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  Maestri/10

1900, Stati Uniti

Il ragazzo e il maestro di scuola, La Fontaine Jean

Il romanzo di un maestro, De Amicis Edmondo

Il segreto di Luca, Silone Ignazio

Il triplice destino, Hawthorne Nathaniel

Il tulipano nero, Dumas Alexandre padre  

 

Il Ragazzo e il Maestro di Scuola
Jean de La Fontaine

Racconto questa favola per mostrar d'un tale la stupida burbanza magistrale.
Un ragazzo, giocando al fiume in riva, cadde nell'acqua e forse vi periva, se non avesse un salice afferrato che, dopo Dio, lo tenne sollevato.
Mentre nell'acqua egli sta fino alla gola, viene a passare un maestro di scuola.
- Aiuto, aiuto! - grida quel che annega.
Il maestro si ferma, e a lui che prega, con una voce burbera e nasale, gli somministra questa paternale: - Ah scimunito, ah sciocco, ah babbuasso! Guarda dove si caccia il satanasso. Andate pure a prender dell'affanno per questi tristi, ho sì, che vi faranno morir tisici! Ah poveri parenti a cui tocca di questi malviventi! Ah i tempi tristi, o i figli traditori ...
E quando ebbe finito, il tirò fuori.
Quanti non sono al mondo altri pedanti e brontoloni e critici ignoranti, razza dotta più in chiacchiere che in scienze, che Dio conserva a nostra dannazione!
In ogni cosa, a torto od a ragione, bisogna ch'essi spuntino sentenze.
Prima di pena tirami, se puoi, il bel discorso lo udiremo poi.

Il romanzo di un maestro
Edmondo De Amicis

(...) Era una casa costrutta apposta, in una piazzetta fuor di mano, accanto a un vecchia cappella: un gran dado bianco, che aveva le classi maschili da un lato e le femminili dall'altro, con due porte d'entrata sulle due opposte facciate, davanti alle quali s'aprivano due cortiletti. Fu poi, più che contento, maravigliato dalla bianchezza intatta delle pareti e dallo stato di conservazione dei banchi. C'era poca cosa: quattro carte geografiche, che dovevano essere state levate da un atlante, una lavagna troppo piccola e un solo cartellone di nomenclatura di piante, ma tutto pulitissimo, come comprato allora. Il ritratto del re, in olografia, era fiancheggiato da due grandi quadri di soggetto religioso, raccattati forse in qualche rigatteria, ma riverniciati di fresco. Fu anche stupito dalla sufficiente pulizia dei suoi trentacinque scolari, e della lindura soldatesca del vecchio inserviente comunale, che portava una giacchetta di velluto nero e un berretto gallonato d'argento, e aveva sempre la barba fatta. E gli andarono a genio pure i suoi colleghi, coi quali si trovava ogni giorno all'entrata e all'uscita nella piccola sala d'aspetto, bianca e fresca come tutto il resto.
(...) La maestra di 2a, che stava da dodici anni nel paese, era una signorina fra i trentacinque e i quaranta, lunga e pallida, un viso da ragazza patita, coi capelli lisciati sulla fronte, con occhi dolci, con una bocca affettuosa e triste; vestita più che modestamente e sempre ad un modo, come se portasse un abito religioso. Il giovane sentì con piacere che la madre di lei, che viveva con la figliuola, era stata molti anni nella città di****, e v'aveva conosciuto la madre sua. L'altra maestra era una ragazza sulla trentina, vestita bene e formata meglio, di modi cortesi e dignitosi; della quale lo colpirono sul primo momento gli occhi vivissimi, mobilissimi, che facevano grandi sopracciglia raggiunte, e un singolare atteggiamento della bocca grande e sensuale, da cui pareva sempre che dovesse scappare un frizzo, che'lla poi rattenesse, sorridendone discretamente. IL maestro era un buon vecchio settuagenario, d'aspetto onesto e rassegnato, lentissimo nel muovere e nel parlare, oberato d'una gran pancia, non prodotta da esuberanza d'alimentazione; il quale contava poco men d'un mezzo secolo di servizio, prestato quasi tutto, in due riprese, a Piazzena; di modo che c'eran nel Consiglio comunale parecchi dei suoi antichi alunni, e alcuni di questi si vendicavano con le piccole sevizie, trent'anni dopo, dei rabbuffi ch'egli aveva fatti loro alla scuola. Mancavano al pover'uomo due dita dalla mano sinistra, che aveva perdute in un villaggio di Val di Sesia, dov'era stato maestro due anni. Un suo alunno, la cui famiglia teneva a dozzina due minatori, aveva portato a scuola una capsula di dinamite, rubata nel guardaroba dei suoi dozzinanti, e stando solo nel banco della berlina, l'andava rivoltando in tasca per gioco: non obbedendo egli al comando di buttar via il trastullo, il maestro glielo aveva afferrato per levarglielo, e in quel tira tira la capsula era scoppiata, sfracellando la mano a tutti e due. Piccoli incerti della professione.
(...) Incominciò nondimeno di buona voglia. Quella novità dell'istruzione obbligatoria gli dava quasi un ardor nuovo, come se con essa dovesse principiare per gl'insegnanti un nuovo e miglior periodo d'esistenza; un periodo nel quale i parenti, meglio persuasi dell'importanza dell'istruzione, imposta così solennemente, come un sacro dovere sociale, avrebbero preso in maggior rispetto il maestro, e agevolato in qualche modo il suo ufficio, adoperandosi, se non altro, con più impegno, a infonder nei ragazzi l'amor della scuola, e a farceli andar tutti i giorni e tutto l'anno. Dal canto suo egli decise di fare tutto il possibile perché fosse osservata la legge. Il giorno dell'apertura gli si presentò una compagnia di ragazzi sani, tarchiatotti, d'un bel colorito di montanari, con certe forme di testoni che rivelavan forza di volontà, e degli occhi azzurri chiari, che davano a sapere delle indoli quiete. Ma, rispetto alla legge, non voleva dire: ventun mancanti eran molti. Passati alcuni giorni, il maestro ne compilò l'elenco, e lo presentò al segretario, che lo trasmettesse al sindaco, e gli domandò insieme notizie intorno ai parenti, per andarli a sollecitare. Quasi tutti stavan fuori del paese. Egli stabilì di far due o tre visite al giorno, deviando qua e là dalla sua passeggiata solita. E cominciò il suo giro con zelo veramente apostolico, dopo essersi predisposte in capo certe brevi esortazioni ragionate, che gli parevano di efficacia sicura. Ma le sue illusioni duraron poco. Per quanto si presentasse in modo cortese e amichevole, egli fu male accolto quasi da per tutto. Alcuni gli dichiararono apertamente che non avrebbero mandato a scuola i figliuoli perché n'avevan bisogno per i lavori; altri perché la scuola era troppo lontana; altri perché il ragazzo stava poco bene di salute; e mentre parlavano, il malato era lì che macinava pane a quattro ganasce. Egli tentava prima di persuadere; poi ammoniva in nome della legge.
- Ah, l'ammenda! - rispondevano; - son ciance. Vogliamo un po' vedere se il signor sindaco avrà il coraggio di strapparci di bocca quel pezzo di pane! -
Alcuni se ne ridevano, dicendo che tutto si sarebbe ridotto a far pubblicare i nomi dei parenti a quel luogo comodo dell'albo pretorio, dove nessuno li avrebbe neanche veduti. Un contadino fra gli altri, lo investì.
- Ah sì ! Ah proprio ci mancava ancora questa delle angherie! Non bastava la leva, ci voleva per giunta l'obbligatoria! Il signor sindaco me lo pagherà lui il servitore da mettere in cambio del figliuolo che mi fa tute le commissioni! Dica un po': verrà il signor pretore a condurmi in pastura le vacche? Lasciamola lì, signor maestro: ci vuole del fegato per portar di queste imbasciate!
Ma i più singolari eran quelli che ragionavan sulla cosa tranquillamente, come se il mandare a scuola i ragazzi fosse rendere al Governo un servizio che desse loro il diritto a un compenso.
- Ebbene - gli disse un di questi, in un crocchio, - se il Governo vuole i ragazzi a scuola, ci dia un sussidio. I soldati li mantengono e li pagano, mi pare. Ora il Governo vuole gli scolari, si paghi gli scolari.
Con tutto questo, un po' per timore dell'ammenda, un poco per condiscendenza, sei o sette delle venti famiglie renitenti mandarono i figliuoli. Per le altre vide il maestro che non c'era che aspettar gli effetti del rigore del sindaco, e rinunziò alla sua propaganda.
(...) Gli fece cattivo senso, al principio della bella stagione, di vedersi abbandonare da un terzo circa della scolaresca, che andava ai lavori della campagna; ma se ne consolò con la maggiore facilità ch'egli trovava a instruire e a invigilare un numero ristretto d'alunni; fra i quali gli erano rimasti i migliori. Senonché egli andava toccando con mano di giorno in giorno, con vero rammarico, che la sua bontà e la sua buona maniera non recavano i frutti che si credeva in diritto d'ottenere. Rimproverati e ragionati amorevolmente, quando s'aspettavano invece un castigo, pareva che i suoi alunni si vergognassero, è vero, e mostravano un aspetto più soddisfacente di quel viso duro o impaurito che fanno i ragazzi sotto una minaccia o una percossa; ma, passata quella momentanea vergogna e quel principio di pentimento, scordavano affatto le buone parole e ricadevano nelle mancanze, e c'era in queste una progressione lenta, ma sensibilissima, di frequenza e di gravità; egli sentiva che la scolaresca gli sfuggiva di mano, e che fra non molto non l'avrebbe più potuta dominare...
E se ne impensieriva seriamente. Ma persisteva nei suoi modi, nondimeno, ché gli ripugnava di cambiar strada così presto, appena incominciato il cammino, confessandosi deluso in uno dei suoi più cari desideri; e a persistere l'aiutava un'incerta e intermittente aspirazione religiosa, una dolcezza rimastagli in cuore dalle credenze dell'infanzia.
(...) Ma un giorno, sul principio di maggio, gli seguì un caso che ebbe per effetto di scuotere fortemente le sue idee intorno all'educazione. Stava in faccia all'uscio della scuola, con l'ombrello in mano, sotto una pioggia fitta, a invigilare l'uscita degli ultimi alunni, quando sentì dietro a sé le grida disperate d'un ragazzo, e, voltandosi, vide un contadino in maniche di camicia che con una mano teneva afferrato per la nuca uno dei suoi alunni, e con l'altra lo picchiava furiosamente nel viso. L'istinto imperioso che l'aveva sempre gettato con un coraggio cieco contro i percotitori dei fanciulli, lo gettò contro quell'uomo. Si cacciò, gridando, fra lui e la vittima, fu percosso, afferrò la mano che percoteva, si sforzò di separarli; ma non riusciva che a inferocir di più quel furioso. Era il padre che aveva scoperta una birbonata del figliuolo mentre era a scuola, ed era venuto ad aspettarlo all'uscita perché non pigliasse pei campi.
- Me ne infischio del maestro! - urlava continuando a menar le mani; - ho diritto di castigare i miei figliuoli! Mi si levi d'attorno, giuraddio, o ne do anche a lei!
Gli alunni intanto avevan fatto cerchio, altra gente accorreva; il maestro riuscì a buttar via con uno spintone il ragazzo, che andò a dar la schiena nel muro, atterrito, filando sangue dal naso.
E allora abbrancò il padre per le spalle, dicendogli in viso, trafelato, con accento di preghiera: - Andiamo, via, si cheti, non faccia uno scandalo, vede che c'è gente, da bravo!
Il contadino, bestemmiando, smise di lottare, e riavute le braccia libere, raccolse il cappello e la giacchetta che gli eran caduti; poi cercò il figliuolo con gli occhi, ancora tutto fremente. Il maestro, angustiato dall'idea che potesse ricominciare a casa, seguitò a tentar di calmarlo, con la voce sempre ansante: - Andiamo, facciamola finita. Non si batte un ragazzo così. E inutile batter. Si fa peggio. Ora basta. Lei mi deve promettere che non ricomincerà più. Sono il suo maestro, in fin dei conti.
- M'ha fatto una birbonata! - esclamò il contadino, soffiando ancora, e minacciando il ragazzo col pugno.
- E lei l'ha castigato, - ribattè il maestro; - ma che sia finita. Io non le lascio il figliuolo se non mi dà la parola... Non posso lasciare ammazzar dalle busse uno dei miei migliori scolari. Che diavolo! Un ragazzo d'un talento... Non lo dico per metter bene, ma per coscienza... Insomma, se lo vuol sapere, - soggiunse a bassa voce, - conto su di lui per far buona figura agli esami, ecco.
Il contadino guardò il maestro in aria di dubbio; ma un poco d'effetto si vedeva che le blandizie l'avevan fatto. Stette un momento muto; poi, rivolto al ragazzo, gridò: - A casa! L'accento era brusco; ma il maestro capì che la causa era vinta. E l'accompagnò per un tratto di strada, ragionando, per assicurar la vittoria. (...)

 

Il segreto di Luca
Ignazio Silone 

(Mondadori)

(...) "Domani" disse don Serafino "è atteso qui Andrea Cipriani. Tu non puoi conoscerlo, ha meno di quarant'anni. Non so esattamente quali e quanti misfatti abbia perpretato in questi ultimi anni; ma so che si è formata attorno alla sua testa una aureola rossa di capo di bande rivoluzionarie. E' la prima volta che torna a Cisterna e, siccome nel frattempo la causa rivoluzionaria ha prevalso, egli non sarà arrestato ma portato in trionfo."
"Ho già sentito parlare di lui" disse Luca. "Non è il figlio di Carmine?"
"S', èil figlio del tuo amico Carmine" rispose il prete. "Te lo ricordi? Ma Carmine era un uomo d'ordine, mentre il figlio ha scelto la vita dura e, dati i tempi, ha trovato pane a iosa per i suoi denti"
(...) "Non capisco" disse Luca. "Stando qui a Cisterna, come fece Luca a scoprire la politica?"
"La politica, mio caro Luca, è ora come il colera" spiegò don Serafino. "Le vie di diffusione sono difficili a rintracciare. Andrea pareva un semplice maestro di scuola; a quel che si diceva, perfino un buon maestro, benché di carattere scontroso e difficile. Ma, a dire la verità, fin da ragazzo era apparso bizzarro. Sua madre venne da me varie volte a raccontarmi le stranezze di lui, a chiedermi consiglio. Fosse stata una fanciulla, l'avrei giudicata un'sterica. Nessuno, allora, prevedeva tuttavia quel seguito. Come accadde? In modo del tutto inaspettato. All'inizio di una delle guerricciole mosse dal passato governo contro dei popoli inermi (adesso non ricordo più se fosse il turno degli spagnoli o degli etiopi) Andrea dichiarò in piazza, in un crocchio di conoscenti: 'E' un'ignominia'. Lo scandalo non era nel senso delle sue parole, ma nell'averle pronunziate in pubblico. Avrebbe potuto smentirsi, riabilitarsi. Fece il contrario, come se avesse a lungo aspettato quell'occasione. Convocato nella sede del partito, egli vi ripeté la sua affermazione, anzi, pare che rincarasse la dose. Si capisce che fu più che sufficiente per il suo immediato imprigionamento e il resto..." (...)

Il triplice destino
Nathaniel Hawthorne

(...) Il più importante dei tre visitatori, il signor Hawkwood, era un anziano gentiluomo, molto pomposo ma di ottimo carattere,capo e promotore di tutte le iniziative del villaggio, e generalmente riconosciuto come uno dei più saggi. Portava sul capo un tricorno, secondo una moda già allora antiquata, e impugnava un bastone col pomello d'argento, che sembrava usare più per brandirlo in aria che per aiutare il cammino delle sue gambe. I suoi compagni erano due anziani e rispettabili proprietari terrieri, che in ossequio a una prerivoluzionaria deferenza al rango e ai privilegi ereditari, facevano da scorta al nobiluomo. Mentre si avvicinavano lungo il sentiero, Ralph Cranfield stava seduto su un'alta sedia di quercia, scrutando distrattamente i tre visitatori (...)
- I miei colleghi e io, esordì il nobiluomo, siamo oberati di gravi compiti essendo noi i consiglieri municipali di questo villaggio. Nell'arco dei tre giorni trascorsi, le nostre menti sono state faticosamente impegnate nella scelta di una persona degna di occupare una carica molto importante, e disposta ad assumersi un onere e un onore che, saggiamente considerati, possono essere giudicati non inferiori a quelli dei sovrani e dei potenti. E considerato che tu, nostro concittadino d'origine, sei dotato di buon intelletto naturale, coltivato nei tuoi viaggi all'estero, e che certe bizzarrie e fantasie della tua giovinezza sono state sicuramente corrette dal tempo, considerato tutto ciò, e dopo debita riflessione, siamo dell'opinione che la Provvidenza divina ti ha mandato qui, in questo momento, proprio per questo nostro scopo.Durante questo lungo discorso, Cranfield aveva continuato a guardare fissamente l'oratore, come scorgendo qualcosa di misterioso, quasi ultraterreno, nella sua piccola figura pomposa, come se indossasse la tunica di un antico saggio, anziché una giacca con le spalle squadrate, un panciotto coi risvolti, braghe di velluto e calze di seta.
(...)
- E qual è questa carica? - domandò allora Ralph Cranfield con voce tremante, - che può rendermi pari ai sovrani e ai potenti della terra?.
- Nientemeno che quella di maestro nella scuola del villaggio! - rispose il signor Hawkwood... (...)

 

Il tulipano nero

Alexandre Dumas padre

(...) - E a che servirebbero allora i piccioni viaggiatori? - diceva Cornelius alla ragazza. - Voi non potreste leggere ciò che vi scriverei, né scrivermi ciò che vorreste.
- Ebbene, - rispondeva Rosa, che temeva la separazione quanto Cornelius - abbiamo a disposizione un'ora ogni sera, facciamone buon uso.
- Mi sembra - osservò Cornelius - che noi ne facciamo già buon uso.
- Facciamone un uso ancora migliore - rispose Rosa sorridendo. -Insegnatemi a leggere e a scrivere. Trarrò profitto dalle vostre lezioni, siatene certo, e in tal modo non potremo più essere separati, tranne che dalla nostra volontà.
- Oh! allora, - gridò Cornelius - abbiamo l'eternità davanti a noi!
Rosa sorrise e alzò dolcemente le spalle.
- Forse che voi resterete sempre in prigione? - rispose. - Forse che dopo avervi concesso la vita, Sua Altezza non vi concederà anche la libertà? Non riavrete allora i vostri beni? Non sarete nuovamente ricco? E quando sarete libero e ricco, vi degnerete di guardare, passando in carrozza o a cavallo, la piccola Rosa, la figlia di un carceriere, quasi di un boia?
Cornelius volle protestare, con tutto il cuore e con tutta la sincerità di un'anima colma d'amore.
Ma la fanciulla lo interruppe.
- Come sta il vostro tulipano? - domandò sorridendo.
Parlandogli del tulipano, Rosa riusciva a far dimenticare a Cornelius ogni cosa, anche se stessa.
- Abbastanza bene - disse il giovane; - la pellicola si annerisce, il processo di fermentazione è incominciato, le vene del bulbo si riscaldano e s'ingrossano. Fra otto giorni, forse prima, si potranno distinguere le prime protuberanze della germinazione. E il vostro, Rosa?
- Oh, io ho fatto le cose in grande, seguendo le vostre indicazioni.
- Vediamo, Rosa, che cosa avete fatto - domandò Cornelius, con gli occhi ardenti e con il respiro ansimante come la sera in cui aveva conquistato Rosa.
- Ho fatto le cose in grande - rispose sorridendo la ragazza, che in fondo al suo cuore non poteva impedirsi di studiare questo duplice amore del prigioniero per lei e per il tulipano nero: - in un quadrato di terreno spoglio. lontano dagli alberi e dal muro, ho preparato un'aiuola di terra leggermente sabbiosa, più umida che secca, senza una pietra, senza un sassolino, come voi mi avete insegnato.
- Bene, bene, Rosa, e poi?
- Il terreno così preparato non attende che il vostro segnale.
- Nel primo giorno di bel tempo voi mi direte di piantare il mio bulbo e io lo pianterò; devo partire in ritardo rispetto a voi, perché ho dalla mia tutte le condizioni favorevoli dell'aria buona, del sole e dell'abbondanza dei succhi terrestri.
- E' vero, è vero! - esclamò Cornelius battendo gioiosamente le mani.
- Siete una brava allieva, Rosa, e guadagnerete certamente i centomila fiorini.
- Non dimenticate - rispose Rosa ridendo - che la vostra allieva, come vi piace chiamarmi, ha qualcos'altro da imparare, oltre alla coltivazione dei tulipani.
- Sì, sì, interessa anche a me come a voi che sappiate leggere.- Quando incominceremo?
- Subito.
- No, domani.
- Perché domani?
- Perché oggi la nostra ora è terminata e debbo lasciarvi.
- Di già! Ma che cosa leggeremo?
- Oh! - disse Rosa - ho un libro, un libro che spero ci porterà fortuna.
- A domani dunque?
- A domani.
L'indomani Rosa ritornò con la Bibbia di Cornelio de Witt. (...)
Ebbe inizio allora fra maestro e scolara una di quelle deliziose scene che formano la gioia di un romanziere.
Lo spioncino, unica apertura che servisse loro di comunicazione, era troppo alto per persone che s'erano accontentate fino allora di leggere l'una sul viso dell'altra tutto ciò che si dovevano dire e che non potevano leggere comodamente sul libro portato da Rosa. Perciò la fanciulla dovette appoggiarsi allo spioncino, con la testa inclinata e col libro all'altezza del lume che reggeva con la mano destra e che, per farla riposare un poco, Cornelius escogitò di fissare alla grata con un fazzoletto. Così Rosa fu in grado di seguire con un dito le lettere e le sillabe che Cornelius le faceva compitare, indicandogliele attraverso la grata con una festuca di paglia. La luce della lampada illuminava il colorito di Rosa, il suo occhio azzurro e profondo, le sue trecce bionde sotto al casco d'oro brunito che, come abbiamo detto, è l'acconciatura delle frisone; le sue dita alzate assumevano una tinta pallida e rosata, mostrando la vita misteriosa che circolava sotto la carne.
L'intelligenza di Rosa si sviluppava rapidamente a contatto con lo spirito vivificante di Cornelius, e quando la difficoltà appariva troppo ardua, quegli occhi che s'immergevano l'uno nell'altro, quelle ciglia che si sfioravano, quei capelli che s'annodavano, provocavano delle scintille elettriche capaci d'illuminare le tenebre dello stesso idiotismo.
E Rosa, scesa in camera sua, ripassava le lezioni di lettura e, in fondo all'anima, anche le inconfessate lezioni di amore. (...)