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Pippi Calzelunghe
Astrid Lindgren
(Salani)
(...) Pippi si buttò a sedere in un banco libero, senza che alcuno
glielo avesse assegnato; ma la maestra non sembrò notare la sua maniera
sgangherata d'agire.
Disse soltanto in tono estremamente amichevole: - Benvenuta a scuola,
piccola Pippi! Spero proprio che tu ti ci troverai bene e imparerai
tante belle cose.
- Tutto questo è giusto, ma io spero invece di avere la vacanze
natalizie che mi spettano - disse Pippi, - i diritti innanzi tutto!
- Se intanto vorrai essere così gentile da dirmi qual è il tuo vero
nome, - disse la maestra - io lo scriverò nel registro di classe.
- Mi chiamo Pippilotta Pesarella Tapparella Succiamenta, figlia del
capitano Efraim Calzelunghe, prima terrore dei mari, ora re dei negri.
Pippi non è che il mio diminutivo, perché papà trovava Pippilotta
troppo lungo.
- Bene - disse la maestra - anche noi ti chiameremo semplicemente Pippi.
Cominciamo intanto a esaminarti per vedere che cosa sai: sei ormai una
bimba grande, e certo hai già una quantità di cognizioni. Iniziamo
magari con l'aritmetica: dunque, Pippi, sai dirmi quanto fa 7 più 5?
Pippi la guardò, un po' stupita e un po' corrucciata.
Poi disse: - Beh, senti, se non lo sai da te, non aspettarti che te lo
venga a raccontare io!
Gli altri bambini guardarono Pippi scandalizzati, e la maestra lo
spiegò con pazienza che quello non era il modo di rispondere, a scuola.
Non si doveva dare del <<tu>> alla maestra, ma bisognava
chiamarla <<signorina>>.
- Oh, ne sono proprio spiacente! - disse Pippi, tutta contrita. - Non lo
sapevo, e non farò mai più una cosa simile.
- Lo spero - disse la maestra - e voglio anche dirti che 7 più 5 fa 12.
- Vedi dunque che lo sapevi! - esclamò Pippi - Ma allora perché me
l'hai chiesto? Oh, che stupida: ti ho dato di nuovo del
<<tu>>! Scusa, eh! - disse - e si diede un vigorosa tirata
d'orecchie. La maestra fece finta di nulla, e proseguì:
- Allora, Pippi, quanto pensi che faccia 8 più 4?
- Così, ad occhio e croce, 67- rispose Pippi dopo matura riflessione.
- Ma no! - disse la maestra. - 8 più 4 fa 12.
- Ah, vecchia mia, ora stiamo proprio passando il segno! - s'indignò
Pippi. Tu stessa hai detto poco fa che è 7 più 5 che fa 12. Perfino a
scuola ci vuole un po' d'ordine! D'altra parte, se ti perdi in simili
sciocchezze proprio come una bambina, perché non ti metti buona in un
angolo a contare per conto tuo, e ci lasci in pace, così noi intanto
possiamo giocare a nasconderci? Dio mio, ti ho dato di nuovo del
<<tu>>! - gridò spaventata. Ti prego, perdonami, se ti
riesce, ancora per questa volta, e ti prometto di ricordarmene davvero,
d'ora in poi!
La maestra disse che doveva cercare proprio di farlo; ma non ritenne
fosse il caso di insistere ancora sulla aritmetica, con Pippi. Preferì
interrogare gli altri bambini.
- Tommy, guarda se ti riesce di risolvere questo problema - cominciò -
<<Se Lisa ha 7 mele e Axel ha 9 mele, quante ne hanno tra tutte e
due?>>
- Si, si, rispondi, Tommy - intervenne Pippi. - E poi rispondi a questo
mio problema: <<Se Lisa ha mal di pancia e Axel ha ancora più mal
di pancia, quale ne è la causa, e dove avevano rubato le mele?>>
La maestra fece finta di non aver sentito, e si rivolse ad Annika:
- Ora, Annika, porrò a te un altro problema: <<Gustavo ha preso
parte, con i suoi compagni, a una gita scolastica. All'andata aveva una
corona, e al ritorno 7 centesimi. Quanto aveva speso?>>
- Già - disse Pippi - e poi sono io che voglio sapere perché aveva le
mani così bucate, e se i soldi li aveva spesi per una gazzosa, e se si
era lavato le orecchie per bene, prima di uscire.
La maestra stabilì di lasciar perdere l'aritmetica.
Forse Pippi avrebbe preferito imparare a leggere, pensò.
Così estrasse una figura che rappresentava un istrice, dinanzi al cui
naso era tracciata la lettera <<i>>.
- Ecco qualcosa di divertente da imparare Pippi - disse in fretta. - Qui
vedi un iiiiiiistrice; e questa lettera al principio dell'iiiiiiistrice
si chiama <<i>>.
- Incredibile! - esclamò Pippi - A me sembra un'asta con una cacchina
di mosca sopra: e sarei curiosa di sapere che cosa centri un istrice con
una cacchina di mosca.
La maestra estrasse la prima illustrazione, che rappresentava un
serpente e spiegò a Pippi che la lettera iniziale si chiamava
<<s>>.
- A proposito di serpenti - sbottò Pippi - mai riuscirò a dimenticarmi
quella volta che lottai con un serpente gigante dell'India. Era un
serpente così spaventoso, da non potersi immaginare, era lungo 14 metri
e inferocito come un'ape, e ogni giorno mangiava cinque portate a base
di Indiani e due bambini piccoli come dolce, e una volta si mise in
testa di avere me come dolce, e allora incominciò a strisciarmi intorno
sibilando crasc ma <<siamo o non siamo lupi di mare?>> mi
dissi, e gli detti un colpo in testa - bum - e - pfff - allora morì, ah
ah, e questa sarebbe per voi la lettera <<s>>, davvero
mirabolante!
Qui Pippi fu costretta a riprender fiato, e la maestra, che incominciava
a giudicarla una bambina piuttosto rumorosa e noiosa, propose alla
classe di dedicarsi un po' al disegno. Pensava che così almeno Pippi si
sarebbe messa a sedere tranquillamente e si sarebbe applicata in
silenzio al disegno. Tirò fuori carta e matite e li distribuì agli
scolari. - Disegnate quel che volete - disse e si sedette in cattedra
per correggere in pace i compiti.
Quando dopo un po' levò lo sguardo per vedere se, coi disegni, le cose
funzionassero meglio, si accorse che tutti i bambini si erano seduti
intorno a Pippi che, distesa sul pavimento, disegnava con molta foga,
- Ma Pippi! - gridò la maestra spazientita. - Perché non disegni sulla
carta?
- Quella l'ho già utilizzata da molto tempo - rispose Pippi - ma il mio
cavallo tutto intero non ci sta su quel misero foglietto di carta.
Proprio ora sto facendogli le zampe anteriori, ma quando arriverò alla
coda credo che sarò costretta ad andare a disegnare in corridoio.
La maestra fece appello alle sue ultime risorse.
- E se invece ci mettessimo a cantare? - propose.
Immediatamente tutti i bambini si alzarono in piedi dietro ai loro
banchi, tutti meno Pippi che rimaneva sempre distesa sul pavimento.
- Cantate pure voi - disse - così posso riposarmi un po': l'eccessiva
scienza può spezzare la fibra più resistente.
Ma nella maestra ogni riserva di pazienza s'era esaurita. Invitò tutti
gli altri bambini ad andarsene a giocare in cortile, per poter parlare
seriamente con Pippi a quattrocchi.
Quando questa e la maestra furono rimaste sole, Pippi si alzò e andò
difilata alla cattedra. - Sai, ti voglio dire una cosa, signorina -
disse. - è stato davvero divertente vedere come ve la passate qui. Ma
direi che non mi interessa molto continuare ad andare a scuola. Sarà
quello che sarà, per le vacanze di Natale. Ma qui avete veramente
troppe mele, istrici e serpenti: ho una grande confusione in testa.
Spero proprio, signorina, che questo non ti faccia troppo dispiacere.
(...)
Quarto piano,
interno 4
Salvatore Di Giacomo
(...) Di faccia alla finestra ove la servetta s'indugiava era quella
della Marangi, la maestrina comunale. A poca distanza dal parapetto,
seduta a una tavola sulla quale era pur la piccola macchina da cucire,
la Marangi scriveva, piegata su un mucchio di carte. Di volta in volta,
sostando, si leccava il medio della mano destra che s'era insudiciato
d'inchiostro, e lo fregava a una pezzuola.
- Signorina Marangi, - disse Milia - scusate tanto se vi disturbo. Io
vado per una commissione e lascio sola la mia signorina. Mi volete dare
occhio alla porta?
La Marangi levò il capo. Rispose:
- Va bene.
E si rimise a scrivere. S'udì lo sbattere della porta e Milia scese le
scale, canticchiando. Era così alto il silenzio che la Marangi udì,
chiaramente, la voce della servetta in cortile. Milia diceva al
portinaio:
- Don Angelo, non lasciate salire alcuno. La signorina è rimasta sola
in casa. Io vado per un soldo d'aghi e subito torno.
La maestrina, che aveva abbandonato il braccio sulla tavola e schiuse le
dita dalle quali era sfuggita la penna sospirò profondamente. I suoi
grandi e dolci occhi azzurri si velarono, stanchi, fra le ciglia. Appena
tornata dalla scuola s'era posta a rivedere i compiti delle sue
scolarette: un mucchio di scritti infantili aspettava ancora i suoi
segni di correzione a matita azzurra. E la notte precedente ella aveva
così poco dormito!
- Pazienza! - mormorò, passando e ripassando le dita sulle palpebre
grevi.
Come un'eco, dalla finestra di rimpetto, una voce ripetette:
- Pazienza!
- Oh, Sofia! Sei tu? - disse la Marangi.
Immobile, ritta presso il davanzale della sua finestra, la signorina
Sofia la guardava.
- E tu che fai, Laura?
La maestrina sorrise, malinconicamente. Con gli occhi indicò gli
scritti sparsi sulla tavola. - Non vedi? Correggo compiti.
Rimasero mute per un po' tutte e due, contemplandosi.
- Che fai? - disse la Marangi.
- Nulla.
- Nulla? Troppo poco... Tu soffri, Sofia, tu soffri, lo so. Lo vedo.
Come sei pallida!
Si levò dalla tavola e venne a porsi davanti alla finestra. Mise le
mani spiegate sul davanzale. E, gravemente, soggiunse:
- Senti, Sofia, lascialo! Io te lo volevo dire da tanto tempo! Pensa a
te, pensa a te! Quell'uomo lì non è fatto pel tuo carattere nobile e
fine. Lascialo. Egli ti lascerà, se non lo lasci. E' tristo, è
ingeneroso... Perdonami, sai, non ti dolere... è tristo, è tristo!...
Sofia Sponzilli tremava, bianca come un cencio. Tremavano le sue piccole
mani nervose e tormentavano i fascicoli del romanzo, il gomitolo, il
ricamo che Milia aveva dimenticato sulla finestra.
Rispose, piano:
- No... non posso.
- Ti lascerà! Lo vedrai.
- Ebbene... se fa questo... Vedrai, Laura!
La maestrina scosse la testa, pietosa. E si mise a riordinare,
macchinalmente, i suoi compiti sulla tavola.
- Tu non hai cuore per certe cose! - disse la Sponzilli, all'improvviso.
- Tu non hai mai amato!
- Oh, figlia mia! - balbettò la maestrina, con tutta la commossa voce
del suo cuore pieno di ricordi e di rimprovero. E le carte le sfuggirono
di mano, ed ella chinò la testa e si sentì piegare.
La Sponzilli era scomparsa. Laura Marangi scivolò temente lungo la
tavola, tornò a sedere al suo posto, riprese la penna e contemplò,
muta, meditando, i suoi compiti. Gli occhi le si erano empiti di
lagrime. Bagnò due o tre volte la penna, cercò uno degli scritti nel
mucchietto che se n'era posto davanti. La mano e lo scritto rimasero
lì, immoti. Ella si risovveniva, ora, di tutte le sue pene, di tutto
l'amor suo finito miseramente per una volgare questione d'interessi, di
denaro. Povera, anche lei: con una mamma vecchia, cieca, poveramente
pensionata, con un fratello ferroviere che ora le voleva abbandonare per
ammogliarsi, e senz'altro, senz'altro, che uno stipendio meschino! E
senza più amore, e senza più speranza, davanti all'oscuro avvenire!
Reclinò la testa bionda sul braccio e ve la posò, e vi nascose la
faccia. (...)
Ragazzo negro
Richard Wright
(Einaudi)
(...) La scuola religiosa si aperse, ed io v'introdussi la mia
imbronciata presenza.
Venti scolari disposti per ordine d'età, dai cinque ai diciannove anni,
e dalla scuola primaria fino alla secondaria, erano ammassati in una
sola stanza. L'unica insegnante era zia Addie, e fin dal primo giorno,
un acuto, aspro antagonismo sorse tra noi.
Era La prima volta ch'ella faceva scuola, e la innervosiva e imbarazzava
il fatto che un suo parente, un parente che non voleva condividere la
sua fede e che non era un seguace della sua setta, si trovasse
nell'aula.
Aveva deciso di farmi conoscere a tutti gli scolari per un peccatore di
cui ella non prendeva le parti e al quale non si doveva accordare
considerazione di sorta. Gli scolari erano ragazzi docili, mancanti di
quell'acuto senso di rivalità che fa dei ragazzi e delle ragazze della
scuola pubblica un'accolita di gente in cui un ragazzo è saggiato e
pesato, ed in cui acquista una visione di ciò che è il mondo.
Questi erano senza volontà, i loro discorsi erano piatti, i loro gesti
vaghi, le loro personalità svuotate di rabbia, di speranza, di
allegria, di entusiasmo, di passione o di disperazione.
Io ero in grado di vederli con una obbiettività per loro inconcepibile.
Erano completamente dominati dal loro ambiente e non potevano
immaginarne altri, mentre io provenivo da un altro piano di vita, dalle
porte volanti dei saloons,
dagli scali della ferrovia, dai capannoni, dalle bande di ragazzi di
strada, dagli argini dei fiumi, e da uno orfanotrofio; ero stato
tramutato di città in città, di casa in casa, ed ero stato mescolato
coi grandi, forse più di quanto non avesse potuto giovarmi.
Dovetti reprimere la mia abitudine di dir parolacce, ma non prima d'aver
scandalizzato più di metà di loro e d'aver messo in imbarazzo zia
Addie, facendola sentire impotente. Verso la fine della prima settimana
di scuola, il conflitto che covava tra zia Addie e me divampò
apertamente. Un pomeriggio ella si alzò dalla cattedra, venne tra i
banchi e mi si fermò accanto.
"Sai bene che non devi farlo!" disse, battendomi con un
righello sulle nocche. "Far che cosa?" domandai, stupito,
strofinandomi le mani.
"Guarda per terra!" disse lei. Guardai e vidi molti pezzettini
di polpa di noce sparsi lì attorno, alcuni avevano fatto delle macchie
grasse sul lindo, chiaro tavolato di pino.
Ricordai d'un tratto che il ragazzo davanti a me ne aveva mangiato; le
mie noci le avevo in tasca, ancora da schiacciare.
"Io non ne so nulla," dissi.
"Lo sai bene che non si deve mangiarne in classe," disse lei.
"Io non ho mangiato," dissi.
"Non dire bugie! Questa non è una scuola come un'altra, è un
luogo sacro del Signore!" disse lei indignata.
"Zia Addie, le mie noci le ho qui in tasca..."
"Io sono Miss Wilson!" gridò lei.
La fissai, ammutolito, comprendendo finalmente ciò che la irritava.
Ella mi aveva avvertito di chiamarla Miss Wilson in classe, e per la
maggior parte delle volte lo avevo fatto. Temeva che se l'avessi
chiamata zia ciò avrebbe scosso il morale degli scolari, benché tutti
lo sapessero che era mia zia, e molti la conoscessero da più tempo di
me.
"Mi dispiace" dissi, e distolsi il capo da lei e apersi un
libro.
"Richard, alzati in piedi!"
Non mi mossi. L'atmosfera era tesa. Le mie dita si stringevano al libro
e sentivo che tutti gli scolari ci stavano guardando. Non ero stato io a
mangiare le noci; mi dispiaceva d'averla chiamata zia Addie, ma non
volevo essere scelto proprio io per una punizione gratuita.
E poi mi aspettavo che il ragazzo davanti a me inventasse qualche bugia
per salvarmi, poiché era lui in realtà il colpevole. "Ti ho detto
di alzarti in piedi!" gridò.
Rimasi seduto, senza togliere gli occhi dal libro. D'un tratto ella mi
afferrò per il colletto e mi strappò dal sedile, e mi ritrovai
barcollante in mezzo alla stanza. "Ho detto a te!" gridò
istericamente.
Mi drizzai e la guardai; c'era odio nel mio sguardo.
"Non guardarmi in quel modo"!
"Non sono stato io a buttar in terra le noci".
"E chi è stato, allora"?
Il mio codice dei ragazzi di strada mi metteva in imbarazzo. Non avevo
mai fatto la spia a un compagno, alla scuola pubblica, e aspettavo che
il ragazzo davanti mi venisse in aiuto, dicendo una bugia, facendo delle
scuse, una cosa qualsiasi.
In passato mi ero preso delle punizioni che non mi spettavano per tener
fede alla solidarietà della banda, ed avevo visto altri ragazzi far lo
stesso. Ma il ragazzo religioso, con l'aiuto di Dio, non parlò.
"Non lo so chi è stato," dissi alla fine.
"Vai davanti alla cattedra," disse zia Addie. Adagio, andai
alla cattedra, aspettandomi un rimprovero; ma il cuore mi diede un
balzo, la vidi andare all'angolo, scegliere una lunga, verde sferza
flessibile e venir verso di me. Persi il controllo dei miei nervi.
"Io non ho fatto niente!" urlai.
Mi colpì e feci un balzo da parte. "Non ti muovere"! esplose,
la faccia livida di rabbia, il corpo tremante.
Rimasi fermo, sentendomi sconfitto più dal santo ragazzo dietro di me
che da zia Addie. "Para la mano".
Parai la mano giurando a me stesso che mai mi sarebbe capitata un'altra
volta una cosa simile, a qualsiasi costo. Mi sferzò la mano fino a
farmela diventar rossa, e poi le gambe nude fino a rigarmele di rosa.
Strinsi i denti per evitare d'emettere un sol gemito e quando ella
smise, continuai a tenere la mano distesa, come a farle vedere che i
suoi colpi non mi avrebbero mai veramente toccato, e fissandola in viso
senza batter ciglio.
"Abbassa la mano e va' al tuo posto," disse lei.
Lasciai cadere la mano e girai sui tacchi, la mano e le gambe in fiamme,
il corpo rigido. Camminai come in una nebbia di rabbia verso il mio
banco.
"E ancora non l'ho finita, con te"! mi gridò dietro.
Aveva detto una frase di troppo; prima che potessi accorgermene mi ero
voltato e la fissavo a bocca aperta, gli occhi fiammeggianti.
"Non l'avete finita con me"? ripetei. "Ma che cosa vi ho
fatto"?
"Siediti e sta zitto"! tuonò zia Addie.
Sedetti.
Di una cosa ero sicuro: che non mi sarei lasciato battere un'altra volta
da lei. Ero stato spesso battuto duramente, ma quasi sempre avevo
sentito che le bastonature erano in certo qual modo giuste e
ragionevoli, che ero dalla parte del torto.
Adesso, per la prima volta, mi sentii alla pari d'un adulto, mi resi
conto che ero stato battuto per una ragione non giusta. (...)
Registro di classe
Sandro Onofri
(Einaudi)
(...) 26 aprile. La legge è proprio imperscrutabile, certe volte. Si
pensi alle responsabilità che toccano a un insegnante durante i
quindici minuti di ricreazione, per esempio: se resta in classe, e i
propri alunni si scapicollano giù per le scale, lui è a posto; se
invece si affaccia sul corridoio per controllare che l'orda selvaggia
non causi vittime né si accendano zuffe e risse, ma malauguratamente
l'unico alunno rimasto in classe subisce proprio in quel momento un
infortunio, allora per il docente sono guai seri, in quanto responsabile
di avere "abbandonato il posto di lavoro" e di "non avere
ottemperato ai propri doveri di vigilanza". Io ho deciso di fare
l'inglese e di adeguarmi. Di questi tempi, quando si parla dei doveri
dei professori, è meglio non stare a ricamarci troppo sopra, stanno
tutti coi nervi tesi, dai politici ai sindacalisti ai giornalisti. Per
carità. Oltre tutto è molto più comodo, almeno in questo caso, fare
il proprio dovere. E cosi oggi - vengo al dunque - mentre stavo seduto
nella mia garitta a sistemare il registro, ignorando le cavalcate e le
grida di guerra che si succedevano per il corridoio, si è presentata
Enza. Doveva parlarmi privatamente. Della poesia che ha presentato al
concorso letterario, ha aggiunto. L'ho invitata a sedersi su una delle
venti sedie vuote presenti nella mia postazione e lei, col viso
arrossato per l'imbarazzo, ha confessato di botto che quella poesia non
era opera sua.
Sono rimasto di stucco. E vero che sono ormai preparato a tutto: in
particolare per le iniziative che esulano dalia stretta attività
didattica le sorprese sono all'ordine del giorno. Ma cos'era adesso
questa novità? Pure tu, ho detto, Enza, adesso ti metti a fare la
furba? Pure tu? Chi te l'ha scritta, la poesia? Una cugina più grande?
Tua sorella? E Enza, poverina, ha abbassato lo sguardo, e tutto d'un
fiato ha confessato che non c'era niente di tutto questo. La poesia era
opera di Giovanni, un compagno di classe. Ah, e cos'hai fatto? ho
chiesto, sospettoso. Gliel'hai rubata? Macché, professo', ha precisato
lei, con un sorriso. Me l'ha chiesto lui. E come sarebbe, perché?
Perché sennò i compagni, se sanno che lui scrive poesie, cominciano a
dirgli che è frocio, professo', e lui non vuole. Ecco perché.
Be', io di fronte a questa motivazione, mi sono arreso. Queste sono cose
serie, a quell'età. Li conosco bene anch'io, certi condizionamenti,
eccome. Adesso sarà un problema. Perché oltre tutto la poesia è anche
bella, e corre il rischio serio di vincere. Ma se vince, chi glielo dice
a Giovanni? E ai suoi amici? Pensateci bene, pensate da quale labirinto
di pregiudizi emerge questo piccolo, ridicolo problema.
10 maggio. Il ricevimento generale dei genitori lo considero un po'
come la cartina al tornasole del mio stato di salute. Se esco da quelle
tre ore di colloqui senza avere mai provato nemmeno una volta un istinto
aggressivo, o uno stimolo regressivo che mi porterebbe a urlare e a
rispolverare tutto il mio sepolto archivio di spropositi e mal eloqui
alla romana, be', se questo avviene, vuol dire che posso sentirmi al
riparo da ulcere e ansie per qualche mese.
L'ultima volta, proprio l'altro giorno, purtroppo non è andata così. E
all'uscita non la prima sigaretta dopo tre ore di astinenza ho messo in
bocca ma una pastiglia di Zantac. Perché, vedete, ci sono
essenzialmente due categorie di genitori: quelli che vengono per parlare
dell'andamento scolastico dei propri figli, e quelli che ritengono di
doverli proteggere contro le angherie dei professori. Tra questi ultimi,
poi, si devono distinguere due ulteriori tipi: coloro che si presentano
in modo aggressivo e pretendono ragione dell'affronto di un cinque o di
un quattro affibbiato alle proprie creature, e quelli che invece stanno
li davanti, con aria afflitta, e scuotono la testa rassegnati, come
piegati da secoli e secoli di ingiustizie subite, di cui tu sei solo
l'ultima incarnazione. Sono questi ultimi a rappresentare un vero e
proprio tesoro per i produttori di pastiglie Zantac.
L'altro giorno, dicevo, c'è stata una specie di spontanea
manifestazione contro di me, durante i colloqui. Erano sei signore,
minigonne e calze a rete, che si sono sedute, e hanno subito assunto una
posa antica. "Quella" posa. Un po' pirandelliana, di colpa e
di rimprovero, di un silenzio ammonitore, gli sguardi bassi e ammaccati.
Professore, ha cominciato la prima, ma come si fa? Noi siamo lavoratori,
non abbiamo mica i beni al sole. Campiamo di stipendio, noi!, ha
aggiunto un'altra. Non facciamo mica i professori! Le ho invitate a
spiegarsi meglio. Insomma, professore, ha ripreso la prima, ma come si
fa? Un libro al mese! Un libro al mese lei fa comprare ai nostri figli!
E noi, poveracci, noi non ce la facciamo più! Allora mi sono difeso, ho
detto che mi preoccupo di scegliere solo edizioni tascabili, sono dieci,
quindicimila lire al massimo...
Ma la sesta, l'ultima, che fremeva, la vedevo che fremeva da quando si
era seduta, mi ha interrotto, ha preso a dire sottovoce, scuotendo la
testa, sguardo basso e percosso, che adesso si era aggiunta pure la
richiesta di comprare i giornali con le pagine sulla guerra. Ci mancava
pure la guerra, adesso, ha sospirato. Io, che mi sentivo ormai una
carogna, ho tentato di dire che non c'era bisogno di comprare dei
giornali in più, bastava il quotidiano di tutti i giorni. E allora la
prima ha alzato una spalla e quale giornale?, ha detto, in casa nostra
mica compriamo giornali, ha detto, ci mancherebbe pure questo! Giusto
mio marito, la domenica, il Corriere dello Sport. Ma per lei,
professore, è sempre domenica... (...)
Ricordi di scuola
Giovanni Mosca
(Rizzoli)
(...) La conquista della quinta C.
Avevo vent'anni quando, tenendo nella tasca del petto la lettera di
nomina a maestro provvisorio, e sopra la tasca la mano, forte forte,
tanto era la paura di perdere quella lettera così sospirata, mi
presentai alla scuola indicata e chiesi del Direttore.
Il cuore mi faceva balzi enormi.
"Chi sei?", mi domandò la segretaria. "A quest'ora il
signor Direttore riceve solo gli insegnanti".
"So... sono appunto il nuovo maestro..." dissi, e le feci
vedere la lettera.
La segretaria, gemendo, entrò dal Direttore il quale subito dopo uscì,
mi vide, si mise le mani sui capelli.
"Ma che fanno", gridò, "al Provveditorato? Mi mandano un
ragazzino quando ho bisogno di un uomo con grinta baffi e barba da
Mangiafuoco, capace di mettere finalmente a posto quei quaranta diavoli
scatenati! Un ragazzino invece... Ma questo, appena lo vedono, se lo
mangiano!"
Poi, comprendendo che quello era tutt'altro che il modo migliore di
incoraggiarmi, abbassò il tono di voce, mi sorrise e, battendomi una
mano sulla spalla: "Avete vent'anni?", disse. "Ci credo,
perché altrimenti non vi avrebbero nominato; ma ne dimostrate sedici.
Più che un maestro sembrate un alunno di quinta che abbia ripetuto
parecchie volte. E questo, non ve lo nascondo, mi preoccupa molto. Non
sarà uno sbaglio del Provveditorato? C'è proprio scritto Scuola 'Dante
Alighieri'?"
"Ecco qui", dissi mostrando la lettera di nomina.
"'Scuola Dante Alighieri'".
"Che Iddio ce la mandi buona!", esclamò il Direttore.
"Sono ragazzi che nessuno, finora, è riuscito a domare. Quaranta
diavoli, organizzati, armati, hanno un capo, si chiama Guerreschi;
l'ultimo maestro, anziano, e conosciuto per la sua autorità, se n'è
andato via ieri, piangendo, e ha chiesto il trasferimento...".
Mi guardò in faccia, con sfiducia: "Se aveste almeno i
baffi...", mormorò.
Feci un gesto, come dire ch'era impossibile, non mi crescevano.
Alzò gli occhi al cielo: "Venite", disse.
Percorremo un lungo corridoio fiancheggiato da classi: quarta D, quinta
A, quinta B... quinta C...
"E' qui che dovete entrare" disse il direttore fermandosi
dinanzi alla porta della V C dalla quale sarebbe poco dire che veniva
chiasso: si udivano grida, crepitii di pallini di piombo sulla lavagna,
spari di pistole a cento colpi, canti, rumore di banchi smossi e
trascinati.
"Credo che costruiscano barricate", disse il Direttore.
Mi strinse forte un braccio, se n'andò per non vedere, e mi lasciò
solo davanti alla porta della V C. Se non l'avessi sospirata per un
anno, quella nomina, se non avessi avuto, per me e per la mia famiglia,
una enorme necessità di quello stipendio, forse me ne sarei andato,
zitto zitto, e ancora oggi, probabilmente la V C della scuola
"Dante Alighieri" sarebbe in attesa del suo dominatore: ma mio
padre, mia madre, i miei fratelli attendevano impazienti, con forchetta
e coltelli, ch'io riempissi i loro piatti vuoti; perciò aprii quella
porta ed entrai.
Improvvisamente silenzio.
Ne approfittai per richiudere la porta e salire sulla cattedra. Seduti
sui banchi, forse sorpresi dal mio aspetto giovanile, non sapendo ancora
bene se fossi un ragazzo o un maestro, quaranta ragazzi mi fissavano
minacciosamente. Era il silenzio che precede le battaglie.
Di fuori era primavera; gli alberi del giardino avevano messo le prime
foglioline verdi, e i rami, mossi dal vento, carezzavano i vetri delle
finestre.
Strinsi i pugni, feci forza a me stesso per non dire niente: una parola
sola avrebbe rotto l'incanto, e io dovevo aspettare, non precipitare gli
avvenimenti.
I ragazzi mi fissavano, io li fissavo a mia volta come il domatore fissa
i leoni, e immediatamente compresi che il capo, quel Guerreschi, di cui
mi aveva parlato il Direttore, era il ragazzo di prima fila, -
piccolissimo, testa rapata, due denti in meno, occhietti piccoli e
feroci - che palleggiava da una mano all'altra un'arancia e mi guardava
la fronte.
Si capiva benissimo che nei riguardi del saporito frutto egli non aveva
intenzioni mangerecce.
Il momento era venuto.
Guerreschi mandò un grido, strinse l'arancia nella destra, tirò
indietro il braccio, lanciò il frutto, io scansai appena il capo,
l'arancia s'infranse alle mie spalle, contro la parete. Primo scacco:
forse era la prima volta che Guareschi sbagliava un tiro con le arance,
e io non m'ero spaventato, non m'ero chinato: avevo appena appena
scansato il capo, di quel poco che era necessario. Ma non era finita.
Inferocito, Guerreschi si drizzò in piedi e mi puntò contro - caricata
a palline di carta inzuppate con saliva - la sua fionda di elastico
rosso.
Era il segnale: quasi contemporaneamente gli altri trentanove si
drizzarono in piedi, puntando a loro volta le fionde, ma d'elastico
comune, non rosso, perché quello era il colore del capo.
Mi sembrò di essere un fratello Bandiera.
Il silenzio si era fatto più forte, intenso.
I rami carezzavano sempre i vetri delle finestre, dolcemente. Si udì
d'improvviso, ingigantito dal silenzio, un ronzio: un moscone era
entrato nella classe e quel moscone fu la mia salvezza.
Vidi Guerreschi con un occhio guardare sempre me, ma con l'altro cercare
il moscone, e gli altri fecero altrettanto, sino a che lo scoprirono, e
io capii la lotta che si combatteva in quei cuori: il maestro o
l'insetto?
Tanto può la vista di un moscone sui ragazzi delle scuole elementari.
Lo conoscevo bene il fascino di questo insetto: ero fresco di studi e
neanch'io riuscivo ancora a rimanere completamente insensibile alla
vista di un moscone.
Improvvisamente dissi: "Guerreschi" (il ragazzo sobbalzò,
meravigliato che conoscessi il suo cognome), "ti sentiresti capace,
con un colpo di fionda, di abbattere quel moscone?"
"E' il mio mestiere", rispose Guerreschi, con un sorriso.
Un mormorio corse tra i compagni.
Le fionde puntate contro di me si abbassarono, e tuti gli occhi furono
per Guerreschi che, uscito dal banco, prese di mira il moscone, lo
seguì, la pallina di carta fece; den! contro una lampadina, e il
moscone, tranquillo, continuò a ronzare come un aeroplano.
"A me la fionda!", dissi.
Masticai a lungo un pezzo di carta, ne feci una palla e, con la fionda
di Guerreschi, presi, a mia volta, di mira il moscone. La mia salvezza,
il mio futuro prestigio erano completamente affidati a quel colpo.
Indugiai a lungo, prima di tirare: "Ricordati", dissi a me
stesso, "di quando eri scolaro e nessuno ti superava nell'arte di
colpire i mosconi".
Poi, con mano ferma, lasciai andare l'elastico: il ronzio cessò di
colpo e il moscone cadde morto ai miei piedi.
"La fionda di Guerreschi", dissi, tornando immediatamente
sulla cattedra e mostrando l'elastico rosso. "è qui, nelle mie
mani. Ora aspetto le altre".
Si levò un mormorio, ma più d'ammirazione che di ostilità: e a uno a
uno, a capo chino, senza il coraggio di sostenere il mio sguardo, i
ragazzi sfilarono davanti alla cattedra, sulla quale, in breve, quaranta
fionde si trovarono ammonticchiate. (...)
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