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I miserabili
Victor Hugo
(...)
Nei villaggi dove non c'erano maestri di scuola citava ancora quelli di
Queyras: - Sapete come fanno? - diceva. - Poiché un paesotto di 12 o 15
famiglie non può sempre dar da vivere a un maestro, hanno dei maestri
stipendiati da tutta la valle, i quali percorrono i villaggi e insegnano
stando otto giorni qui, dieci giorni là. Questi maestri vanno alle
fiere, dove io li ho visti. Si riconoscono dalle penne che portano
infilate nel nastro del cappello. Quelli che insegnano soltanto a
leggere hanno una penna, quelli che insegnano a leggere e a fare i conti
ne hanno due, quelli che insegnano a leggere a fare i conti e il latino
hanno tre penne. Questi ultimi sono considerati dei grandi scienziati.
Ma che vergogna essere ignoranti!
Fate come la gente di Queyras. (...)
I ragazzi della via
Paal
Ferenc Molnar
(...) Prima ancora che il professor Racz fosse uscito dall'aula, Boka
mostrò ai ragazzi di via Paal due dita, per indicare che l'assemblea
avrebbe avuto luogo alle due. Quelli che non appartenevano alla
compagnia li invidiarono vedendoli tutti sull'attenti salutare
militarmente. Erano già in procinto di uscire quando accadde un fatto
inaspettato.
Il professore Racz si fermò ai piedi della cattedra e disse: -
Aspettate.
Un gran silenzio seguì questa parola. Il professore si tolse di tasca
un foglietto, e dopo aver messo gli occhiali cominciò a leggere i nomi
che vi stavano scritti: - Weisz!
- Presente! - rispose l'interpellato.
Il professore continuò: - Richter! Csele! Kolnay; Barabas! Leszik!
Nemecsek! Leszik! Nemecsek!
Il professore Racz rimise in tasca il foglietto e disse: - Voi non
andrete a casa, ma verrete con me nella sala dei professori. Devo
parlarvi.
(...) Il professor Racz comincò a parlare:
- Si tratta di un'associazione che voi avete formato: l'associazione
dello stucco. Chi m'ha dato questa notizia m'ha anche consegnato
l'elenco dei membri dell'associazione. I membri dell'associazione siete
voi, nevvero? Nessuna risposta. Tutti tenevano la testa china sul petto,
il che provava che l'accusa era vera. Il professore continuò: - Andiamo
per ordine. Anzitutto voglio sapere chi ha avuto il coraggio di fondare
un'associazione dal momento che io l'ho proibito nel modo più assoluto.
Grave silenzio. Infine una debole voce disse: - Weisz.
Il professor Racz guardò severamente il ragazzo: - Weisz! Non sei
capace di dirlo tu?
La risposta suonò tutta modesta: - Sì, sono capace.
- Allora, perché non l'hai detto subito?
A questa domanda il povero Weisz non rispose più.
Il professor Racz accese un sigaro e, dopo aver soffiato il fumo
azzurrognolo nell'aria, cominciò a far domande: - Andiamo per ordine -
disse. - Prima di tutto voglio sapere che cosa è lo stucco.
Invece di rispondere, Weisz si tolse di tasca un grosso pezzo di stucco
e lo posò sul tavolo. Lo guardò in silenzio per qualche minuto e poi,
con voce appena percettibile, dichiarò: - Ecco, questo è lo stucco.
- E che cosé lo stucco?
- E una pasta con la quale il vetraio fissa il vetro nella cornice di
legno. Il vetraio lo mette sulle finestre; e noi lo si toglie con le
unghie.
- E questo l'hai levato tu dalle finestre?
- No, questo è lo stucco dell'associazione.
Il professore spalancò gli occhi per la meraviglia.
- Ma che cosa significa?
Weisz, che si sentiva un po' più coraggioso, diede le spiegazioni
richieste: - Questo stucco è stato tolto dalle finestre dei membri
dell'associazione, e poi la commissione l'ha affidato a me perché lo
conservassi. Prima lo custodiva Kolnay perché era lui il presidente, ma
lo faceva sempre seccare perché non lo masticava mai.
- Come? Bisogna anche masticarlo?
- Certo, altrimenti diventa duro e non si può più schiacciarlo bene.
Io invece lo mastico tutti i giorni.
- Ma perché proprio tu?
- Perché nel regolamento dell'associazione sta scritto che il
presidente è obbligato a masticare lo stucco almeno una volta al giorno
perché non diventi duro...
(...) Il professore si alzò, e camminando avanti e indietro per la
sala, scosse il capo disapprovando.
- Una bella associazione, questo è sicuro! - disse. - Chi era il
presidente?
A questa domanda Weisz dimenticò il suo gran dolore e, smettendo di
piangere, rispose con orgoglio: - Io.
- E il cassiere?
- Kolnay.
- Dammi i denari che ti sono rimasti.
- Eccoli.
Così dicendo Kolnay si mise le mani nelle tasche, che erano sullo
stesso tipo di quelle di Csonakos. Cominciò a frugarvi e rovesciò il
contenuto sul tavolo. Anzitutto posò sul panno verde un fiorino e
quarantadue soldi, due marche da bollo, otto pennini nuovi e una pallina
di vetro colorato. Il professore guardò il denaro e domandò
severamente:
- Dove l'avete preso?
- E' quello dei canoni. Ogni membro è obbligato al canone di un soldo
per settimana.
- E a che cosa serviva questo denaro?
- Per pagare i canoni. Del resto Weisz non ha accettato neppure lo
stipendio di presidente.
- Di quanto era lo stipendio?
- Di cinque soldi per settimana. I francobolli li ho portati io, la
cartolina Barabas, le marche da bollo Richter. Le ha...
I1 professore lo interruppe: - Rubate. Dì pure così, Richter. Rubate.
Dichter abbassò gli occhi. - Le hai rubate?
I1 ragazzo approvò col capo. - Che cosa fa tuo padre?
- L'avvocato. Ma poi l'associazione m'ha fatto rendere le marche da
bollo.
- Come? Non capisco.
- Perché io ho rubato a papà le due marche da bollo, ma poi ho avuto
paura. Allora l'associazione mi ha dato una corona per comprare le due
marche da bollo e rimetterle sulla scrivania di papà. Ma papà, proprio
nel momento in cui stavo per rimetterle a posto, m'ha sorpreso e m'ha
dato due scoppole...
Il professore Racz chiese:
- Ma perché avete comprato delle nuove marche da bollo? Avreste potuto
rendere quelle che avevate.
- Non era possibile - intervenne Kolnay - perché a tergo c'era già il
timbro dell'associazione.
- C'é anche un timbro? Dov'è?
- La guardia del timbro è Barabas. (...)
- Signor professore - disse Barabas. - Ho giurato di custodire il timbro
e di difenderlo anche con la vita.
Il professore si mise in tasca l'oggetto.
- Silenzio! - disse.
Ma Barabas non seppe frenarsi:- Allora -disse con tono risentito -
allora, signor professore, anche a Csele prenda la bandiera.
- C'é anche una bandiera? Dammela! - disse il professore volgendosi a
Csele. Il ragazzo si tolse di tasca una minuscola bandiera che aveva per
asta un sottile filo di ferro.
L'aveva fatta sua sorella, che era molto abile nei lavori femminili. La
bandiera era bianca, rossa e verde, e portava una scritta:
"Associazione dello stucco. Budapest. Giuriamo di non esere più
schiavi".
- Humm! - disse il professore. - Chi è la persona coltissima che ha
scritto "essere" con una esse sola?
Nessuno rispose. Il professore chiese di nuovo:
- Chi ha scritto questo?
A Csele venne un'idea straordinaria. Pensò che per non far succedere
altri guai, benché l'esere l'avesse scritto Barabas, era bene che il
professore non lo sapesse. Perciò rispose con umiltà: - Mia sorella.
E ingoiò con uno sforzo. Non era una bella azione, ma almeno aveva
salvato un compagno...
Il professore non rispose e i ragazzi ne approfittarono per cominciare a
parlare senza essere interrogati: - Signor professore, non è bene che
Barabas abbia tradito la bandiera - disse Kolnay tutto furioso.
Barabas cercò di difendersi. - Ha sempre da dire qualcosa contro di me.
Se il timbro è stato preso, vuol dire che l'associazione ha già finito
di esistere.
- Silenzio! -intimò il professor Racz ai due litiganti. -
L'associazione è sciolta e non voglio più sentirne parlare. E vi
auguro che io non m'accorga di cose del genere per l'avvenire. In
condotta avrete tutti otto. Anzi Weisz avrà sei perché era il
presidente!
- Signor professore, - osò far notare Weisz - proprio oggi scadeva la
mia nomina. Oggi doveva aver luogo l'assemblea nella quale sarebbe stata
decisa l'elezione di un nuovo presidente.
- E' il nuovo presidente sarebbe stato di nuovo Kolnay - disse Barabas
tutto soddisfatto.
- Questo non m'interessa - disse i] professore. - Domani resterete qui
fino alle due. Vi dirò io di che cosa dovrete occuparvi. Potete andare.
- Buongiorno, signor professore - dissero in coro. In quel momento di
confusione Weisz allungò la mano per riprendere lo stucco.
Ma il professore lo redarguì. - E che non senta mai più parlare di
associazioni! (...)
I viaggi di Gulliver
di Jonathan Swift
(...) Ci sono scuole di vario genere, adatte alle diverse condizioni
dei due sessi, con insegnanti che addestrano i ragazzi a quel tipo di
vita che si confà ai loro genitori, sviluppando nel contempo le loro
capacità di inclinazioni. Darò prima qualche notizia degli asili per
maschi e quindi di quelli per femmine. Quelli per maschi di famiglie
nobili o elevate sono dotati di maestri saggi e severi affiancati da uno
stuolo di assistenti. Cibo e vestiario sono semplici e privi di
ricercatezza. Gli allievi vengono allevati nel rispetto dei principi
dell'onore, della giustizia, del coraggio, della modestia, della
clemenza, della religione e dell'amore per la propria terra; inoltre si
affida loro qualche cosa da fare in ogni ora del giorno, ad eccezione di
quando mangiano e dormono. Fino all'età di quattro anni ci sono degli
uomini a vestirli, dopo di che, malgrado la loro elevata condizione
sociale, devono farlo da soli; le donne che svolgono il loro servizio
nelle scuole, tutte sui cinquant'anni, compiono soltanto i servizi più
umili. Ai bambini non è concesso di conversare con la servitù e si
divertono in gruppi più o meno numerosi, sempre sotto gli occhi di un
maestro o del suo assistente. In questo modo si impedisce che ricevano
le deleterie influenze del vizio e della follia, alle quali sono
sottoposti i nostri bambini. I genitori possono far visita ai figli solo
due volte all'anno e per non più di un'ora; è loro concesso di
baciarli solo all'arrivo e alla partenza, mentre il maestro, presenta
questi incontri, impedirà loro di parlare sottovoce al bambino, di
usare vezzeggiativi nei suoi confronti, di portargli regali, giocattoli,
dolciumi e roba simile. La retta per il mantenimento dell'educazione dei
figli è a carico dei genitori e, se non viene pagata, se ne delega la
riscossione agli esattori imperiali.
Gli asili per i figli della classe media, di mercanti, commercianti e
artigiani sono organizzati, in proporzione, secondo lo stesso schema; i
ragazzi avviati a qualche mestiere, vanno a fare gli apprendisti
all'età di sette anni, mentre i figli dei notabili continuano a
studiare fino ai quindici anni, età che corrisponde a ventuno da noi,
ma la vita di collegio si fa meno rigida durante gli ultimi tre anni.
Negli asili femminili le bambine di nobile famiglia vengono educate come
i maschi, con la sola differenza che vengono vestite da inservienti del
loro sesso, sempre al cospetto del maestro e del suo assistente, finché
non siano in grado di farlo da sole all'età di cinque anni. Se qualcuna
di queste inservienti cede alla tentazione di raccontare alle bambine
storie paurose o fiabesche, oppure certi pettegolezzi con le cameriere
comunemente divulgano, vengono frustate in pubblico per tre volte,
imprigionate per un anno e confinate vita natural durante nelle più
squallide contrade del paese. In questo modo si insegna alle fanciulle,
come ai maschi, a disprezzare la codardia e la frivolezza e a non
curarsi degli ornamenti della persona che non rientrino nella normale
decenza e pulizia.
Non ho notato nessuna differenza nell'educazione dei due sessi, ad
esclusione degli esercizi fisici che, per le ragazze, sono meno pesanti
di alcune nozioni di economia domestica impartite loro; riducendo
sensibilmente la cultura generale la loro massima è infatti che, fra la
gente di rango, una moglie deve essere sempre una saggia e piacevole
compagna (...) Quando raggiungono i dodici anni, che è l'età del
matrimonio per loro, tornano a casa, mentre ai vivissimi ringraziamenti
dei genitori e dei tutori, nei confronti degli insegnanti, si unisce il
pianto dirotto delle ragazze che danno l'addio alle compagne. (...)
Il buio oltre la
siepe
Harper Lee
(Universale economica Feltrinelli)
(...) Non era ancora finita la prima mattina di scuola, che già miss
Caroline Fisher, la maestra, mi rimorchiava alla cattedra e, dopo avermi
picchiato sul palmo della mano con una riga, mi metteva in piedi,
nell'angolo, fino a mezzogiorno.
Miss Caroline aveva appena ventun anni, i capelli di un bel castano
chiaro, le guance rosee e lo smalto delle unghie di un rosso acceso.
Portava scarpette con i tacchi alti e un abito a strisce bianche e
rosse: pareva una caramella di menta peperita e ne aveva anche il
profumo.
Stava a pensione da miss Maudie Atkinson, che abitava di fronte a noi,
una casa più in giù; miss Maudie le aveva dato la stanza davanti, al
piano di sopra, e quando ci aveva presentati a lei, Jem era rimasto con
la testa nelle nuvole per parecchi giorni.
Miss Caroline scrisse in stampatello il proprio nome sulla lavagna e
disse:
<<Questo, vedete, significa che io sono miss Caroline Fisher. Sono
dell'Alabama del Nord, contea di Winston.>>
Per tutta la classe si udì un brusio preoccupato: temevamo che miss
Caroline fosse stramba come quelli del suo paese. (Quando l'Alabama si
separò dall'Unione, l'11 gennaio 1861, la contea di Winston si separò
dall'Alabama e nella contea di Maycomb lo sapevano anche i bambini).
Per gli abitanti dell'Alabama del Sud, l'Alabama del Nord era un paese
che si poteva definire così: alcool, acciaierie, filande, repubblicani,
professori, altra gente venuta dal nulla.
Miss Caroline iniziò il primo giorno di scuola leggendoci una storia di
gatti.
I gatti facevano conversazione tra loro, portavano abitini civettuoli e
vivevano in una casa calda, accanto alla stufa della cucina. Quando miss
Caroline arrivò al punto in cui la signora Gatta telefonava al negozio
per ordinare dei topi al cioccolato, l'intera classe si dimenava sui
banchi, impaziente, come un cestino di vermi. Evidentemente miss
Caroline non capiva che quei bambinetti, mezzo stracciati, vestiti di
cotonina rossa e di tela di juta, che per lo più avevano trinciato
cotone e dato da mangiare ai maiali fin dal giorno che erano stati
capaci di camminare, erano refrattari alla fantasia. Giunta alla fine
della lettura, miss Caroline disse:
"Carina, questa storia, vero?"
Poi andò alla lavagna, scrisse in enormi lettere stampatelle e si girò
verso la classe,
chiedendo: "C'è nessuno che sa cosa siano?"
Lo sapevano tutti: la maggior parte della classe era ripetente.
Forse scelse me perché sapeva il mio nome; mentre leggevo l'alfabeto le
apparve tra le sopracciglia una linea sottile, e dopo avermi fatta
leggere ad alta voce quasi tutte le Prime Letture e le quotazioni dei
titoli sul Bollettino del Mobile, scoprì finalmente che non ero
un'analfabeta e mi guardò con vero disgusto. Mi disse che pregassi mio
padre di non insegnarmi più nulla, perché il suo metodo avrebbe potuto
compromettere i miei progressi nella lettura.
"Devo pregare mio padre di non insegnarmi più nulla?" ripetei
sorpresa. "Ma non mi ha insegnato niente, miss Caroline. Atticus
non ha tempo di insegnarmi" soggiunsi vedendo che miss Caroline
sorrideva scuotendo la testa, "è talmente stanco, la sera, che sta
seduto nel soggiorno a leggere per conto suo!"
"Se non ti ha insegnato niente, chi è che ti ha insegnato a
leggere?" chiese bonaria, miss Caroline. "Qualcuno deve pur
avertelo insegnato: non sarai mica nata leggendo il Bollettino del
Mobile!"
"Jem dice di sì. Ha letto un libro dove era scritto che io ero un
fringuello marino invece di un cardellino. Jem dice che il mio vero nome
è Jean Louise Bullfinch, che sono stata sostituita in culla e che in
realtà sono una..."
Evidentemente miss Caroline pensò che mentissi.
"Non ci lasciamo trasportare dall'immaginazione, carina"
disse. "Oggi pregherai tuo padre di non insegnarti più niente. E'
meglio che tu incominci daccapo, a mente fresca. Gli dirai che da ora in
avanti ci penserò io e che cercherò di rimediare al danno che ha
fatto..."
"Al danno che ha fatto?..."
"Tuo padre non sa come si insegna ai bambini. E adesso siedi."
Mormorai una scusa e mi ritirai a meditare sui miei delitti. (...)
Il circolo Pickwick
Charles Dickens
Il maestro della scuola parrocchiale
C'era una volta in una cittadina di provincia, lontano lontano da
Londra, un ometto di nome Nathaniel Pipkin.
Era il maestro della scuola parrocchiale della cittadina e viveva in un
casuccia nella viuzza di High Street, a dieci minuti di cammino dalla
chiesetta. Lo si poteva vedere ogni giorno, dalle nove alle quattro,
intento a insegnare qualcosina ai ragazzini. Nathaniel Pipkin era una
creatura innocua, mite, buona; aveva un naso girato all'insù e le gambe
girate all'indentro; sguardo un po' strabico e andatura un po'
zoppicante. Divideva equamente il suo tempo fra la chiesa e la scuola,
nella ferma convinzione che il curato fosse la più brava persona al
mondo, la sagrestia la stanza più bella e la sua scuola la migliore di
tutte.
Una volta, una volta soltanto in vita sua, Nathaniel Pipkin aveva visto
un vescovo, un vescovo vero, in carne e ossa, con le braccia infilate in
ampie maniche di batista e la testa in un copricapo. Lo aveva visto
camminare e lo aveva sentito parlare a una cresima, e in quella
occasione era stato sopraffatto da tanta devozione e timore reverenziale
che, quando il vescovo gli aveva posato la mano sulla testa, Nathaniel
Pipkin era caduto lungo disteso per terra, privo di sensi, ed era stato
trascinato fuori della chiesa, a braccia, dal sagrestano. Era stato un
avvenimento di grandissima importanza, un momento fondamentale nella
vita di Nathaniel Pipkin, l'unico che fosse mai occorso a increspare il
tranquillo flusso della sua serena esistenza, finché, un bel
pomeriggio, in un attimo di distrazione non alzò gli occhi dalla
lavagna sulla quale stava escogitando un terrificante problema di somme
composte per un monello insolente e non posò lo sguardo sul volto in
fiore di Maria Lobbs, l'unica figlia del vecchio Lobbs, il celebre
sellaio che abitava dirimpetto alla scuola.
A dir la verità, gli occhi di Nathaniel Pipkin si erano posati già
molte volte prima sul grazioso viso di Maria Lobbs, in chiesa e altrove,
ma mai, come in quel giorno, lo sguardo di Maria Lobbs era stato così
luminoso e le sue gote così colorite.
Nessuna meraviglia quindi che Nathaniel Pipkin non riuscisse a
distogliere gli occhi da quel volto; nessuna meraviglia quindi che
madamigella Lobbs, vedendosi fissata da un giovanotto, si ritraesse
dalla finestra alla quale si era affacciata per curiosare, chiudesse i
vetri e tirasse giù la tenda; nessuna meraviglia che subito dopo
Nathaniel Pipkin si lanciasse sullo scavezzacollo disobbediente, gli
appioppasse qualche ceffone e gliele desse di santa ragione.
Tutto perfettamente normale e non c'è di che meravigliarsi. (...)
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