa, volle e pretese un mucchio d'informazioni: dopo, impòsene uno di condizioni. Ed eccolo, mentre Aurora è lontana, atteso con l'occhio alla lancetta del pèndolo, la quale ha trascorso l'ora fissata... Inquieto, egli manda e rimanda la ragazzina che gli tien compagnìa, sul pianeròttolo... E pàssano altri dieci minuti... Perché non torna? che fa? Aurora entra pressosa, anelante.
Il signor Pietro, senza lasciar ch'ella dica, comincia a bajare come un can da pagliajo. Ed essa, alla prima in bilancia, risponde poi risentita. Egli, allora, fuori il secondo argomento! cioè il moccichino... Dio mio! ingrata figliola! Bianchi capelli! padre ammalato... tanto che, spaurita la tosa, con le perle negli occhi, e il singhiozzo, gli dimanda perdono.
Poi, un dì, il signor Pietro, veduto apparir la fanciulla con un mazzetto di fiori, si cacciò in testa che gliel avèsser donato.
"È per tè" ella disse e lo porse "l'ho comperato per tè" aggiunse, avvertendo alla nuvolosa aria del padre.
Ma, in segno di grazie, questi lo getta per terra. E fa "Tu hai arrossito"; quindi, una scena d'ira e di pianto, il ricordo di cui, le làgrime molte di Aurora, èbbero pena, assài pena a lavare.

(...)
V
Progressi in inglese

Il dì seguente, incominciàrono le lezioni. Non mai fu uno scolare più assiduo di lui, né una maestra più puntuale di lei. Uno sedèa ad un lato del tàvolo, l'altra all'opposto; tra loro, in sul terzo, impoltronàvasi il babbo; gli occhiali, volti ad un libro; gli occhi, un po' a destra, un po' a manca.
E, dopo due chiàcchiere e sulla salute ed il tempo, aveva principio il dettato. Era curioso il notare com'ella facesse fatica a dir bene, egli a scrivere male. A volte, Enrico sostava a porre una domanda o un dubbio, o meglio, a consolarsi la vista; ed ella gli rispondeva turbata. Turbata? epperché? perché forse vedèa che insegnava a un maestro? E, se sì, starsi zitta? a che? Appresso, si leggeva il dettato; capital punto della lezione. Allora, le due sedie amorose s'avvicinàvano sul quarto lato del tàvolo, cioè in facciatina all'egoista poltrona del babbo, e la bella ragazza, con l'imo di un tagliacarte, apriva la strada ad Enrico, mentre costùi, spesso, si diperdeva a mirare, non la parola, bensì le dita affilate che gliela indicàvano. E la ragazza: "su, coraggio, signore, dica".
Diàvolo d'un inglese! borbottava il pappà. Tanto che lo scolare, tirato fuori dall'èstasi, accentuava la ritrosa parola in modo, che, se Aurora gentile fosse stata solo maestra, n'avrebbe fatto tesoro.
A volte poi, e' si sentiva solleticare da un capriccioso riccietto o titillare la guancia all'appressarsi della rasata di lei; ancora un pochino, e si sarèbbero tocche. Serràvali in quella lo smarrimento medèsimo; èrano come ubbriachi; leggèvano macchinalmente o almeno credèano lèggere, ché, davvero, che forloccàssero mai, neppur Centofanti sarebbe riuscito a capire.
Fortuna, che tutto l'inglese del babbo consisteva in beef-steak e roast-beef con la giunta dell'yes!
Ma un dì, usando essi di fare anche un po' di diàlogo:
"Whom do you love?" chiese la bella volgèndosi ad Enrico e innamoratamente guardàndolo.
Enrico non tènnesi più.
"I love you!" fece con entusiasmo.
La fanciulla arrossò.
"Love? che significa love?" disse intorbidàndosi il babbo e strascicando la voce.
E, a botta risposta, Enrico: "Mangio."
Il Signor Pietro lampeggiò l'uno, poi l'altra, con un'occhiata tale, che, se le occhiate lasciàssero il segno, quella li avrebbe uccisi di colpo. E, la lezione finita, ed il Giorgini partito, si die' a carteggiare il "Baretti." (...)

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban
J. k Rowling 

(Salani)

(...)Una voce uscì all'improvviso dall'ombra, una voce dolce e misteriosa. "Benvenuti" disse. "E' bello rivedervi in carne e ossa, finalmente".
La prima impressione che Harry ne ebbe fu quella di un grosso insetto luccicante. La professoressa Cooman avanzò nel cerchio di luce nel fuoco, e videro che era molto magra; gli spessi occhiali le rendevano gli occhi molto più grandi del normale ed era avvolta in uno scialle leggero, tutto ricamato di perline. Innumerevoli catene e collane le pendevano dal collo esile, e le mani e le braccia erano cariche di braccialetti e anelli. "Sedete, ragazzi miei, sedete" disse, e tutti presero posto cautamente nelle poltrone o sprofondarono negli sgabelli. Harry, Ron e Hermione si sedettero attorno allo stesso tavolino rotondo.
"Benvenuti a Divinazione" disse la Cooman, che aveva preso posto in un'ampia poltrona davanti al fuoco. "Io sono la professoressa Cooman. Può darsi che non mi abbiate mai vista. Ritengo che scendere troppo spesso nella confusione della scuola offuschi il mio Occhio Interiore." Nessuno commentò questa straordinaria dichiarazione. La professoressa Cooman riaccomodò con grazia lo scialle e riprese:
"Allora, avete deciso di studiare Divinazione, la più difficile di tutte le arti magiche. Devo però dirvi subito che se non avete la Vista, potrò insegnarvi assai poco. I libri possono farvi progredire solo fino a un certo punto in questo campo..."
Sia Harry che Ron sorrisero e lanciarono un'occhiata ad Hermione, allarmata alla notizia che i libri non le sarebbero stati di grande aiuto in questa materia.
"Molte streghe e molto maghi, per quanto talento possano avere nel campo delle esplosioni e degli odori e delle sparizioni improvvise, non sono tuttavia in grado di penetrare in misteri velati del futuro" riprese la professoressa Cooman, con gli enormi occhi scintillanti che si spostavano da un volto all'altro. E' un Dono concesso a pochi. Tu, ragazzo" disse improvvisamente rivolta a Neville, che quasi cadde dallo sgabello, "sta bene tua nonna?"
"Credo di si" rispose Neville con voce tremante.
"Non ne sarei così sicuro se fossi in te, caro" disse la professoressa Cooman mentre il fuoco traeva riflessi dai suoi lunghi orecchini di smeraldo. Neville deglutì. La professoressa riprese tranquillamente.
"Quest'anno ci occuperemo dei metodi base della Divinazione. Il primo trimestre sarà dedicato alla lettura delle foglie di Tè. Nel prossimo passeremo alla Lettura della Mano. Comunque mia cara" disse, rivolgendosi d'un tratto a Calì Patil, "guardati da un uomo coi capelli rossi".
Calì scoccò uno sguardo stupito a Ron, che era dietro di lei, e allontanò la sedia.
"Nell'ultimo trimestre " proseguì la professoressa Cooman, "passeremo alla Sfera di Cristallo, se avremo finito con i Presagi di Fuoco, naturalmente. Purtroppo, a febbraio avremo la classe decimata da una brutta epidemia di influenza. Io stessa perderò la voce. E attorno a Pasqua, uno di noi ci lascerà per sempre."
Un silenzio carico di tensione seguì questa dichiarazione, ma la professoressa Cooman parve non notarlo. "Tu, cara" disse a Lavanda Brown, che era la più vicina e si ritrasse sulla sedia, "ti dispiace passarmi la teiera d'argento, quella grande?"
Lavanda, sollevata, si alzò, prese un'enorme teiera dallo scaffale e la pose sul tavolo davanti alla professoressa Cooman."Grazie, cara. Ah, fra l'altro, quella cosa che temi... succederà venerdì 16 ottobre". Lavanda prese a tremare. "Ora voglio che formiate delle coppie. Prendete una tazza dallo scaffale, venite da me e io la riempirò, poi sedetevi e bevete; bevete finché non rimangono solo i fondi. Fatteli roteare per tre volte con la mano sinistra, poi rovesciate la tazza sul piattino, aspettate che il tè rimasto coli via e passate la vostra tazza al compagno per la lettura. Interpreterete i disegni consultando le pagine 5 e 6 Svelare il Futuro. Io girerò fra di voi e vi darò una mano. Oh, caro" esclamò afferrando il braccio di Neville che si stava alzando, "dopo che avrai rotto la prima tazza, vorresti essere così gentile da prenderne una col disegno blu? Sono piuttosto affezionata a quelle rosa".
Neville, in effetti, non aveva ancora raggiunto lo scaffale quando si udì un tintinnio di ceramica infranta. La professoressa Cooman si avvicinò al ragazzo, gli tese paletta e scopino e disse : "Una di quelle blu, caro, se non ti dispiace... grazie..."
Quando Harry e Ron ebbero riempito le loro tazze, tornarono al tavolo e cercarono di bere in fretta il tè bollente. Fecero roteare i fondi come aveva detto la professoressa Cooman, poi voltarono le tazze e se le scambiarono.
"Bene" disse Ron, mentre aprivano i libri alla pagina 5, "che cosa vedi nella mia?"
"Un mucchietto di roba marrone bagnata" rispose Harry.
L'aroma intenso del fumo lo aveva reso sonnolento e intontito."Aprite le vostre menti, cari, e lasciate che i vostri occhi vedano al di là del concreto!" disse la professoressa Cooman nella penombra.
Harry cercò di riscuotersi dal torpore.
"Bene, nella tua c'è una specie di croce tutta storta ..." disse consultando Svelare il Futuro. "Vuol dire che dovrai affrontare prove e sofferenze, mi dispiace, ma c'è una cosa che potrebbe essere il sole... aspetta... vuol dire grande gioia... quindi soffrirai ma poi sarai molto felice..."
"Il tuo Occhio Interiore ha bisogno di una bella visita, dammi retta " disse Ron, ed entrambi soffocarono le risate mentre la professoressa Cooman guardava dalla loro parte.
"Ora tocca a me..." Ron scrutò l'interno della tazza di Harry, la fronte aggrottata per lo sforzo.
"C'è un grumo che assomiglia a una bombetta" disse ."Forse andrai a lavorare al Ministero della Magia..." Rigirò la tazza dall'altra parte.
"Però visto da qui assomiglia più a una ghianda... Cosa vuol dire?" Studiò il libro. "Una fortuna inaspettata, oro a sorpresa.
Ottimo, così puoi prestarmene un po' e qui c'è un'altra cosa" disse girando di nuovo la tazza "che sembra un animale... si, se quella è la testa... sembra un ippopotamo... no, una pecora".
La professoressa Cooman si avvicinò mentre Harry scoppiava a ridere.
"Fammi vedere, caro" disse a Ron in tono di rimprovero, curvandosi per prendergli la tazza di Harry. Tutti tacquero, in attesa.
La Professoressa Cooman guardò dentro la tazza, facendola ruotare in senso antiorario.
"Il falco... caro tu hai un nemico mortale."
"Ma questo lo sanno tutti" disse Hermione con un sussurro un po' troppo forte . La professoressa la fissò. "Bè, e così" insistette Hermione." Tutti sanno che Harry... Lei-sai-Chi."
Harry e Ron la guardarono con un misto di stupore e ammirazione. Non avevano mai sentito Hermione rivolgersi in quel tono a un professore.
La professoressa Cooman decise di non ribattere. Abbassò i grandi occhi sulla tazza di Harry e riprese a farla ruotare.
"Il bastone... un agguato. Oh, caro questa non è una tazza benigna..."
"Credevo che fosse a bombetta" disse Ron imbarazzato.
"Il teschio... pericolo sul tuo cammino, caro..." tutti fissavano esterrefatti la professoressa Cooman, che sprofondò in una poltrona vuota, colla mano scintillante posata sul cuore e gli occhi chiusi.
"Caro ragazzo... povero caro ragazzo... No... è meglio non dire niente... No... non chiedermi niente..."
"Che cosa c'è, professoressa?" chiese Dean Thomas all'improvviso. Si erano alzati tutti e lentamente avevano circondato il tavolo di Harry e Ron, avvicinandosi alla professoressa Cooman per guardare nella tazza di Harry.
Gli occhi dell'insegnante si spalancarono in maniera teatrale. "Mio caro" disse, "è il Gramo".
"Il cosa?" chiese Harry. Non era l'unico a non aver capito.
Dean Thomas alzò le spalle e Lavanda Brown lo guardò perplessa, ma quasi tutti gli altri si portarono le mani alla bocca, orripilati."Il Gramo, mio caro, il Gramo!" esclamò la professoressa Cooman, stupita che Harry non avesse capito.
"Il cane fantasma gigante che infesta i cimiteri! Caro ragazzo, è un presagio... il peggior presagio di morte!"
Harry sentì una stretta allo stomaco.
Quel cane sulla copertina di Presagi di Morte al Ghirogoro, il cane nella penombra in Magnolia Crescent... anche Lavanda Brow si portò le mani alla bocca.
Tutti fissavano Harry: tutti tranne Hermione, che si era alzata alle spalle dell'insegnante. "Non mi sembra che assomigli a un Gramo" disse con voce piatta.
La professoressa Cooman fissò Hermione con crescente antipatia. "Mi perdonerai se te lo dico, cara, ma sento pochissima Aura attorno a te. Pochissima sensibilità agli echi del futuro".
Seamus Finnigan inclinò la testa da una parte all'altra.

"Sembra un Gramo se lo guardi così" disse strizzando gli occhi fin quasi a chiuderli, "ma visto da qui sembra più un asino" disse piegandosi a sinistra.
"Avete finito di decidere se devo morire o no?" disse Harry cogliendo tutti, anche se stesso, di sorpresa.
Ora nessuno sembrava aver voglia di guardarlo.
"Credo che per oggi ci fermeremo qui" disse la professoressa Cooman con la sua voce più velata "Si... vi prego di portar via le vostre cose..." In silenzio, i ragazzi riportarono le tazze all'insegnante, presero i libri e li riposero nelle borse. Perfino Ron evitava lo sguardo di Harry. (...)

I Buddenbrook
Thomas Mann 

(Mondadori)

(...) Il signor Stengel - dalle tasche del suo panciotto spuntava sempre una mezza dozzina di matite meravigliosamente appuntite - portava una parrucca rosso volpe e un mantello aperto, color bruno chiaro, che gli arrivava fin quasi alle caviglie; aveva certi collettoni che salivano fino alle tempie, ed era un sottile, che amava le distinzioni filosofiche, come per esempio:
- Tu devi fare una linea, figliolo, e che cosa fai? Fai un tratto! - Diceva lina invece di linea.
Oppure, a un fannullone: - Tu resti in quarta non degli anni, ma, vorrei dire, per anni! -
E diceva quaata invece di quarta, e non anni ma quasi onni...
Quel che gli piaceva di più era insegnare nell'ora di canto la bella canzone La verde foresta; in quelle occasioni un paio di scolari dovevano andare nel corridoio e quando il coro intonava: Allegri andiamo per campi e per prati... bisognava che ripetessero pianissimo l'ultima parola, come l'eco.
Ma quando questo compito toccava a Christian Buddenbrook, a suo cugino Jürgen Kröger o al suo amico Andreas Gieseke, il figlio del comandante dei pompieri, quelli invece di far risuonare la tenera eco buttavano giù per le scale la cassa del carbone, e alle quattro dovevano poi restare in reclusione nell'appartamento del signor Stengel. Là però non si stava affatto male. Il signor Stengel aveva dimenticato tutto e ordinava alla governante di servire agli scolari Buddenbrook, Kröger e Gieseke una tazza di caffè, una per ciascuno, si badi; dopo di che li lasciava andare...
In realtà gli eccellenti dotti che, sotto la sovranità cordiale di un vecchio direttore umano e fiutator di tabacco, adempivano al loro ufficio sotto le volte dell'antica scuola - era stata un convento - erano persone innocue e bonarie, concordi nel ritenere che la scienza e l'allegria non si escludano a vicenda, e desiderose di lavorare con piacere e benevolenza.
Nelle classi medie c'era un ex predicatore che insegnava il latino, un certo pastore Hirte, un uomo lungo, con le basette castane e gli occhi vispi, per il quale era una gioia della vita la coincidenza fra il suo nome e il suo titolo; e non si stancava mai di far tradurre la parola "pastor". La sua espressione favorita era "sconfinatamente limitato," né divenne mai chiaro se si rendesse conto del bisticcio. Ma quando aveva in mente di sbalordire gli scolari, ricorreva all'arte di far rientrare nella bocca le labbra, in modo che poi scattassero fuori con il rumore di un tappo di champagne. Gli piaceva andar su e giù per la classe a lunghi passi, rappresentando con straordinaria vivezza a ciascuno scolaro la sua intera vita futura, all'esplicito scopo di stimolarne un pochino la fantasia. Poi però passava al lavoro serio, cioè faceva ripetere i versi che egli stesso aveva composto con vera abilità sulle regole dei complementi - lui diceva: "le regole dei complimenti" - e su tutte le costruzioni difficili; versi che recitava, calcando il ritmo e la rima con ineffabile senso di trionfo...
(...) "Vai a scuola volentieri?"
"No," rispondeva tranquillamente, con quella franchezza che, di fronte a cose più serie, reputa inutile mentire in simili questioni.
"No? Eppure si deve imparare: scrivere, leggere, far di conto..."
"E così via," diceva il piccolo Johann.
No, egli non ci andava volentieri in quella scuola, quell'antico convento con il chiostro e le aule dalle volte gotiche.
Le assenze per malattia e la totale mancanza di attenzione quando i suoi pensieri si perdevano su qualche accordo armonico o sui misteri ancora indecifrati di un brano musicale che aveva udito da sua madre e dal signor Pfühl, non lo favorivano certo sulla via delle scienze (...) Il signor Tietge, l'insegnante di aritmetica, un vecchietto in giacca nera e unta, che aveva lavorato al servizio dell'istituto già ai tempi del defunto Marcellus Stengel, e che, incredibilmente guercio, cercava di rimediare con lenti spesse e rotonde come oblò di navi, - il signor Tietge ricordava in ogni lezione al piccolo Johann come suo padre fosse sempre stato diligente e svelto in aritmetica... Di continuo, forti accessi di tosse costringevano il signor Tietge a coprire di sputi la pedana della cattedra. (...)

I fratelli Karamazov
Fiodor Dostojewskij

(...)All'ora convenuta Kolja si sdraiò fra i binari. Gli altri cinque che avevano accettato la scommessa, con il fiato sospeso - ma verso la fine, ormai terrorizzati e pieni di rimorso - aspettavano ai piedi della scarpata, fra i cespugli.
Finalmente si udì il fragore del treno in lontananza che si allontanava dalla stazione. Dall'oscurità spuntarono scintillanti due fanali rossi, il mostro si avvicinava sferragliando. Corri, corri via dai binari!, gridarono i ragazzacci dai cespugli, atterriti, ma era troppo tardi: il treno piombò lì in un attimo e saettò via di gran carriera.
I ragazzacci si precipitarono da Kolja: questi giaceva immobile. Cominciarono a tirarlo, a sollevarlo. Ad un tratto Kolja si alzò e scese dalla scarpata senza dire una parola. Giunto di sotto, dichiarò di aver finto di essere svenuto, per farli spaventare, ma la verità era che aveva davvero perduto i sensi, come confessò in seguito, molto tempo dopo, alla sua mamma. In questo modo, la sua fama di "temerario" si consolidò una volta per tutte. Tornò a casa dalla stazione pallido come un cencio. Il giorno seguente si ammalò di una leggera febbre nervosa, ma di umore era incredibilmente allegro, contento e soddisfatto. Non si venne a sapere subito dell'incidente, ma quando tornarono in città la notizia fece il giro della scuola e raggiunse l'orecchio dei superiori. Ma a quel punto la mammina di Kolja si precipitò a supplicare l'indulgenza dei superiori per il suo ragazzo e andò a finire che lo stimato e influente insegnante Dardanelov prese le sue parti, intercedette per lui, e la faccenda fu ignorata come se non fosse mai accaduta.
Questo Dardanelov, uno scapolo ancora giovane, era appassionatamente innamorato della signora Krasotkina, da molti anni ormai, e già una volta, circa un anno addietro, si era arrischiato, nella maniera più rispettosa e tremando di paura e delicatezza, a chiederle la mano, ma lei aveva rifiutato seccamente, ritenendo che accettare la sua proposta sarebbe equivalso a tradire il suo ragazzo, anche se Dardanelov, in base a qualche misterioso sintomo, forse avrebbe avuto un certo diritto di sognare di non essere completamente sgradito all'incantevole, ma troppo pudica e gracile vedovella. La folle birichinata di Kolja sembrava aver rotto il ghiaccio e a Dardanelov, in cambio della sua intercessione, fu concesso un barlume di speranza - in verità un barlume molto fioco - ma anche Dardanelov era un campione di purezza e delicatezza e quindi quel barlume gli bastò a renderlo perfettamente felice, per il momento.
Egli voleva bene al ragazzo, anche se trovava umiliante cercare di ingraziarselo, quindi con lui, a lezione, era esigente e severo. Ma anche Kolja da parte sua lo teneva a rispettosa distanza: (...) tutti i suoi compagni erano fermamente convinti che in storia universale Kolja fosse così preparato da "battere" anche Dardanelov. Infatti, Kolja una volta gli aveva posto la domanda: "Chi fondò Troia?", al che Dardanelov aveva risposto vagamente parlando di popoli, dei loro spostamenti, delle trasmigrazioni, della remotezza dei tempi, della mitologia, ma non riuscì a rispondere esattamente alla domanda su chi effettivamente avesse fondato Troia, cioè proprio quali persone, anzi, chissà perché, considerava la domanda oziosa e inconsistente. Ma i ragazzi restarono nella convinzione che Dardanelov non sapesse chi aveva fondato Troia. (...)