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Il grande Meaulnes
Alain Fournier
(Bompiani)
(...) Alle due del pomeriggio, l'indomani, l'aula del Corso Superiore
è chiara, in mezzo al paesaggio gelato, come una barca sull'oceano. Non
c'è odore di salamoia o di unto come su un battello da pesca, ma di
aringhe arrostite sulla stufa e di stoffa strinata perché qualcuno,
rientrando, s'è scaldato troppo da vicino.
La fine dell'anno è ormai vicina e sono stati distribuiti i quaderni
per i compiti. Mentre il signor Seurel scrive i problemi alla lavagna,
c'è un silenzio dubbio, incrinato da conversazioni a voce bassa, da
piccoli gridi soffocati, da frasi appena incominciate, tanto per
spaventare il compagno di banco: "Signor maestro! Lui mi..."
Il signor Seurel pensa ad altro, mentre copia i problemi. Di tanto in
tanto si volta a lanciare un'occhiata insieme severa e distratta. Allora
per un secondo quel tramestio sornione smette del tutto, per riprendere
subito, da principio basso basso, come un ronfo sordo.
Solo io sto zitto, in mezzo a tutta questa agitazione. Sono seduto
all'estremità di uno dei banchi del quartiere dei più giovani, vicino
alla vetrata, e mi basta alzarmi un poco per vedere il giardino, laggiù
il ruscello poi i campi.
Ogni tanto mi alzo in punta di piedi e guardo con ansia verso la
fattoria della Buona Stella. Fin dall'inizio della lezione mi sono
accorto che Meaulnes non è rientrato dopo la ricreazione di
mezzogiorno. Anche il suo compagno di banco deve essersene accorto,
però non ha detto ancora nulla, troppo occupato dal compito. Ma non
appena alzerà il capo, la notizia si spargerà per tutta l'aula e
qualcuno, come al solito, si metterà a gridare a voce alta le prime
parole della frase:
"Signor maestro! Meaulnes...
So che Meaulnes se ne è andato. Diciamo meglio: sospetto che abbia
tagliato la corda. Subito dopo il pranzo, deve aver saltato il muretto
per gettarsi attraverso i campi, passare il ruscello al vecchio
ponticello e arrivare alla Buona Stella. Avrà chiesto la cavalla per
andare a prendere i Charpentier. In questo momento è là che e fa
attaccare.
La Buona Stella, laggiù, dall'altra parte del ruscello, sul versante
della costa, è una grande fattoria nascosta d'estate dagli olmi e dalle
querce del cortile, dalle siepi verdi; dà su un sentiero che mette capo
da un lato alla strada per la stazione, dall'altro a un sobborgo del
paese. Dentro gli alti muri sorretti da contrafforti che sprofondano nel
letame, la grande fabbrica feudale in giugno scompare sotto il fogliame
e dalla scuola si ode soltanto, al tramonto, il rotolare dei carri e le
grida dei vaccari. Ma oggi vedo dalla
finestra, attraverso gli alberi spogli, il muro grigio del cortile, la
porta d'ingresso e quindi, fra tronconi di siepe, una striscia del
viottolo incanutito dal gelo che porta alla strada della stazione
seguendo il ruscello.
Nulla ancora si muove, in questo limpido paesaggio d'inverno; niente è
ancora cambiato.
Qui il signor Seurel ha finito di copiare il secondo problema. Di solito
ne assegna tre: se oggi, per combinazione, ne desse due solamente,
risalendo subito in cattedra si accorgerebbe dell'assenza di Meaulnes.
Allora manderebbe due ragazzi in paese a cercarlo, che lo scoverebbero
certo prima che la cavalla sia attaccata...
Il signor Seurel, dopo aver copiato il secondo problema, lascia cadere
il braccio affaticato. Poi, con mio gran sollievo va a capo e ricomincia
a scrivere dicendo: "Questo, poi, è un giochetto da
ragazzi..."
... Due sbarrette nere, che spuntavano dal muro della Buona Stella,
certo le due stanghe alzate di un carretto, sono scomparse. Sono sicuro
ora che laggiù si prepara la partenza di Meaulnes. Ecco la cavalla che
si affaccia con la testa e il pettorale fra i due pilastri
dell'ingresso, poi si ferma, mentre, senza dubbio, sistemano nella parte
posteriore del carretto un altro sedile per i viaggiatori che Meaulnes
dovrebbe riportare. Finalmente cavalla e carretto escono adagio dal
cortile, spariscono un momento dietro la siepe, ripassano con andatura
sempre lenta sul tratto di sentiero brinato che appare tra due mozziconi
della cinta. Riconosco nella figura nera che regge le briglie, un gomito
negligentemente appoggiato sulla banda del carro, come i contadini, il
mio compagno Agostino Meaulnes.
Un momento, e tutto sparisce dietro la siepe. Due uomini rimasti fermi
sul portone della Buona Stella per veder partire il carretto, ora si
consultano con crescente eccitazione: l'uno, facendo portavoce con le
mani, si decide a chiamare Meaulnes e poi a staccare qualche passo di
corsa sul sentiero, alla sua volta... Ma la carretta ha raggiunto la
strada della stazione, ormai dal sentiero non debbono più vederla, e
l'atteggiamento di Meaulnes cambia di colpo. Diritto come un auriga, un
piede puntato avanti, scuotendo le briglie a due mani lancia la bestia
al gran galoppo e dilegua di là dalla salita. Sul viottolo, l'uomo che
chiamava ha ripreso a correre; l'altro galoppa attraverso i campi, a
quanto pare verso casa nostra. Di li a qualche minuto, proprio mentre il
signor Seurel lascia la lavagna strofinandosi le mani per pulirle dal
gesso e tre voci all'unisono gridano dal fondo dell'aula "Signor
maestro! Il gran Meaulnes se ne è andato!" l'uomo dal camiciotto
turchino è alla porta, la spalanca e cavandosi il cappello domanda:
"Scusi, signore, lei ha autorizzato quell'allievo a chiedere la
carretta per andare a Vierzon a ricevere i suoi genitori? C'è venuto il
dubbio..."
"Assolutamente no," risponde il signor Seurel.
Di colpo, in aula, il pandemonio. I tre che stanno più vicini alla
porta e che di solito hanno il compito di scacciare a sassate le capre e
i porci che entrano in cortile, a brucare l'erba storna, sono schizzati
via. Al picchio brutale dei loro zoccoli ferrati sul pavimento dell'aula
tien dietro, fuori, un rumore soffocato di passi che macinano la sabbia
e slittano stridendo alla curva del cancelletto aperto sulla strada.
Tutti gli altri s'ammucchiano alle finestre: alcuni sono montati sui
banchi per vedere meglio.
Troppo tardi: il gran Meaulnes è scappato. "Andrai lo stesso alla
stazione con Moucheboeuf," mi dice il signor Seurel, "Meaulnes
non conosce la strada per Vierzon, si smarrirà agli incroci... (...)
Il giornalino di
Gian Burrasca
Vamba
(Giunti)
(...) 5 Novembre.
In questi giorni non ho avuto un minuto di tempo per scrivere nel mio
caro giornalino, e anche oggi ne ho pochissimo perché ho da fare le
lezioni. Proprio così. Si sono riaperte le scuole, e io ho messo
giudizio e voglio proprio studiare sul serio e "farmi onore",
come dice la mamma. Con tutto questo non posso esimermi di mettere qui,
nel giornalino delle mie memorie, il ritratto del professore di latino
che è così buffo, specialmente quando vuol fare il terribile e grida:
- Tutti zitti! Tutti fermi! E guai se vedo muovere un muscolo del
viso!...
Per questo noialtri, fin dai primi giorni gli s'è messo il soprannome
di "Muscolo" e ora non glielo leva più nessuno, campasse
mill'anni!
(...) 6 Dicembre.
Oggi è tornato il babbo, la mamma e l'Ada, tutti di cattivissimo umore.
(...) Io ieri avevo portato a scuola una boccettina d'inchiostro rosso
che avevo trovato sulla scrivania del babbo... e in questo mi pare non
ci sia nulla di male.
Io ho sempre detto che sono un gran disgraziato, e lo ripeto.
Infatti guardate: io porto a scuola una bottiglietta d'inchiostro rosso
proprio nel giorno in cui alla mamma del Nelli viene in mente di
mettergli quella po' po' di golettona inamidata; e lei mette al suo
figliuolo quella golettona proprio nel giorno in cui a me è venuto il
capriccio di portare a scuola una bottiglietta d'inchiostro rosso.
Basta. Non so come mi è venuta l'idea di utilizzare la goletta del
Nelli, la quale era così grande, così bianca, così luccicante... e
intinta la penna dalla parte del manico nell'inchiostro rosso piano
piano
perché il Nelli non sentisse, gli ho scritto sulla goletta questi
versi:
Tutti fermi! Tutti zitti
Che se vi vede Muscolo
Siete tutti fritti!
Poco dopo il professor Muscolo ha chiamato il Nelli alla lavagna, e
tutti leggendo su quella bella goletta bianca scritti questi tre versi
in un bel color rosso hanno dato in una grande risata. Da principio
Muscolo non capiva, e non capiva nulla neppure il Nelli, proprio come
l'altra volta quando gli messi la pece sotto i calzoni che gli rimasero
attaccati sulla panca. Ma poi il professore lesse i versi e diventò una
tigre. Andò subito dal Preside il quale, al solito, venne a fare
un'inchiesta. Io nel frattempo avevo fatto sparire la boccettina
dell'inchiostro rosso nascondendola sotto la base di legno del banco; ma
il Preside volle far la rivista delle cartelle di tutti noi che stavamo
di posto dietro al Nelli (cosa insopportabile perché l'andare a frugare
nella roba degli altri è proprio un modo di procedere degno della
Russia) e nella mia trovò la penna col cannello tinto di rosso.
- Lo sapevo che era stato lei! - mi disse il Preside - come fu lei a
metter la pece sotto i calzoni dello stesso Nelli... Va bene ! Tanto va
la gatta al lardo...
E per questa cosa mi ha fatto rapporto. (...)
Il ladro e il suo
maestro
Jacob e Wilhelm Grimm
C'era una volta un uomo che voleva far imparare un mestiere al
figlio; va in chiesa a domandare a Nostro Signore che cosa fosse meglio.
Dietro l'altare c'era il sagrestano che dice: "Il mestiere del
ladro! Il mestiere del ladro"! Allora egli va a casa e dice al
figlio che deve imparare a fare il ladro: "Glielo ha suggerito
Nostro Signore". E parte con lui per cercare qualcuno che conosca
il mestiere.
Cammina un'intera giornata e arriva in un gran bosco, dove c'è una
casina e dentro una vecchietta.
Dice il padre: "Non conoscete per caso qualcuno che sappia l'arte
del ladro"?. "Potete imparare benissimo qui, mio figlio ne è
maestro". Allora egli parla con il figlio e gli chiede se davvero
sa fare il ladro. Il maestro dice: "Istruirò vostro figlio.
Tornate fra un anno, e se lo riconoscerete non voglio nessun compenso,
ma se non lo riconoscerete, dovrete darmi duecento scudi".
Il padre torna a casa e il figlio impara bene l'arte degli stregoni e
dei ladri. Trascorso l'anno, il padre si incammina e piange, perché non
sa come fare a riconoscere il figlio. Mentre va e piange, gli viene
incontro un omino che dice: "Perché piangete, siete così
afflitto"?.
"Oh" risponde "un anno fa ho lasciato mio figlio da un
ladro perché ne imparasse il mestiere; questi mi ha detto di tornare
dopo un anno, e se non avessi riconosciuto mio figlio, avrei dovuto
dargli duecento scudi, mentre se lo avessi riconosciuto non avrei dovuto
dargli niente. Adesso ho tanta paura di non riconoscerlo e non so dove
trovare il denaro".
Allora l'omino gli dice di prendere un pezzetto di pane e di andare a
mettersi sotto il camino: "Là, sopra la spranga, c'è una
gabbietta con dentro un uccellino che guarda fuori: è vostro
figlio". Il padre va e getta un pezzo di pane davanti alla gabbia,
allora viene fuori l'uccellino e lo guarda. "Oh! Sei qui, figlio
mio"? dice il padre.
Il figlio è tutto contento di rivedere il padre, ma il maestro dice:
"Ve l'ha detto il diavolo, come riconoscere vostro figlio"!
"Andiamo, babbo"! dice il ragazzo. Il padre ritorna a casa con
suo figlio; per strada passa una carrozza e il figlio dice: "Mi
tramuterò in levriero grigio e vi farò guadagnare molto denaro".
Il signore grida dalla carrozza: "Buon uomo, volete forse vendere
il cane"?
"Sì" dice il padre.
"Quanto volete"?
"Trenta scudi".
"Ehi, buon uomo, è una bella somma, ma è un cane così bello che
lo prenderò ugualmente". Il signore fa salire il cane in carrozza
ma, dopo aver fatto un tratto di strada, il cane salta fuori dal
finestrino: non era più un levriero ed era tornato da suo padre. Se ne
vanno insieme a casa. Il giorno dopo c'è mercato nel villaggio vicino e
il giovane dice a suo padre: "Mi muterò in cavallo; vendetemi, ma
quando mi vendete toglietemi la cavezza, altrimenti non posso più
riprendere l'aspetto umano".
Il padre porta il cavallo al mercato, ed ecco arrivare il maestro del
figlio che compra il cavallo per cento scudi; ma il padre si scorda di
togliergli la cavezza. L'uomo va a casa con il cavallo e lo mette nella
stalla. Arriva la serva e il cavallo dice: "Toglimi la cavezza,
toglimi la cavezza"!.
La serva si ferma e borbotta: "Sai forse parlare"?.
Va e gli toglie la cavezza; allora il cavallo diventa un passero e vola
fuori dalla porta, e il maestro diventa anche lui un passero e gli vola
dietro. S'incontrano e si sfidano, ma il maestro perde, si butta in
acqua e diventa un pesce. Anche il giovane si tramuta in pesce, si
sfidano di nuovo e il maestro perde.
Si trasforma in pollo mentre il giovane diventa una volpe e con un morso
stacca la testa al maestro. Così quello è morto e morto rimane. (...)
Il libro delle
vergini
Gabriele D'Annunzio
Le vergini
(...) I discepoli tornarono: fu la prima volta una mattina del marzo
nascente. Giuliana s'era levata dal letto; stava seduta su la sponda,
col calore del sole alla nuca ed alli omeri. Nella stanza si sentiva
l'odore agro dell'aceto che Camilla aveva versato nei calamai muffiti; e
dalle finestre raramente il vento recava li effluvi delle viole già
fiorite su l'arco. Fu allora una irruzione d'infanzia nella stanza. Fu
prima sull'uscio un sospingersi tumultuoso di piccole teste che volevano
sollevarsi le une su le altre per vedere, poi una esitazione, una
timidità, una specie di meraviglia ingenua dinanzi alla maestra pallida
pallida e scarna che i discepoli riconoscevano a pena. Ma Giuliana
sorrideva, sotto un turbamento improvviso di tutto il suo sangue;
Giuliana li chiamava a sé, confondeva i loro nomi che le si affollavano
alle labbra e tendeva loro le mani. A uno, a due, a tre, i bimbi si
avanzavano, volevano prenderle le mani per metterci la bocca sopra,
ridicevano le parole di augurio imparate a casa, ingoiando per la furia
le sillabe.
- No, no, non più! - esclamava Giuliana, sopraffatta, ma abbandonando
le mani a quelle bocche tiepide e molli. Si sentiva quasi mancare.
- Camilla, tienili, tienili.
Ogni bimbo recava un dono: erano fiori, erano frutta.
Le violette avevano subito sparso il profumo nell'aria, e in quel
profumo, in quella luce tutte quelle faccie infantili invermigliate dal
buon sangue plebeo sorridevano.
Poi la scuola, nell'altra stanza, cominciò. La prima classe diceva a
voce alta le vocali e i dittonghi, la seconda sillabava; e su quel coro
chiarissimo a tratti si levava l'ammonimento di Camilla.
- La, le, li, lo, lu...
Nelli intervalli di silenzio, si udiva Matteo Puriello picchiare su le
suola o il telaio della Jece sbattere.
- Va, ve, vi, vo, vu...
Allora il fastidio oppresse Giuliana.
La monotonia de' rumori e delle voci le dava al capo una pesantezza
ingrata, le conciliava il sonno, mentre ella voleva essere desta, mentre
ella sentiva ancora intorno a sé la respirazione dei fanciulli, il
soffio giocondo di quelle vite.
- Bal, bel, bil, bol, bul...
Prese i fiori, li mise in un bicchiere pieno d'acqua per conservarli. Li
fiutò poi lungamente. Stette con le narici tra quel fresco, chiudendo
li occhi, raccogliendosi tutta in quel peccato d'olfatto.
- Gra, gre, gri, gro, gru...
Una gran nuvola bianca velò il sole. Giuliana si accostò alla
finestra, si sporse al davanzale per guardar giù nella piazza. Di
fronte, Donna Fermina Memma in una roba rosata stava su'l balcone tra i
vasi dei garofani; e un gruppo di uffiziali passava sotto a lei ridendo
e facendo un tintinnìo di sciabole su'l lastrico.
Più in là, nel giardino pubblico le piante di lilla erano su'l
fiorire, la punta del gigantesco pino si piegava al vento.
Dalla cantina di Lucitino usciva Verdura, l'eterno ubriaco, barcollando
e vociferando. Giuliana si ritrasse: era la prima volta, dopo tanto, che
si affacciava su la piazza. Le parve di essere in alto in alto,
guardando in giù; la prese una leggera vertigine. - Nar, ner, nir, nor,
nur...
Il coro dentro seguitava, ancora, ancora, ancora.
- Pla, ple, pli, plo, plu...
Giuliana si sentiva soffocare, venir meno, a quella tortura: i suoi
poveri nervi indeboliti cedevano. Il coro seguitava, al ritmo della
bacchetta di Camilla battuta su'l tavolino, implacabile.
- Ram, rem, rim, rom, rum...
- Sat, set, sit, sot, sut...
Allora un impeto subitaneo di singhiozzi squassò Giuliana, l'abbatté
su'l letto. Ella singhiozzava. così, bocconi, a braccia aperte,
premendo la faccia su i guanciali, senza potersi frenare.
- Tal, tel, til, tol, tul... (...)
Il maestro dei ragazzi
di Giovanni Verga
(...) La mattina, prima delle sette, si vedeva passare il maestro dei
ragazzi, mentre andava raccogliendo la scolaresca di casa in casa.(...)
Donna Mena, la merciaia, gli faceva trovare il suo Aloardo, già bell'e
ripulito, a furia di scapaccioni, e il maestro amorevole e paziente, si
trascinava via il monello, che strillava e tirava calci. Più tardi,
prima del desinare, tornava rimorchiando Aloardino tutto inzaccherato,
lo lasciava sull'uscio del negozio, e ripigliava per mano il bimbo con
cui era venuto la mattina. Così passava e ripassava quattro volte al
giorno, prima e dopo il mezzodì, sempre con un ragazzetto svogliato per
mano, gli altri sbandati dietro, d'ogni ceto, d'ogni colore, col
vestitino attillato alla moda, oppure strascicando delle scarpacce
sfondate; però tenendosi accosto, invariabilmente le scolare che
stavano più vicino di casa, sicché, ogni mamma poteva credere che il
suo figliuolo fosse il preferito. Le mamme lo conoscevano tutte; dacché
erano al mondo l'avevano visto passare mattina e sera, col cappelluccio
stinto sull'orecchio, le scarpe sempre lucide, i baffi come le scarpe,
il sorriso paziente e inalterabile nel viso disfatto di libro vecchio;
senza altro distacco che il vestito mangiato dal sole e dalla spazzola,
sulle spalle un po' curve.
(...)La scuola era un grande stanzone imbiancato a calce, chiuso in
fondo da un tramezzo che arrivava a metà dell'altezza, e al di sopra
lasciava un gran vano semicircolare e misterioso, il quale dava lume a
un bugigattolo che vi era dietro. Accanto all'uscio vedevasi il
tavolinetto del maestro, coperto da un tappetino ricamato a mano, e
sopra tanti altri lavori fatti di ritagli:
nettapenne, sottolume, e un mandarino di lana arancione, colle sue brave
foglioline verdi, causa d'infinite distrazioni agli scolari. L'altro
ornamento della scuola, sulla larga parete nuda dietro il tavolino, era
una cornicetta di carta traforata, opera industre della stessa mano, che
conteneva due piccole fotografie ingiallite, i ritratti del maestro e
sua sorella, somiglianti come due gocce d'acqua, malgrado i baffetti
incerati dell'uno, e la pettinatura grottesca dell'altra: gli stessi
pomelli scarni che sembravano sporgere fuori dalla cornice, la stessa
linea sottile delle labbra smunte, gli stessi occhi appannati, quasi
stanchi di guardare perennemente, dal fondo dell'orbita incavata, lo
sbaraglio delle seggiole scompagnate per la scuola; e tutt'in giro la
tristezza delle pareti bianche, macchiate in un canto dalla luce scialba
della finestra polverosa che dava nel cortiletto.
Di buon mattino, appena il falegname accanto principiava a martellare
udivasi bisbigliare due voci sonnolente nel bugigattolo oscuro, e poi si
illuminava il vano al di sopra del tramezzo. Allora, dietro la finestra
appannata, vedevasi salire la fiamma del focolare annidato sotto quattro
tegole sporgenti dal muro, e il fumo denso che stagnava nel cortiletto
cieco. In fondo allo stanzino la sorella del maestro intanto cominciava
a tossire, dall'alba.
Egli andava a prendere le scarpe appoggiate allo stipite dell'uscio,
l'una accanto all'altra, coi tacchi in alto, e si metteva a lustrarle
amorosamente,
mentre faceva bollire il caffè, ritto innanzi al fuoco, col bavero del
pastrano sino alle orecchie.
In seguito toglieva dal fuoco la caffettiera, sempre colla mano
sinistra, per pigliare colla destra la chicchera senza manico dell'asse
inchiodata accanto al fornello, la risciacquava nel catino fesso
incastrato fra due sassi accanto al pozzo, e portava finalmente il lume
nel bugigattolo, diviso in due da una vecchia tenda da finestra appesa a
una funicella. (...) |