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Il Ragazzo e il
Maestro di Scuola
Jean de La Fontaine
Racconto questa favola per mostrar d'un tale la stupida burbanza
magistrale.
Un ragazzo, giocando al fiume in riva, cadde nell'acqua e forse vi
periva, se non avesse un salice afferrato che, dopo Dio, lo tenne
sollevato.
Mentre nell'acqua egli sta fino alla gola, viene a passare un maestro di
scuola.
- Aiuto, aiuto! - grida quel che annega.
Il maestro si ferma, e a lui che prega, con una voce burbera e nasale,
gli somministra questa paternale: - Ah scimunito, ah sciocco, ah
babbuasso! Guarda dove si caccia il satanasso. Andate pure a prender
dell'affanno per questi tristi, ho sì, che vi faranno morir tisici! Ah
poveri parenti a cui tocca di questi malviventi! Ah i tempi tristi, o i
figli traditori ...
E quando ebbe finito, il tirò fuori.
Quanti non sono al mondo altri pedanti e brontoloni e critici ignoranti,
razza dotta più in chiacchiere che in scienze, che Dio conserva a
nostra dannazione!
In ogni cosa, a torto od a ragione, bisogna ch'essi spuntino sentenze.
Prima di pena tirami, se puoi, il bel discorso lo udiremo poi.
Il romanzo di un
maestro
Edmondo De Amicis
(...) Era una casa costrutta apposta, in una piazzetta fuor di mano,
accanto a un vecchia cappella: un gran dado bianco, che aveva le classi
maschili da un lato e le femminili dall'altro, con due porte d'entrata
sulle due opposte facciate, davanti alle quali s'aprivano due
cortiletti. Fu poi, più che contento, maravigliato dalla bianchezza
intatta delle pareti e dallo stato di conservazione dei banchi. C'era
poca cosa: quattro carte geografiche, che dovevano essere state levate
da un atlante, una lavagna troppo piccola e un solo cartellone di
nomenclatura di piante, ma tutto pulitissimo, come comprato allora. Il
ritratto del re, in olografia, era fiancheggiato da due grandi quadri di
soggetto religioso, raccattati forse in qualche rigatteria, ma
riverniciati di fresco. Fu anche stupito dalla sufficiente pulizia dei
suoi trentacinque scolari, e della lindura soldatesca del vecchio
inserviente comunale, che portava una giacchetta di velluto nero e un
berretto gallonato d'argento, e aveva sempre la barba fatta. E gli
andarono a genio pure i suoi colleghi, coi quali si trovava ogni giorno
all'entrata e all'uscita nella piccola sala d'aspetto, bianca e fresca
come tutto il resto.
(...) La maestra di 2a, che stava da dodici anni nel paese, era una
signorina fra i trentacinque e i quaranta, lunga e pallida, un viso da
ragazza patita, coi capelli lisciati sulla fronte, con occhi dolci, con
una bocca affettuosa e triste; vestita più che modestamente e sempre ad
un modo, come se portasse un abito religioso. Il giovane sentì con
piacere che la madre di lei, che viveva con la figliuola, era stata
molti anni nella città di****, e v'aveva conosciuto la madre sua.
L'altra maestra era una ragazza sulla trentina, vestita bene e formata
meglio, di modi cortesi e dignitosi; della quale lo colpirono sul primo
momento gli occhi vivissimi, mobilissimi, che facevano grandi
sopracciglia raggiunte, e un singolare atteggiamento della bocca grande
e sensuale, da cui pareva sempre che dovesse scappare un frizzo, che'lla
poi rattenesse, sorridendone discretamente. IL maestro era un buon
vecchio settuagenario, d'aspetto onesto e rassegnato, lentissimo nel
muovere e nel parlare, oberato d'una gran pancia, non prodotta da
esuberanza d'alimentazione; il quale contava poco men d'un mezzo secolo
di servizio, prestato quasi tutto, in due riprese, a Piazzena; di modo
che c'eran nel Consiglio comunale parecchi dei suoi antichi alunni, e
alcuni di questi si vendicavano con le piccole sevizie, trent'anni dopo,
dei rabbuffi ch'egli aveva fatti loro alla scuola. Mancavano al
pover'uomo due dita dalla mano sinistra, che aveva perdute in un
villaggio di Val di Sesia, dov'era stato maestro due anni. Un suo
alunno, la cui famiglia teneva a dozzina due minatori, aveva portato a
scuola una capsula di dinamite, rubata nel guardaroba dei suoi
dozzinanti, e stando solo nel banco della berlina, l'andava rivoltando
in tasca per gioco: non obbedendo egli al comando di buttar via il
trastullo, il maestro glielo aveva afferrato per levarglielo, e in quel
tira tira la capsula era scoppiata, sfracellando la mano a tutti e due.
Piccoli incerti della professione.
(...) Incominciò nondimeno di buona voglia. Quella novità
dell'istruzione obbligatoria gli dava quasi un ardor nuovo, come se con
essa dovesse principiare per gl'insegnanti un nuovo e miglior periodo
d'esistenza; un periodo nel quale i parenti, meglio persuasi
dell'importanza dell'istruzione, imposta così solennemente, come un
sacro dovere sociale, avrebbero preso in maggior rispetto il maestro, e
agevolato in qualche modo il suo ufficio, adoperandosi, se non altro,
con più impegno, a infonder nei ragazzi l'amor della scuola, e a
farceli andar tutti i giorni e tutto l'anno. Dal canto suo egli decise
di fare tutto il possibile perché fosse osservata la legge. Il giorno
dell'apertura gli si presentò una compagnia di ragazzi sani,
tarchiatotti, d'un bel colorito di montanari, con certe forme di testoni
che rivelavan forza di volontà, e degli occhi azzurri chiari, che
davano a sapere delle indoli quiete. Ma, rispetto alla legge, non voleva
dire: ventun mancanti eran molti. Passati alcuni giorni, il maestro ne
compilò l'elenco, e lo presentò al segretario, che lo trasmettesse al
sindaco, e gli domandò insieme notizie intorno ai parenti, per andarli
a sollecitare. Quasi tutti stavan fuori del paese. Egli stabilì di far
due o tre visite al giorno, deviando qua e là dalla sua passeggiata
solita. E cominciò il suo giro con zelo veramente apostolico, dopo
essersi predisposte in capo certe brevi esortazioni ragionate, che gli
parevano di efficacia sicura. Ma le sue illusioni duraron poco. Per
quanto si presentasse in modo cortese e amichevole, egli fu male accolto
quasi da per tutto. Alcuni gli dichiararono apertamente che non
avrebbero mandato a scuola i figliuoli perché n'avevan bisogno per i
lavori; altri perché la scuola era troppo lontana; altri perché il
ragazzo stava poco bene di salute; e mentre parlavano, il malato era lì
che macinava pane a quattro ganasce. Egli tentava prima di persuadere;
poi ammoniva in nome della legge.
- Ah, l'ammenda! - rispondevano; - son ciance. Vogliamo un po' vedere se
il signor sindaco avrà il coraggio di strapparci di bocca quel pezzo di
pane! -
Alcuni se ne ridevano, dicendo che tutto si sarebbe ridotto a far
pubblicare i nomi dei parenti a quel luogo comodo dell'albo pretorio,
dove nessuno li avrebbe neanche veduti. Un contadino fra gli altri, lo
investì.
- Ah sì ! Ah proprio ci mancava ancora questa delle angherie! Non
bastava la leva, ci voleva per giunta l'obbligatoria! Il signor sindaco
me lo pagherà lui il servitore da mettere in cambio del figliuolo che
mi fa tute le commissioni! Dica un po': verrà il signor pretore a
condurmi in pastura le vacche? Lasciamola lì, signor maestro: ci vuole
del fegato per portar di queste imbasciate!
Ma i più singolari eran quelli che ragionavan sulla cosa
tranquillamente, come se il mandare a scuola i ragazzi fosse rendere al
Governo un servizio che desse loro il diritto a un compenso.
- Ebbene - gli disse un di questi, in un crocchio, - se il Governo vuole
i ragazzi a scuola, ci dia un sussidio. I soldati li mantengono e li
pagano, mi pare. Ora il Governo vuole gli scolari, si paghi gli scolari.
Con tutto questo, un po' per timore dell'ammenda, un poco per
condiscendenza, sei o sette delle venti famiglie renitenti mandarono i
figliuoli. Per le altre vide il maestro che non c'era che aspettar gli
effetti del rigore del sindaco, e rinunziò alla sua propaganda.
(...) Gli fece cattivo senso, al principio della bella stagione, di
vedersi abbandonare da un terzo circa della scolaresca, che andava ai
lavori della campagna; ma se ne consolò con la maggiore facilità
ch'egli trovava a instruire e a invigilare un numero ristretto d'alunni;
fra i quali gli erano rimasti i migliori. Senonché egli andava toccando
con mano di giorno in giorno, con vero rammarico, che la sua bontà e la
sua buona maniera non recavano i frutti che si credeva in diritto
d'ottenere. Rimproverati e ragionati amorevolmente, quando s'aspettavano
invece un castigo, pareva che i suoi alunni si vergognassero, è vero, e
mostravano un aspetto più soddisfacente di quel viso duro o impaurito
che fanno i ragazzi sotto una minaccia o una percossa; ma, passata
quella momentanea vergogna e quel principio di pentimento, scordavano
affatto le buone parole e ricadevano nelle mancanze, e c'era in queste
una progressione lenta, ma sensibilissima, di frequenza e di gravità;
egli sentiva che la scolaresca gli sfuggiva di mano, e che fra non molto
non l'avrebbe più potuta dominare...
E se ne impensieriva seriamente. Ma persisteva nei suoi modi, nondimeno,
ché gli ripugnava di cambiar strada così presto, appena incominciato
il cammino, confessandosi deluso in uno dei suoi più cari desideri; e a
persistere l'aiutava un'incerta e intermittente aspirazione religiosa,
una dolcezza rimastagli in cuore dalle credenze dell'infanzia.
(...) Ma un giorno, sul principio di maggio, gli seguì un caso che ebbe
per effetto di scuotere fortemente le sue idee intorno all'educazione.
Stava in faccia all'uscio della scuola, con l'ombrello in mano, sotto
una pioggia fitta, a invigilare l'uscita degli ultimi alunni, quando
sentì dietro a sé le grida disperate d'un ragazzo, e, voltandosi, vide
un contadino in maniche di camicia che con una mano teneva afferrato per
la nuca uno dei suoi alunni, e con l'altra lo picchiava furiosamente nel
viso. L'istinto imperioso che l'aveva sempre gettato con un coraggio
cieco contro i percotitori dei fanciulli, lo gettò contro quell'uomo.
Si cacciò, gridando, fra lui e la vittima, fu percosso, afferrò la
mano che percoteva, si sforzò di separarli; ma non riusciva che a
inferocir di più quel furioso. Era il padre che aveva scoperta una
birbonata del figliuolo mentre era a scuola, ed era venuto ad aspettarlo
all'uscita perché non pigliasse pei campi.
- Me ne infischio del maestro! - urlava continuando a menar le mani; -
ho diritto di castigare i miei figliuoli! Mi si levi d'attorno,
giuraddio, o ne do anche a lei!
Gli alunni intanto avevan fatto cerchio, altra gente accorreva; il
maestro riuscì a buttar via con uno spintone il ragazzo, che andò a
dar la schiena nel muro, atterrito, filando sangue dal naso.
E allora abbrancò il padre per le spalle, dicendogli in viso,
trafelato, con accento di preghiera: - Andiamo, via, si cheti, non
faccia uno scandalo, vede che c'è gente, da bravo!
Il contadino, bestemmiando, smise di lottare, e riavute le braccia
libere, raccolse il cappello e la giacchetta che gli eran caduti; poi
cercò il figliuolo con gli occhi, ancora tutto fremente. Il maestro,
angustiato dall'idea che potesse ricominciare a casa, seguitò a tentar
di calmarlo, con la voce sempre ansante: - Andiamo, facciamola finita.
Non si batte un ragazzo così. E inutile batter. Si fa peggio. Ora
basta. Lei mi deve promettere che non ricomincerà più. Sono il suo
maestro, in fin dei conti.
- M'ha fatto una birbonata! - esclamò il contadino, soffiando ancora, e
minacciando il ragazzo col pugno.
- E lei l'ha castigato, - ribattè il maestro; - ma che sia finita. Io
non le lascio il figliuolo se non mi dà la parola... Non posso lasciare
ammazzar dalle busse uno dei miei migliori scolari. Che diavolo! Un
ragazzo d'un talento... Non lo dico per metter bene, ma per coscienza...
Insomma, se lo vuol sapere, - soggiunse a bassa voce, - conto su di lui
per far buona figura agli esami, ecco.
Il contadino guardò il maestro in aria di dubbio; ma un poco d'effetto
si vedeva che le blandizie l'avevan fatto. Stette un momento muto; poi,
rivolto al ragazzo, gridò: - A casa! L'accento era brusco; ma il
maestro capì che la causa era vinta. E l'accompagnò per un tratto di
strada, ragionando, per assicurar la vittoria. (...)
Il segreto di Luca
Ignazio Silone
(Mondadori)
(...) "Domani" disse don Serafino "è atteso qui
Andrea Cipriani. Tu non puoi conoscerlo, ha meno di quarant'anni. Non so
esattamente quali e quanti misfatti abbia perpretato in questi ultimi
anni; ma so che si è formata attorno alla sua testa una aureola rossa
di capo di bande rivoluzionarie. E' la prima volta che torna a Cisterna
e, siccome nel frattempo la causa rivoluzionaria ha prevalso, egli non
sarà arrestato ma portato in trionfo."
"Ho già sentito parlare di lui" disse Luca. "Non è il
figlio di Carmine?"
"S', èil figlio del tuo amico Carmine" rispose il prete.
"Te lo ricordi? Ma Carmine era un uomo d'ordine, mentre il figlio
ha scelto la vita dura e, dati i tempi, ha trovato pane a iosa per i
suoi denti"
(...) "Non capisco" disse Luca. "Stando qui a Cisterna,
come fece Luca a scoprire la politica?"
"La politica, mio caro Luca, è ora come il colera" spiegò
don Serafino. "Le vie di diffusione sono difficili a rintracciare.
Andrea pareva un semplice maestro di scuola; a quel che si diceva,
perfino un buon maestro, benché di carattere scontroso e difficile. Ma,
a dire la verità, fin da ragazzo era apparso bizzarro. Sua madre venne
da me varie volte a raccontarmi le stranezze di lui, a chiedermi
consiglio. Fosse stata una fanciulla, l'avrei giudicata un'sterica.
Nessuno, allora, prevedeva tuttavia quel seguito. Come accadde? In modo
del tutto inaspettato. All'inizio di una delle guerricciole mosse dal
passato governo contro dei popoli inermi (adesso non ricordo più se
fosse il turno degli spagnoli o degli etiopi) Andrea dichiarò in
piazza, in un crocchio di conoscenti: 'E' un'ignominia'. Lo scandalo non
era nel senso delle sue parole, ma nell'averle pronunziate in pubblico.
Avrebbe potuto smentirsi, riabilitarsi. Fece il contrario, come se
avesse a lungo aspettato quell'occasione. Convocato nella sede del
partito, egli vi ripeté la sua affermazione, anzi, pare che rincarasse
la dose. Si capisce che fu più che sufficiente per il suo immediato
imprigionamento e il resto..." (...)
Il triplice destino
Nathaniel Hawthorne
(...) Il più importante dei tre visitatori, il signor Hawkwood, era
un anziano gentiluomo, molto pomposo ma di ottimo carattere,capo e
promotore di tutte le iniziative del villaggio, e generalmente
riconosciuto come uno dei più saggi. Portava sul capo un tricorno,
secondo una moda già allora antiquata, e impugnava un bastone col
pomello d'argento, che sembrava usare più per brandirlo in aria che per
aiutare il cammino delle sue gambe. I suoi compagni erano due anziani e
rispettabili proprietari terrieri, che in ossequio a una
prerivoluzionaria deferenza al rango e ai privilegi ereditari, facevano
da scorta al nobiluomo. Mentre si avvicinavano lungo il sentiero, Ralph
Cranfield stava seduto su un'alta sedia di quercia, scrutando
distrattamente i tre visitatori (...)
- I miei colleghi e io, esordì il nobiluomo, siamo oberati di gravi
compiti essendo noi i consiglieri municipali di questo villaggio.
Nell'arco dei tre giorni trascorsi, le nostre menti sono state
faticosamente impegnate nella scelta di una persona degna di occupare
una carica molto importante, e disposta ad assumersi un onere e un onore
che, saggiamente considerati, possono essere giudicati non inferiori a
quelli dei sovrani e dei potenti. E considerato che tu, nostro
concittadino d'origine, sei dotato di buon intelletto naturale,
coltivato nei tuoi viaggi all'estero, e che certe bizzarrie e fantasie
della tua giovinezza sono state sicuramente corrette dal tempo,
considerato tutto ciò, e dopo debita riflessione, siamo dell'opinione
che la Provvidenza divina ti ha mandato qui, in questo momento, proprio
per questo nostro scopo.Durante questo lungo discorso, Cranfield aveva
continuato a guardare fissamente l'oratore, come scorgendo qualcosa di
misterioso, quasi ultraterreno, nella sua piccola figura pomposa, come
se indossasse la tunica di un antico saggio, anziché una giacca con le
spalle squadrate, un panciotto coi risvolti, braghe di velluto e calze
di seta.
(...)
- E qual è questa carica? - domandò allora Ralph Cranfield con voce
tremante, - che può rendermi pari ai sovrani e ai potenti della terra?.
- Nientemeno che quella di maestro nella scuola del villaggio! - rispose
il signor Hawkwood... (...)
Il tulipano nero
Alexandre Dumas
padre
(...) - E a che servirebbero allora i piccioni viaggiatori? - diceva
Cornelius alla ragazza. - Voi non potreste leggere ciò che vi
scriverei, né scrivermi ciò che vorreste.
- Ebbene, - rispondeva Rosa, che temeva la separazione quanto Cornelius
- abbiamo a disposizione un'ora ogni sera, facciamone buon uso.
- Mi sembra - osservò Cornelius - che noi ne facciamo già buon uso.
- Facciamone un uso ancora migliore - rispose Rosa sorridendo.
-Insegnatemi a leggere e a scrivere. Trarrò profitto dalle vostre
lezioni, siatene certo, e in tal modo non potremo più essere separati,
tranne che dalla nostra volontà.
- Oh! allora, - gridò Cornelius - abbiamo l'eternità davanti a noi!
Rosa sorrise e alzò dolcemente le spalle.
- Forse che voi resterete sempre in prigione? - rispose. - Forse che
dopo avervi concesso la vita, Sua Altezza non vi concederà anche la
libertà? Non riavrete allora i vostri beni? Non sarete nuovamente
ricco? E quando sarete libero e ricco, vi degnerete di guardare,
passando in carrozza o a cavallo, la piccola Rosa, la figlia di un
carceriere, quasi di un boia?
Cornelius volle protestare, con tutto il cuore e con tutta la sincerità
di un'anima colma d'amore.
Ma la fanciulla lo interruppe.
- Come sta il vostro tulipano? - domandò sorridendo.
Parlandogli del tulipano, Rosa riusciva a far dimenticare a Cornelius
ogni cosa, anche se stessa.
- Abbastanza bene - disse il giovane; - la pellicola si annerisce, il
processo di fermentazione è incominciato, le vene del bulbo si
riscaldano e s'ingrossano. Fra otto giorni, forse prima, si potranno
distinguere le prime protuberanze della germinazione. E il vostro, Rosa?
- Oh, io ho fatto le cose in grande, seguendo le vostre indicazioni.
- Vediamo, Rosa, che cosa avete fatto - domandò Cornelius, con gli
occhi ardenti e con il respiro ansimante come la sera in cui aveva
conquistato Rosa.
- Ho fatto le cose in grande - rispose sorridendo la ragazza, che in
fondo al suo cuore non poteva impedirsi di studiare questo duplice amore
del prigioniero per lei e per il tulipano nero: - in un quadrato di
terreno spoglio. lontano dagli alberi e dal muro, ho preparato un'aiuola
di terra leggermente sabbiosa, più umida che secca, senza una pietra,
senza un sassolino, come voi mi avete insegnato.
- Bene, bene, Rosa, e poi?
- Il terreno così preparato non attende che il vostro segnale.
- Nel primo giorno di bel tempo voi mi direte di piantare il mio bulbo e
io lo pianterò; devo partire in ritardo rispetto a voi, perché ho
dalla mia tutte le condizioni favorevoli dell'aria buona, del sole e
dell'abbondanza dei succhi terrestri.
- E' vero, è vero! - esclamò Cornelius battendo gioiosamente le mani.
- Siete una brava allieva, Rosa, e guadagnerete certamente i centomila
fiorini.
- Non dimenticate - rispose Rosa ridendo - che la vostra allieva, come
vi piace chiamarmi, ha qualcos'altro da imparare, oltre alla
coltivazione dei tulipani.
- Sì, sì, interessa anche a me come a voi che sappiate leggere.-
Quando incominceremo?
- Subito.
- No, domani.
- Perché domani?
- Perché oggi la nostra ora è terminata e debbo lasciarvi.
- Di già! Ma che cosa leggeremo?
- Oh! - disse Rosa - ho un libro, un libro che spero ci porterà
fortuna.
- A domani dunque?
- A domani.
L'indomani Rosa ritornò con la Bibbia di Cornelio de Witt. (...)
Ebbe inizio allora fra maestro e scolara una di quelle deliziose scene
che formano la gioia di un romanziere.
Lo spioncino, unica apertura che servisse loro di comunicazione, era
troppo alto per persone che s'erano accontentate fino allora di leggere
l'una sul viso dell'altra tutto ciò che si dovevano dire e che non
potevano leggere comodamente sul libro portato da Rosa. Perciò la
fanciulla dovette appoggiarsi allo spioncino, con la testa inclinata e
col libro all'altezza del lume che reggeva con la mano destra e che, per
farla riposare un poco, Cornelius escogitò di fissare alla grata con un
fazzoletto. Così Rosa fu in grado di seguire con un dito le lettere e
le sillabe che Cornelius le faceva compitare, indicandogliele attraverso
la grata con una festuca di paglia. La luce della lampada illuminava il
colorito di Rosa, il suo occhio azzurro e profondo, le sue trecce bionde
sotto al casco d'oro brunito che, come abbiamo detto, è l'acconciatura
delle frisone; le sue dita alzate assumevano una tinta pallida e rosata,
mostrando la vita misteriosa che circolava sotto la carne.
L'intelligenza di Rosa si sviluppava rapidamente a contatto con lo
spirito vivificante di Cornelius, e quando la difficoltà appariva
troppo ardua, quegli occhi che s'immergevano l'uno nell'altro, quelle
ciglia che si sfioravano, quei capelli che s'annodavano, provocavano
delle scintille elettriche capaci d'illuminare le tenebre dello stesso
idiotismo.
E Rosa, scesa in camera sua, ripassava le lezioni di lettura e, in fondo
all'anima, anche le inconfessate lezioni di amore. (...) |