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  Maestri/8

1910, Alaska

 

 

 

 

Il grande Meaulnes, Alain Fournier   

Il giornalino di Gian Burrasca, Vamba - Luigi Bertelli

Il ladro e il suo maestro, Grimm Jakob e Wilhelm

Il libro delle vergini, D'Annunzio Gabriele

Il maestro dei ragazzi, Verga Giovanni

 

Il grande Meaulnes
Alain Fournier 

(Bompiani)

(...) Alle due del pomeriggio, l'indomani, l'aula del Corso Superiore è chiara, in mezzo al paesaggio gelato, come una barca sull'oceano. Non c'è odore di salamoia o di unto come su un battello da pesca, ma di aringhe arrostite sulla stufa e di stoffa strinata perché qualcuno, rientrando, s'è scaldato troppo da vicino.
La fine dell'anno è ormai vicina e sono stati distribuiti i quaderni per i compiti. Mentre il signor Seurel scrive i problemi alla lavagna, c'è un silenzio dubbio, incrinato da conversazioni a voce bassa, da piccoli gridi soffocati, da frasi appena incominciate, tanto per spaventare il compagno di banco: "Signor maestro! Lui mi..."
Il signor Seurel pensa ad altro, mentre copia i problemi. Di tanto in tanto si volta a lanciare un'occhiata insieme severa e distratta. Allora per un secondo quel tramestio sornione smette del tutto, per riprendere subito, da principio basso basso, come un ronfo sordo.
Solo io sto zitto, in mezzo a tutta questa agitazione. Sono seduto all'estremità di uno dei banchi del quartiere dei più giovani, vicino alla vetrata, e mi basta alzarmi un poco per vedere il giardino, laggiù il ruscello poi i campi.
Ogni tanto mi alzo in punta di piedi e guardo con ansia verso la fattoria della Buona Stella. Fin dall'inizio della lezione mi sono accorto che Meaulnes non è rientrato dopo la ricreazione di mezzogiorno. Anche il suo compagno di banco deve essersene accorto, però non ha detto ancora nulla, troppo occupato dal compito. Ma non appena alzerà il capo, la notizia si spargerà per tutta l'aula e qualcuno, come al solito, si metterà a gridare a voce alta le prime parole della frase:
"Signor maestro! Meaulnes...
So che Meaulnes se ne è andato. Diciamo meglio: sospetto che abbia tagliato la corda. Subito dopo il pranzo, deve aver saltato il muretto per gettarsi attraverso i campi, passare il ruscello al vecchio ponticello e arrivare alla Buona Stella. Avrà chiesto la cavalla per andare a prendere i Charpentier. In questo momento è là che e fa attaccare.
La Buona Stella, laggiù, dall'altra parte del ruscello, sul versante della costa, è una grande fattoria nascosta d'estate dagli olmi e dalle querce del cortile, dalle siepi verdi; dà su un sentiero che mette capo da un lato alla strada per la stazione, dall'altro a un sobborgo del paese. Dentro gli alti muri sorretti da contrafforti che sprofondano nel letame, la grande fabbrica feudale in giugno scompare sotto il fogliame e dalla scuola si ode soltanto, al tramonto, il rotolare dei carri e le grida dei vaccari. Ma oggi vedo dalla
finestra, attraverso gli alberi spogli, il muro grigio del cortile, la porta d'ingresso e quindi, fra tronconi di siepe, una striscia del viottolo incanutito dal gelo che porta alla strada della stazione seguendo il ruscello.
Nulla ancora si muove, in questo limpido paesaggio d'inverno; niente è ancora cambiato.
Qui il signor Seurel ha finito di copiare il secondo problema. Di solito ne assegna tre: se oggi, per combinazione, ne desse due solamente, risalendo subito in cattedra si accorgerebbe dell'assenza di Meaulnes. Allora manderebbe due ragazzi in paese a cercarlo, che lo scoverebbero certo prima che la cavalla sia attaccata...
Il signor Seurel, dopo aver copiato il secondo problema, lascia cadere il braccio affaticato. Poi, con mio gran sollievo va a capo e ricomincia a scrivere dicendo: "Questo, poi, è un giochetto da ragazzi..."
... Due sbarrette nere, che spuntavano dal muro della Buona Stella, certo le due stanghe alzate di un carretto, sono scomparse. Sono sicuro ora che laggiù si prepara la partenza di Meaulnes. Ecco la cavalla che si affaccia con la testa e il pettorale fra i due pilastri dell'ingresso, poi si ferma, mentre, senza dubbio, sistemano nella parte posteriore del carretto un altro sedile per i viaggiatori che Meaulnes dovrebbe riportare. Finalmente cavalla e carretto escono adagio dal cortile, spariscono un momento dietro la siepe, ripassano con andatura sempre lenta sul tratto di sentiero brinato che appare tra due mozziconi della cinta. Riconosco nella figura nera che regge le briglie, un gomito negligentemente appoggiato sulla banda del carro, come i contadini, il mio compagno Agostino Meaulnes.
Un momento, e tutto sparisce dietro la siepe. Due uomini rimasti fermi sul portone della Buona Stella per veder partire il carretto, ora si consultano con crescente eccitazione: l'uno, facendo portavoce con le mani, si decide a chiamare Meaulnes e poi a staccare qualche passo di corsa sul sentiero, alla sua volta... Ma la carretta ha raggiunto la strada della stazione, ormai dal sentiero non debbono più vederla, e l'atteggiamento di Meaulnes cambia di colpo. Diritto come un auriga, un piede puntato avanti, scuotendo le briglie a due mani lancia la bestia al gran galoppo e dilegua di là dalla salita. Sul viottolo, l'uomo che chiamava ha ripreso a correre; l'altro galoppa attraverso i campi, a quanto pare verso casa nostra. Di li a qualche minuto, proprio mentre il signor Seurel lascia la lavagna strofinandosi le mani per pulirle dal gesso e tre voci all'unisono gridano dal fondo dell'aula "Signor maestro! Il gran Meaulnes se ne è andato!" l'uomo dal camiciotto turchino è alla porta, la spalanca e cavandosi il cappello domanda: "Scusi, signore, lei ha autorizzato quell'allievo a chiedere la carretta per andare a Vierzon a ricevere i suoi genitori? C'è venuto il dubbio..."
"Assolutamente no," risponde il signor Seurel.
Di colpo, in aula, il pandemonio. I tre che stanno più vicini alla porta e che di solito hanno il compito di scacciare a sassate le capre e i porci che entrano in cortile, a brucare l'erba storna, sono schizzati via. Al picchio brutale dei loro zoccoli ferrati sul pavimento dell'aula tien dietro, fuori, un rumore soffocato di passi che macinano la sabbia e slittano stridendo alla curva del cancelletto aperto sulla strada. Tutti gli altri s'ammucchiano alle finestre: alcuni sono montati sui banchi per vedere meglio.
Troppo tardi: il gran Meaulnes è scappato. "Andrai lo stesso alla stazione con Moucheboeuf," mi dice il signor Seurel, "Meaulnes non conosce la strada per Vierzon, si smarrirà agli incroci... (...)

 

Il giornalino di Gian Burrasca
Vamba 

(Giunti)

(...) 5 Novembre.
In questi giorni non ho avuto un minuto di tempo per scrivere nel mio caro giornalino, e anche oggi ne ho pochissimo perché ho da fare le lezioni. Proprio così. Si sono riaperte le scuole, e io ho messo giudizio e voglio proprio studiare sul serio e "farmi onore", come dice la mamma. Con tutto questo non posso esimermi di mettere qui, nel giornalino delle mie memorie, il ritratto del professore di latino che è così buffo, specialmente quando vuol fare il terribile e grida:
- Tutti zitti! Tutti fermi! E guai se vedo muovere un muscolo del viso!...
Per questo noialtri, fin dai primi giorni gli s'è messo il soprannome di "Muscolo" e ora non glielo leva più nessuno, campasse mill'anni!

(...) 6 Dicembre.
Oggi è tornato il babbo, la mamma e l'Ada, tutti di cattivissimo umore. (...) Io ieri avevo portato a scuola una boccettina d'inchiostro rosso che avevo trovato sulla scrivania del babbo... e in questo mi pare non ci sia nulla di male.
Io ho sempre detto che sono un gran disgraziato, e lo ripeto.
Infatti guardate: io porto a scuola una bottiglietta d'inchiostro rosso proprio nel giorno in cui alla mamma del Nelli viene in mente di mettergli quella po' po' di golettona inamidata; e lei mette al suo figliuolo quella golettona proprio nel giorno in cui a me è venuto il capriccio di portare a scuola una bottiglietta d'inchiostro rosso. Basta. Non so come mi è venuta l'idea di utilizzare la goletta del Nelli, la quale era così grande, così bianca, così luccicante... e intinta la penna dalla parte del manico nell'inchiostro rosso piano piano
perché il Nelli non sentisse, gli ho scritto sulla goletta questi versi:

Tutti fermi! Tutti zitti
Che se vi vede Muscolo
Siete tutti fritti!

Poco dopo il professor Muscolo ha chiamato il Nelli alla lavagna, e tutti leggendo su quella bella goletta bianca scritti questi tre versi in un bel color rosso hanno dato in una grande risata. Da principio Muscolo non capiva, e non capiva nulla neppure il Nelli, proprio come l'altra volta quando gli messi la pece sotto i calzoni che gli rimasero attaccati sulla panca. Ma poi il professore lesse i versi e diventò una tigre. Andò subito dal Preside il quale, al solito, venne a fare un'inchiesta. Io nel frattempo avevo fatto sparire la boccettina dell'inchiostro rosso nascondendola sotto la base di legno del banco; ma il Preside volle far la rivista delle cartelle di tutti noi che stavamo di posto dietro al Nelli (cosa insopportabile perché l'andare a frugare nella roba degli altri è proprio un modo di procedere degno della Russia) e nella mia trovò la penna col cannello tinto di rosso.
- Lo sapevo che era stato lei! - mi disse il Preside - come fu lei a metter la pece sotto i calzoni dello stesso Nelli... Va bene ! Tanto va la gatta al lardo...
E per questa cosa mi ha fatto rapporto. (...)

Il ladro e il suo maestro
Jacob e Wilhelm Grimm

C'era una volta un uomo che voleva far imparare un mestiere al figlio; va in chiesa a domandare a Nostro Signore che cosa fosse meglio. Dietro l'altare c'era il sagrestano che dice: "Il mestiere del ladro! Il mestiere del ladro"! Allora egli va a casa e dice al figlio che deve imparare a fare il ladro: "Glielo ha suggerito Nostro Signore". E parte con lui per cercare qualcuno che conosca il mestiere.
Cammina un'intera giornata e arriva in un gran bosco, dove c'è una casina e dentro una vecchietta.
Dice il padre: "Non conoscete per caso qualcuno che sappia l'arte del ladro"?. "Potete imparare benissimo qui, mio figlio ne è maestro". Allora egli parla con il figlio e gli chiede se davvero sa fare il ladro. Il maestro dice: "Istruirò vostro figlio. Tornate fra un anno, e se lo riconoscerete non voglio nessun compenso, ma se non lo riconoscerete, dovrete darmi duecento scudi".
Il padre torna a casa e il figlio impara bene l'arte degli stregoni e dei ladri. Trascorso l'anno, il padre si incammina e piange, perché non sa come fare a riconoscere il figlio. Mentre va e piange, gli viene incontro un omino che dice: "Perché piangete, siete così afflitto"?.
"Oh" risponde "un anno fa ho lasciato mio figlio da un ladro perché ne imparasse il mestiere; questi mi ha detto di tornare dopo un anno, e se non avessi riconosciuto mio figlio, avrei dovuto dargli duecento scudi, mentre se lo avessi riconosciuto non avrei dovuto dargli niente. Adesso ho tanta paura di non riconoscerlo e non so dove trovare il denaro".
Allora l'omino gli dice di prendere un pezzetto di pane e di andare a mettersi sotto il camino: "Là, sopra la spranga, c'è una gabbietta con dentro un uccellino che guarda fuori: è vostro figlio". Il padre va e getta un pezzo di pane davanti alla gabbia, allora viene fuori l'uccellino e lo guarda. "Oh! Sei qui, figlio mio"? dice il padre.
Il figlio è tutto contento di rivedere il padre, ma il maestro dice:
"Ve l'ha detto il diavolo, come riconoscere vostro figlio"!
"Andiamo, babbo"! dice il ragazzo. Il padre ritorna a casa con suo figlio; per strada passa una carrozza e il figlio dice: "Mi tramuterò in levriero grigio e vi farò guadagnare molto denaro".
Il signore grida dalla carrozza: "Buon uomo, volete forse vendere il cane"?
"Sì" dice il padre.
"Quanto volete"?
"Trenta scudi".
"Ehi, buon uomo, è una bella somma, ma è un cane così bello che lo prenderò ugualmente". Il signore fa salire il cane in carrozza ma, dopo aver fatto un tratto di strada, il cane salta fuori dal finestrino: non era più un levriero ed era tornato da suo padre. Se ne vanno insieme a casa. Il giorno dopo c'è mercato nel villaggio vicino e il giovane dice a suo padre: "Mi muterò in cavallo; vendetemi, ma quando mi vendete toglietemi la cavezza, altrimenti non posso più riprendere l'aspetto umano".
Il padre porta il cavallo al mercato, ed ecco arrivare il maestro del figlio che compra il cavallo per cento scudi; ma il padre si scorda di togliergli la cavezza. L'uomo va a casa con il cavallo e lo mette nella stalla. Arriva la serva e il cavallo dice: "Toglimi la cavezza, toglimi la cavezza"!.
La serva si ferma e borbotta: "Sai forse parlare"?.
Va e gli toglie la cavezza; allora il cavallo diventa un passero e vola fuori dalla porta, e il maestro diventa anche lui un passero e gli vola dietro. S'incontrano e si sfidano, ma il maestro perde, si butta in acqua e diventa un pesce. Anche il giovane si tramuta in pesce, si sfidano di nuovo e il maestro perde.
Si trasforma in pollo mentre il giovane diventa una volpe e con un morso stacca la testa al maestro. Così quello è morto e morto rimane. (...)

Il libro delle vergini
Gabriele D'Annunzio

Le vergini
(...) I discepoli tornarono: fu la prima volta una mattina del marzo nascente. Giuliana s'era levata dal letto; stava seduta su la sponda, col calore del sole alla nuca ed alli omeri. Nella stanza si sentiva l'odore agro dell'aceto che Camilla aveva versato nei calamai muffiti; e dalle finestre raramente il vento recava li effluvi delle viole già fiorite su l'arco. Fu allora una irruzione d'infanzia nella stanza. Fu prima sull'uscio un sospingersi tumultuoso di piccole teste che volevano sollevarsi le une su le altre per vedere, poi una esitazione, una timidità, una specie di meraviglia ingenua dinanzi alla maestra pallida pallida e scarna che i discepoli riconoscevano a pena. Ma Giuliana sorrideva, sotto un turbamento improvviso di tutto il suo sangue; Giuliana li chiamava a sé, confondeva i loro nomi che le si affollavano alle labbra e tendeva loro le mani. A uno, a due, a tre, i bimbi si avanzavano, volevano prenderle le mani per metterci la bocca sopra, ridicevano le parole di augurio imparate a casa, ingoiando per la furia le sillabe.
- No, no, non più! - esclamava Giuliana, sopraffatta, ma abbandonando le mani a quelle bocche tiepide e molli. Si sentiva quasi mancare.
- Camilla, tienili, tienili.
Ogni bimbo recava un dono: erano fiori, erano frutta.
Le violette avevano subito sparso il profumo nell'aria, e in quel profumo, in quella luce tutte quelle faccie infantili invermigliate dal buon sangue plebeo sorridevano.
Poi la scuola, nell'altra stanza, cominciò. La prima classe diceva a voce alta le vocali e i dittonghi, la seconda sillabava; e su quel coro chiarissimo a tratti si levava l'ammonimento di Camilla.
- La, le, li, lo, lu...
Nelli intervalli di silenzio, si udiva Matteo Puriello picchiare su le suola o il telaio della Jece sbattere.
- Va, ve, vi, vo, vu...
Allora il fastidio oppresse Giuliana.
La monotonia de' rumori e delle voci le dava al capo una pesantezza ingrata, le conciliava il sonno, mentre ella voleva essere desta, mentre ella sentiva ancora intorno a sé la respirazione dei fanciulli, il soffio giocondo di quelle vite.
- Bal, bel, bil, bol, bul...
Prese i fiori, li mise in un bicchiere pieno d'acqua per conservarli. Li fiutò poi lungamente. Stette con le narici tra quel fresco, chiudendo li occhi, raccogliendosi tutta in quel peccato d'olfatto.
- Gra, gre, gri, gro, gru...
Una gran nuvola bianca velò il sole. Giuliana si accostò alla finestra, si sporse al davanzale per guardar giù nella piazza. Di fronte, Donna Fermina Memma in una roba rosata stava su'l balcone tra i vasi dei garofani; e un gruppo di uffiziali passava sotto a lei ridendo e facendo un tintinnìo di sciabole su'l lastrico.
Più in là, nel giardino pubblico le piante di lilla erano su'l fiorire, la punta del gigantesco pino si piegava al vento.
Dalla cantina di Lucitino usciva Verdura, l'eterno ubriaco, barcollando e vociferando. Giuliana si ritrasse: era la prima volta, dopo tanto, che si affacciava su la piazza. Le parve di essere in alto in alto, guardando in giù; la prese una leggera vertigine. - Nar, ner, nir, nor, nur...
Il coro dentro seguitava, ancora, ancora, ancora.
- Pla, ple, pli, plo, plu...
Giuliana si sentiva soffocare, venir meno, a quella tortura: i suoi poveri nervi indeboliti cedevano. Il coro seguitava, al ritmo della bacchetta di Camilla battuta su'l tavolino, implacabile.
- Ram, rem, rim, rom, rum...
- Sat, set, sit, sot, sut...
Allora un impeto subitaneo di singhiozzi squassò Giuliana, l'abbatté su'l letto. Ella singhiozzava. così, bocconi, a braccia aperte, premendo la faccia su i guanciali, senza potersi frenare.
- Tal, tel, til, tol, tul... (...)

Il maestro dei ragazzi
di Giovanni Verga

(...) La mattina, prima delle sette, si vedeva passare il maestro dei ragazzi, mentre andava raccogliendo la scolaresca di casa in casa.(...) Donna Mena, la merciaia, gli faceva trovare il suo Aloardo, già bell'e ripulito, a furia di scapaccioni, e il maestro amorevole e paziente, si trascinava via il monello, che strillava e tirava calci. Più tardi, prima del desinare, tornava rimorchiando Aloardino tutto inzaccherato, lo lasciava sull'uscio del negozio, e ripigliava per mano il bimbo con cui era venuto la mattina. Così passava e ripassava quattro volte al giorno, prima e dopo il mezzodì, sempre con un ragazzetto svogliato per mano, gli altri sbandati dietro, d'ogni ceto, d'ogni colore, col vestitino attillato alla moda, oppure strascicando delle scarpacce sfondate; però tenendosi accosto, invariabilmente le scolare che stavano più vicino di casa, sicché, ogni mamma poteva credere che il suo figliuolo fosse il preferito. Le mamme lo conoscevano tutte; dacché erano al mondo l'avevano visto passare mattina e sera, col cappelluccio stinto sull'orecchio, le scarpe sempre lucide, i baffi come le scarpe, il sorriso paziente e inalterabile nel viso disfatto di libro vecchio; senza altro distacco che il vestito mangiato dal sole e dalla spazzola, sulle spalle un po' curve.
(...)La scuola era un grande stanzone imbiancato a calce, chiuso in fondo da un tramezzo che arrivava a metà dell'altezza, e al di sopra lasciava un gran vano semicircolare e misterioso, il quale dava lume a un bugigattolo che vi era dietro. Accanto all'uscio vedevasi il tavolinetto del maestro, coperto da un tappetino ricamato a mano, e sopra tanti altri lavori fatti di ritagli:
nettapenne, sottolume, e un mandarino di lana arancione, colle sue brave foglioline verdi, causa d'infinite distrazioni agli scolari. L'altro ornamento della scuola, sulla larga parete nuda dietro il tavolino, era una cornicetta di carta traforata, opera industre della stessa mano, che conteneva due piccole fotografie ingiallite, i ritratti del maestro e sua sorella, somiglianti come due gocce d'acqua, malgrado i baffetti incerati dell'uno, e la pettinatura grottesca dell'altra: gli stessi pomelli scarni che sembravano sporgere fuori dalla cornice, la stessa linea sottile delle labbra smunte, gli stessi occhi appannati, quasi stanchi di guardare perennemente, dal fondo dell'orbita incavata, lo sbaraglio delle seggiole scompagnate per la scuola; e tutt'in giro la tristezza delle pareti bianche, macchiate in un canto dalla luce scialba della finestra polverosa che dava nel cortiletto.
Di buon mattino, appena il falegname accanto principiava a martellare udivasi bisbigliare due voci sonnolente nel bugigattolo oscuro, e poi si illuminava il vano al di sopra del tramezzo. Allora, dietro la finestra appannata, vedevasi salire la fiamma del focolare annidato sotto quattro tegole sporgenti dal muro, e il fumo denso che stagnava nel cortiletto cieco. In fondo allo stanzino la sorella del maestro intanto cominciava a tossire, dall'alba.
Egli andava a prendere le scarpe appoggiate allo stipite dell'uscio,
l'una accanto all'altra, coi tacchi in alto, e si metteva a lustrarle amorosamente,
mentre faceva bollire il caffè, ritto innanzi al fuoco, col bavero del pastrano sino alle orecchie.
In seguito toglieva dal fuoco la caffettiera, sempre colla mano sinistra, per pigliare colla destra la chicchera senza manico dell'asse inchiodata accanto al fornello, la risciacquava nel catino fesso incastrato fra due sassi accanto al pozzo, e portava finalmente il lume nel bugigattolo, diviso in due da una vecchia tenda da finestra appesa a una funicella. (...)