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Il maestro di scuola
dai Mimiambi di Eroda
I Mimiambi di Eroda (od Eronda), vissuto a Coo nella seconda metà
del terzo secolo a. C. , erano noti solo attraverso pochi versi citati
da altri autori, finché nel 1890 ne vennnero ritrovati sette in un
papiro egiziano.
PERSONAGGI
LAMPRISCO, maestro
METROTIMA, madre di Cottalo
COTTALO, scolaro
EUTIA, COCCALO, FILLO, scolari compagni di Cottalo
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METROTIMA
Che le dolci Muse ti dieno, o Lamprisco, di gustar un po' di bene
nella vita! Ma a costui (indicando il figliolo) gli hai a scorticare il
groppone, fin che l'animaccia sua non gli venga proprio sulle labbra.
Tutta la casa m'ha messo sossopra giocando a pari e caffo; ché i dadi
non gli bastano più, o Lamprisco: e la faccenda ormai si va a far
grossa. Dove stia di casa il maestro di scuola, che il trenta d'ogni
mese (e son dolori!) vuol la mesata, non gli caveresti di bocca, anche
se versassi tutte le lagrime di Nannaco.
Ma il ridotto dello sciopero, ove si dan convegno i facchini ed i
monelli, quello, si, lo sa insegnare anche agli altri. E quella povera
tavoletta, ch'io m'arrabatto ad incerare tutti i mesi, se ne giace là
abbandonata davanti allo stramazzo, alla colonnina della parete. E se
pure, sbirciandola di traverso come se fosse l'Orco, la piglia in mano,
non la piglia per scrivervi su qualche bella cosa, ma per raschiarla
tutta quanta. Le gazzelline intanto se ne stanno nei mantici e nelle
reticole unte e bisunte più dell'ampolla che ci serve a tutto. Una
"a" dal "b" non la sa distinguere, se non gli voci
cinque volte la stessa cosa.
L'altro giorno, mentre suo babbo si sfiatava a farlo leggere, di un
Marone fece un Simone questo bel tomo: tanto che io mi dètti della
citrulla, io che, invece di mandarlo a pascere i somari, lo tiro su
nell'abbicci con l'idea di farmene il bastone della vecchiaia!
Se io o suo padre (povero vecchio, mezzo sordo e mezzo cieco) gli
diciamo di recitare qualche pezzo, come si fa coi ragazzi, allora
bisogna vederlo...: par che sgoccioli da un colino. O Apollo dei campi!
questo gli dico io, anche la nonna, poveretta, ti saprà recitare, essa
che non sa di lettere, od un Frigio qualunque. Se poi ci piace di
borbottare anche un po' più forte, ecco per tre giorni non rivede la
soglia di casa, ma scappa da sua nonna, e tormenta quella vecchia e
povera donna...; oppure monta sul tetto, e se ne sta lassù,
dinoccolato, con le gambe penzoloni, come uno scimmiotto. Ci pensi tu,
come si debbano rimescolare le viscere in corpo a me, disgraziata,
quando lo veggo? E non discorro tanto di questo: ma mi fracassa tutte le
tegole, come se fossero stiacciate; e come si avvicina l'inverno, tocca
a me a disperarmi ed a pagare ogni rottura un obolo e mezzo.
Ad una voce tutto il casamento grida:
Queste sono le prodezze di Cottalo, il figliuolo di Metrotima; ed è la
verità, che non fa una grinza.
Mira, in che modo sé fatta tutta lividi la groppa scorrazzando pel
bosco: pare un di quei pescatori di Delo, che sul mare trascinano la
vita melensa! Però il sette ed il venti (Nota: giorni di vacanza) li sa
meglio degli strolaghi; e non piglia neppur sonno al pensiero di quando
voi fate vacanza.
Ma se coteste dèe costì, o Lamprisco (accennando alle immagini delle
Muse, che decoravano la scuola), ti dien del bene e ti consentono una
opera buona...
LAMPRISCO
Non stare, o Metrotima, a scongiurare per lui: ché non avrà meno di
quel che deve avere. (Chiamando ad alta voce) Dov'è Eutia? Dove Coccalo?
Dove Fillo? Non vi spicciate a pigliare costui in groppa, poltroni, che
tirereste in lungo la cosa sino alle calende greche? Faccio onore ai bei
fatti, Cottalo, che tu fai. A te non basta più giocare alla buona con
le tessere, come fanno questi qui (accennando ai compagni); ma ti ci
vuole il ridotto e il gioco del soldo tra i facchini. Ora io ti vo
rendere più ammodo d'una fanciulla: tale, che non moveresti una foglia,
anche se te ne spirassi!
Qua il nerbo sodo, la coda di bue, con cui concio di santa ragione i
riottosi ed i perversi... Presto, qua: prima che io abbia vomitato la
mia bile!
COTTALO
No, ti supplico, Lamprisco: per coteste Muse, e per la tua barba, e per
l'anima di Cottide; non mi conciare con quella soda, ma con l'altra...
LAMPRISCO
Ma tu se un briccone, o Cottalo: tanto, che non ti decanterebbe pur un
rivendugliolo; neanche nel paese ove i topi rosicchiano persino il
ferro.
COTTALO
Quante, quante... Lamprisco... ti supplico... me ne fai dare?
LAMPRISCO
Non lo domandare a me, ma a costei (accennando la madre). Piff, paff!
(picchia).
COTTALO
Quante, dico, se t'ho a campare?
LAMPRISCO
Quante ne reggerà la tua pellaccia.
COTTALO
Smetti... bastano, Lamprisco!
LAMPRISCO
E tu smetti le tue birbanterie...
COTTALO
Non lo farò più, più... te lo giuro, o Lamprisco, per le care Muse!
LAMPRISCO
Ohè tu, che parlantina che tu hai... Ti appiccicherò subito il
bavaglio, se più oltre borbotti...
COTTALO
Ecco, sto zitto... Ma ti prego, non mi ammazzare!
LAMPRISCO
Lasciàtelo, Coccalo.
METROTIMA
Non hai a smettere, Lamprisco. Ma rèbbialo ben bene, fin che il sole
vada sotto...
LAMPRISCO
Peraltro la cotenna l'ha più screziata d'una tarantola...
METROTIMA
E deve buscarne, proprio mentre è chinato sul libro... il
disutilaccio... altre venti, per lo meno: anche se leggerà più spedito
della stessa Clio.
COTTALO
(a quella fiera minaccia, riuscito a svignarsela, con la lingua fuori
della bocca ghigna)
Issssch!
METROTIMA
(in atto ancor più minaccioso) Che senza accorgertene tu non abbia
tuffato la lingua... nel miele! (Dopo una breve pausa) Corro subito a
casa a dirlo di proposito o Lamprisco, al mio vecchio; e ritornerò con
dei ceppi, perché lo mirino qui a saltellare con quelle collane ai
piedi le dee venerande, che egli ha in uggia.
Il maestro di
Vigevano
di Lucio Mastronardi
(Einaudi)
(...) Bussarono alla porta. Era il direttore.
- Che state facendo?- domandò agli scolari.
- Numerando per decimi da uno a mille! - rispose il solito primo della
classe.
- Ho il figlio malato, potrei andare a casa mezz'ora?- domandai.
Il direttore mi guardò scuotendo la testa.
- Le voglio raccontare un aneddoto, signor maestro Mombelli. Quando noi
eravamo ancora maestro, capitò che mio padre stava morendo. Noi andammo
a scuola e ci dimenticammo che nostro padre stava morendo. Questo
perché? Perché, signor maestro, le preoccupazioni personali non si
devono portare nell'aula scolastica. Ma pensi, signor maestro Mombelli,
ai missionari, pensi che la nostra è una missione. Mi faccia vedere il
registro, signor maestro!
Sfogliò il registro e si portò le mani ai capelli.
- Signor maestro, stia attento alle anellate! La elle deve toccare la
riga superiore; la effe deve toccare quella superiore e quella
inferiore; la di invece è l'unica anellata che non deve toccare la riga
superiore ma deve fermarsi poco sotto, alla stessa altezza della ti...
Ah! Non c'è un'anellata che sia ben anellata, signor maestro! Vede qui:
la bi è più alta della elle; la gi è più bassa della effe. Ma,
signor maestro, il registro è un documento ufficiale!
(....) - Ci duole, signor maestro, farle osservazioni. Oh! di che buon
grado noi le diremmo: bravo! bravo! ma... Vede, signor maestro Mombelli,
non ci consideri quello che noi siamo. Lei in noi non deve vedere il
superiore, ma il collaboratore. Noi siamo i collaboratori dei maestri!
Se ha qualche dubbio pedagogico, se ha qualche scolaro difficile ce lo
dica: ci chieda un consiglio, una spiegazione. Pensi, signor maestro,
che noi facemmo il concorso direttivo a venticinque anni. Allo scritto
eravamo in trentamila. Fummo ammessi agli orali in trecento. Vincemmo in
tre. Noi fummo terzi: ma dietro a due reduci di guerra con medaglia
doro. Ed ella sa che una medaglia doro conta cinquanta punti....
(......) - Che lezione ha preparato per stamattina, signor maestro
Mombelli?
- Una lezione su... Cristoforo Colombo! - dissi.
Feci aprire il libro agli scolari e cominciai a spiegare.
- Ma questa è una lezione libresca. Via il libresco - gridò il
direttore. - Scuola attiva! Scuola viva! Drammatizziamo, signor maestro,
drammatizziamo! Scolari, in piedi...Voi siete la ciurma! Tu sarai
Cristoforo Colombo - disse a un ragazzino: - il vostro signor maestro
sarà il marinaio che guarda se si vede la terra... Signor maestro, vada
alla finestra... Non ha un cannocchiale?
- Veramente no! - Non importa! L'ontogenesi ripete la filogenesi. Il
fanciullo ha tanta fantasia da sostituire col pensiero l'idea degli
occhiali con quella del cannocchiale.
- Cosicché il cannocchiale sarebbero i miei occhiali?
- Esattamente!
Dopo un momento tutta la scuola inveiva contro il ragazzino che faceva
Cristoforo Colombo.
- Siamo stanchi di viaggiare - urlava uno.
- Vogliamo tornare a casa! - urlava un altro.
- Calma ciurma! Calma ciurma! - urlava Colombo.
- Ho lasciato mia moglie, i miei figli. Dove sono i miei figli?
- Calma ciurma calma!
- Non andiamo più in America da questa parte!
- Nelle Indie, - urlò il direttore.
- Calma, ciurma, calma!
- Abbiamo sete!
- Abbiamo fame!
- Alle catene alle catene alle catene alle catene Colombo alle catene!
- Calma ciurma calma!
- Da tre anni ci dici: calma ciurma!
- Quattro mesi - corresse il direttore.
- Da quattro mesi che ci dici, calma ciurma!
Il direttore si affaccendava dall'uno all'altro scolaro a dire di
gridare i nomi delle navi.
- Noi della Pinta siamo stanchi!
- Noi della Santa Maria siamo esausti!
- Noi della Nina non ne possiamo più!
- Calma ciurma calma!
- A morte Colombo a morte Colombo a morte Colombo a morte a morte.
- Calma ciurma calma!
Il direttore si avvicinò a un ragazzino: - Parla a Colombo della tua
città!
- Sono di Torino, città che si trova nel cuore del Piemonte e che conta
seicentomila abitanti; dove ci scorre il fiume Po' che nasce dal
Monviso, ha affluenti a sinistra, e a destra, e si getta nel mar
Adriatico con un largo delta....
- Calma ciurma calma!
Il direttore mi fece segno di gridare.
- Terra! Terra! - gridai.
- Davvero? - gridò Colombo.
- Terra! Terra! - ripetei.
- Terra terra terra terra terra terra terra terra terra terra.
- Evviva Colombo! - urlò il direttore.
- Evviva Colombo! - urlò la ciurma.
- Ora, - disse il direttore - per riposarci da questo che in pedagogia
si chiama collettivismo individualizzato (apparentemente sono due
termini che stridono come un do suonato a un si): collettivismo
individualizzato, dicevamo, ora un po' di divertimento. Bambini! Vero
che a voi piace la pasta Barilla?
I bambini si guardarono.
- Eh! Con pasta Barilla è sempre domenica e alla domenica la scuola è
chiusa. (...)
Il maestro giusto
Gianni Rodari
(dal sito della BDP)
C'era una volta un cane
che non sapeva abbaiare.
andò da un lupo a farselo spiegare,
ma il lupo gli rispose
con un tale ululato
che lo fece scappare spaventato.
Andò da un gatto,
andò da un cavallo,
e - mi vergogno a dirlo -
perfino da un pappagallo.
Imparò dalle rane
a gracidare,
dal bove a muggire,
dall'asino a ragliare,
dal topo a squittire,
dalla pecora a fare
" bè bè ", dalle galline a fare coccodè.
Imparò tante cose,
però non era affatto soddisfatto
e sempre si domandava
(magari con un " qua qua "...):
- Che cos'è che non va?
Qualcuno gli risponda,
se lo sa.
Forse era matto?
O forse non sapeva
scegliere
il maestro adatto? (...)
Il maestro
guerrafondaio
Bertolt Brecht
C'era il maestro Huber.
lui voleva la guerra, la guerra.
Parlava del vecchio Frtiz
e subito negli occhi un guizzo;
non mai per Wilhelm Pieck.
La lavandaia Schmitt
era contro il lordume, il lordume.
Prese il maestro Huber
lo mise nel mastello
e fece sparire anche quello.
Il mistero della
collina
Giuseppe Pontremoli
(Giunti)
(...) Nel quale si parla di sveglie e d'un maestro di scuola un po'
speciale
(...) Avete presente un'incudine? Si? Bene. E un martello, l'avete
presente? Si? Benissimo!
Ecco; ora pensate ad un uomo, con in mano quel martello, vicino a
quell'incudine. Pensato? Benissimo. Un momento: bisogna dire che
quell'uomo è molto, molto forte, e il martello che impugna è molto,
molto grosso. Pensato anche questo? Si? Perfetto. Ora guardatelo bene,
quell'uomo. Ben cosciente della propria forza, osserva attentamente
l'incudine, la scuote con una mano per controllare che sia posata
saldamente; la raddrizza un poco; la riosserva scrupolosamente e le dà
un'altra raddrizzata. La guarda come se volesse ipnotizzarla e stringe
la mano attorno al manico del martello; alza lentamente l'avambraccio
piegando un poco il gomito; alza tutto il braccio portando il martello
al di sopra della testa, poi fin dietro le spalle.
Un'ultima occhiata crudele all'incudine, e la colpisce con violenza
tremenda. Il colpo provoca un suono forte e limpido che risuona alle
orecchie dell'uomo provocandogli una specie di estasi. Questo fa sì che
il secondo colpo non abbia bisogno di alcuna preparazione e avvenga di
fatto per effetto del rimbalzo. Chissà se il problema stia nell'estasi
dell'uomo o nello stordimento del martello?
Il fatto è che il secondo colpo, violento quanto il primo, si abbatte
sulla mano dell'uomo incautamente rimasta sull'incudine per l'ultima di
quelle famose raddrizzate.
Questo secondo colpo provoca un suono forte ma sordo, completamente
privo della limpidezza del primo. Ma il suono più importante è il
terzo, quello che a questo punto esce dalla gola dell'uomo. È il più
importante, ovviamente per il risveglio. Perché è questa la
"sveglia in tre tempi" di cui parlavano i Merli: martellata
sull'incudine, marmellata della mano, urlululato finale. E quest'ultimo
è in grado di svegliare chiunque, anche chi avesse il sonno così
profondo da non essersi già svegliato alla prima martellata. E non è
certo un risveglio che metta di buonumore.
Per non parlare poi dell'umore di quelli che i Merli svegliano con
questi "tre tempi" ma solo dopo averli mandati da sonnambuli
vicino ad un'incudine con un martello in mano.
Svegliarsi così non mette davvero di buonumore, e mi auguro che a voi
non sia mai successo.
Cosa? Non credete che sia possibile? Non credete che sia vero?
E come credete che si sveglino tutti quei generaloni che hanno le
medaglie appuntate anche sulla giacca del pigiama e dormono tenendo la
fotografia del carrarmato sul comodino? E quegli insegnanti che urlano
sempre e non sorridono mai? Con la sveglia in tre tempi, si svegliano! I
Merli non se ne dimenticano mai, anche se certe volte sembrano un po'
distratti. Invece non lo sono per niente, ed hanno anche parecchi
aiutanti. Chi sono questi aiutanti? Questo proprio non posso dirlo.
Dirò soltanto che io ne conosco qualcuno. Basta così. E poi, che
importanza ha sapere chi siano gli aiutanti dei Merli? Ciò che conta è
non essere di quelli che vengono svegliati con la sveglia in tre tempi.
Certo, gli uccelli che dormono con una ninnananna sotto l'ala non
corrono questo rischio. E neanche il mio maestro lo correva. Eh sì, al
tempo dei tempi, anch'io sono andato a scuola. Il mio maestro arrivava
sempre con le mani e le braccia tutte cariche di cose che barcollavano
rischiando di cadere da tutte le parti: libri, mele, panini, una gran
borsa, la pipa, gli occhiali, pennelli e un mucchio di altre cose
ancora. Quando riusciva a portarle tutte dentro l'aula le rovesciava sul
tavolo e le metteva un po' in ordine. Un po', mica molto, e si vedeva
bene che ci metteva poco impegno, e poi sembrava proprio che non ci
riuscisse. A dir la verità sembrava quasi che lo facesse apposta, a non
riuscire, perché a volte certi oggetti che erano lì ben ordinati
venivano spostati, urtati, fatti cadere, e lui li guardava con un
sogghignetto malizioso. Poi, senza aver finito di mettere in ordine le
sue cose, andava alla finestra, guardava fuori, ci chiamava tutti
accanto a sé e diceva:
"Oggi impareremo delle cose nuove, molto importanti. Ci vorrà
molto impegno".
Allora ci mettevamo tutti a sedere. Lui infilava gli occhiali, prendeva
in mano la pipa e cominciava: "Tanti, tanti anni fa, il Re delle
Nuvole era ancora un marmocchietto, e viveva in grande amicizia con il
Re del Sole." Oppure: "Al tempo dei tempi, quando desiderare
era ancora possibile..." Altre volte cominciava così:
"Domenica mattina alle sei del pomeriggio navigavo tranquillo in
cima ai monti con la mia barchetta..." Oppure: "C'era una
volta una donna piccolissima..." E ancora: "In un paese
lontano lontano, oltre l'ultimo sogno visibile...
"Oppure: "Si racconta che in un paese della Cina vivesse un
povero sarto..." E così via, e raccontava le storie di tutti i
tempi e di tutti i paesi.
E noi, attentissimi, stavamo come aggrappati alla sua voce che ci
portava sui mari all'inseguimento della nave fantasma, nel bosco
incantato, nel castello orroroso di Roccalanzona, nella Città degli
Specchi, nella locanda dello Spessart, alla ricerca del tesoro...
E così incontrammo streghe e maghi, gnomi e giganti, sirene e uccelli
di fuoco, pentole magiche e guardiani di porci; e Achab, il capitano
dagli occhi infuocati e la gamba d'avorio che inseguiva la balena
bianca; e Long John Silver, il cuoco di bordo capo dei pirati; e poi
Gavroche e Thenardier; e il signor Wegg e Oliver Twist, Alfanhuì,
Huckleberry Finn, Peter Pan, Pinocchio, Alice,il Piccolo Principe, Mary
Lennox, Schiaccianoci e il re dei topi, Don Chisciotte, Gulliver,
Naftali, Harun, Palmiro Mezzanella, Penny Wirton e il cieco... Animali
parlanti, aquiloni, acque fatate, uccelli, uomini e donne mai stanchi di
darsi da fare per essere liberi, per essere finalmente felici. Questo è
tutto quel che ricordo di lui, e mi viene in mente soprattutto quando mi
sembra di potere aiutare qualcuno.
In quei momenti mi metto a fischiettare, mando in giro qualche giraffa
ballerina e porto a casa tassisti in difficoltà.
Sì, sono stato io, ma non posso certo dirvi come ho fatto. È un
segreto professionale; e poi è finito il capitolo. (...) |