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  Maestri/6

1890, Stati Uniti

I miserabili, Hugo Victor   

I ragazzi della via Paal, Molnar Ferenc

I viaggi di Gulliver, Swift Jonathan

Il buio oltre la siepe, Lee Harper

Il circolo Pickwick, Dickens Charles

 

I miserabili
Victor Hugo

(...)
Nei villaggi dove non c'erano maestri di scuola citava ancora quelli di Queyras: - Sapete come fanno? - diceva. - Poiché un paesotto di 12 o 15 famiglie non può sempre dar da vivere a un maestro, hanno dei maestri stipendiati da tutta la valle, i quali percorrono i villaggi e insegnano stando otto giorni qui, dieci giorni là. Questi maestri vanno alle fiere, dove io li ho visti. Si riconoscono dalle penne che portano infilate nel nastro del cappello. Quelli che insegnano soltanto a leggere hanno una penna, quelli che insegnano a leggere e a fare i conti ne hanno due, quelli che insegnano a leggere a fare i conti e il latino hanno tre penne. Questi ultimi sono considerati dei grandi scienziati. Ma che vergogna essere ignoranti!
Fate come la gente di Queyras. (...)

 

I ragazzi della via Paal
Ferenc Molnar

(...) Prima ancora che il professor Racz fosse uscito dall'aula, Boka mostrò ai ragazzi di via Paal due dita, per indicare che l'assemblea avrebbe avuto luogo alle due. Quelli che non appartenevano alla compagnia li invidiarono vedendoli tutti sull'attenti salutare militarmente. Erano già in procinto di uscire quando accadde un fatto inaspettato.
Il professore Racz si fermò ai piedi della cattedra e disse: - Aspettate.
Un gran silenzio seguì questa parola. Il professore si tolse di tasca un foglietto, e dopo aver messo gli occhiali cominciò a leggere i nomi che vi stavano scritti: - Weisz!
- Presente! - rispose l'interpellato.
Il professore continuò: - Richter! Csele! Kolnay; Barabas! Leszik! Nemecsek! Leszik! Nemecsek!
Il professore Racz rimise in tasca il foglietto e disse: - Voi non andrete a casa, ma verrete con me nella sala dei professori. Devo parlarvi.

(...) Il professor Racz comincò a parlare:
- Si tratta di un'associazione che voi avete formato: l'associazione dello stucco. Chi m'ha dato questa notizia m'ha anche consegnato l'elenco dei membri dell'associazione. I membri dell'associazione siete voi, nevvero? Nessuna risposta. Tutti tenevano la testa china sul petto, il che provava che l'accusa era vera. Il professore continuò: - Andiamo per ordine. Anzitutto voglio sapere chi ha avuto il coraggio di fondare un'associazione dal momento che io l'ho proibito nel modo più assoluto. Grave silenzio. Infine una debole voce disse: - Weisz.
Il professor Racz guardò severamente il ragazzo: - Weisz! Non sei capace di dirlo tu?
La risposta suonò tutta modesta: - Sì, sono capace.
- Allora, perché non l'hai detto subito?
A questa domanda il povero Weisz non rispose più.
Il professor Racz accese un sigaro e, dopo aver soffiato il fumo azzurrognolo nell'aria, cominciò a far domande: - Andiamo per ordine - disse. - Prima di tutto voglio sapere che cosa è lo stucco.
Invece di rispondere, Weisz si tolse di tasca un grosso pezzo di stucco e lo posò sul tavolo. Lo guardò in silenzio per qualche minuto e poi, con voce appena percettibile, dichiarò: - Ecco, questo è lo stucco.
- E che cosé lo stucco?
- E una pasta con la quale il vetraio fissa il vetro nella cornice di legno. Il vetraio lo mette sulle finestre; e noi lo si toglie con le unghie.
- E questo l'hai levato tu dalle finestre?
- No, questo è lo stucco dell'associazione.
Il professore spalancò gli occhi per la meraviglia.
- Ma che cosa significa?
Weisz, che si sentiva un po' più coraggioso, diede le spiegazioni richieste: - Questo stucco è stato tolto dalle finestre dei membri dell'associazione, e poi la commissione l'ha affidato a me perché lo conservassi. Prima lo custodiva Kolnay perché era lui il presidente, ma lo faceva sempre seccare perché non lo masticava mai.
- Come? Bisogna anche masticarlo?
- Certo, altrimenti diventa duro e non si può più schiacciarlo bene. Io invece lo mastico tutti i giorni.
- Ma perché proprio tu?
- Perché nel regolamento dell'associazione sta scritto che il presidente è obbligato a masticare lo stucco almeno una volta al giorno perché non diventi duro...

(...) Il professore si alzò, e camminando avanti e indietro per la sala, scosse il capo disapprovando.
- Una bella associazione, questo è sicuro! - disse. - Chi era il presidente?
A questa domanda Weisz dimenticò il suo gran dolore e, smettendo di piangere, rispose con orgoglio: - Io.
- E il cassiere?
- Kolnay.
- Dammi i denari che ti sono rimasti.
- Eccoli.
Così dicendo Kolnay si mise le mani nelle tasche, che erano sullo stesso tipo di quelle di Csonakos. Cominciò a frugarvi e rovesciò il contenuto sul tavolo. Anzitutto posò sul panno verde un fiorino e quarantadue soldi, due marche da bollo, otto pennini nuovi e una pallina di vetro colorato. Il professore guardò il denaro e domandò severamente:
- Dove l'avete preso?
- E' quello dei canoni. Ogni membro è obbligato al canone di un soldo per settimana.
- E a che cosa serviva questo denaro?
- Per pagare i canoni. Del resto Weisz non ha accettato neppure lo stipendio di presidente.
- Di quanto era lo stipendio?
- Di cinque soldi per settimana. I francobolli li ho portati io, la cartolina Barabas, le marche da bollo Richter. Le ha...
I1 professore lo interruppe: - Rubate. Dì pure così, Richter. Rubate.
Dichter abbassò gli occhi. - Le hai rubate?
I1 ragazzo approvò col capo. - Che cosa fa tuo padre?
- L'avvocato. Ma poi l'associazione m'ha fatto rendere le marche da bollo.
- Come? Non capisco.
- Perché io ho rubato a papà le due marche da bollo, ma poi ho avuto paura. Allora l'associazione mi ha dato una corona per comprare le due marche da bollo e rimetterle sulla scrivania di papà. Ma papà, proprio nel momento in cui stavo per rimetterle a posto, m'ha sorpreso e m'ha dato due scoppole...
Il professore Racz chiese:
- Ma perché avete comprato delle nuove marche da bollo? Avreste potuto rendere quelle che avevate.
- Non era possibile - intervenne Kolnay - perché a tergo c'era già il timbro dell'associazione.
- C'é anche un timbro? Dov'è?
- La guardia del timbro è Barabas. (...)
- Signor professore - disse Barabas. - Ho giurato di custodire il timbro e di difenderlo anche con la vita.
Il professore si mise in tasca l'oggetto.
- Silenzio! - disse.
Ma Barabas non seppe frenarsi:- Allora -disse con tono risentito - allora, signor professore, anche a Csele prenda la bandiera.
- C'é anche una bandiera? Dammela! - disse il professore volgendosi a Csele. Il ragazzo si tolse di tasca una minuscola bandiera che aveva per asta un sottile filo di ferro.
L'aveva fatta sua sorella, che era molto abile nei lavori femminili. La bandiera era bianca, rossa e verde, e portava una scritta: "Associazione dello stucco. Budapest. Giuriamo di non esere più schiavi".
- Humm! - disse il professore. - Chi è la persona coltissima che ha scritto "essere" con una esse sola?
Nessuno rispose. Il professore chiese di nuovo:
- Chi ha scritto questo?
A Csele venne un'idea straordinaria. Pensò che per non far succedere altri guai, benché l'esere l'avesse scritto Barabas, era bene che il professore non lo sapesse. Perciò rispose con umiltà: - Mia sorella.
E ingoiò con uno sforzo. Non era una bella azione, ma almeno aveva salvato un compagno...
Il professore non rispose e i ragazzi ne approfittarono per cominciare a parlare senza essere interrogati: - Signor professore, non è bene che Barabas abbia tradito la bandiera - disse Kolnay tutto furioso.
Barabas cercò di difendersi. - Ha sempre da dire qualcosa contro di me. Se il timbro è stato preso, vuol dire che l'associazione ha già finito di esistere.
- Silenzio! -intimò il professor Racz ai due litiganti. - L'associazione è sciolta e non voglio più sentirne parlare. E vi auguro che io non m'accorga di cose del genere per l'avvenire. In condotta avrete tutti otto. Anzi Weisz avrà sei perché era il presidente!
- Signor professore, - osò far notare Weisz - proprio oggi scadeva la mia nomina. Oggi doveva aver luogo l'assemblea nella quale sarebbe stata decisa l'elezione di un nuovo presidente.
- E' il nuovo presidente sarebbe stato di nuovo Kolnay - disse Barabas tutto soddisfatto.
- Questo non m'interessa - disse i] professore. - Domani resterete qui fino alle due. Vi dirò io di che cosa dovrete occuparvi. Potete andare.
- Buongiorno, signor professore - dissero in coro. In quel momento di confusione Weisz allungò la mano per riprendere lo stucco.
Ma il professore lo redarguì. - E che non senta mai più parlare di associazioni! (...)

 

I viaggi di Gulliver
di Jonathan Swift

(...) Ci sono scuole di vario genere, adatte alle diverse condizioni dei due sessi, con insegnanti che addestrano i ragazzi a quel tipo di vita che si confà ai loro genitori, sviluppando nel contempo le loro capacità di inclinazioni. Darò prima qualche notizia degli asili per maschi e quindi di quelli per femmine. Quelli per maschi di famiglie nobili o elevate sono dotati di maestri saggi e severi affiancati da uno stuolo di assistenti. Cibo e vestiario sono semplici e privi di ricercatezza. Gli allievi vengono allevati nel rispetto dei principi dell'onore, della giustizia, del coraggio, della modestia, della clemenza, della religione e dell'amore per la propria terra; inoltre si affida loro qualche cosa da fare in ogni ora del giorno, ad eccezione di quando mangiano e dormono. Fino all'età di quattro anni ci sono degli uomini a vestirli, dopo di che, malgrado la loro elevata condizione sociale, devono farlo da soli; le donne che svolgono il loro servizio nelle scuole, tutte sui cinquant'anni, compiono soltanto i servizi più umili. Ai bambini non è concesso di conversare con la servitù e si divertono in gruppi più o meno numerosi, sempre sotto gli occhi di un maestro o del suo assistente. In questo modo si impedisce che ricevano le deleterie influenze del vizio e della follia, alle quali sono sottoposti i nostri bambini. I genitori possono far visita ai figli solo due volte all'anno e per non più di un'ora; è loro concesso di baciarli solo all'arrivo e alla partenza, mentre il maestro, presenta questi incontri, impedirà loro di parlare sottovoce al bambino, di usare vezzeggiativi nei suoi confronti, di portargli regali, giocattoli, dolciumi e roba simile. La retta per il mantenimento dell'educazione dei figli è a carico dei genitori e, se non viene pagata, se ne delega la riscossione agli esattori imperiali.
Gli asili per i figli della classe media, di mercanti, commercianti e artigiani sono organizzati, in proporzione, secondo lo stesso schema; i ragazzi avviati a qualche mestiere, vanno a fare gli apprendisti all'età di sette anni, mentre i figli dei notabili continuano a studiare fino ai quindici anni, età che corrisponde a ventuno da noi, ma la vita di collegio si fa meno rigida durante gli ultimi tre anni.
Negli asili femminili le bambine di nobile famiglia vengono educate come i maschi, con la sola differenza che vengono vestite da inservienti del loro sesso, sempre al cospetto del maestro e del suo assistente, finché non siano in grado di farlo da sole all'età di cinque anni. Se qualcuna di queste inservienti cede alla tentazione di raccontare alle bambine storie paurose o fiabesche, oppure certi pettegolezzi con le cameriere comunemente divulgano, vengono frustate in pubblico per tre volte, imprigionate per un anno e confinate vita natural durante nelle più squallide contrade del paese. In questo modo si insegna alle fanciulle, come ai maschi, a disprezzare la codardia e la frivolezza e a non curarsi degli ornamenti della persona che non rientrino nella normale decenza e pulizia.
Non ho notato nessuna differenza nell'educazione dei due sessi, ad esclusione degli esercizi fisici che, per le ragazze, sono meno pesanti di alcune nozioni di economia domestica impartite loro; riducendo sensibilmente la cultura generale la loro massima è infatti che, fra la gente di rango, una moglie deve essere sempre una saggia e piacevole compagna (...) Quando raggiungono i dodici anni, che è l'età del matrimonio per loro, tornano a casa, mentre ai vivissimi ringraziamenti dei genitori e dei tutori, nei confronti degli insegnanti, si unisce il pianto dirotto delle ragazze che danno l'addio alle compagne. (...)

 

Il buio oltre la siepe
Harper Lee
(
Universale economica Feltrinelli)

(...) Non era ancora finita la prima mattina di scuola, che già miss Caroline Fisher, la maestra, mi rimorchiava alla cattedra e, dopo avermi picchiato sul palmo della mano con una riga, mi metteva in piedi, nell'angolo, fino a mezzogiorno.
Miss Caroline aveva appena ventun anni, i capelli di un bel castano chiaro, le guance rosee e lo smalto delle unghie di un rosso acceso. Portava scarpette con i tacchi alti e un abito a strisce bianche e rosse: pareva una caramella di menta peperita e ne aveva anche il profumo.
Stava a pensione da miss Maudie Atkinson, che abitava di fronte a noi, una casa più in giù; miss Maudie le aveva dato la stanza davanti, al piano di sopra, e quando ci aveva presentati a lei, Jem era rimasto con la testa nelle nuvole per parecchi giorni.
Miss Caroline scrisse in stampatello il proprio nome sulla lavagna e disse:
<<Questo, vedete, significa che io sono miss Caroline Fisher. Sono dell'Alabama del Nord, contea di Winston.>>
Per tutta la classe si udì un brusio preoccupato: temevamo che miss Caroline fosse stramba come quelli del suo paese. (Quando l'Alabama si separò dall'Unione, l'11 gennaio 1861, la contea di Winston si separò dall'Alabama e nella contea di Maycomb lo sapevano anche i bambini).
Per gli abitanti dell'Alabama del Sud, l'Alabama del Nord era un paese che si poteva definire così: alcool, acciaierie, filande, repubblicani, professori, altra gente venuta dal nulla.
Miss Caroline iniziò il primo giorno di scuola leggendoci una storia di gatti.
I gatti facevano conversazione tra loro, portavano abitini civettuoli e vivevano in una casa calda, accanto alla stufa della cucina. Quando miss Caroline arrivò al punto in cui la signora Gatta telefonava al negozio per ordinare dei topi al cioccolato, l'intera classe si dimenava sui banchi, impaziente, come un cestino di vermi. Evidentemente miss Caroline non capiva che quei bambinetti, mezzo stracciati, vestiti di cotonina rossa e di tela di juta, che per lo più avevano trinciato cotone e dato da mangiare ai maiali fin dal giorno che erano stati capaci di camminare, erano refrattari alla fantasia. Giunta alla fine della lettura, miss Caroline disse:
"Carina, questa storia, vero?"
Poi andò alla lavagna, scrisse in enormi lettere stampatelle e si girò verso la classe,
chiedendo: "C'è nessuno che sa cosa siano?"
Lo sapevano tutti: la maggior parte della classe era ripetente.
Forse scelse me perché sapeva il mio nome; mentre leggevo l'alfabeto le apparve tra le sopracciglia una linea sottile, e dopo avermi fatta leggere ad alta voce quasi tutte le Prime Letture e le quotazioni dei titoli sul Bollettino del Mobile, scoprì finalmente che non ero un'analfabeta e mi guardò con vero disgusto. Mi disse che pregassi mio padre di non insegnarmi più nulla, perché il suo metodo avrebbe potuto compromettere i miei progressi nella lettura.
"Devo pregare mio padre di non insegnarmi più nulla?" ripetei sorpresa. "Ma non mi ha insegnato niente, miss Caroline. Atticus non ha tempo di insegnarmi" soggiunsi vedendo che miss Caroline sorrideva scuotendo la testa, "è talmente stanco, la sera, che sta seduto nel soggiorno a leggere per conto suo!"
"Se non ti ha insegnato niente, chi è che ti ha insegnato a leggere?" chiese bonaria, miss Caroline. "Qualcuno deve pur avertelo insegnato: non sarai mica nata leggendo il Bollettino del Mobile!"
"Jem dice di sì. Ha letto un libro dove era scritto che io ero un fringuello marino invece di un cardellino. Jem dice che il mio vero nome è Jean Louise Bullfinch, che sono stata sostituita in culla e che in realtà sono una..."
Evidentemente miss Caroline pensò che mentissi.
"Non ci lasciamo trasportare dall'immaginazione, carina" disse. "Oggi pregherai tuo padre di non insegnarti più niente. E' meglio che tu incominci daccapo, a mente fresca. Gli dirai che da ora in avanti ci penserò io e che cercherò di rimediare al danno che ha fatto..."
"Al danno che ha fatto?..."
"Tuo padre non sa come si insegna ai bambini. E adesso siedi."
Mormorai una scusa e mi ritirai a meditare sui miei delitti. (...)

 

Il circolo Pickwick
Charles Dickens

Il maestro della scuola parrocchiale
C'era una volta in una cittadina di provincia, lontano lontano da Londra, un ometto di nome Nathaniel Pipkin.
Era il maestro della scuola parrocchiale della cittadina e viveva in un casuccia nella viuzza di High Street, a dieci minuti di cammino dalla chiesetta. Lo si poteva vedere ogni giorno, dalle nove alle quattro, intento a insegnare qualcosina ai ragazzini. Nathaniel Pipkin era una creatura innocua, mite, buona; aveva un naso girato all'insù e le gambe girate all'indentro; sguardo un po' strabico e andatura un po' zoppicante. Divideva equamente il suo tempo fra la chiesa e la scuola, nella ferma convinzione che il curato fosse la più brava persona al mondo, la sagrestia la stanza più bella e la sua scuola la migliore di tutte.
Una volta, una volta soltanto in vita sua, Nathaniel Pipkin aveva visto un vescovo, un vescovo vero, in carne e ossa, con le braccia infilate in ampie maniche di batista e la testa in un copricapo. Lo aveva visto camminare e lo aveva sentito parlare a una cresima, e in quella occasione era stato sopraffatto da tanta devozione e timore reverenziale che, quando il vescovo gli aveva posato la mano sulla testa, Nathaniel Pipkin era caduto lungo disteso per terra, privo di sensi, ed era stato trascinato fuori della chiesa, a braccia, dal sagrestano. Era stato un avvenimento di grandissima importanza, un momento fondamentale nella vita di Nathaniel Pipkin, l'unico che fosse mai occorso a increspare il tranquillo flusso della sua serena esistenza, finché, un bel pomeriggio, in un attimo di distrazione non alzò gli occhi dalla lavagna sulla quale stava escogitando un terrificante problema di somme composte per un monello insolente e non posò lo sguardo sul volto in fiore di Maria Lobbs, l'unica figlia del vecchio Lobbs, il celebre sellaio che abitava dirimpetto alla scuola.
A dir la verità, gli occhi di Nathaniel Pipkin si erano posati già molte volte prima sul grazioso viso di Maria Lobbs, in chiesa e altrove, ma mai, come in quel giorno, lo sguardo di Maria Lobbs era stato così luminoso e le sue gote così colorite.
Nessuna meraviglia quindi che Nathaniel Pipkin non riuscisse a distogliere gli occhi da quel volto; nessuna meraviglia quindi che madamigella Lobbs, vedendosi fissata da un giovanotto, si ritraesse dalla finestra alla quale si era affacciata per curiosare, chiudesse i vetri e tirasse giù la tenda; nessuna meraviglia che subito dopo Nathaniel Pipkin si lanciasse sullo scavezzacollo disobbediente, gli appioppasse qualche ceffone e gliele desse di santa ragione.
Tutto perfettamente normale e non c'è di che meravigliarsi. (...)