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  Maestri/9

1918, Irlanda

Il maestro di scuola, Eroda   

Il maestro di Vigevano, Mastronardi Lucio

Il maestro giusto, Rodari Gianni

Il maestro guerrafondaio, Brecht Bertolt

Il mistero della collina, Pontremoli Giuseppe  

 

Il maestro di scuola
dai Mimiambi di Eroda

I Mimiambi di Eroda (od Eronda), vissuto a Coo nella seconda metà del terzo secolo a. C. , erano noti solo attraverso pochi versi citati da altri autori, finché nel 1890 ne vennnero ritrovati sette in un papiro egiziano.

PERSONAGGI
LAMPRISCO, maestro
METROTIMA, madre di Cottalo
COTTALO, scolaro
EUTIA, COCCALO, FILLO, scolari compagni di Cottalo

*******
METROTIMA

Che le dolci Muse ti dieno, o Lamprisco, di gustar un po' di bene nella vita! Ma a costui (indicando il figliolo) gli hai a scorticare il groppone, fin che l'animaccia sua non gli venga proprio sulle labbra.
Tutta la casa m'ha messo sossopra giocando a pari e caffo; ché i dadi non gli bastano più, o Lamprisco: e la faccenda ormai si va a far grossa. Dove stia di casa il maestro di scuola, che il trenta d'ogni mese (e son dolori!) vuol la mesata, non gli caveresti di bocca, anche se versassi tutte le lagrime di Nannaco.
Ma il ridotto dello sciopero, ove si dan convegno i facchini ed i monelli, quello, si, lo sa insegnare anche agli altri. E quella povera tavoletta, ch'io m'arrabatto ad incerare tutti i mesi, se ne giace là abbandonata davanti allo stramazzo, alla colonnina della parete. E se pure, sbirciandola di traverso come se fosse l'Orco, la piglia in mano, non la piglia per scrivervi su qualche bella cosa, ma per raschiarla tutta quanta. Le gazzelline intanto se ne stanno nei mantici e nelle reticole unte e bisunte più dell'ampolla che ci serve a tutto. Una "a" dal "b" non la sa distinguere, se non gli voci cinque volte la stessa cosa.
L'altro giorno, mentre suo babbo si sfiatava a farlo leggere, di un Marone fece un Simone questo bel tomo: tanto che io mi dètti della citrulla, io che, invece di mandarlo a pascere i somari, lo tiro su nell'abbicci con l'idea di farmene il bastone della vecchiaia!
Se io o suo padre (povero vecchio, mezzo sordo e mezzo cieco) gli diciamo di recitare qualche pezzo, come si fa coi ragazzi, allora bisogna vederlo...: par che sgoccioli da un colino. O Apollo dei campi! questo gli dico io, anche la nonna, poveretta, ti saprà recitare, essa che non sa di lettere, od un Frigio qualunque. Se poi ci piace di borbottare anche un po' più forte, ecco per tre giorni non rivede la soglia di casa, ma scappa da sua nonna, e tormenta quella vecchia e povera donna...; oppure monta sul tetto, e se ne sta lassù, dinoccolato, con le gambe penzoloni, come uno scimmiotto. Ci pensi tu, come si debbano rimescolare le viscere in corpo a me, disgraziata, quando lo veggo? E non discorro tanto di questo: ma mi fracassa tutte le tegole, come se fossero stiacciate; e come si avvicina l'inverno, tocca a me a disperarmi ed a pagare ogni rottura un obolo e mezzo.
Ad una voce tutto il casamento grida:
Queste sono le prodezze di Cottalo, il figliuolo di Metrotima; ed è la verità, che non fa una grinza.
Mira, in che modo sé fatta tutta lividi la groppa scorrazzando pel bosco: pare un di quei pescatori di Delo, che sul mare trascinano la vita melensa! Però il sette ed il venti (Nota: giorni di vacanza) li sa meglio degli strolaghi; e non piglia neppur sonno al pensiero di quando voi fate vacanza.
Ma se coteste dèe costì, o Lamprisco (accennando alle immagini delle Muse, che decoravano la scuola), ti dien del bene e ti consentono una opera buona...

LAMPRISCO
Non stare, o Metrotima, a scongiurare per lui: ché non avrà meno di quel che deve avere. (Chiamando ad alta voce) Dov'è Eutia? Dove Coccalo? Dove Fillo? Non vi spicciate a pigliare costui in groppa, poltroni, che tirereste in lungo la cosa sino alle calende greche? Faccio onore ai bei fatti, Cottalo, che tu fai. A te non basta più giocare alla buona con le tessere, come fanno questi qui (accennando ai compagni); ma ti ci vuole il ridotto e il gioco del soldo tra i facchini. Ora io ti vo rendere più ammodo d'una fanciulla: tale, che non moveresti una foglia, anche se te ne spirassi!
Qua il nerbo sodo, la coda di bue, con cui concio di santa ragione i riottosi ed i perversi... Presto, qua: prima che io abbia vomitato la mia bile!

COTTALO
No, ti supplico, Lamprisco: per coteste Muse, e per la tua barba, e per l'anima di Cottide; non mi conciare con quella soda, ma con l'altra...

LAMPRISCO
Ma tu se un briccone, o Cottalo: tanto, che non ti decanterebbe pur un rivendugliolo; neanche nel paese ove i topi rosicchiano persino il ferro.

COTTALO
Quante, quante... Lamprisco... ti supplico... me ne fai dare?

LAMPRISCO
Non lo domandare a me, ma a costei (accennando la madre). Piff, paff!
(picchia).

COTTALO
Quante, dico, se t'ho a campare?

LAMPRISCO
Quante ne reggerà la tua pellaccia.

COTTALO
Smetti... bastano, Lamprisco!

LAMPRISCO
E tu smetti le tue birbanterie...

COTTALO
Non lo farò più, più... te lo giuro, o Lamprisco, per le care Muse!

LAMPRISCO
Ohè tu, che parlantina che tu hai... Ti appiccicherò subito il bavaglio, se più oltre borbotti...

COTTALO
Ecco, sto zitto... Ma ti prego, non mi ammazzare!

LAMPRISCO
Lasciàtelo, Coccalo.

METROTIMA
Non hai a smettere, Lamprisco. Ma rèbbialo ben bene, fin che il sole vada sotto...

LAMPRISCO
Peraltro la cotenna l'ha più screziata d'una tarantola...

METROTIMA
E deve buscarne, proprio mentre è chinato sul libro... il disutilaccio... altre venti, per lo meno: anche se leggerà più spedito della stessa Clio.

COTTALO
(a quella fiera minaccia, riuscito a svignarsela, con la lingua fuori della bocca ghigna)
Issssch!

METROTIMA
(in atto ancor più minaccioso) Che senza accorgertene tu non abbia tuffato la lingua... nel miele! (Dopo una breve pausa) Corro subito a casa a dirlo di proposito o Lamprisco, al mio vecchio; e ritornerò con dei ceppi, perché lo mirino qui a saltellare con quelle collane ai piedi le dee venerande, che egli ha in uggia.

 

Il maestro di Vigevano
di Lucio Mastronardi
(Einaudi)

(...) Bussarono alla porta. Era il direttore.
- Che state facendo?- domandò agli scolari.
- Numerando per decimi da uno a mille! - rispose il solito primo della classe.
- Ho il figlio malato, potrei andare a casa mezz'ora?- domandai.
Il direttore mi guardò scuotendo la testa.
- Le voglio raccontare un aneddoto, signor maestro Mombelli. Quando noi eravamo ancora maestro, capitò che mio padre stava morendo. Noi andammo a scuola e ci dimenticammo che nostro padre stava morendo. Questo perché? Perché, signor maestro, le preoccupazioni personali non si devono portare nell'aula scolastica. Ma pensi, signor maestro Mombelli, ai missionari, pensi che la nostra è una missione. Mi faccia vedere il registro, signor maestro!
Sfogliò il registro e si portò le mani ai capelli.
- Signor maestro, stia attento alle anellate! La elle deve toccare la riga superiore; la effe deve toccare quella superiore e quella inferiore; la di invece è l'unica anellata che non deve toccare la riga superiore ma deve fermarsi poco sotto, alla stessa altezza della ti... Ah! Non c'è un'anellata che sia ben anellata, signor maestro! Vede qui: la bi è più alta della elle; la gi è più bassa della effe. Ma, signor maestro, il registro è un documento ufficiale!
(....) - Ci duole, signor maestro, farle osservazioni. Oh! di che buon grado noi le diremmo: bravo! bravo! ma... Vede, signor maestro Mombelli, non ci consideri quello che noi siamo. Lei in noi non deve vedere il superiore, ma il collaboratore. Noi siamo i collaboratori dei maestri! Se ha qualche dubbio pedagogico, se ha qualche scolaro difficile ce lo dica: ci chieda un consiglio, una spiegazione. Pensi, signor maestro, che noi facemmo il concorso direttivo a venticinque anni. Allo scritto eravamo in trentamila. Fummo ammessi agli orali in trecento. Vincemmo in tre. Noi fummo terzi: ma dietro a due reduci di guerra con medaglia doro. Ed ella sa che una medaglia doro conta cinquanta punti....
(......) - Che lezione ha preparato per stamattina, signor maestro Mombelli?
- Una lezione su... Cristoforo Colombo! - dissi.
Feci aprire il libro agli scolari e cominciai a spiegare.
- Ma questa è una lezione libresca. Via il libresco - gridò il direttore. - Scuola attiva! Scuola viva! Drammatizziamo, signor maestro, drammatizziamo! Scolari, in piedi...Voi siete la ciurma! Tu sarai Cristoforo Colombo - disse a un ragazzino: - il vostro signor maestro sarà il marinaio che guarda se si vede la terra... Signor maestro, vada alla finestra... Non ha un cannocchiale?
- Veramente no! - Non importa! L'ontogenesi ripete la filogenesi. Il fanciullo ha tanta fantasia da sostituire col pensiero l'idea degli occhiali con quella del cannocchiale.
- Cosicché il cannocchiale sarebbero i miei occhiali?
- Esattamente!
Dopo un momento tutta la scuola inveiva contro il ragazzino che faceva Cristoforo Colombo.
- Siamo stanchi di viaggiare - urlava uno.
- Vogliamo tornare a casa! - urlava un altro.
- Calma ciurma! Calma ciurma! - urlava Colombo.
- Ho lasciato mia moglie, i miei figli. Dove sono i miei figli?
- Calma ciurma calma!
- Non andiamo più in America da questa parte!
- Nelle Indie, - urlò il direttore.
- Calma, ciurma, calma!
- Abbiamo sete!
- Abbiamo fame!
- Alle catene alle catene alle catene alle catene Colombo alle catene!
- Calma ciurma calma!
- Da tre anni ci dici: calma ciurma!
- Quattro mesi - corresse il direttore.
- Da quattro mesi che ci dici, calma ciurma!
Il direttore si affaccendava dall'uno all'altro scolaro a dire di gridare i nomi delle navi.
- Noi della Pinta siamo stanchi!
- Noi della Santa Maria siamo esausti!
- Noi della Nina non ne possiamo più!
- Calma ciurma calma!
- A morte Colombo a morte Colombo a morte Colombo a morte a morte.
- Calma ciurma calma!
Il direttore si avvicinò a un ragazzino: - Parla a Colombo della tua città!
- Sono di Torino, città che si trova nel cuore del Piemonte e che conta seicentomila abitanti; dove ci scorre il fiume Po' che nasce dal Monviso, ha affluenti a sinistra, e a destra, e si getta nel mar Adriatico con un largo delta....
- Calma ciurma calma!
Il direttore mi fece segno di gridare.
- Terra! Terra! - gridai.
- Davvero? - gridò Colombo.
- Terra! Terra! - ripetei.
- Terra terra terra terra terra terra terra terra terra terra.
- Evviva Colombo! - urlò il direttore.
- Evviva Colombo! - urlò la ciurma.
- Ora, - disse il direttore - per riposarci da questo che in pedagogia si chiama collettivismo individualizzato (apparentemente sono due termini che stridono come un do suonato a un si): collettivismo individualizzato, dicevamo, ora un po' di divertimento. Bambini! Vero che a voi piace la pasta Barilla?
I bambini si guardarono.
- Eh! Con pasta Barilla è sempre domenica e alla domenica la scuola è chiusa. (...)

 

Il maestro giusto
Gianni Rodari 

(dal sito della BDP)

C'era una volta un cane
che non sapeva abbaiare.
andò da un lupo a farselo spiegare,
ma il lupo gli rispose
con un tale ululato
che lo fece scappare spaventato.
Andò da un gatto,
andò da un cavallo,
e - mi vergogno a dirlo -
perfino da un pappagallo.
Imparò dalle rane
a gracidare,
dal bove a muggire,
dall'asino a ragliare,
dal topo a squittire,
dalla pecora a fare
" bè bè ", dalle galline a fare coccodè.
Imparò tante cose,
però non era affatto soddisfatto
e sempre si domandava
(magari con un " qua qua "...):
- Che cos'è che non va?
Qualcuno gli risponda,
se lo sa.
Forse era matto?
O forse non sapeva
scegliere
il maestro adatto? (...)

Il maestro guerrafondaio
Bertolt Brecht

C'era il maestro Huber.
lui voleva la guerra, la guerra.
Parlava del vecchio Frtiz
e subito negli occhi un guizzo;
non mai per Wilhelm Pieck.

La lavandaia Schmitt
era contro il lordume, il lordume.
Prese il maestro Huber
lo mise nel mastello
e fece sparire anche quello.

 

Il mistero della collina
Giuseppe Pontremoli
(Giunti)

(...) Nel quale si parla di sveglie e d'un maestro di scuola un po' speciale

(...) Avete presente un'incudine? Si? Bene. E un martello, l'avete presente? Si? Benissimo!
Ecco; ora pensate ad un uomo, con in mano quel martello, vicino a quell'incudine. Pensato? Benissimo. Un momento: bisogna dire che quell'uomo è molto, molto forte, e il martello che impugna è molto, molto grosso. Pensato anche questo? Si? Perfetto. Ora guardatelo bene, quell'uomo. Ben cosciente della propria forza, osserva attentamente l'incudine, la scuote con una mano per controllare che sia posata saldamente; la raddrizza un poco; la riosserva scrupolosamente e le dà un'altra raddrizzata. La guarda come se volesse ipnotizzarla e stringe la mano attorno al manico del martello; alza lentamente l'avambraccio piegando un poco il gomito; alza tutto il braccio portando il martello al di sopra della testa, poi fin dietro le spalle.
Un'ultima occhiata crudele all'incudine, e la colpisce con violenza tremenda. Il colpo provoca un suono forte e limpido che risuona alle orecchie dell'uomo provocandogli una specie di estasi. Questo fa sì che il secondo colpo non abbia bisogno di alcuna preparazione e avvenga di fatto per effetto del rimbalzo. Chissà se il problema stia nell'estasi dell'uomo o nello stordimento del martello?
Il fatto è che il secondo colpo, violento quanto il primo, si abbatte sulla mano dell'uomo incautamente rimasta sull'incudine per l'ultima di quelle famose raddrizzate.
Questo secondo colpo provoca un suono forte ma sordo, completamente privo della limpidezza del primo. Ma il suono più importante è il terzo, quello che a questo punto esce dalla gola dell'uomo. È il più importante, ovviamente per il risveglio. Perché è questa la "sveglia in tre tempi" di cui parlavano i Merli: martellata sull'incudine, marmellata della mano, urlululato finale. E quest'ultimo è in grado di svegliare chiunque, anche chi avesse il sonno così profondo da non essersi già svegliato alla prima martellata. E non è certo un risveglio che metta di buonumore.
Per non parlare poi dell'umore di quelli che i Merli svegliano con questi "tre tempi" ma solo dopo averli mandati da sonnambuli vicino ad un'incudine con un martello in mano.
Svegliarsi così non mette davvero di buonumore, e mi auguro che a voi non sia mai successo.
Cosa? Non credete che sia possibile? Non credete che sia vero?
E come credete che si sveglino tutti quei generaloni che hanno le medaglie appuntate anche sulla giacca del pigiama e dormono tenendo la fotografia del carrarmato sul comodino? E quegli insegnanti che urlano sempre e non sorridono mai? Con la sveglia in tre tempi, si svegliano! I Merli non se ne dimenticano mai, anche se certe volte sembrano un po' distratti. Invece non lo sono per niente, ed hanno anche parecchi aiutanti. Chi sono questi aiutanti? Questo proprio non posso dirlo. Dirò soltanto che io ne conosco qualcuno. Basta così. E poi, che importanza ha sapere chi siano gli aiutanti dei Merli? Ciò che conta è non essere di quelli che vengono svegliati con la sveglia in tre tempi. Certo, gli uccelli che dormono con una ninnananna sotto l'ala non corrono questo rischio. E neanche il mio maestro lo correva. Eh sì, al tempo dei tempi, anch'io sono andato a scuola. Il mio maestro arrivava sempre con le mani e le braccia tutte cariche di cose che barcollavano rischiando di cadere da tutte le parti: libri, mele, panini, una gran borsa, la pipa, gli occhiali, pennelli e un mucchio di altre cose ancora. Quando riusciva a portarle tutte dentro l'aula le rovesciava sul tavolo e le metteva un po' in ordine. Un po', mica molto, e si vedeva bene che ci metteva poco impegno, e poi sembrava proprio che non ci riuscisse. A dir la verità sembrava quasi che lo facesse apposta, a non riuscire, perché a volte certi oggetti che erano lì ben ordinati venivano spostati, urtati, fatti cadere, e lui li guardava con un sogghignetto malizioso. Poi, senza aver finito di mettere in ordine le sue cose, andava alla finestra, guardava fuori, ci chiamava tutti accanto a sé e diceva:
"Oggi impareremo delle cose nuove, molto importanti. Ci vorrà molto impegno".
Allora ci mettevamo tutti a sedere. Lui infilava gli occhiali, prendeva in mano la pipa e cominciava: "Tanti, tanti anni fa, il Re delle Nuvole era ancora un marmocchietto, e viveva in grande amicizia con il Re del Sole." Oppure: "Al tempo dei tempi, quando desiderare era ancora possibile..." Altre volte cominciava così: "Domenica mattina alle sei del pomeriggio navigavo tranquillo in cima ai monti con la mia barchetta..." Oppure: "C'era una volta una donna piccolissima..." E ancora: "In un paese lontano lontano, oltre l'ultimo sogno visibile...
"Oppure: "Si racconta che in un paese della Cina vivesse un povero sarto..." E così via, e raccontava le storie di tutti i tempi e di tutti i paesi.
E noi, attentissimi, stavamo come aggrappati alla sua voce che ci portava sui mari all'inseguimento della nave fantasma, nel bosco incantato, nel castello orroroso di Roccalanzona, nella Città degli Specchi, nella locanda dello Spessart, alla ricerca del tesoro...
E così incontrammo streghe e maghi, gnomi e giganti, sirene e uccelli di fuoco, pentole magiche e guardiani di porci; e Achab, il capitano dagli occhi infuocati e la gamba d'avorio che inseguiva la balena bianca; e Long John Silver, il cuoco di bordo capo dei pirati; e poi Gavroche e Thenardier; e il signor Wegg e Oliver Twist, Alfanhuì, Huckleberry Finn, Peter Pan, Pinocchio, Alice,il Piccolo Principe, Mary Lennox, Schiaccianoci e il re dei topi, Don Chisciotte, Gulliver, Naftali, Harun, Palmiro Mezzanella, Penny Wirton e il cieco... Animali parlanti, aquiloni, acque fatate, uccelli, uomini e donne mai stanchi di darsi da fare per essere liberi, per essere finalmente felici. Questo è tutto quel che ricordo di lui, e mi viene in mente soprattutto quando mi sembra di potere aiutare qualcuno.
In quei momenti mi metto a fischiettare, mando in giro qualche giraffa ballerina e porto a casa tassisti in difficoltà.
Sì, sono stato io, ma non posso certo dirvi come ho fatto. È un segreto professionale; e poi è finito il capitolo. (...)