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  Maestri/14

                                    1928, Giappone

 

 

La turbinosa storia di Picco Uragano,  Mahy Margaret  

La vita è bella, Cerami Vincenzo - Benigni Roberto

La zizzania, Deledda Grazia

L'anno della tigre, Unali Lina

L'arpa di Davita, Potok Chaim

 

La turbinosa storia di Picco Uragano
Margaret Mahy 

(Salani)

(...)
La Scuola Inaspettata
La Scuola Inaspettata si trovava proprio sulla vetta di Picco Uragano, scavata nella montagna. L'uragano la sferzava sei o sette volte al giorno (perché gli ci volevano tre ore e qualcosa per soffiare su tutti i punti della circonferenza del picco e tornare a quello di partenza).
Quando Huxley e Zaza Hammond scesero per la scaletta di corda dell'elicottero della nettezza, il vicedirettore era già li ad aspettarli. Era un giovanotto alto che indossava uno svolazzante mantello nero coperto di parole magiche tipo abracadabra e anaxagorillaballirogaxana (parola che si può leggere dall'inizio alla fine e dalla fine allinizio). Il giovanotto aveva un folto cespuglio di capelli color rame, e questa era una buona cosa, perché, per quanto notevolmente, era dotato di orecchie sporgenti come due manici di pignatta, e se i capelli non fossero stati così cespugliosi e di colore così acceso, le orecchie sarebbero risaltate ancor di più.
"Sono Heathcliff Magik" disse. " Suppongo che abbiate indovinato alla prima occhiata che sono un mago. Non vedo perché dovrei nasconderlo!"
Huxley e Zaza lo avevano già indovinato.
"In questa scuola tendiamo a specializzarci in magia" seguitò Heathcliff con voluta indifferenza, mescolando un mazzo di carte mentre alle sue spalle l'elicottero della nettezza calava rapidamente gli artigli per tirar su i sacchi d'immondizie della scuola. "Vostro padre desidera che vi somministriamo forti razioni di scienze e matematica, e io gli ho promesso che avrei passato la richiesta alla signorina Risoluti. Ma si dà il caso che la signorina Risoluti sia assente da molto tempo, e io ho pensato che vostro padre sarebbe rimasto sconcertato se gliel'avessi detto. Naturalmente, non appena la signorina Risoluti sarà di ritorno non mancherò di trasmetterle il messaggio: per cui, in fin dei conti, a vostro padre ho detto la verità."
E confido fermamente che un giorno, magari non lontano, la signorina Risoluti possa fare davvero ritorno. Ma ora entrate, svelti, perché l'uragano sta arrivando".
Infatti, mentre il signor Magik parlava, Huxley e Zaza avevano già sentito le prime sferzate dell'uragano che ululava alle loro spalle. L'elicottero della nettezza frullò via in preda al panico.
"Ma lei" osservò Huxley mentre salivano di corsa le scale della scuola, "lei ha detto a nostro padre che la signorina Risoluti si trovava a un congresso".
"Ai genitori dico sempre così" replicò Heathcliff Magik, scagliando le carte in aria, dove svanirono. "Ho l'impressione che questo li tranquillizzi. E poi può anche darsi che sia vero. Io, almeno, spero ardentemente che lo sia. Ciò non toglie che la storia dell'assenza della signorina Risoluti sia sconcertante... e perfino un po' sconvolgente, mi rincresce dirlo. Sto chiedendomi se sia il caso di raccontarvela... Ma sì, penso che sia il caso. Meglio essere sinceri... bè, insomma, il più sinceri possibile". Sbattè il portone di pietra in faccia all'uragano (che ci restò con un palmo di naso) e continuò a discorrere mentre faceva rotolare un masso sferico contro la porta. E pilotando Huxley e Zaza fin dentro una stanza sulla cui porta stava scritto Ufficio del Vice, cominciò a raccontare.
"Dunque!... Molti anni fa assai prima che io venissi ad insegnare qui, la signorina Risoluti ebbe un alunno molto indisciplinato, a nome Fondello Quinte. Senza entrare in particolari, posso dirvi che questo alunno faceva il gradasso coi compagni più piccoli; tra l'altro li obbligava a investire i soldi delle merendine in una banca fondata da lui stesso, e poi proibiva loro di prelevarli. Infatti li prestava ai più grandi a un tasso di interesse molto salato. Ma alla fine la signorina Risoluti lo scoprì, e naturalmente andò su tutte le furie. Quando se la vide piombare addosso, Fondello Quince arraffò i suoi immorali profitti e filò fuori del portone come una palla di fucile, con la signorina Risoluti alle calcagna. Per sfortuna, proprio in quel momento l'uragano era al culmine della violenza, e i due furono spazzati via. Per farla corta, non si sono più rivisti da quarant'anni a questa parte... A ogni modo, quarant'anni non sono niente per una donna come la signorina Risoluti, e io confido che ormai la direttrice possa tornare in qualsiasi momento".
Huxley e Zaza intuirono subito di essere capitati nel tipo di scuola che faceva per loro. Non solo era scavata in un picco di montagna, ma ai suoi frequentatori capitavano cose a tinte fortissime.
"Potrei scriverci una storia" esclamò entusiasta Huxley.
"E io potri illustrarla" propose Zaza.
"Oh, sì!" disse Heathcliff, estraendo un asso di cuori dal taschino di Huxley e fissandolo affascinato. "Però prima dovreste compilare questi moduli rosa, ideati personalmente dalla signorina Risoluti. Scriveteci il vostro nome e il nome dei vostri genitori e il loro numero di telefono, e quanti soldi guadagnano eccetera, e mentre voi scrivete io guardo il panorama".
Mentre Huxley e Zaza compilavano i moduli, il vicedirettore si avviluppò nel mantello e andò a mettersi in piedi accanto alla finestra, dove restò sospirando fra sé e sé e facendo apparire e sparire l'asso di cuori fra le dita di una mano. Dal nulla vennero fuori altre carte, e di lì a pochi momenti Heathcliff stava di nuovo mescolando l'intero mazzo. Fuori, l'uragano passò furibondo, trascinando via con sé una quantità di foglie, fuscelli, topi, aquile, branchi di capre e via discorrendo; ma nella pianura sottostante si poteva scorgere in lontananza la grande città di Farforca, magicamente scintillante di luci. "Ah, Belladonna!" sospirò Heathcliff, e Zaza si chiese chi mai potesse essere quella beltà. Ma siccome Huxley e Zaza impiegarono molto tempo a compilare i moduli,
tanto vale che io vi riporti in città per vedere che cosa faceva Belladonna, e che cosa significavano quei colpi alla sua porta. (...)

 

La vita è bella
Roberto Benigni e Vincenzo Cerami
(Einaudi)

(...)
SCENA 19
Scuola elementare "Francesco Petrarca". Interno esterno giorno

Una grande aula piena di ragazzini azzimati e silenziosi, quasi impauriti, tutti nel loro grembiulino. Sono seduti accanto ai banchi a formare una immensa M. Schierate intorno alla cattedra le autorità della scuola. Ci sono l'anziana direttrice didattica, il segretario, alcuni insegnanti, tra cui Dora, e due bidelli in camice e berretto.
Direttrice: "Fra poco arriverà l'ispettore da Roma.
Fatemi fare bella figura. Ascoltate tutto quello che dice attentamente e in silenzio. Dirà cose molto importanti sulla nostra bellissima patria.

Al primo banco c'è un bambino magrissimo e sdentato, molto povero, di carnagione scura e con le scarpe legate con lo spago: fa di sì con la testa. La direttrice lo vede e va su tutte le furie.

Direttrice: "Ma chi ha messo Fabio in prima fila? Fabio, vai in fondo...... all'ultima fila!"

Il piccolo si alza diventando rosso in viso.

Fabio: "Dove?"
Direttrice: "In fondo, laggiù! Dietro! Lorenzo, mettiti al posto suo".

Lorenzo è bellino, biondo, pettinato col sapone. Siede al posto di Fabio. Mentre questi va agli ultimi banchi.
Entra un bidello nell'aula, tutto trafelato. Si avvicina alla direttrice.

Bidello: " Signora direttrice... è arrivato l'ispettore!"

E scappa via.

Direttrice: "Come? E' già arrivato? E in anticipo! Fabio... siediti!"
Il ragazzino, che era rimasto in piedi, si siede.
Il suono dei passi forti e sicuri dell'ispettore si avvicina.
In classe si fa il silenzio.
Guido, la fascia tricolore che gli passa fra le gambe, fa il suo ingresso in aula.

Direttrice: "In piedi!"

I bambini scattano in piedi all'unisono.
Guido si avvicina a grandi passi agli insegnanti.
Dora lo vede e si sbalordisce.
Poi fa qualche passo avanti, lentamente.

Guido: "Buongiorno principessa!"

La direttrice non capisce, forse ha sentito male. Si fa coraggio e gli da il benvenuto.

Direttrice: "Buongiorno ispettore, sono la direttrice".

E gli da la mano, che Guido stringe.

Guido: "Piacere"
Direttrice: "Questi sono alcuni insegnanti..."

Guido come un ufficiale dell'esercito li passa in rassegna: stringe la mano a ognuno di loro. La prima è una maestrina dall'aria di zitella.

Guido: "Da quanti anni insegna in questo circondario didattico?"
Maestra zitella: "Sedici!"

E la volta del maestro. Gli dà la mano.

Guido: "E' in regola con il programma dell'anno scolastico in corso?"
Maestro: "Si."
Un'altra maestra.
Guido: "Ha letto la circolare ministeriale sull'igiene infantile?"
Maestra (mente): "Certo!"

L'ultima è Dora. Guido appoggia la mano al muro e incrocia le gambe.

Guido: "Che fa domenica?"
Dora: "Eh?"
Guido: "No, dico... domenica è Santa Maria, la festa della Madonna, che fa?"
Dora: "Ah, vado a teatro!"
Guido: "A vedere che?"
Dora: "Offenbach..."
Guido: "Ah, già è vero! Beh, allora arrivederci!"

E fa per andarsene. Ma la direttrice alza la voce e, prendendo un tono ufficiale, si rivolge ai bambini.

Direttrice (forte): "Il signor ispettore, come sapete, è venuto da Roma per parlarci del manifesto razzista della razza firmato dai più illuminati scienziati italiani."

Così dicendo mostra il manifesto attaccato alla parete, che Guido sbircia velocemente.

Direttrice: "Egli e noi ne siamo onorati ci dimostrerà che la nostra razza è una razza superiore, la migliore di tutte! Seduti ragazzi..."
(A Guido) Prego ispettore!

E si fa di lato. Il silenzio è di piombo. Tutti guardano Guido, che non sa cosa fare. Dora è quasi spaventata.

Guido (alla direttrice): "La ... nostra razza?"

Direttrice: "E' superiore!"

Di colpo Guido assume una posa scultorea, monumentale.
Guido: "Ecco... sono qua, come avete testè sentito...
per illustrarvi la superiore bellezza della nostra razza.
Sono stato scelto io dagli scienziati italiani per dimostrarvi acciocché voi sappiate quanto la nostra razza è superiore a tutte."

In men che nulla balza in piedi sopra la cattedra e si mostra ai bambini in tutta la sua bellezza.

Guido: "Perché hanno scelto me? Ma c'è bisogno di spiegarlo bambini?
No, dico... partiamo magari da una cosa che uno dice 'che sarà?'... l'orecchio..."

E mostra l'orecchio sinistro ai bambini.

Guido: "Il ... padiglione auricolare sinistro con la campanula pendente finale... cartilagine mobile, piegabile. Ora dico: trovatemene uno meglio e io me ne vado, per carità... però me lo dovete far vedere questo orecchio! Ah, ah... mi fanno ridere gli orecchi spagnoli. Le cartilagini francesi mi fanno spanciare. (Alza la voce, quasi grida) Il padiglione russo mi fa schifo! Non lo volevo dire, ma quando ci vuole ci vuole. Bambini, le razze esistono eccome..."

Si tira su un pantalone e solleva il ginocchio.

Guido: "Bambini... no, dico..."

E indica il ginocchio col dito teso.

Guido: "... Un minuto di attenzione prego... questa si chiama 'piegatura di gamba ariana con movimento circolare del piede italico... caviglia etrusca su stinco romano'... in Belgio se la sognano! Ma andiamo avanti."

SCENA 20
Scuola. Corridoio. Interno giorno.

Il bidello, tutto spaventato, procede a passo svelto lungo il corridoio della scuola.

Bidello: "Venga signor ispettore..."

Alle sue spalle infatti si muove anche il vero ispettore, l'aria inferocita. Giunti alla porta dell'aula, il bidello si scosta e lo fa entrare. Questi rimane paralizzato sulla porta dingresso

SCENA 21
Scuola elementare " Francesco Petrarca". Interno esterno giorno

Guido, in mutande e canottiera, la fascia tricolore tra le gambe, al massimo dell'enfasi, è in piedi sui banchi disposti a M tra i bambini. Ha la canottiera sollevata sulla pancia, che mostra agli scolari.

Guido (forte): " L'ombelico! Non si snoda neanche coi denti... ci hanno provato gli scienziati razzisti!"

Così dicendo sgambetta lungo tutta la M mostrando l'ombelico ai ragazzi. Poi si ferma e mette in bella mostra i muscoli del braccio.

Guido: "La muscolatura: cipite, bicipite, tricipite!"

Prende a fare movimenti snodati con tutto il corpo.

Guido: "Disarticolazione degli arti... fanno ridere gli scozzesi!
Guardate che razza di razza!"

L'ispettore, fermo sulla porta, non crede ai suoi occhi. Guido lo vede e si precipita a raccogliere i vestiti sul davanzale della finestra.
Guido: "Bambini... io vi saluto... esco da qua sennò faccio tardi. Arrivederci!"

Raccolti i panni, fa per scavalcare la finestra. Ma prima si gira per l'ultima volta verso Dora.

Guido: "Principessa... ci vediamo a Venezia!"

E se la da a gambe. (...)

 

La zizzania
Grazia Deledda

(...) Ma non c'era proprio nulla da fare. La neve, uno strato sopra l'altro, copriva con la sua lapide la terra morta; non si poteva andar neppure a cogliere radicchio; e in casa, tutto, davvero, fino all'ultima cotica del lardo,
era stato rosicchiato dalla malattia del padre e dai loro diamantini denti di giovani lupi.
Il solo a non preoccuparsi troppo era Giovannino, il più piccolo; anzitutto perché il suo maestro di scuola, che la natura aveva tagliato sul modello disusato di qualche antico apostolo, insegnava che la Provvidenza non manca mai: e poi perché questo riverito signor maestro, oltre al distribuire ai suoi alunni poveri il pane della scienza, faceva loro servire, tutti i giorni d'inverno, una scodella di minestra calda.
Giovannino, dunque, va a scuola, con gli occhi freschi come nocciuole nuove, il naso di garofano rugiadoso di moccio.
La giornata è bella: sopra i cappucci di feltro bianco dei monti lontani brilla un grande sole i cui raggi un po' mordono, un po' sorridono, allegri e felini come gli occhi del gatto del maestro. Questa è l'impressione di Giovannino, forse perché egli ricorda le parole della nonna: il sole d'inverno ha i denti: e si sente allegro e cattivo anche lui, pensando alle parole della mamma, al viso di morto del padre, ai fratelli grandi buoni a niente. La scuola non è lontana, ma sorge isolata tutta rifulgente di vetrate, come una chiesa, in mezzo a un prato coperto di neve. Gli alberi, intorno, sono neri e bianchi, cornuti come fantasmi di cervi favolosi: e alcuni hanno anche gli occhi, vuoti eppure luminosi, che di notte farebbero paura. Arrivano, di qua, di là, altri ragazzini, col naso sgocciolante, le mani gonfie di geloni, le scarpe che pare abbiano battuto tutte le strade del mondo: ma quello che sorprende Giovannino è l'accorgersi che anche i suoi fratelli spuntano in fondo alla grande spianata, quasi vogliano ritornare a scuola. Giolì, uno spilungone col viso di mela rosa, s'è messo il tabarro e il berretto del padre, il che gli dà un'aria distinta di galantuomo, mentre l'altro ha indosso un sacco, e pare il servo del fratello maggiore. Dove vanno? Giovannino si ferma un momento ad aspettarli, poi pensa che forse è meglio il contrario, e fingere anzi di non vederli. Infila quindi la porta della scuola, entra in classe e trova il modo di spiare dalla vetrata: e vede i fratelli aggirarsi intorno all'edificio scolastico, all'annessa abitazione del maestro, al muro dell'orto, come direttori didattici in ispezione.
Il ritorno a casa fu ancora più felice dell'andata a scuola. Il sole aveva rammollito la terra e si poteva, Dio volendo, far dispetto ai compagni, buttando loro a tradimento, sulla testa dura, palle di neve che infine non producevano danno, anzi riscaldavano le orecchie ancora imbottite delle parole del maestro. Vasto e magnifico era stato quel giorno il programma delle lezioni. Religione: ricòrdati di santificare le feste (figuriamoci, domani è domenica); e i precetti della Santa Chiesa: non mangiar carne di venerdì, e digiunare nei giorni prescritti (oh, questo lo sapevano, anche per i giorni non prescritti). Disegno: sciatori che attraversano una vallata piena di neve (facile quadro da mettersi in azione); e, infine, dopo la medicinale grammatica, la gagliarda e commovente recitazione: "L'han giurato: li ho visti in Pontida... ". A casa, poi, lo aspettava una gradevole sorpresa.
(...) Disse Giolì:
- Siamo stati a caccia: sì, sì, accidenti a chi non ci crede: siamo stati con un cacciatore che ci ha messo a guardia del varco delle lepri; e ne ha prese quattro. ("Per cominciare, non c'è male" pensò il padre). Una l'ha data a noi, tenendosi lui la pelle, con la testa, e le zampe e la coda, che serve alle signore per metterla al collo.
E Gino trasse dal sacco una lunga bestia insanguinata, già sventrata, pronta alla cottura. La madre non la prese, fissandola con gli occhi vitrei: Giovannino si sentì la bocca piena di parole, ma se le ringollò una per una. Allora Giolì, senza aspettare altro, infilò la bestia nello spiedo, da provetto cacciatore. E quando ebbero mangiato, i due fratelli uscirono di nuovo col sacco ancora insanguinato, senza badare alle rimostranze della madre che, con quelle sue parole fatali, li aveva oramai liberati come puledri dalle pastoie. Giovannino avrebbe voluto seguirli, ma non poteva: e nel vederli sparire, fra il chiarore della neve e della luna, adesso però silenziosi più che le loro ombre, gli parve di vivere in una fiaba. Nessuno li sentì tornare, e solo sul tardi, la mattina dopo, la madre si accorse che essi avevano seppellito qualche cosa sotto un mucchio di paglia e di neve, e che nel pollaio, già desolatamente vuoto, c'era il miracolo di una gallina viva. Ben venga, la gallina, in questo santo giorno di carestia; non aveva anche, una volta, preso forma di volatile lo stesso Spirito Santo, mandato da Dio ad annunziare la sua grazia e la sua misericordia agli uomini angustiati?
Il lunedì mattina il maestro tardò alquanto ad entrare in classe. Giovannino, in cuor suo, come meno ipocritamente i compagni, sperava che il signor maestro fosse malato. E il viso, infatti, era pallido, più scarno e osseo del solito: gli occhi tuttavia vivissimi, con lucentezze di febbre. A Giovannino parve stranamente che egli rassomigliasse, quel giorno, al suo babbo; e ne provò un vago terrore, come appunto quando il padre si aggravava e l'odore della morte penetrava, col vento di scirocco e il buio delle nuvole, nella casa disperata. Le lezioni, quel giorno, procedettero fiacche; e, insolitamente, quella sulla religione fu lasciata alla fine. Fuori c'era un po' di nebbia; d'un tratto però il sole vi si sollevò sopra, come un grande uccello d'oro, e le vetrate si riempirono di perle. Allora il maestro si alzò solennemente, e lesse la parabola del grano e della zizzania: "In quel tempo propose Gesù alle turbe questa parabola. Il Regno dei cieli è simile a un uomo, il quale seminò buon seme nel suo campo. Ma nel tempo che gli uomini dormivano, il nemico suo andò, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne partì. Come poi il seminato germogliò e granì, allora apparve anche la zizzania. E i servi del padrone di casa andarono a dirgli: - Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo. Come mai c'è la zizzania? -. germogliò e granì, allora apparve anche la zizzania. E i servi del padrone di casa andarono a dirgli: - Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo. Come mai c'è la zizzania? Ed egli rispose loro: "Un uomo nemico ha fatto tal cosa". E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a coglierla?". Ed egli rispose: "No, ché cogliendo questa, non strappiate con essa anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano sino alla mietitura: e al tempo della raccolta dirò ai mietitori: sterpate prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla: il grano, poi, riponete nel mio granaio".
Finita, con voce un po' monotona, la lettura, egli sollevò la testa (...)
"Vi ho detto questa parabola - disse il maestro, melanconico, - perché sabato scorso, di giorno, mi è stato rubato il gatto, e di notte le galline. Vada pure per queste, ma il gatto lo si doveva rispettare. Lo conoscevate tutti: era uno di famiglia. E noi sappiamo benissimo chi ha fatto la prode caccia: e si potrebbero mandare i signori carabinieri per scovare, alla loro volta, i bravi cacciatori; ma nella loro casa ci sono anche anime innocenti che possono crescere come il grano in mezzo alla zizzania e, a suo tempo, dar buoni frutti"(...)

L'anno della Tigre
Lina Unali 

Dai Racconti di Chin

(dal sito della Sun Moon Lake)

Sin dai tempi dell'antica Cina
il gatto e la tigre sono nemici.
Si è sempre saputo
il motivo di quell'inimicizia.
Si dice che ai tempi
in cui era maestro della tigre,
il gatto non le avesse insegnato ad
arrampicarsi sugli alberi.
Questo è il motivo per cui la tigre non riesce
ancora a arrampicarsi
sugli alberi.
Alla fine dell'insegnamento,
quando la tigre si era accorta
della sua minorazione,
spinta dall'odio
cercò di mangiare il gatto,
ma il gatto se la cavò
arrampicandosi
su un albero,
proprio quel che lei
non sapeva fare.
I maestri si comportano sempre così:
non insegnano mai tutto.
Sempre rimane qualcosa d'importante
non detto, non spiegato. (...)

 

L'arpa di Davita
Chaim Potok 

(Garzanti)

(...) In classe, alzai la mano.
La maestra aveva parlato dei diversi gradi di parentela e domandò se qualcuno avesse una zia o uno zio.
"Mia zia Sarah è in Etiopia", dissi. "L'Etiopia è un paese dell'Africa". Sedevo in terza fila, dalla parte dell'aula vicina ai finestroni. Alcune teste si girarono verso di me.
La maestra, una donna ben piantata di mezza età che portava i capelli quasi grigi raccolti in crocchia, sorrise pazientemente: "Cosa fa tua zia Sarah?".
"E' infermiera".
"Tua zia Sarah è infermiera in Etiopia? Lavora in un ospedale?".
"Certe volte lavora in ospedale. Ma soprattutto lavora nei villaggi. Aiuta gli etiopi feriti in guerra dai fascisti italiani".
La classe era tranquilla.
"Gli italiani hanno invaso l'Etiopia l'anno scorso e bombardarono i villaggi. Uccidono donne e bambini. E i fascisti stanno per scatenare una guerra in Spagna. Si rivoltano contro il governo e cercano di prendere il potere nel paese".
La classe era calmissima.
"Bene", disse la maestra con un sorrisetto. "Sicuramente, ne sappiamo un bel po' di politica, nevvero? Sappiamo anche chi è il signor Adolf Hitler?".
"Adolf Hitler è il capo fascista della Germania. E' una persona malvagia".
"E Benito Mussolini?".
"E il capo fascista dell'Italia".
"E Stalin sappiamo qualcosa di Stalin?".
"Stalin è il capo della Russia".
"E' fascista, Stalin?".
"Stalin è comunista. Non ha paura di usare il suo potere per grandi cause".
La maestra stava dietro la cattedra, e mi guardava. La sua faccia rotonda sembrava un pallido disco fluttuante sull'oscurità del vestito, che cominciava subito sotto il mento e finiva molto al di sotto delle ginocchia.
"Dove senti tutte queste cose, signorina ?".
"Da mio padre e mia madre e dai loro amici".
"Capisco. Be'. Va bene. Ma tralasciamo l'argomento politico. Si stava parlando di zii e di zie. C'è qualcun altro che vorrebbe parlarci di sua zia o suo zio? Robert? Si. Continua tu".
Smisi di ascoltare. Sedevo annoiata, fissando dalla finestra la spianata di cemento del cortile della scuola e pensando alla zia Sarah.
Durante l'intervallo, un ragazzo mi si avvicinò mentre giocavo da sola sulle sbarre in cortile. Era basso e tozzo, con la pelle olivastra e gli occhi spenti. In aula sedeva due file dietro di me.
Disse: "Ehi, ragazzina, senti un po'. Fai attenzione a quello che dici degli italiani".
Ruotai fino a trovarmi seduta su una sbarra e lo guardai. Il ragazzo disse: "Mio padre dice che Mussolini è un grand'uomo. Sta attenta alla tua bocca". Un altro ragazzo mi raggiunse, magro e biondissimo, con freddi occhi e il mento aguzzo. Non l'avevo mai visto prima. Guardò in su verso di me, seduto sulla sbarra. "Ehi tu, quattr'occhi". Mi guardai intorno. Il cortile era affollato e rumoroso. Lontano dalla parte delle catenelle di recinzione, c'era un gruppo di maestri che parlavano tra loro.
"Dico a te, puttanella", disse il ragazzo biondo. "Il mio fratellino mi ha riferito quello che hai detto di Adolf Hitler. Stacci più attenta".
"E' quello che le ho detto anch'io", fece il primo.
"Mio padre dice che Adolf Hitler è la cosa migliore che sia mai capitata in Germania. Farà piazza pulita di tutti i rossi e di tutti gli ebrei. Meglio che tieni la bocca chiusa o non la riporti a casa intera, un giorno o l'altro."
Discesi dalla sbarra. Il biondo mi stava di fronte.
"Sei ebrea?", domandò, sovrastandomi, con gli occhi sfavillanti d'odio.
L'altro restava lì, e mi osservava. Le gambe mi tremavano. "Mio padre non è ebreo. Mia madre è ebrea". Sembrava incerto sul da farsi.
"Sta attenta alla tua bocca", disse dopo un momento.
"Già", disse l'altro. "Attenta a ciò che dici."
Se ne andarono ciascuno per proprio conto e sparirono nella calca dei bambini che giocavano. Mi appoggiai pesantemente alle sbarre, col cuore rimbombante. Non avevo pensato che le parole potessero essere così pericolose. Occhi azzurri, freddi e assassini. Aveva voluto davvero farmi male. Avrei dovuto stare attenta a ciò che dicevo in classe, d'ora in poi. Sibilò un fischietto. Passai dal cortile al corridoio affollato e ritornai alla mia aula. Sedetti rigida al banco. Dietro di me il ragazzo che mi aveva avvertito di stare attenta a ciò che dicevo di Mussolini e degli italiani. Continuai a sedere immobile, fissando fuori dalla finestra, ascoltando distrattamente la maestra e pensando a mia zia Sarah in qualche villaggio di un posto chiamato Etiopia. (...)