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  Maestri/20

1924, Italia

Pippi Calzelunghe, Lindgren Astrid  

Quarto piano, interno 4, Di Giacomo Salvatore

Ragazzo negro, Wright Richard

Registro di classe, Onofri Sandro

Ricordi di scuola, Mosca Giovanni

 

Pippi Calzelunghe
Astrid Lindgren 

(Salani)

(...) Pippi si buttò a sedere in un banco libero, senza che alcuno glielo avesse assegnato; ma la maestra non sembrò notare la sua maniera sgangherata d'agire.
Disse soltanto in tono estremamente amichevole: - Benvenuta a scuola, piccola Pippi! Spero proprio che tu ti ci troverai bene e imparerai tante belle cose.
- Tutto questo è giusto, ma io spero invece di avere la vacanze natalizie che mi spettano - disse Pippi, - i diritti innanzi tutto!
- Se intanto vorrai essere così gentile da dirmi qual è il tuo vero nome, - disse la maestra - io lo scriverò nel registro di classe.
- Mi chiamo Pippilotta Pesarella Tapparella Succiamenta, figlia del capitano Efraim Calzelunghe, prima terrore dei mari, ora re dei negri. Pippi non è che il mio diminutivo, perché papà trovava Pippilotta troppo lungo.
- Bene - disse la maestra - anche noi ti chiameremo semplicemente Pippi. Cominciamo intanto a esaminarti per vedere che cosa sai: sei ormai una bimba grande, e certo hai già una quantità di cognizioni. Iniziamo magari con l'aritmetica: dunque, Pippi, sai dirmi quanto fa 7 più 5?
Pippi la guardò, un po' stupita e un po' corrucciata.
Poi disse: - Beh, senti, se non lo sai da te, non aspettarti che te lo venga a raccontare io!
Gli altri bambini guardarono Pippi scandalizzati, e la maestra lo spiegò con pazienza che quello non era il modo di rispondere, a scuola. Non si doveva dare del <<tu>> alla maestra, ma bisognava chiamarla <<signorina>>.
- Oh, ne sono proprio spiacente! - disse Pippi, tutta contrita. - Non lo sapevo, e non farò mai più una cosa simile.
- Lo spero - disse la maestra - e voglio anche dirti che 7 più 5 fa 12.
- Vedi dunque che lo sapevi! - esclamò Pippi - Ma allora perché me l'hai chiesto? Oh, che stupida: ti ho dato di nuovo del <<tu>>! Scusa, eh! - disse - e si diede un vigorosa tirata d'orecchie. La maestra fece finta di nulla, e proseguì:
- Allora, Pippi, quanto pensi che faccia 8 più 4?
- Così, ad occhio e croce, 67- rispose Pippi dopo matura riflessione.
- Ma no! - disse la maestra. - 8 più 4 fa 12.
- Ah, vecchia mia, ora stiamo proprio passando il segno! - s'indignò Pippi. Tu stessa hai detto poco fa che è 7 più 5 che fa 12. Perfino a scuola ci vuole un po' d'ordine! D'altra parte, se ti perdi in simili sciocchezze proprio come una bambina, perché non ti metti buona in un angolo a contare per conto tuo, e ci lasci in pace, così noi intanto possiamo giocare a nasconderci? Dio mio, ti ho dato di nuovo del <<tu>>! - gridò spaventata. Ti prego, perdonami, se ti riesce, ancora per questa volta, e ti prometto di ricordarmene davvero, d'ora in poi!
La maestra disse che doveva cercare proprio di farlo; ma non ritenne fosse il caso di insistere ancora sulla aritmetica, con Pippi. Preferì interrogare gli altri bambini.
- Tommy, guarda se ti riesce di risolvere questo problema - cominciò - <<Se Lisa ha 7 mele e Axel ha 9 mele, quante ne hanno tra tutte e due?>>
- Si, si, rispondi, Tommy - intervenne Pippi. - E poi rispondi a questo mio problema: <<Se Lisa ha mal di pancia e Axel ha ancora più mal di pancia, quale ne è la causa, e dove avevano rubato le mele?>>
La maestra fece finta di non aver sentito, e si rivolse ad Annika:
- Ora, Annika, porrò a te un altro problema: <<Gustavo ha preso parte, con i suoi compagni, a una gita scolastica. All'andata aveva una corona, e al ritorno 7 centesimi. Quanto aveva speso?>>
- Già - disse Pippi - e poi sono io che voglio sapere perché aveva le mani così bucate, e se i soldi li aveva spesi per una gazzosa, e se si era lavato le orecchie per bene, prima di uscire.
La maestra stabilì di lasciar perdere l'aritmetica.
Forse Pippi avrebbe preferito imparare a leggere, pensò.
Così estrasse una figura che rappresentava un istrice, dinanzi al cui naso era tracciata la lettera <<i>>.
- Ecco qualcosa di divertente da imparare Pippi - disse in fretta. - Qui vedi un iiiiiiistrice; e questa lettera al principio dell'iiiiiiistrice si chiama <<i>>.
- Incredibile! - esclamò Pippi - A me sembra un'asta con una cacchina di mosca sopra: e sarei curiosa di sapere che cosa centri un istrice con una cacchina di mosca.
La maestra estrasse la prima illustrazione, che rappresentava un serpente e spiegò a Pippi che la lettera iniziale si chiamava <<s>>.
- A proposito di serpenti - sbottò Pippi - mai riuscirò a dimenticarmi quella volta che lottai con un serpente gigante dell'India. Era un serpente così spaventoso, da non potersi immaginare, era lungo 14 metri e inferocito come un'ape, e ogni giorno mangiava cinque portate a base di Indiani e due bambini piccoli come dolce, e una volta si mise in testa di avere me come dolce, e allora incominciò a strisciarmi intorno sibilando crasc ma <<siamo o non siamo lupi di mare?>> mi dissi, e gli detti un colpo in testa - bum - e - pfff - allora morì, ah ah, e questa sarebbe per voi la lettera <<s>>, davvero mirabolante!
Qui Pippi fu costretta a riprender fiato, e la maestra, che incominciava a giudicarla una bambina piuttosto rumorosa e noiosa, propose alla classe di dedicarsi un po' al disegno. Pensava che così almeno Pippi si sarebbe messa a sedere tranquillamente e si sarebbe applicata in silenzio al disegno. Tirò fuori carta e matite e li distribuì agli scolari. - Disegnate quel che volete - disse e si sedette in cattedra per correggere in pace i compiti.
Quando dopo un po' levò lo sguardo per vedere se, coi disegni, le cose funzionassero meglio, si accorse che tutti i bambini si erano seduti intorno a Pippi che, distesa sul pavimento, disegnava con molta foga,
- Ma Pippi! - gridò la maestra spazientita. - Perché non disegni sulla carta?
- Quella l'ho già utilizzata da molto tempo - rispose Pippi - ma il mio cavallo tutto intero non ci sta su quel misero foglietto di carta. Proprio ora sto facendogli le zampe anteriori, ma quando arriverò alla coda credo che sarò costretta ad andare a disegnare in corridoio.
La maestra fece appello alle sue ultime risorse.
- E se invece ci mettessimo a cantare? - propose.
Immediatamente tutti i bambini si alzarono in piedi dietro ai loro banchi, tutti meno Pippi che rimaneva sempre distesa sul pavimento.
- Cantate pure voi - disse - così posso riposarmi un po': l'eccessiva scienza può spezzare la fibra più resistente.
Ma nella maestra ogni riserva di pazienza s'era esaurita. Invitò tutti gli altri bambini ad andarsene a giocare in cortile, per poter parlare seriamente con Pippi a quattrocchi.
Quando questa e la maestra furono rimaste sole, Pippi si alzò e andò difilata alla cattedra. - Sai, ti voglio dire una cosa, signorina - disse. - è stato davvero divertente vedere come ve la passate qui. Ma direi che non mi interessa molto continuare ad andare a scuola. Sarà quello che sarà, per le vacanze di Natale. Ma qui avete veramente troppe mele, istrici e serpenti: ho una grande confusione in testa. Spero proprio, signorina, che questo non ti faccia troppo dispiacere. (...)

Quarto piano, interno 4
Salvatore Di Giacomo

(...) Di faccia alla finestra ove la servetta s'indugiava era quella della Marangi, la maestrina comunale. A poca distanza dal parapetto, seduta a una tavola sulla quale era pur la piccola macchina da cucire, la Marangi scriveva, piegata su un mucchio di carte. Di volta in volta, sostando, si leccava il medio della mano destra che s'era insudiciato d'inchiostro, e lo fregava a una pezzuola.
- Signorina Marangi, - disse Milia - scusate tanto se vi disturbo. Io vado per una commissione e lascio sola la mia signorina. Mi volete dare occhio alla porta?
La Marangi levò il capo. Rispose:
- Va bene.
E si rimise a scrivere. S'udì lo sbattere della porta e Milia scese le scale, canticchiando. Era così alto il silenzio che la Marangi udì, chiaramente, la voce della servetta in cortile. Milia diceva al portinaio:
- Don Angelo, non lasciate salire alcuno. La signorina è rimasta sola in casa. Io vado per un soldo d'aghi e subito torno.
La maestrina, che aveva abbandonato il braccio sulla tavola e schiuse le dita dalle quali era sfuggita la penna sospirò profondamente. I suoi grandi e dolci occhi azzurri si velarono, stanchi, fra le ciglia. Appena tornata dalla scuola s'era posta a rivedere i compiti delle sue scolarette: un mucchio di scritti infantili aspettava ancora i suoi segni di correzione a matita azzurra. E la notte precedente ella aveva così poco dormito!
- Pazienza! - mormorò, passando e ripassando le dita sulle palpebre grevi.
Come un'eco, dalla finestra di rimpetto, una voce ripetette:
- Pazienza!
- Oh, Sofia! Sei tu? - disse la Marangi.
Immobile, ritta presso il davanzale della sua finestra, la signorina Sofia la guardava.
- E tu che fai, Laura?
La maestrina sorrise, malinconicamente. Con gli occhi indicò gli scritti sparsi sulla tavola. - Non vedi? Correggo compiti.
Rimasero mute per un po' tutte e due, contemplandosi.
- Che fai? - disse la Marangi.
- Nulla.
- Nulla? Troppo poco... Tu soffri, Sofia, tu soffri, lo so. Lo vedo. Come sei pallida!
Si levò dalla tavola e venne a porsi davanti alla finestra. Mise le mani spiegate sul davanzale. E, gravemente, soggiunse:
- Senti, Sofia, lascialo! Io te lo volevo dire da tanto tempo! Pensa a te, pensa a te! Quell'uomo lì non è fatto pel tuo carattere nobile e fine. Lascialo. Egli ti lascerà, se non lo lasci. E' tristo, è ingeneroso... Perdonami, sai, non ti dolere... è tristo, è tristo!...
Sofia Sponzilli tremava, bianca come un cencio. Tremavano le sue piccole mani nervose e tormentavano i fascicoli del romanzo, il gomitolo, il ricamo che Milia aveva dimenticato sulla finestra.
Rispose, piano:
- No... non posso.
- Ti lascerà! Lo vedrai.
- Ebbene... se fa questo... Vedrai, Laura!
La maestrina scosse la testa, pietosa. E si mise a riordinare, macchinalmente, i suoi compiti sulla tavola.
- Tu non hai cuore per certe cose! - disse la Sponzilli, all'improvviso. - Tu non hai mai amato!
- Oh, figlia mia! - balbettò la maestrina, con tutta la commossa voce del suo cuore pieno di ricordi e di rimprovero. E le carte le sfuggirono di mano, ed ella chinò la testa e si sentì piegare.
La Sponzilli era scomparsa. Laura Marangi scivolò temente lungo la tavola, tornò a sedere al suo posto, riprese la penna e contemplò, muta, meditando, i suoi compiti. Gli occhi le si erano empiti di lagrime. Bagnò due o tre volte la penna, cercò uno degli scritti nel mucchietto che se n'era posto davanti. La mano e lo scritto rimasero lì, immoti. Ella si risovveniva, ora, di tutte le sue pene, di tutto l'amor suo finito miseramente per una volgare questione d'interessi, di denaro. Povera, anche lei: con una mamma vecchia, cieca, poveramente pensionata, con un fratello ferroviere che ora le voleva abbandonare per ammogliarsi, e senz'altro, senz'altro, che uno stipendio meschino! E senza più amore, e senza più speranza, davanti all'oscuro avvenire!
Reclinò la testa bionda sul braccio e ve la posò, e vi nascose la faccia. (...)

 

Ragazzo negro
Richard Wright
(Einaudi)

(...) La scuola religiosa si aperse, ed io v'introdussi la mia imbronciata presenza.
Venti scolari disposti per ordine d'età, dai cinque ai diciannove anni, e dalla scuola primaria fino alla secondaria, erano ammassati in una sola stanza. L'unica insegnante era zia Addie, e fin dal primo giorno, un acuto, aspro antagonismo sorse tra noi.
Era La prima volta ch'ella faceva scuola, e la innervosiva e imbarazzava il fatto che un suo parente, un parente che non voleva condividere la sua fede e che non era un seguace della sua setta, si trovasse nell'aula.
Aveva deciso di farmi conoscere a tutti gli scolari per un peccatore di cui ella non prendeva le parti e al quale non si doveva accordare considerazione di sorta. Gli scolari erano ragazzi docili, mancanti di quell'acuto senso di rivalità che fa dei ragazzi e delle ragazze della scuola pubblica un'accolita di gente in cui un ragazzo è saggiato e pesato, ed in cui acquista una visione di ciò che è il mondo.
Questi erano senza volontà, i loro discorsi erano piatti, i loro gesti vaghi, le loro personalità svuotate di rabbia, di speranza, di allegria, di entusiasmo, di passione o di disperazione.
Io ero in grado di vederli con una obbiettività per loro inconcepibile.
Erano completamente dominati dal loro ambiente e non potevano immaginarne altri, mentre io provenivo da un altro piano di vita, dalle porte volanti dei saloons,
dagli scali della ferrovia, dai capannoni, dalle bande di ragazzi di strada, dagli argini dei fiumi, e da uno orfanotrofio; ero stato tramutato di città in città, di casa in casa, ed ero stato mescolato coi grandi, forse più di quanto non avesse potuto giovarmi.
Dovetti reprimere la mia abitudine di dir parolacce, ma non prima d'aver scandalizzato più di metà di loro e d'aver messo in imbarazzo zia Addie, facendola sentire impotente. Verso la fine della prima settimana di scuola, il conflitto che covava tra zia Addie e me divampò apertamente. Un pomeriggio ella si alzò dalla cattedra, venne tra i banchi e mi si fermò accanto.
"Sai bene che non devi farlo!" disse, battendomi con un righello sulle nocche. "Far che cosa?" domandai, stupito, strofinandomi le mani.
"Guarda per terra!" disse lei. Guardai e vidi molti pezzettini di polpa di noce sparsi lì attorno, alcuni avevano fatto delle macchie grasse sul lindo, chiaro tavolato di pino.
Ricordai d'un tratto che il ragazzo davanti a me ne aveva mangiato; le mie noci le avevo in tasca, ancora da schiacciare.
"Io non ne so nulla," dissi.
"Lo sai bene che non si deve mangiarne in classe," disse lei.
"Io non ho mangiato," dissi.
"Non dire bugie! Questa non è una scuola come un'altra, è un luogo sacro del Signore!" disse lei indignata.
"Zia Addie, le mie noci le ho qui in tasca..."
"Io sono Miss Wilson!" gridò lei.
La fissai, ammutolito, comprendendo finalmente ciò che la irritava.
Ella mi aveva avvertito di chiamarla Miss Wilson in classe, e per la maggior parte delle volte lo avevo fatto. Temeva che se l'avessi chiamata zia ciò avrebbe scosso il morale degli scolari, benché tutti lo sapessero che era mia zia, e molti la conoscessero da più tempo di me.
"Mi dispiace" dissi, e distolsi il capo da lei e apersi un libro.
"Richard, alzati in piedi!"
Non mi mossi. L'atmosfera era tesa. Le mie dita si stringevano al libro e sentivo che tutti gli scolari ci stavano guardando. Non ero stato io a mangiare le noci; mi dispiaceva d'averla chiamata zia Addie, ma non volevo essere scelto proprio io per una punizione gratuita.
E poi mi aspettavo che il ragazzo davanti a me inventasse qualche bugia per salvarmi, poiché era lui in realtà il colpevole. "Ti ho detto di alzarti in piedi!" gridò.
Rimasi seduto, senza togliere gli occhi dal libro. D'un tratto ella mi afferrò per il colletto e mi strappò dal sedile, e mi ritrovai barcollante in mezzo alla stanza. "Ho detto a te!" gridò istericamente.
Mi drizzai e la guardai; c'era odio nel mio sguardo.
"Non guardarmi in quel modo"!
"Non sono stato io a buttar in terra le noci".
"E chi è stato, allora"?
Il mio codice dei ragazzi di strada mi metteva in imbarazzo. Non avevo mai fatto la spia a un compagno, alla scuola pubblica, e aspettavo che il ragazzo davanti mi venisse in aiuto, dicendo una bugia, facendo delle scuse, una cosa qualsiasi.
In passato mi ero preso delle punizioni che non mi spettavano per tener fede alla solidarietà della banda, ed avevo visto altri ragazzi far lo stesso. Ma il ragazzo religioso, con l'aiuto di Dio, non parlò.
"Non lo so chi è stato," dissi alla fine.
"Vai davanti alla cattedra," disse zia Addie. Adagio, andai alla cattedra, aspettandomi un rimprovero; ma il cuore mi diede un balzo, la vidi andare all'angolo, scegliere una lunga, verde sferza flessibile e venir verso di me. Persi il controllo dei miei nervi.
"Io non ho fatto niente!" urlai.
Mi colpì e feci un balzo da parte. "Non ti muovere"! esplose, la faccia livida di rabbia, il corpo tremante.
Rimasi fermo, sentendomi sconfitto più dal santo ragazzo dietro di me che da zia Addie. "Para la mano".
Parai la mano giurando a me stesso che mai mi sarebbe capitata un'altra volta una cosa simile, a qualsiasi costo. Mi sferzò la mano fino a farmela diventar rossa, e poi le gambe nude fino a rigarmele di rosa.
Strinsi i denti per evitare d'emettere un sol gemito e quando ella smise, continuai a tenere la mano distesa, come a farle vedere che i suoi colpi non mi avrebbero mai veramente toccato, e fissandola in viso senza batter ciglio.
"Abbassa la mano e va' al tuo posto," disse lei.
Lasciai cadere la mano e girai sui tacchi, la mano e le gambe in fiamme, il corpo rigido. Camminai come in una nebbia di rabbia verso il mio banco.
"E ancora non l'ho finita, con te"! mi gridò dietro.
Aveva detto una frase di troppo; prima che potessi accorgermene mi ero voltato e la fissavo a bocca aperta, gli occhi fiammeggianti.
"Non l'avete finita con me"? ripetei. "Ma che cosa vi ho fatto"?
"Siediti e sta zitto"! tuonò zia Addie.
Sedetti.
Di una cosa ero sicuro: che non mi sarei lasciato battere un'altra volta da lei. Ero stato spesso battuto duramente, ma quasi sempre avevo sentito che le bastonature erano in certo qual modo giuste e ragionevoli, che ero dalla parte del torto.
Adesso, per la prima volta, mi sentii alla pari d'un adulto, mi resi conto che ero stato battuto per una ragione non giusta. (...)

 

Registro di classe
Sandro Onofri
(Einaudi)

(...) 26 aprile. La legge è proprio imperscrutabile, certe volte. Si pensi alle responsabilità che toccano a un insegnante durante i quindici minuti di ricreazione, per esempio: se resta in classe, e i propri alunni si scapicollano giù per le scale, lui è a posto; se invece si affaccia sul corridoio per controllare che l'orda selvaggia non causi vittime né si accendano zuffe e risse, ma malauguratamente l'unico alunno rimasto in classe subisce proprio in quel momento un infortunio, allora per il docente sono guai seri, in quanto responsabile di avere "abbandonato il posto di lavoro" e di "non avere ottemperato ai propri doveri di vigilanza". Io ho deciso di fare l'inglese e di adeguarmi. Di questi tempi, quando si parla dei doveri dei professori, è meglio non stare a ricamarci troppo sopra, stanno tutti coi nervi tesi, dai politici ai sindacalisti ai giornalisti. Per carità. Oltre tutto è molto più comodo, almeno in questo caso, fare il proprio dovere. E cosi oggi - vengo al dunque - mentre stavo seduto nella mia garitta a sistemare il registro, ignorando le cavalcate e le grida di guerra che si succedevano per il corridoio, si è presentata Enza. Doveva parlarmi privatamente. Della poesia che ha presentato al concorso letterario, ha aggiunto. L'ho invitata a sedersi su una delle venti sedie vuote presenti nella mia postazione e lei, col viso arrossato per l'imbarazzo, ha confessato di botto che quella poesia non era opera sua.
Sono rimasto di stucco. E vero che sono ormai preparato a tutto: in particolare per le iniziative che esulano dalia stretta attività didattica le sorprese sono all'ordine del giorno. Ma cos'era adesso questa novità? Pure tu, ho detto, Enza, adesso ti metti a fare la furba? Pure tu? Chi te l'ha scritta, la poesia? Una cugina più grande? Tua sorella? E Enza, poverina, ha abbassato lo sguardo, e tutto d'un fiato ha confessato che non c'era niente di tutto questo. La poesia era opera di Giovanni, un compagno di classe. Ah, e cos'hai fatto? ho chiesto, sospettoso. Gliel'hai rubata? Macché, professo', ha precisato lei, con un sorriso. Me l'ha chiesto lui. E come sarebbe, perché? Perché sennò i compagni, se sanno che lui scrive poesie, cominciano a dirgli che è frocio, professo', e lui non vuole. Ecco perché.
Be', io di fronte a questa motivazione, mi sono arreso. Queste sono cose serie, a quell'età. Li conosco bene anch'io, certi condizionamenti, eccome. Adesso sarà un problema. Perché oltre tutto la poesia è anche bella, e corre il rischio serio di vincere. Ma se vince, chi glielo dice a Giovanni? E ai suoi amici? Pensateci bene, pensate da quale labirinto di pregiudizi emerge questo piccolo, ridicolo problema.

10 maggio. Il ricevimento generale dei genitori lo considero un po' come la cartina al tornasole del mio stato di salute. Se esco da quelle tre ore di colloqui senza avere mai provato nemmeno una volta un istinto aggressivo, o uno stimolo regressivo che mi porterebbe a urlare e a rispolverare tutto il mio sepolto archivio di spropositi e mal eloqui alla romana, be', se questo avviene, vuol dire che posso sentirmi al riparo da ulcere e ansie per qualche mese.
L'ultima volta, proprio l'altro giorno, purtroppo non è andata così. E all'uscita non la prima sigaretta dopo tre ore di astinenza ho messo in bocca ma una pastiglia di Zantac. Perché, vedete, ci sono essenzialmente due categorie di genitori: quelli che vengono per parlare dell'andamento scolastico dei propri figli, e quelli che ritengono di doverli proteggere contro le angherie dei professori. Tra questi ultimi, poi, si devono distinguere due ulteriori tipi: coloro che si presentano in modo aggressivo e pretendono ragione dell'affronto di un cinque o di un quattro affibbiato alle proprie creature, e quelli che invece stanno li davanti, con aria afflitta, e scuotono la testa rassegnati, come piegati da secoli e secoli di ingiustizie subite, di cui tu sei solo l'ultima incarnazione. Sono questi ultimi a rappresentare un vero e proprio tesoro per i produttori di pastiglie Zantac.
L'altro giorno, dicevo, c'è stata una specie di spontanea manifestazione contro di me, durante i colloqui. Erano sei signore, minigonne e calze a rete, che si sono sedute, e hanno subito assunto una posa antica. "Quella" posa. Un po' pirandelliana, di colpa e di rimprovero, di un silenzio ammonitore, gli sguardi bassi e ammaccati. Professore, ha cominciato la prima, ma come si fa? Noi siamo lavoratori, non abbiamo mica i beni al sole. Campiamo di stipendio, noi!, ha aggiunto un'altra. Non facciamo mica i professori! Le ho invitate a spiegarsi meglio. Insomma, professore, ha ripreso la prima, ma come si fa? Un libro al mese! Un libro al mese lei fa comprare ai nostri figli! E noi, poveracci, noi non ce la facciamo più! Allora mi sono difeso, ho detto che mi preoccupo di scegliere solo edizioni tascabili, sono dieci, quindicimila lire al massimo...
Ma la sesta, l'ultima, che fremeva, la vedevo che fremeva da quando si era seduta, mi ha interrotto, ha preso a dire sottovoce, scuotendo la testa, sguardo basso e percosso, che adesso si era aggiunta pure la richiesta di comprare i giornali con le pagine sulla guerra. Ci mancava pure la guerra, adesso, ha sospirato. Io, che mi sentivo ormai una carogna, ho tentato di dire che non c'era bisogno di comprare dei giornali in più, bastava il quotidiano di tutti i giorni. E allora la prima ha alzato una spalla e quale giornale?, ha detto, in casa nostra mica compriamo giornali, ha detto, ci mancherebbe pure questo! Giusto mio marito, la domenica, il Corriere dello Sport. Ma per lei, professore, è sempre domenica... (...)

 

Ricordi di scuola
Giovanni Mosca 

(Rizzoli)

(...) La conquista della quinta C.
Avevo vent'anni quando, tenendo nella tasca del petto la lettera di nomina a maestro provvisorio, e sopra la tasca la mano, forte forte, tanto era la paura di perdere quella lettera così sospirata, mi presentai alla scuola indicata e chiesi del Direttore.
Il cuore mi faceva balzi enormi.
"Chi sei?", mi domandò la segretaria. "A quest'ora il signor Direttore riceve solo gli insegnanti".
"So... sono appunto il nuovo maestro..." dissi, e le feci vedere la lettera.
La segretaria, gemendo, entrò dal Direttore il quale subito dopo uscì, mi vide, si mise le mani sui capelli.
"Ma che fanno", gridò, "al Provveditorato? Mi mandano un ragazzino quando ho bisogno di un uomo con grinta baffi e barba da Mangiafuoco, capace di mettere finalmente a posto quei quaranta diavoli scatenati! Un ragazzino invece... Ma questo, appena lo vedono, se lo mangiano!"
Poi, comprendendo che quello era tutt'altro che il modo migliore di incoraggiarmi, abbassò il tono di voce, mi sorrise e, battendomi una mano sulla spalla: "Avete vent'anni?", disse. "Ci credo, perché altrimenti non vi avrebbero nominato; ma ne dimostrate sedici. Più che un maestro sembrate un alunno di quinta che abbia ripetuto parecchie volte. E questo, non ve lo nascondo, mi preoccupa molto. Non sarà uno sbaglio del Provveditorato? C'è proprio scritto Scuola 'Dante Alighieri'?"
"Ecco qui", dissi mostrando la lettera di nomina. "'Scuola Dante Alighieri'".
"Che Iddio ce la mandi buona!", esclamò il Direttore. "Sono ragazzi che nessuno, finora, è riuscito a domare. Quaranta diavoli, organizzati, armati, hanno un capo, si chiama Guerreschi; l'ultimo maestro, anziano, e conosciuto per la sua autorità, se n'è andato via ieri, piangendo, e ha chiesto il trasferimento...".
Mi guardò in faccia, con sfiducia: "Se aveste almeno i baffi...", mormorò.
Feci un gesto, come dire ch'era impossibile, non mi crescevano.
Alzò gli occhi al cielo: "Venite", disse.
Percorremo un lungo corridoio fiancheggiato da classi: quarta D, quinta A, quinta B... quinta C...
"E' qui che dovete entrare" disse il direttore fermandosi dinanzi alla porta della V C dalla quale sarebbe poco dire che veniva chiasso: si udivano grida, crepitii di pallini di piombo sulla lavagna, spari di pistole a cento colpi, canti, rumore di banchi smossi e trascinati.
"Credo che costruiscano barricate", disse il Direttore.
Mi strinse forte un braccio, se n'andò per non vedere, e mi lasciò solo davanti alla porta della V C. Se non l'avessi sospirata per un anno, quella nomina, se non avessi avuto, per me e per la mia famiglia, una enorme necessità di quello stipendio, forse me ne sarei andato, zitto zitto, e ancora oggi, probabilmente la V C della scuola "Dante Alighieri" sarebbe in attesa del suo dominatore: ma mio padre, mia madre, i miei fratelli attendevano impazienti, con forchetta e coltelli, ch'io riempissi i loro piatti vuoti; perciò aprii quella porta ed entrai.
Improvvisamente silenzio.
Ne approfittai per richiudere la porta e salire sulla cattedra. Seduti sui banchi, forse sorpresi dal mio aspetto giovanile, non sapendo ancora bene se fossi un ragazzo o un maestro, quaranta ragazzi mi fissavano minacciosamente. Era il silenzio che precede le battaglie.
Di fuori era primavera; gli alberi del giardino avevano messo le prime foglioline verdi, e i rami, mossi dal vento, carezzavano i vetri delle finestre.
Strinsi i pugni, feci forza a me stesso per non dire niente: una parola sola avrebbe rotto l'incanto, e io dovevo aspettare, non precipitare gli avvenimenti.
I ragazzi mi fissavano, io li fissavo a mia volta come il domatore fissa i leoni, e immediatamente compresi che il capo, quel Guerreschi, di cui mi aveva parlato il Direttore, era il ragazzo di prima fila, - piccolissimo, testa rapata, due denti in meno, occhietti piccoli e feroci - che palleggiava da una mano all'altra un'arancia e mi guardava la fronte.
Si capiva benissimo che nei riguardi del saporito frutto egli non aveva intenzioni mangerecce.
Il momento era venuto.
Guerreschi mandò un grido, strinse l'arancia nella destra, tirò indietro il braccio, lanciò il frutto, io scansai appena il capo, l'arancia s'infranse alle mie spalle, contro la parete. Primo scacco: forse era la prima volta che Guareschi sbagliava un tiro con le arance, e io non m'ero spaventato, non m'ero chinato: avevo appena appena scansato il capo, di quel poco che era necessario. Ma non era finita.
Inferocito, Guerreschi si drizzò in piedi e mi puntò contro - caricata a palline di carta inzuppate con saliva - la sua fionda di elastico rosso.
Era il segnale: quasi contemporaneamente gli altri trentanove si drizzarono in piedi, puntando a loro volta le fionde, ma d'elastico comune, non rosso, perché quello era il colore del capo.
Mi sembrò di essere un fratello Bandiera.
Il silenzio si era fatto più forte, intenso.
I rami carezzavano sempre i vetri delle finestre, dolcemente. Si udì d'improvviso, ingigantito dal silenzio, un ronzio: un moscone era entrato nella classe e quel moscone fu la mia salvezza.
Vidi Guerreschi con un occhio guardare sempre me, ma con l'altro cercare il moscone, e gli altri fecero altrettanto, sino a che lo scoprirono, e io capii la lotta che si combatteva in quei cuori: il maestro o l'insetto?
Tanto può la vista di un moscone sui ragazzi delle scuole elementari.
Lo conoscevo bene il fascino di questo insetto: ero fresco di studi e neanch'io riuscivo ancora a rimanere completamente insensibile alla vista di un moscone.
Improvvisamente dissi: "Guerreschi" (il ragazzo sobbalzò, meravigliato che conoscessi il suo cognome), "ti sentiresti capace, con un colpo di fionda, di abbattere quel moscone?"
"E' il mio mestiere", rispose Guerreschi, con un sorriso.
Un mormorio corse tra i compagni.
Le fionde puntate contro di me si abbassarono, e tuti gli occhi furono per Guerreschi che, uscito dal banco, prese di mira il moscone, lo seguì, la pallina di carta fece; den! contro una lampadina, e il moscone, tranquillo, continuò a ronzare come un aeroplano.
"A me la fionda!", dissi.
Masticai a lungo un pezzo di carta, ne feci una palla e, con la fionda di Guerreschi, presi, a mia volta, di mira il moscone. La mia salvezza, il mio futuro prestigio erano completamente affidati a quel colpo.
Indugiai a lungo, prima di tirare: "Ricordati", dissi a me stesso, "di quando eri scolaro e nessuno ti superava nell'arte di colpire i mosconi".
Poi, con mano ferma, lasciai andare l'elastico: il ronzio cessò di colpo e il moscone cadde morto ai miei piedi.
"La fionda di Guerreschi", dissi, tornando immediatamente sulla cattedra e mostrando l'elastico rosso. "è qui, nelle mie mani. Ora aspetto le altre".
Si levò un mormorio, ma più d'ammirazione che di ostilità: e a uno a uno, a capo chino, senza il coraggio di sostenere il mio sguardo, i ragazzi sfilarono davanti alla cattedra, sulla quale, in breve, quaranta fionde si trovarono ammonticchiate. (...)