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La
turbinosa storia di Picco Uragano
Margaret Mahy
(Salani)
(...)
La Scuola Inaspettata
La Scuola Inaspettata si trovava proprio sulla vetta di Picco Uragano,
scavata nella montagna. L'uragano la sferzava sei o sette volte al
giorno (perché gli ci volevano tre ore e qualcosa per soffiare su tutti
i punti della circonferenza del picco e tornare a quello di partenza).
Quando Huxley e Zaza Hammond scesero per la scaletta di corda
dell'elicottero della nettezza, il vicedirettore era già li ad
aspettarli. Era un giovanotto alto che indossava uno svolazzante
mantello nero coperto di parole magiche tipo abracadabra e
anaxagorillaballirogaxana (parola che si può leggere dall'inizio alla
fine e dalla fine allinizio). Il giovanotto aveva un folto cespuglio di
capelli color rame, e questa era una buona cosa, perché, per quanto
notevolmente, era dotato di orecchie sporgenti come due manici di
pignatta, e se i capelli non fossero stati così cespugliosi e di colore
così acceso, le orecchie sarebbero risaltate ancor di più.
"Sono Heathcliff Magik" disse. " Suppongo che abbiate
indovinato alla prima occhiata che sono un mago. Non vedo perché dovrei
nasconderlo!"
Huxley e Zaza lo avevano già indovinato.
"In questa scuola tendiamo a specializzarci in magia" seguitò
Heathcliff con voluta indifferenza, mescolando un mazzo di carte mentre
alle sue spalle l'elicottero della nettezza calava rapidamente gli
artigli per tirar su i sacchi d'immondizie della scuola. "Vostro
padre desidera che vi somministriamo forti razioni di scienze e
matematica, e io gli ho promesso che avrei passato la richiesta alla
signorina Risoluti. Ma si dà il caso che la signorina Risoluti sia
assente da molto tempo, e io ho pensato che vostro padre sarebbe rimasto
sconcertato se gliel'avessi detto. Naturalmente, non appena la signorina
Risoluti sarà di ritorno non mancherò di trasmetterle il messaggio:
per cui, in fin dei conti, a vostro padre ho detto la verità."
E confido fermamente che un giorno, magari non lontano, la signorina
Risoluti possa fare davvero ritorno. Ma ora entrate, svelti, perché
l'uragano sta arrivando".
Infatti, mentre il signor Magik parlava, Huxley e Zaza avevano già
sentito le prime sferzate dell'uragano che ululava alle loro spalle.
L'elicottero della nettezza frullò via in preda al panico.
"Ma lei" osservò Huxley mentre salivano di corsa le scale
della scuola, "lei ha detto a nostro padre che la signorina
Risoluti si trovava a un congresso".
"Ai genitori dico sempre così" replicò Heathcliff Magik,
scagliando le carte in aria, dove svanirono. "Ho l'impressione che
questo li tranquillizzi. E poi può anche darsi che sia vero. Io,
almeno, spero ardentemente che lo sia. Ciò non toglie che la storia
dell'assenza della signorina Risoluti sia sconcertante... e perfino un
po' sconvolgente, mi rincresce dirlo. Sto chiedendomi se sia il caso di
raccontarvela... Ma sì, penso che sia il caso. Meglio essere sinceri...
bè, insomma, il più sinceri possibile". Sbattè il portone di
pietra in faccia all'uragano (che ci restò con un palmo di naso) e
continuò a discorrere mentre faceva rotolare un masso sferico contro la
porta. E pilotando Huxley e Zaza fin dentro una stanza sulla cui porta
stava scritto Ufficio del Vice, cominciò a raccontare.
"Dunque!... Molti anni fa assai prima che io venissi ad insegnare
qui, la signorina Risoluti ebbe un alunno molto indisciplinato, a nome
Fondello Quinte. Senza entrare in particolari, posso dirvi che questo
alunno faceva il gradasso coi compagni più piccoli; tra l'altro li
obbligava a investire i soldi delle merendine in una banca fondata da
lui stesso, e poi proibiva loro di prelevarli. Infatti li prestava ai
più grandi a un tasso di interesse molto salato. Ma alla fine la
signorina Risoluti lo scoprì, e naturalmente andò su tutte le furie.
Quando se la vide piombare addosso, Fondello Quince arraffò i suoi
immorali profitti e filò fuori del portone come una palla di fucile,
con la signorina Risoluti alle calcagna. Per sfortuna, proprio in quel
momento l'uragano era al culmine della violenza, e i due furono spazzati
via. Per farla corta, non si sono più rivisti da quarant'anni a questa
parte... A ogni modo, quarant'anni non sono niente per una donna come la
signorina Risoluti, e io confido che ormai la direttrice possa tornare
in qualsiasi momento".
Huxley e Zaza intuirono subito di essere capitati nel tipo di scuola che
faceva per loro. Non solo era scavata in un picco di montagna, ma ai
suoi frequentatori capitavano cose a tinte fortissime.
"Potrei scriverci una storia" esclamò entusiasta Huxley.
"E io potri illustrarla" propose Zaza.
"Oh, sì!" disse Heathcliff, estraendo un asso di cuori dal
taschino di Huxley e fissandolo affascinato. "Però prima dovreste
compilare questi moduli rosa, ideati personalmente dalla signorina
Risoluti. Scriveteci il vostro nome e il nome dei vostri genitori e il
loro numero di telefono, e quanti soldi guadagnano eccetera, e mentre
voi scrivete io guardo il panorama".
Mentre Huxley e Zaza compilavano i moduli, il vicedirettore si
avviluppò nel mantello e andò a mettersi in piedi accanto alla
finestra, dove restò sospirando fra sé e sé e facendo apparire e
sparire l'asso di cuori fra le dita di una mano. Dal nulla vennero fuori
altre carte, e di lì a pochi momenti Heathcliff stava di nuovo
mescolando l'intero mazzo. Fuori, l'uragano passò furibondo,
trascinando via con sé una quantità di foglie, fuscelli, topi, aquile,
branchi di capre e via discorrendo; ma nella pianura sottostante si
poteva scorgere in lontananza la grande città di Farforca, magicamente
scintillante di luci. "Ah, Belladonna!" sospirò Heathcliff, e
Zaza si chiese chi mai potesse essere quella beltà. Ma siccome Huxley e
Zaza impiegarono molto tempo a compilare i moduli,
tanto vale che io vi riporti in città per vedere che cosa faceva
Belladonna, e che cosa significavano quei colpi alla sua porta. (...)
La
vita è bella
Roberto Benigni e Vincenzo Cerami
(Einaudi)
(...)
SCENA 19
Scuola elementare "Francesco Petrarca". Interno esterno giorno
Una grande aula piena di ragazzini azzimati e silenziosi, quasi
impauriti, tutti nel loro grembiulino. Sono seduti accanto ai banchi a
formare una immensa M. Schierate intorno alla cattedra le autorità
della scuola. Ci sono l'anziana direttrice didattica, il segretario,
alcuni insegnanti, tra cui Dora, e due bidelli in camice e berretto.
Direttrice: "Fra poco arriverà l'ispettore da Roma.
Fatemi fare bella figura. Ascoltate tutto quello che dice attentamente e
in silenzio. Dirà cose molto importanti sulla nostra bellissima patria.
Al primo banco c'è un bambino magrissimo e sdentato, molto povero,
di carnagione scura e con le scarpe legate con lo spago: fa di sì con
la testa. La direttrice lo vede e va su tutte le furie.
Direttrice: "Ma chi ha messo Fabio in prima fila? Fabio, vai in
fondo...... all'ultima fila!"
Il piccolo si alza diventando rosso in viso.
Fabio: "Dove?"
Direttrice: "In fondo, laggiù! Dietro! Lorenzo, mettiti al posto
suo".
Lorenzo è bellino, biondo, pettinato col sapone. Siede al posto di
Fabio. Mentre questi va agli ultimi banchi.
Entra un bidello nell'aula, tutto trafelato. Si avvicina alla
direttrice.
Bidello: " Signora direttrice... è arrivato l'ispettore!"
E scappa via.
Direttrice: "Come? E' già arrivato? E in anticipo! Fabio...
siediti!"
Il ragazzino, che era rimasto in piedi, si siede.
Il suono dei passi forti e sicuri dell'ispettore si avvicina.
In classe si fa il silenzio.
Guido, la fascia tricolore che gli passa fra le gambe, fa il suo
ingresso in aula.
Direttrice: "In piedi!"
I bambini scattano in piedi all'unisono.
Guido si avvicina a grandi passi agli insegnanti.
Dora lo vede e si sbalordisce.
Poi fa qualche passo avanti, lentamente.
Guido: "Buongiorno principessa!"
La direttrice non capisce, forse ha sentito male. Si fa coraggio e
gli da il benvenuto.
Direttrice: "Buongiorno ispettore, sono la direttrice".
E gli da la mano, che Guido stringe.
Guido: "Piacere"
Direttrice: "Questi sono alcuni insegnanti..."
Guido come un ufficiale dell'esercito li passa in rassegna: stringe
la mano a ognuno di loro. La prima è una maestrina dall'aria di
zitella.
Guido: "Da quanti anni insegna in questo circondario
didattico?"
Maestra zitella: "Sedici!"
E la volta del maestro. Gli dà la mano.
Guido: "E' in regola con il programma dell'anno scolastico in
corso?"
Maestro: "Si."
Un'altra maestra.
Guido: "Ha letto la circolare ministeriale sull'igiene
infantile?"
Maestra (mente): "Certo!"
L'ultima è Dora. Guido appoggia la mano al muro e incrocia le gambe.
Guido: "Che fa domenica?"
Dora: "Eh?"
Guido: "No, dico... domenica è Santa Maria, la festa della
Madonna, che fa?"
Dora: "Ah, vado a teatro!"
Guido: "A vedere che?"
Dora: "Offenbach..."
Guido: "Ah, già è vero! Beh, allora arrivederci!"
E fa per andarsene. Ma la direttrice alza la voce e, prendendo un
tono ufficiale, si rivolge ai bambini.
Direttrice (forte): "Il signor ispettore, come sapete, è venuto
da Roma per parlarci del manifesto razzista della razza firmato dai più
illuminati scienziati italiani."
Così dicendo mostra il manifesto attaccato alla parete, che Guido
sbircia velocemente.
Direttrice: "Egli e noi ne siamo onorati ci dimostrerà che la
nostra razza è una razza superiore, la migliore di tutte! Seduti
ragazzi..."
(A Guido) Prego ispettore!
E si fa di lato. Il silenzio è di piombo. Tutti guardano Guido, che
non sa cosa fare. Dora è quasi spaventata.
Guido (alla direttrice): "La ... nostra razza?"
Direttrice: "E' superiore!"
Di colpo Guido assume una posa scultorea, monumentale.
Guido: "Ecco... sono qua, come avete testè sentito...
per illustrarvi la superiore bellezza della nostra razza.
Sono stato scelto io dagli scienziati italiani per dimostrarvi
acciocché voi sappiate quanto la nostra razza è superiore a
tutte."
In men che nulla balza in piedi sopra la cattedra e si mostra ai
bambini in tutta la sua bellezza.
Guido: "Perché hanno scelto me? Ma c'è bisogno di spiegarlo
bambini?
No, dico... partiamo magari da una cosa che uno dice 'che sarà?'...
l'orecchio..."
E mostra l'orecchio sinistro ai bambini.
Guido: "Il ... padiglione auricolare sinistro con la campanula
pendente finale... cartilagine mobile, piegabile. Ora dico: trovatemene
uno meglio e io me ne vado, per carità... però me lo dovete far vedere
questo orecchio! Ah, ah... mi fanno ridere gli orecchi spagnoli. Le
cartilagini francesi mi fanno spanciare. (Alza la voce, quasi grida) Il
padiglione russo mi fa schifo! Non lo volevo dire, ma quando ci vuole ci
vuole. Bambini, le razze esistono eccome..."
Si tira su un pantalone e solleva il ginocchio.
Guido: "Bambini... no, dico..."
E indica il ginocchio col dito teso.
Guido: "... Un minuto di attenzione prego... questa si chiama
'piegatura di gamba ariana con movimento circolare del piede italico...
caviglia etrusca su stinco romano'... in Belgio se la sognano! Ma
andiamo avanti."
SCENA 20
Scuola. Corridoio. Interno giorno.
Il bidello, tutto spaventato, procede a passo svelto lungo il
corridoio della scuola.
Bidello: "Venga signor ispettore..."
Alle sue spalle infatti si muove anche il vero ispettore, l'aria
inferocita. Giunti alla porta dell'aula, il bidello si scosta e lo fa
entrare. Questi rimane paralizzato sulla porta dingresso
SCENA 21
Scuola elementare " Francesco Petrarca". Interno esterno
giorno
Guido, in mutande e canottiera, la fascia tricolore tra le gambe, al
massimo dell'enfasi, è in piedi sui banchi disposti a M tra i bambini.
Ha la canottiera sollevata sulla pancia, che mostra agli scolari.
Guido (forte): " L'ombelico! Non si snoda neanche coi denti...
ci hanno provato gli scienziati razzisti!"
Così dicendo sgambetta lungo tutta la M mostrando l'ombelico ai
ragazzi. Poi si ferma e mette in bella mostra i muscoli del braccio.
Guido: "La muscolatura: cipite, bicipite, tricipite!"
Prende a fare movimenti snodati con tutto il corpo.
Guido: "Disarticolazione degli arti... fanno ridere gli
scozzesi!
Guardate che razza di razza!"
L'ispettore, fermo sulla porta, non crede ai suoi occhi. Guido lo
vede e si precipita a raccogliere i vestiti sul davanzale della
finestra.
Guido: "Bambini... io vi saluto... esco da qua sennò faccio tardi.
Arrivederci!"
Raccolti i panni, fa per scavalcare la finestra. Ma prima si gira per
l'ultima volta verso Dora.
Guido: "Principessa... ci vediamo a Venezia!"
E se la da a gambe. (...)
La
zizzania
Grazia Deledda
(...) Ma non c'era proprio nulla da fare. La neve, uno strato sopra
l'altro, copriva con la sua lapide la terra morta; non si poteva andar
neppure a cogliere radicchio; e in casa, tutto, davvero, fino all'ultima
cotica del lardo,
era stato rosicchiato dalla malattia del padre e dai loro diamantini
denti di giovani lupi.
Il solo a non preoccuparsi troppo era Giovannino, il più piccolo;
anzitutto perché il suo maestro di scuola, che la natura aveva tagliato
sul modello disusato di qualche antico apostolo, insegnava che la
Provvidenza non manca mai: e poi perché questo riverito signor maestro,
oltre al distribuire ai suoi alunni poveri il pane della scienza, faceva
loro servire, tutti i giorni d'inverno, una scodella di minestra calda.
Giovannino, dunque, va a scuola, con gli occhi freschi come nocciuole
nuove, il naso di garofano rugiadoso di moccio.
La giornata è bella: sopra i cappucci di feltro bianco dei monti
lontani brilla un grande sole i cui raggi un po' mordono, un po'
sorridono, allegri e felini come gli occhi del gatto del maestro. Questa
è l'impressione di Giovannino, forse perché egli ricorda le parole
della nonna: il sole d'inverno ha i denti: e si sente allegro e cattivo
anche lui, pensando alle parole della mamma, al viso di morto del padre,
ai fratelli grandi buoni a niente. La scuola non è lontana, ma sorge
isolata tutta rifulgente di vetrate, come una chiesa, in mezzo a un
prato coperto di neve. Gli alberi, intorno, sono neri e bianchi, cornuti
come fantasmi di cervi favolosi: e alcuni hanno anche gli occhi, vuoti
eppure luminosi, che di notte farebbero paura. Arrivano, di qua, di là,
altri ragazzini, col naso sgocciolante, le mani gonfie di geloni, le
scarpe che pare abbiano battuto tutte le strade del mondo: ma quello che
sorprende Giovannino è l'accorgersi che anche i suoi fratelli spuntano
in fondo alla grande spianata, quasi vogliano ritornare a scuola. Giolì,
uno spilungone col viso di mela rosa, s'è messo il tabarro e il
berretto del padre, il che gli dà un'aria distinta di galantuomo,
mentre l'altro ha indosso un sacco, e pare il servo del fratello
maggiore. Dove vanno? Giovannino si ferma un momento ad aspettarli, poi
pensa che forse è meglio il contrario, e fingere anzi di non vederli.
Infila quindi la porta della scuola, entra in classe e trova il modo di
spiare dalla vetrata: e vede i fratelli aggirarsi intorno all'edificio
scolastico, all'annessa abitazione del maestro, al muro dell'orto, come
direttori didattici in ispezione.
Il ritorno a casa fu ancora più felice dell'andata a scuola. Il sole
aveva rammollito la terra e si poteva, Dio volendo, far dispetto ai
compagni, buttando loro a tradimento, sulla testa dura, palle di neve
che infine non producevano danno, anzi riscaldavano le orecchie ancora
imbottite delle parole del maestro. Vasto e magnifico era stato quel
giorno il programma delle lezioni. Religione: ricòrdati di santificare
le feste (figuriamoci, domani è domenica); e i precetti della Santa
Chiesa: non mangiar carne di venerdì, e digiunare nei giorni prescritti
(oh, questo lo sapevano, anche per i giorni non prescritti). Disegno:
sciatori che attraversano una vallata piena di neve (facile quadro da
mettersi in azione); e, infine, dopo la medicinale grammatica, la
gagliarda e commovente recitazione: "L'han giurato: li ho visti in
Pontida... ". A casa, poi, lo aspettava una gradevole sorpresa.
(...) Disse Giolì:
- Siamo stati a caccia: sì, sì, accidenti a chi non ci crede: siamo
stati con un cacciatore che ci ha messo a guardia del varco delle lepri;
e ne ha prese quattro. ("Per cominciare, non c'è male" pensò
il padre). Una l'ha data a noi, tenendosi lui la pelle, con la testa, e
le zampe e la coda, che serve alle signore per metterla al collo.
E Gino trasse dal sacco una lunga bestia insanguinata, già sventrata,
pronta alla cottura. La madre non la prese, fissandola con gli occhi
vitrei: Giovannino si sentì la bocca piena di parole, ma se le
ringollò una per una. Allora Giolì, senza aspettare altro, infilò la
bestia nello spiedo, da provetto cacciatore. E quando ebbero mangiato, i
due fratelli uscirono di nuovo col sacco ancora insanguinato, senza
badare alle rimostranze della madre che, con quelle sue parole fatali,
li aveva oramai liberati come puledri dalle pastoie. Giovannino avrebbe
voluto seguirli, ma non poteva: e nel vederli sparire, fra il chiarore
della neve e della luna, adesso però silenziosi più che le loro ombre,
gli parve di vivere in una fiaba. Nessuno li sentì tornare, e solo sul
tardi, la mattina dopo, la madre si accorse che essi avevano seppellito
qualche cosa sotto un mucchio di paglia e di neve, e che nel pollaio,
già desolatamente vuoto, c'era il miracolo di una gallina viva. Ben
venga, la gallina, in questo santo giorno di carestia; non aveva anche,
una volta, preso forma di volatile lo stesso Spirito Santo, mandato da
Dio ad annunziare la sua grazia e la sua misericordia agli uomini
angustiati?
Il lunedì mattina il maestro tardò alquanto ad entrare in classe.
Giovannino, in cuor suo, come meno ipocritamente i compagni, sperava che
il signor maestro fosse malato. E il viso, infatti, era pallido, più
scarno e osseo del solito: gli occhi tuttavia vivissimi, con lucentezze
di febbre. A Giovannino parve stranamente che egli rassomigliasse, quel
giorno, al suo babbo; e ne provò un vago terrore, come appunto quando
il padre si aggravava e l'odore della morte penetrava, col vento di
scirocco e il buio delle nuvole, nella casa disperata. Le lezioni, quel
giorno, procedettero fiacche; e, insolitamente, quella sulla religione
fu lasciata alla fine. Fuori c'era un po' di nebbia; d'un tratto però
il sole vi si sollevò sopra, come un grande uccello d'oro, e le vetrate
si riempirono di perle. Allora il maestro si alzò solennemente, e lesse
la parabola del grano e della zizzania: "In quel tempo propose
Gesù alle turbe questa parabola. Il Regno dei cieli è simile a un
uomo, il quale seminò buon seme nel suo campo. Ma nel tempo che gli
uomini dormivano, il nemico suo andò, seminò zizzania in mezzo al
grano e se ne partì. Come poi il seminato germogliò e granì, allora
apparve anche la zizzania. E i servi del padrone di casa andarono a
dirgli: - Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo. Come mai
c'è la zizzania? -. germogliò e granì, allora apparve anche la
zizzania. E i servi del padrone di casa andarono a dirgli: - Signore,
non hai seminato buon seme nel tuo campo. Come mai c'è la zizzania? Ed
egli rispose loro: "Un uomo nemico ha fatto tal cosa". E i
servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a coglierla?". Ed egli
rispose: "No, ché cogliendo questa, non strappiate con essa anche
il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano sino alla mietitura: e
al tempo della raccolta dirò ai mietitori: sterpate prima la zizzania e
legatela in fasci per bruciarla: il grano, poi, riponete nel mio
granaio".
Finita, con voce un po' monotona, la lettura, egli sollevò la testa
(...)
"Vi ho detto questa parabola - disse il maestro, melanconico, -
perché sabato scorso, di giorno, mi è stato rubato il gatto, e di
notte le galline. Vada pure per queste, ma il gatto lo si doveva
rispettare. Lo conoscevate tutti: era uno di famiglia. E noi sappiamo
benissimo chi ha fatto la prode caccia: e si potrebbero mandare i
signori carabinieri per scovare, alla loro volta, i bravi cacciatori; ma
nella loro casa ci sono anche anime innocenti che possono crescere come
il grano in mezzo alla zizzania e, a suo tempo, dar buoni
frutti"(...)
L'anno
della Tigre
Lina Unali
Dai Racconti di Chin
(dal sito della Sun
Moon Lake)
Sin dai tempi dell'antica Cina
il gatto e la tigre sono nemici.
Si è sempre saputo
il motivo di quell'inimicizia.
Si dice che ai tempi
in cui era maestro della tigre,
il gatto non le avesse insegnato ad
arrampicarsi sugli alberi.
Questo è il motivo per cui la tigre non riesce
ancora a arrampicarsi
sugli alberi.
Alla fine dell'insegnamento,
quando la tigre si era accorta
della sua minorazione,
spinta dall'odio
cercò di mangiare il gatto,
ma il gatto se la cavò
arrampicandosi
su un albero,
proprio quel che lei
non sapeva fare.
I maestri si comportano sempre così:
non insegnano mai tutto.
Sempre rimane qualcosa d'importante
non detto, non spiegato. (...)
L'arpa
di Davita
Chaim Potok
(Garzanti)
(...) In classe, alzai la mano.
La maestra aveva parlato dei diversi gradi di parentela e domandò se
qualcuno avesse una zia o uno zio.
"Mia zia Sarah è in Etiopia", dissi. "L'Etiopia è un
paese dell'Africa". Sedevo in terza fila, dalla parte dell'aula
vicina ai finestroni. Alcune teste si girarono verso di me.
La maestra, una donna ben piantata di mezza età che portava i capelli
quasi grigi raccolti in crocchia, sorrise pazientemente: "Cosa fa
tua zia Sarah?".
"E' infermiera".
"Tua zia Sarah è infermiera in Etiopia? Lavora in un
ospedale?".
"Certe volte lavora in ospedale. Ma soprattutto lavora nei
villaggi. Aiuta gli etiopi feriti in guerra dai fascisti italiani".
La classe era tranquilla.
"Gli italiani hanno invaso l'Etiopia l'anno scorso e bombardarono i
villaggi. Uccidono donne e bambini. E i fascisti stanno per scatenare
una guerra in Spagna. Si rivoltano contro il governo e cercano di
prendere il potere nel paese".
La classe era calmissima.
"Bene", disse la maestra con un sorrisetto. "Sicuramente,
ne sappiamo un bel po' di politica, nevvero? Sappiamo anche chi è il
signor Adolf Hitler?".
"Adolf Hitler è il capo fascista della Germania. E' una persona
malvagia".
"E Benito Mussolini?".
"E il capo fascista dell'Italia".
"E Stalin sappiamo qualcosa di Stalin?".
"Stalin è il capo della Russia".
"E' fascista, Stalin?".
"Stalin è comunista. Non ha paura di usare il suo potere per
grandi cause".
La maestra stava dietro la cattedra, e mi guardava. La sua faccia
rotonda sembrava un pallido disco fluttuante sull'oscurità del vestito,
che cominciava subito sotto il mento e finiva molto al di sotto delle
ginocchia.
"Dove senti tutte queste cose, signorina ?".
"Da mio padre e mia madre e dai loro amici".
"Capisco. Be'. Va bene. Ma tralasciamo l'argomento politico. Si
stava parlando di zii e di zie. C'è qualcun altro che vorrebbe parlarci
di sua zia o suo zio? Robert? Si. Continua tu".
Smisi di ascoltare. Sedevo annoiata, fissando dalla finestra la spianata
di cemento del cortile della scuola e pensando alla zia Sarah.
Durante l'intervallo, un ragazzo mi si avvicinò mentre giocavo da sola
sulle sbarre in cortile. Era basso e tozzo, con la pelle olivastra e gli
occhi spenti. In aula sedeva due file dietro di me.
Disse: "Ehi, ragazzina, senti un po'. Fai attenzione a quello che
dici degli italiani".
Ruotai fino a trovarmi seduta su una sbarra e lo guardai. Il ragazzo
disse: "Mio padre dice che Mussolini è un grand'uomo. Sta attenta
alla tua bocca". Un altro ragazzo mi raggiunse, magro e
biondissimo, con freddi occhi e il mento aguzzo. Non l'avevo mai visto
prima. Guardò in su verso di me, seduto sulla sbarra. "Ehi tu,
quattr'occhi". Mi guardai intorno. Il cortile era affollato e
rumoroso. Lontano dalla parte delle catenelle di recinzione, c'era un
gruppo di maestri che parlavano tra loro.
"Dico a te, puttanella", disse il ragazzo biondo. "Il mio
fratellino mi ha riferito quello che hai detto di Adolf Hitler. Stacci
più attenta".
"E' quello che le ho detto anch'io", fece il primo.
"Mio padre dice che Adolf Hitler è la cosa migliore che sia mai
capitata in Germania. Farà piazza pulita di tutti i rossi e di tutti
gli ebrei. Meglio che tieni la bocca chiusa o non la riporti a casa
intera, un giorno o l'altro."
Discesi dalla sbarra. Il biondo mi stava di fronte.
"Sei ebrea?", domandò, sovrastandomi, con gli occhi
sfavillanti d'odio.
L'altro restava lì, e mi osservava. Le gambe mi tremavano. "Mio
padre non è ebreo. Mia madre è ebrea". Sembrava incerto sul da
farsi.
"Sta attenta alla tua bocca", disse dopo un momento.
"Già", disse l'altro. "Attenta a ciò che dici."
Se ne andarono ciascuno per proprio conto e sparirono nella calca dei
bambini che giocavano. Mi appoggiai pesantemente alle sbarre, col cuore
rimbombante. Non avevo pensato che le parole potessero essere così
pericolose. Occhi azzurri, freddi e assassini. Aveva voluto davvero
farmi male. Avrei dovuto stare attenta a ciò che dicevo in classe,
d'ora in poi. Sibilò un fischietto. Passai dal cortile al corridoio
affollato e ritornai alla mia aula. Sedetti rigida al banco. Dietro di
me il ragazzo che mi aveva avvertito di stare attenta a ciò che dicevo
di Mussolini e degli italiani. Continuai a sedere immobile, fissando
fuori dalla finestra, ascoltando distrattamente la maestra e pensando a
mia zia Sarah in qualche villaggio di un posto chiamato Etiopia. (...) |