home menu biografia libri rom altipiano carapigna
maestri biblioteca shoah ebraica benzi scrittori cerca libro

                                                                        

  Maestri/7

1890 ca., Stati Uniti -Indians Girls School

Il compito di latino, Montague Rhodes James   

Il comune amico, Dickens Charles

Diario di una maestrina, Giacobbe Maria

Il dono di Asher Lev, Potok Chaim

 

Il compito di latino
Montague Rhodes James
(da "Il compito di latino" Nove racconti e una modesta proposta - Sellerio)

Due uomini conversavano in un salotto, rievocando il periodo trascorso in collegio. - Nel nostro - diceva A. - avevamo l'impronta di un piede di fantasma sulle scale, assai poco convincente, però. Il contorno di una scarpa col tacco quadrato, se ben ricordo. La scala era di pietra. Ma non ho mai sentito raccontare storie al proposito. A pensarci bene, è strano, no? Chissa come mai nessuno ha pensato a inventare qualcosa su quella impronta. Mah! E sì che i ragazzini hanno una fantasia sbrigliatissima. A proposito, ecco un ottimo argomento per voi: " Il folclore nei collegi".
Già. Però il materiale è alquanto scarso. Credo che volendo esaminare, per esempio, il ciclo di storie di fantasmi che si raccontano nei collegi, si scoprirebbe che sono tutte versioni abbreviate di storie lette nei libri.
Oggi attingerebbero abbondantemente alle varie riviste, "Strand", "Pearson" e roba del genere.
Certo. Ma ai miei tempi non esistevano ancora. Vediamo un po'. Chissà se riesco a ricordare almeno le storie classiche che ho sentito raccontare. Ah, si. C'era quella casa dove tutta una serie di persone aveva voluto passare la notte in una certa stanza, e la mattina seguente ognuna, a turno, veniva trovata inginocchiata in un angolo, appena in tempo per vederla morire dopo aver detto "L'ho visto".
Non era la casa di Berkeley Square?
Mi pare di sì. Poi c'era la storia dell'uomo che sentiva un rumore nella notte, apriva la porta sul corridoio, e vedeva qualcuno che si trascinava carponi verso di lui, con gli occhi penzolanti fuori dalle orbite. E poi c'era ancora... lasciatemi pensare... Ecco! La stanza dove fu trovato un uomo morto nel letto, con una impronta di ferro di cavallo sulla fronte, e anche sul pavimento sotto al letto c'erano le stesse impronte. E c'era la signora che mentre chiudeva a chiave la porta della sua camera in casa di amici dov'era ospite, udì una vocina che diceva: "Adesso siamo chiusi dentro per tutta la notte". Nessuna di queste storie però aveva una spiegazione o un seguito. Chissà se le raccontano ancora.
Oh, è probabile. E per di più infarcite di particolari tratti da storie lette nelle riviste, come dicevo. Voi non avete mai sentito parlare, credo, di un vero fantasma in un collegio, vero? Me lo aspettavo, e come voi, nessuno che io abbia conosciuto.
Dal modo come lo dite, pare che voi invece...
Per la verità, non ne sono certo. Ma è una cosa che mi è venuta in mente; un fatto accaduto nel mio collegio, trent'anni fa o giù di lì, e del quale non ho mai avuto la spiegazione...
Il mio collegio era nei dintorni di Londra. Occupava un antico edificio bianco circondato da bellissimi spazi verdi; c'erano enormi cedri come se ne trovano nei giardini più antichi della valle del Tamigi, e vecchissimi olmi, nei tre o quattro prati che ci servivano come campi da gioco. Direi che doveva essere un posto molto piacevole, per quanto sia quasi impossibile che i ragazzi trovino qualcosa di piacevole in un collegio.
Io ci entrai di settembre, intorno al 1870, e tra i ragazzi che arrivarono con me, ce n'era uno che mi fu subito simpatico. Era scozzese, e lo chiamerò Mc Leod. Inutile perdere tempo a descriverlo, ciò che importa è che diventammo subito amici. Non era un ragazzo eccezionale, e non si distingueva né nello studio né per gli sport, ma per me andava bene.
Il collegio era grande; di regola ospitava dai 120 ai 130 allievi, perciò richiedeva un notevole corpo d'insegnanti, che venivano cambiati abbastanza spesso. Ero lì forse da sette od otto mesi, quando arrivò un nuovo professore. Si chiamava Sampson: un tipo robusto, con la barba nera, un bell'uomo. Devo dire che a noi ragazzi piaceva; aveva viaggiato molto e conosceva delle storie che ci divertivano durante le passeggiate, tanto che facevamo a gara per stargli vicino ad ascoltare i suoi racconti. Ricordo anche - santo cielo, credo di non averci mai più pensato da quei tempi - di avergli visto un portafortuna appeso alla catena dell'orologio. Un ciondolo che un giorno attrasse la mia attenzione, e che lui mi lasciò osservare da vicino. Ora, a ripensarci, doveva essere una moneta bizantina. d'oro; su una faccia c'era l'effigie di un imperatore credo, l'altra invece era consunta, tanto che lui viaveva fatto incidere, idea alquanto barbara, le sue iniziali, G.W.S. e una data, 24 luglio 1865. Sì, adesso ricordo; mi aveva detto di averla presa a Costantinopoli, ed era della grandezza di un fiorino, forse un poco più piccola.
Ebbene, la prima cosa strana che accadde fu questa. Sampson ci insegnava latino. Uno dei suoi metodi preferiti, e mi pare fosse buono, era quello di farci comporre delle frasi di nostra invenzione per illustrare di volta in volta le regole che cercava di farci entrare in testa. Naturalmente, per un ragazzo sciocco era una buona occasione per scrivere frasi impertinenti; ma Sampson sapeva imporre la disciplina, e a nessuno di noi sarebbe venuto in mente di provarsi a fare dello spirito. Dunque, quella volta ci stava spiegando come coniugare il verbo "ricordare" in latino e ordinò a ognuno di noi di comporre una frase con la voce "memini". La maggior parte, si sa, buttò giù qualche frase banale come "Ricordo mio padre" o "Egli ricorda il suo libro", o cose altrettanto sciocche; e direi che parecchi combinarono un "memino librum meum", e così via; ma il mio amico Mc Leod evidentemente stava pensando a qualcosa di più elaborato. Tutti noi avevamo già finito, e volevamo presentare i nostri fogli per essere poi liberi, perciò qualcuno lo urtò col piede di sotto al banco, e io, che gli sedevo accanto, gli diedi una gomitata dicendogli di sbrigarsi. Ma pareva che non mi sentisse.
Diedi un'occhiata sul suo foglio e vidi che era ancora bianco. Allora lo urtai ancora più forte rimproverandolo perché ci faceva aspettare tutti. La mia sgridata fece effetto; lo vidi sussultare e parve svegliarsi; poi in gran fretta scarabocchiò un paio di righe e mise il suo foglio insieme agli altri. Era stato l'ultimo o quasi, e poiché Sampson era occupato a dire il fatto loro ai ragazzi che avevano scritto "meminiscimus patri meo" e così via, l'orologio batté le dodici e Mc Leod non era ancora passato; dovette perciò rimanere in classe per far correggere la sua frase. Fuori non c'era gran che da fare, perciò io rimasi in corridoio ad aspettarlo. Quando finalmente arrivò, camminava adagio, e capii subito che c'era per aria qualche guaio.
"Allora" gli dissi "quanto ti ha dato?". "Oh, non lo so" mi rispose. "Non molto. Ma credo che Sampson ce l'abbia con me". "Come mai, gli hai messo giù qualche strafalcione?". "No, no, la frase era giustissima, da quanto ho capito. Era così: "memento", questo è facile da ricordare, e prende il genitivo, "memento putei inter quatuor taxos". "Che pasticcio!" dissi io. "Ma che cosa ti è saltato in mente? Che cosa vuol dire ?". "E proprio questa la cosa più buffa" disse Mc Leod. "Non sono nemmeno sicuro di che cosa voglia dire. So soltanto che mi è venuta in mente così e l'ho buttata giù. Mi pare di sapere che cosa significhi, perché prima di scrivere mi son visto come una immagine davanti agli occhi. Credo che la frase sia: ricorda il pozzo fra i quattro..., che cosa sono quegli alberi scuri, con le bacche rosse?". "Credo che tu voglia dire il sorbo selvatico". "Mai sentito nominare" disse Mc Leod. "No, te lo dico io: è il tasso." "E che cosa ti ha detto Sampson ?". "Be', è stata una cosa curiosa. Appena ha letto, si è alzato, è andato verso il camino ed è rimasto là un bel po', voltandomi la schiena, senza dire niente. E poi, senza girarsi, mi ha chiesto molto tranquillo: "Che cosa credi che voglia dire?" Io gli ho detto ciò che pensavo, solo non potevo ricordare il nome di quello stupido albero; e poi lui ha voluto sapere perché avevo scritto così, e io lì a inventare una cosa qualunque. Allora lui ha cambiato discorso e mi ha chiesto dove abitavano i miei, e cose del genere, poi io sono venuto via, ma lui aveva l'aria di stare poco bene".
Non ricordo che altro dicemmo tra noi due in proposito. Il giorno dopo Mc Leod rimase a letto col raffreddore o qualcosa del genere, e per una settimana non venne in classe. Poi, passò circa un mese senza che accadesse niente di notevole. Se anche il signor Sampson era stato turbato, come pensava Mc Leod, non lo dava a vedere. Certo oggi io sono persuaso che nel suo passato doveva esserci stato qualcosa di molto strano, ma certo non si pretende che dei ragazzi siano tanto acuti da indovinare problemi del genere.
E poi si verificò un altro incidente simile al primo. Ci era accaduto altre volte d'illustrare in classe varie regole che avevamo imparato, ma non c'era mai stato niente di eccezionale da dire, se non quando si facevano degli errori marchiani. Venne il giorno in cui ci toccò passare sotto le forche caudine di quelle cose orrende che si chiamano frasi condizionali. Ognuno di noi doveva scrivere una frase che esprimesse conseguenze future. Bene o male, tutti scrissero qualcosa e presentarono i loro pezzi di carta a Sampson, il quale cominciò a esaminarli. Improvvisamente, si alzò in piedi facendo uno strano rumore con la gola, e si precipitò fuori da una porta che era proprio accanto alla predella della cattedra. Noi tutti restammo fermi per un paio di minuti, poi, credo che non sia stato molto corretto, io e un paio d'altri ci avvicinammo alla cattedra per guardare i fogli. Immaginavo che qualcuno avesse scritto delle impertinenze,
e che Sampson fosse uscito per andare a far rapporto al preside. Comunque, avevo notato che non aveva preso nemmeno uno dei fogli andandosene via.
Bene, la prima pagina che copriva le altre, sulla cattedra, era scritta in inchiostro rosso, che nessuno usava, e la calligrafia non era quella di nessuno di noi. Tutti vennero a guardare, Mc Leod e gli altri, e tutti giurarono e spergiurarono che non era la loro scrittura. Poi, a me venne in mente di contare i fogli: sulla cattedra c'erano diciassette fogli, e in classe eravamo sedici ragazzi. Mi presi il foglio scritto in inchiostro rosso, e credo di averlo ancora. Adesso vorrete sapete qual era la frase. Abbastanza semplice e innocua, mi pare, eccola: "Si tu non veneris ad me, ego veniam ad te", il che significa, credo: "Se tu non verrai da me, verrò io da te"".
(...) ma c'è un'altra cosa strana. Quello stesso pomeriggio tirai fuori quel foglio dal mio armadietto, ero certo che si trattava dello stesso foglio perché lo avevo segnato con un'impronta del dito, ma sopra non c'era più la minima traccia di scrittura o d'inchiostro. L'ho conservato, come ho già detto, e da allora ho fatto molte prove per vedere se era stato usato dell'inchiostro simpatico, ma senza il minimo risultato.
E passiamo ad altro. Dopo circa mezz'ora, Sampson riapparve, ci disse che non si sentiva bene, e che potevamo uscire. Si avvicinò alla cattedra, quasi guardingo, e diede un'occhiata al foglio che copriva gli altri: io penso che credesse di aver sognato. In ogni caso, non fece domande. Il pomeriggio era mezza festa, e il giorno dopo, Sampson era di nuovo in classe come al solito. Quella notte si verificò il terzo e ultimo incidente della mia storia.
Noi due, Mc Leod ed io, dormivamo nell'ala che formava angolo retto con l'edificio centrale dove era la camera di Sampson, al primo piano. Quella sera la luna era piena, e molto luminosa. Fui svegliato a un'ora che non saprei precisare, ma doveva essere fra l'una e le due. Qualcuno mi scrollava forte. Era Mc Leod, e mi parve sconvolto. "Vieni! Su, vieni!" mi disse. "C'è un ladro che vuole entrare dalla finestra di Sampson". Appena mi fu possibile parlare, gli domandai: "Ma perché non ci mettiamo a gridare e svegliamo tutti gli altri?". "No, no - disse lui - "non so bene chi sia. Vieni a vedere e non far chiasso". Naturalmente andai a vedere e naturalmente non c'era nessuno. Ero alquanto seccato, e avrei trattato volentieri Mc Leod come si meritava, soltanto, non saprei dire perché, mi pareva che veramente nell'aria ci fosse qualcosa d'insolito, qualcosa che mi faceva ringraziare il cielo di non essere solo in quel frangente. Eravamo ancora lì alla finestra e stavamo guardando: io gli chiesi che cosa avesse visto o sentito. "Non ho sentito proprio niente" mi disse. "Ma appena cinque minuti prima che ti svegliassi, ero qui alla finestra e vedevo un uomo, seduto o inginocchiato, sul davanzale di Sampson. Guardava dentro e mi pareva che facesse dei cenni". "Che tipo era ?". Mc Leod si strinse nelle spalle. "Non lo so. Ma posso dirti una cosa: era maledettamente magro e pareva che fosse tutto bagnato, e poi..." si guardò intorno e abbassò la voce, come se non gli piacesse sentire le proprie parole "non sono affatto sicuro che fosse vivo" concluse.
"Continuammo a bisbigliare ancora per un poco, poi finalmente ognuno s'infilò nel proprio letto. Nessun altro si svegliò o si mosse, nel dormitorio. Dopo, forse, riuscimmo a dormire ancora un poco, ma il mattino seguente eravamo alquanto malandati.
E il giorno dopo, il signor Sampson se n'era andato, nessuno seppe dove, e credo che da allora non si sia più trovata traccia di lui. Ripensandoci, una delle cose più strane mi parve il fatto che né Mc Leod né io aprimmo mai bocca con chicchessia su questo fatto. Si capisce, nessuno mai ci fece domande in proposito, ma se anche avessimo dovuto rispondere, sono propenso a credere che non avremmo potuto aprir bocca: pareva che non riuscissimo a parlarne.
(...) Il seguito della storia potrà essere giudicato molto banale; ma un seguito c'è bisogna pur farlo conoscere. Il racconto aveva avuto più di un ascoltatore, e alla fine dello stesso anno, o dell'anno seguente, uno di essi si trovava in una casa di campagna in Irlanda. Una sera, in salotto, il padrone di casa vuotò un cassetto pieno di oggetti vari. "Dunque - disse all'ospite - voi che ve ne intendete di antichità, ditemi un po' che cos'è questo". Il mio amico aprì l'astuccio e vi trovò una catenina d'oro con appeso un ciondolo. Diede un'occhiata all'oggetto e poi si tolse gli occhiali per esaminarlo più da vicino.
" Qual è la storia di questo ciondolo?" domandò. "Oh, alquanto curiosa. Avete visto il boschetto di tassi, nel giardino? Bene, un paio d'anni fa, ho fatto pulire il pozzo che si trova nella radura, lì in mezzo, e indovinate che cosa abbiamo trovato?" "Non mi direte che ci avete trovato un cadavere?" disse l'ospite con una strana sensazione di nervosismo.
"Proprio così, invece. Anzi, vi dirò di più: ne abbiamo trovati due".
"Santo Iddio! Proprio due? E c'era qualche indizio di come hanno potuto finire là dentro? Avete trovato questo ciondolo vicino ai corpi?"
"Certo. Fra gli indumenti ridotti a brandelli di uno dei due cadaveri. Vi assicuro che la scena era agghiacciante: uno dei cadaveri teneva l'altro avvinghiato con le braccia. Dovevano essere là sotto da trent'anni o più,
comunque da molto, molto tempo prima che noi venissimo ad abitare qui. Potete immaginare se non ci siamo affrettati a riempire di nuovo il pozzo! Ma riuscite a capire che cosa c'è inciso su quella moneta d'oro?"
"Credo di riuscirci" disse il mio amico, alzando la moneta verso la luce, ma già aveva letto senza troppa difficoltà. "Mi pare che sia: G.W.S., 24 luglio 1865".

 

Il comune amico
Charles Dickens

(...)In realtà era un tipo di scuola-pasticcio insuperabile nel suo genere di maledetta confusione dove alunni di ogni tipo e di ogni colore, neri, grigi, rossi e bianchi, facevano confusione tutte le sere. E particolarmente ogni domenica sera. Perché allora, tutta una classe di infelici bambini, veniva affidata al più noioso, al peggiore dei volonterosi insegnanti, a quello che nessuno degli adulti avrebbe sopportato. Questi si piantava davanti a loro in qualità di giustiziere capo, e si giovava dell'opera di un ragazzo (volontario, per modo di dire) in qualità di aiuto giustiziere. Come e quando si fosse adottato per la prima volta il sistema per cui un ragazzo stanco e disattento doveva essere richiamato all'ordine con l'intervento di una mano che lo colpiva più o meno amorosamente, o come e quando il primo ragazzo, per così dire volontario, avesse visto per la prima volta quel sistema in opera, infiammandosi di sacro zelo, qui non importa. Ma è certo che la funzione del giustiziere capo era di tener duro, e quella dell'assistente era di piombare sui bambini che dormivano, o sbadigliavano, o si muovevano, o piangevano, e richiamarli all'ordine con un colpo più o meno amorevole sulla faccia del disgraziato: talvolta con una mano, come per applicargli l'unguento per le basette; talvolta con ambo le mani, come se si trattasse di applicargli i paraocchi. E così si tirava avanti in gran confusione, in questa classe, per tutta un'ora che non finiva mai, il maestro biascicava per un'ora (Mieeei caaari bambiiini) diciamo, per esempio, sulla bellissima visita al sepolcro; e ripeteva la parola sepolcro (molto in uso tra i bambini, si sa) cinquecento volte senza mai dire una volta che cosa significasse; e il volontario, per modo di dire, richiamava all'ordine a destra e a sinistra, a mo' di infallibile commento; e tutti quei bambini accaldati ed esausti, in quell'ambiente particolarmente propizio, si scambiavano il morbillo, la scabbia, la tosse convulsa, la febbre e i disturbi di stomaco, come se fossero stati riuniti proprio per quello scopo. (...)

Diario di una maestrina
di Maria Giacobbe 

(Tempi Nuovi Laterza)

(...)
Fonni: scolari all'aggiudu
(......) Sotto un velo di pioggia ecco Fonni! Le case sembrano schiacciate dalle grandi tegole rugginose. Porte e finestre sprangate; di vivo c'è solo la pioggia. Mi sembra però che intorno mille occhi sospettosi mi osservino, come se lì, dietro quei muri sghembi, si vivano intensamente ore di attesa.
All'improvviso, nella piazzetta deserta, è accanto a me una bimba di nove o dieci anni.
- Siete la nuova maestra? Venite con me!
Mi accompagna a casa correndomi innanzi sotto la pioggia e il vento. E' scalza, i piedini violacei affondano senza esitazione nei rigagnoli turgidi e impetuosi. La veste di cotone completamente inzuppata, aderendole al corpicino magro, si rivela come il suo unico indumento. Ho un assurdo senso di colpa e rabbrividisco sotto il mio caldo impermeabile. Mentre la padrona mi prepara una scodella di caffelatte la bimba, asciugandosi alla fiamma del camino, mi dice, col tono grave ora noncurante degli adulti, che non è parente della signora ma che va da lei tutti i giorni per "aggiudu" e che, nonostante ciò, quest'anno potrà frequentare la scuola. Alla mia classe, una terza femminile, mi presenta la più anziana delle maestre. Trenta visi mi guardano con curiosità e ascoltano con indifferenza ciò che la collega mi va dicendo:
- Le tratti come si deve, sa! Sono cattive e maleducate. La povera maestra dell'anno scorso è dovuta andare in pensione prima del previsto, per colpa loro. Le hanno talmente mancato di rispetto che è dovuta scappare, proprio così, scappare le dico!
Io, confusissima, mi affanno a dire: - Spero che saranno buone, andremo d'accordo, saranno buone certamente.....
Ma lei non mi ascolta: - La frusta ci vuole, dia retta a me, la frusta!
Agita la destra come se davvero fra le dita tenga uno staffile. E mi lascia. Salgo sulla cattedra. la preghiera, l'appello. Passano così i primi momenti, quelli della maggiore confusione. Ma dopo, che fare?
Piove e non si può iniziare con una passeggiata in campagna. Bisogna stare fra le quattro pareti. Ma le bambine non hanno libri, non quaderni, non penne. Non so come intavolare una conversazione. Tento qualche domanda, mi rispondono tutte in coro. Sto in silenzio un momento, dimenticano la mia presenza e si mettono a chiacchierare e a ridere tra loro, un chiasso altissimo che ho paura arrivi alle altre aule e faccia pensare male di me ai colleghi più esperti. Non voglio che le bambine si accorgano del mio sgomento. Racconto una fiaba e la faccio durare il più a lungo possibile poi le rimando a casa con la raccomandazione di portare, l'indomani, l'occorrente per scrivere. Il primo esperimento di composizione è disastroso. Scritture orribili, ortografia e sintassi del tutto particolari e poco somiglianti alle italiane. Ideuzze banali : "lasquola è bela" "lamama e brava".
Siamo a scuola già da quindici giorni ma ancora non sono riuscita a quadagnarmi la simpatia delle alunne. Sono la maggior parte ripetenti, ripetenti recidive, veterane della scuola. Tra titolari e supplenti devono aver cambiato decine di insegnanti e io, nuova del mestiere, devo sembrare loro goffa e priva di imponenza. Le tratto con ostinata gentilezza, ma, forse proprio per questo, mi disprezzano. Forse la mia cortesia fa sì che mi sentano diversa da loro e distante. Esse stesse, un giorno, con una certa aria di protezione e superiorità mi consigliano di picchiarle se voglio ottenere qualcosa:
- L'altra maestra aveva un bastone grosso così, - mi dicono con fervore, - e anche a casa, "all'aggiudu", ci picchiano quando lo meritiamo!
Venendo meno ai propositi maturati durante gli anni di studio mi lascio convincere e, a freddo, distribuisco qualche schiaffo. Dapprima è il silenzio, poi una risata serpeggia e esplode. non so dare gli schiaffi e nel darli cerco di non fare male. Per tutte le quattro ore di lezione non doveva far altro che raccontare quelle terribili fiabe nordiche in cui streghe crudeli, fanciulle bellissime e perseguitate, principi azzurri cavalcanti magnifici cavalli dagli zoccoli doro, piccoli uomini bizzarri e deformi, popolano boschi colmi d'ombra e di mistero. Allora finalmente tacciono, non tutte, ché alcune non sanno ascoltare. La loro fantasia è assetata di cose forti e paurose, è la tragedia che le interessa, il lieto fine di prammatica le delude. Ma il programma ? E' un incubo. Ad esso si aggiungono le questue. Una circolare del direttore ci invita a parlare in classe della tragedia che ha colpito intere regioni italiane e a raccogliere tra gli scolari offerte "pro alluvionati". Le bambine sono povere e non riescono neppure ad avere quaderni a sufficienza, tuttavia penso sia utile, dal punto di vista educativo, suscitare la solidarietà. Per rendere viva la lezione porto a scuola dei giornali che, documentandosi con numerose fotografie, descrivono gli effetti dell'alluvione nelle zone più devastate. Raccolgo le bambine attorno alla cattedra e commento le illustrazioni con le parole che la drammaticità dell'argomento suggerisce .
Guardano, ascoltano, sembrano commosse. Certo che la loro fantasia è colpita soprattutto dagli aspetti più appariscenti della tragedia: i gruppi isolati sui tetti, i viveri lanciati dagli aerei, i ponti tesi dai balconi attraverso le strade.
E' arrivato il momento psicologico in cui credo di poter dire che sarebbe bello dimostrare ai più disgraziati, con offerte "anche di una sola lira", la nostra solidarietà . Due o tre bambine mi consegnano alcune lirette lungamente custodite entro le copertine dei libri. Ma una, guardandomi fisso, quasi con sfida , dice: - Anche a noi la pioggia ha devastato l'orto e nessuno ci ha dato niente. Lo stato d'animo che io avevo creato era distrutto, la commozione cade come una vela strappata. E strano, non mi riesce di sentire diversamente da loro. Sono ormai giorni e giorni che tento inutilmente di raccogliere le trenta lire della pagella. Ma oggi, a costo di non fare lezione, devo poter consegnare al direttore la somma al completo. Pochissime mi hanno portato i denari il primo giorno, alcune ieri dopo le mie insistenze, oggi quasi nessuna e non ho neppure la metà della somma. Tutte mi rispondono: - Mamma dice che oggi non ha le trenta lire , quando le avrà me le darà.
Non ci credo e le rimando a casa ma solo due, tornando, non mi ripetono la solita frase. Non riesco a credere che in una casa, sia pure di poveri, di poverissimi, non ci siano trenta lire e vorrei insistere. Mi dicono con fermezza che sarebbe inutile a meno che io non permetta che paghino la pagella con un uovo. L'idea mi pare accettabile e presto la cattedre prende l'aspetto di un banco di mercato. Finalmente tutte hanno pagato! No, manca ancora una quota. Anna. La cerco con lo sguardo e mi accorgo che è più pallidina del solito e, rimpicciolendosi tutta, cerca di rendersi invisibile. La chiamo e la rimando a casa. Vorrei poter umiliare la mamma che per estrema avarizia, suppongo, non vuole pagare la pagella.
- Non abbiamo galline - mi dice a bassa voce - mamma non ha soldi e babbo è nel Belgio per lavorare.
Ho pena della bambina ma sento di dover educare questa gente che non capisce l'importanza della scuola e della pagella e rimando Anna dalla mamma. Per ben tre volte. Quando la piccola sta per piangere io finalmente le credo e mi vergogno.
(...)
A un tratto mi sono accorta di aver conquistato le bambine. Son sicura, non so bene perché, che ora mi vogliono bene; di certo si bisticcerebbero con chiunque per difendermi. Forse in questo cambiamento c'entra in qualche modo il mio abito nuovo, o forse la mia malattia dei giorni scorsi o, forse, i graziosi quadretti e i cartelloni che, per facilitare l'apprendimento delle scienze e della storia, ho appeso alle pareti dell'aula. Cominciano a scrivere un po' meglio, più corrette e meno banali. Davanti al foglio bianco non hanno più quella diffidenza che le costringeva a mentire con <pensierini> estranei ai loro interessi e alla loro sensibilità. Scrivono della primavera che è finalmente arrivata, dei fiori che a mazzi portano in classe dalla campagna, della neve che comincia a sciogliersi dopo che per mesi e mesi ha coperto orti e pascoli, del battesimo del fratellino nuovo, della gallinella che si è lasciata mangiare la zampa dal maiale, dei quadri che ornano l'aula, della loro vita di servette. Cominciano anche a capire i problemi aritmetici e fanno a gara a chi ne risolve di più e meglio. Per fortuna il Patronato scolastico ci ha messo a disposizione un numero sufficiente di quaderni a quadretti e le bambine non devono preoccuparsi di chiederli a casa. Alcune hanno già risolto tutti i problemi che io ho preparato per loro. Altre sono più lente ma ormai questo esercizio è per tutte uno sport e devo addirittura frenare la loro passione aritmetica. Devo pensare che al principio dell'anno molte non sapevano fare l'addizione e che la divisione ne ha fatto piangere parecchie per vedere quanta strada abbiamo percorso.

ORGOSOLO
Oggi è il primo giorno di lezione. Ho due scolaresche di prima: devo supplire la collega con la quale mi alternerò nell'aula. Cinque ore, sessanta bambini. Non riesco neppure a ricordare i nomi. Alcuni piangono e vorrebbero tenere ancora la mano della mamma o della sorella che li ha accompagnati. Finalmente riesco a sistemarli ai loro posti. Le gambe penzolano dai sedili troppo alti.
C'è nell'aria un silenzio e una immobilità innaturali, so che non potrà durare perciò devo approfittarne.
Attendono qualcosa da me, comincio a parlare ma ho appena aperto la bocca che un bambino scoppia in un pianto convulso. Sembra che la mia voce lo spaventi, invoca la mamma e mi inonda di lacrime.
Vorrei farlo accompagnare a casa ma, come un naufrago alla sua tavola, si attacca ostinatamente al banco. E' disperato e io mi sento del tutto incapace di aiutarlo o di liberarmene. Ma ora, quasi all'improvviso, tace, il piccolo incosciente, e ha il coraggio di sorridermi tra le lacrime.
Gli altri in tanto sono in rivoluzione. Abbiamo già detto la preghiera ma per calmarli non trovo di meglio che rincominciare con il segno della croce e l'Avemaria.
Approfitto del relativo silenzio che segue alla preghiera per attaccare con Cappuccetto Rosso. In principio mi ascoltano con molta attenzione, seguono affascinati il movimento delle mie labbra. Ma poco dopo, e Cappuccetto non aveva ancora incontrato il lupo, si annoiano e cominciano ad agitarsi: tanto vale che mi per dia per vinta: di ciò che dico in italiano non capiscono assolutamente nulla: dovevi parlare il loro dialetto ma purtroppo non ne sono capace. Si ripete una situazione che avevo conosciuto a Fonni, ma qui peggiorata perché non ho interpreti. Mi soccorre Giovanni, un monello scalzo e magrissimo con grandi occhi adulti e un ciuffo biondo impastato di polvere. Si è fatto notare dal suo primo ingresso; è arrivato solo ed entrando ha lanciato un <buongiorno> spavaldo quasi provocatorio.
Poi ha preso posto sotto la lavagna e non l'ho potuto convincere a sedersi sul banco. A tutte le mie esortazioni, a tutti i miei ragionamenti, a tutti i miei ordini rispondeva con una punta di disprezzo: "Bae! Bae!" (Ma va! Ma va!). Adesso all'improvviso, quasi si sia accorto del mio smarrimento, propone di raccontare lui una storia.
(...) Ho dei bellissimi gessi colorati e disegno alla lavagna. Dico i nomi degli oggetti rappresentati, li faccio ripetere, ne dico i colori, invento piccole fiabe di poche parole e molti disegni. Cerco di render viventi nella fantasia dei bambini le figure di cui la lavagna va popolandosi. Invito i bambini a disegnare sui loro quaderni, nessuno mi ubbidisce, dicono che non sanno. Solo un ripetente si azzarda a tracciare qualche linea. Devo insegnare fra quali dita si deve tenere la matita e in quale mano. Ma hanno paura, non vogliono sporcare il quaderno nuovo di cui vanno fieri. Dopo molto ottengo che segnino dei puntini sugli incroci delle righe. E già in primo passo per esercitare la mano e l'occhio. Una settimana è passata. I progressi sono scarsi: io ho imparato i nomi degli alunni e loro hanno imparato i nomi degli oggetti dell'aula e i verbi più comuni. In quanto al disegno e alla scrittura siamo ancora lontani dal principio. Il <disegno spontaneo> non è spontaneo affatto, i bambini sino ad ora non hanno dimostrato alcun desiderio di <<esprimersi per immagini>>. Hanno orrore della matita e non vogliono usarla. Si divertono però a vedermi disegnare alla lavagna. Mi si affollano intorno e mi ordinano: - L'automobile! Il carro! Il postale! L'aeroplano! -. Ho successo. (...)

Il dono di Asher Lev
Chaim Potok
(Garzanti)

(...) Ci fermammo davanti a una porta in un corridoio silenzioso.
Dallo spioncino vidi di sfuggita una donna giovane e bruna, di una bellezza folgorante, seduta dietro la cattedra, facce di bambine tutte in fila e un'alta parete di finestre bagnate di pioggia.
"E meglio che lei sappia", disse Rav Greenspan, "che l'insegnante non è ebrea. E' una delle migliori docenti della scuola. Tutti i nostri insegnanti sono o ladover o non ebrei. Da noi non insegnano ebrei non osservanti. Danno un cattivo esempio ai bambini. Venga, la stanno aspettando". Aprì la porta e io lo seguii nell'aula. La porta si chiuse con il sibilo smorzato del freno idraulico.
Tutte le teste nella classe si girarono a guardarmi. L'insegnante si alzò in piedi dietro la cattedra. Indossava una blusa avorio con le maniche lunghe e il collo alto e una gonna blu.
Come a un segnale, tutte le scolarette si alzarono in piedi.
"Signorina Sullivan", disse Rav Greenspan. "Questo è Asher Lev".
"E' per me un onore conoscerla", disse. Non mi porse la mano.
"Sedete pure", disse Rav Greenspan alla classe.
Con un leggerissimo scalpiccio, le bambine si affrettarono a sedersi. La signorina Sullivan si allontanò dalla cattedra e, andando a mettersi davanti alla parete di finestre, proiettò la sua silhouette contro la luce grigia del mattino piovoso. I suoi capelli neri, tirati indietro, erano raccolti in uno chignon. Rav Greenspan rimase in piedi davanti alle scolarette. "Buongiorno, ragazze. Voglio presentarvi il signor Asher Lev, che è un pittore molto famoso. Molti suoi quadri si trovano in musei americani ed europei. E' cresciuto in questo quartiere e ha frequentato questa yeshivah. Ha accettato di venire qui, questa mattina, a parlarci di arte e delle sue opere, e a rispondere alle domande che vorrete porgli."
Il signor Lev Rav Greenspan si allontanò dalla cattedra e andò a mettersi verso il fondo dell'aula, lungo la parete di fronte alle finestre. Si appoggiò alla parete e incrociò le braccia sul petto. Lì in piedi, in fondo all'aula, parve all'improvviso un'oscura presenza di vigile guardiano.
Ero solo di fronte alla classe.
Una classe di venticinque, tutte ragazze; la sezione maschile della yeshivah era nell'edificio adiacente. Sedevano in quattro file, ciascuna a un banco singolo. Nella quinta fila c'erano tre adulti, due dei quali donne; il terzo era un uomo anziano dalla barba grigia in completo, cravatta e cappello scuri. Ricordai di averlo visto in casa di mio zio Yitzchok durante la settimana di lutto, ma non sapevo chi fosse. Rocheleh era seduta in seconda fila. Nel pesante silenzio dell'aula, udii l'improvviso levarsi e smorzarsi di un clacson da un'auto che passava. Vidi che tutte mi guardavano, e io non sapevo cosa dire.
Faceva caldo nell'aula e avevo cominciato a sudare sotto il berretto da pescatore. Fuori, la pioggia continuava a cadere e gli angoli delle finestre erano appannati. Guardai le file di volti. Ragazzine con la coda di cavallo, le trecce, i riccioli corti, la riga da un lato, la ciocca lunga trattenuta da una molletta. Facce sottili, facce allungate, facce rettangolari, facce grassocce e occhialute, facce rotonde, facce cilindriche, facce triangolari, facce pallide, facce arrossate. C'era Rocheleh, in attesa. Una ragazzina aveva i capelli rossi e sedeva allungata sulla sedia, come se temesse di essere vista. Mi stava osservando con gli occhi azzurri spalancati. Occhi, occhi in attesa. Comincia come faresti con un disegno.
Comincia con un punto. Un altro punto. Una linea. Una verità chiara e immediata.
"Buongiorno", mi sentii dire, mi schiarii la gola e ripetei, "Buongiorno", e in qualche modo andai avanti. "Tanto tempo fa ho studiato in questa yeshivah e ringrazio Dio per avermi mantenuto in vita in modo da essere qui con voi oggi. Studiavo l'inglese, scrivevo dei temi e passavo molto tempo a guardare dalla finestra. Ma un artista deve dire la verità e la verità è che, più di ogni altra cosa, disegnavo sui quaderni e facevo arrabbiare i miei insegnanti". Un'onda di risate trattenute serpeggiò per la classe. "I miei compagni mi consideravano strambo. Non facevo granché d'altro. Disegni, disegni, disegni. Qualcuna di voi disegna, disegna, disegna tutto il tempo?". Tutte tacevano. "Ma tutte disegnano qualche volta".
Tutte fecero segno di sì con il capo.
"Che cosa disegnate"?
Immediatamente le mani si alzarono. Le interpellai tutte, una dopo l'altra. "Il Seder di Pesach".
"La succah, il luvov e il lethrog".
"Le danze con la Torah".
"I giochi con gli archi e le frecce per Lag Bò Omer".
"Case".
"Giardini".
"Moshe Rabbenu sul Monte Sinai".
"La tavola del Sabato".
"Noè nell'arca".
"Molto bene", dissi. "Mi pare che disegnate tutte. Ora ditemi una cosa. Perché disegnate?".
Di nuovo le mani schizzarono su. Rocheleh sedeva in silenzio accanto alle finestre e osservava. "Mi diverte" disse una ragazzina. "Mi piace", disse un'altra.
"Ce lo fa fare l'insegnante", disse una terza.
Risolini serpeggianti per l'aula, la signorina Sullivan sorrise.
Rav Greenspan rimase appoggiato alla parete sul fondo, con le braccia incrociate sul petto robusto. Le due donne e l'uomo nell'ultima fila ascoltavano impassibili. Rocheleh non aveva ancora alzato la mano. La pioggia scrosciava sul viale; pareva che fosse calata la notte. "Perché gli insegnanti ve lo fanno fare?", domandai.
"Ci aiuta a ricordare meglio le cose", disse una bambina in prima fila.
"Sì. Che altro?". Silenzio. "Non succede nient'altro quando disegnate? Pensateci un momento. Chiunque di voi". Esitante, dalla seconda fila, una ragazzina con le trecce: "Penso che a volte mi aiuta a esprimere i miei sentimenti".
"In che modo?".
"Quando sono arrabbiata adopero un sacco di rosso".
"Nessun'altra di voi disegna i suoi sentimenti?".
"Qualche volta se non mi piace qualcuno gli faccio una faccia brutta", disse una ragazzina non lontana da Rocheleh. Le due donne nell'ultima fila si scambiarono un'occhiata.
"E se disegni qualcuno che ti piace?", domandai.
"Cerco di farlo carino".
"A nessun'altra di voi capita di disegnare i suoi sentimenti?". Silenzio. Un rivolo di sudore mi scese come un insetto lungo la spina dorsale. Avrei voluto appoggiarmi alla lavagna dietro di me e grattarmi la schiena. Il silenzio si protrasse. Alcuni bambini si mossero a disagio sulla sedia. Che altro? Pensa. Pensa. Due punti. Una linea. Forma. Spazio. Il piano bidimensionale. Colore. Un quadro. I dipinti alle pareti dello zio Yitzchok. Cèzanne, Renoir, Matisse, Bonnard, Chagall, Utrillo, Soutine.
"Tutti i disegni sono uguali?", domandai.
" No!", risuonò nell'aula. "In che cosa sono diversi?".
"Alcuni sono migliori degli altri", disse la ragazzina seduta di fronte a me. "Perché sono migliori?", le domandai.
"Sono migliori. Sono più reali".
"Sono più veri", disse una seconda ragazza.
"Vuoi dire che sembrano delle fotografie?".
"Proprio così", disse la seconda. "Siete tutte d'accordo che un disegno che assomiglia a una fotografia è migliore di uno che non gli assomiglia?" Tra tutte le teste che assentivano, vidi Rocheleh; era l'unica dell'aula a scuotere il capo. Ma non disse nulla. "Volete dire che un disegno così", estrassi un gessetto arancione dalla scatola che avevo comprato in cartoleria e, con gesti rapidi, disegnai sulla lavagna una rappresentazione infantile di un ariete: zampe sottili e goffe, corpo e testa sproporzionati, corna asimmetriche, "è meno vero e meno reale di un disegno così?". In un'unica linea ininterrotta, disegnai i contorni realistici di un ariete, poi con il gessetto ombreggiai il ventre dando l'illusione della tridimensionalità.
Le scolarette proruppero all'unisono in un "Sì".
"E che cosa ne dite di quest'altro ariete".
Disegnai un'astrazione lineare dell'ariete, senza ombreggiatura, sottolineando i contorni delle cosce posteriori per enfatizzarne la forza e abbellendo la maestosa, alta spirale delle corna. "Quale ariete è più vero!".
Silenzio. Vidi i loro giovani occhi spalancati passare da un disegno all'altro, quello infantile, quello realistico, quello astratto e vidi anche il sorrisino sul volto di Rocheleh.
"Non sono tre modi diversi di vedere lo stesso oggetto?", dissi.
"Il primo è il modo di vedere di un bambino. Il secondo è un modo di vedere realistico, come lo vedrebbe una macchina fotografica, per esempio. E il terzo", indicai il disegno astratto, " be', che cos'è il terzo?". "E' più strano", disse una ragazzina.
"Perché è strano?", domandai.
"Sembra strano", disse. "Non ho mai visto un ariete come quello".
"Certo. Allo zoo".
"Quante di voi hanno visto un ariete come questo?".
Quasi tutte le mani si alzarono. "Avete visto tutte questo tipo di ariete?", dissi ."Così piccolo? Di questo colore?".
Un mormorio di perplessità corse per la classe.
"Che cos'è questo?", domandai indicando il disegno. "Esattamente", dissi. "è un disegno. E assomiglia moltissimo a quello che un ariete appare ai nostri occhi. Ora, che differenza c'è tra questa visione esterna dell'ariete e il terzo disegno dell'ariete?".
Una ragazzina in quarta fila, lunghi capelli bruni, occhi scuri, labbra sottili alzò la mano. "Il terzo disegno è una visione interna dell'ariete" "Che cosa vuol dire interna?". Non rispose. "Chi ha fatto il disegno?" . "L'ha fatto lei", disse." È la sua visione interna".
"Sì. Come si chiama questo tipo di visione interna? C'è un termine importantissimo che conoscete tutte". Un silenzio carico di tensione e l'ansiosa ricerca della chiave che schiude il mistero. Aspettai un momento. "Qualcuno vuole provare?"
Scrutai tra le file di facce voltate in su. In fondo all'aula le due donne, l'uomo con la barba grigia e Rav Greenspan parevano tutti ipnotizzati, gli occhi fissi su di me, in trepidante attesa. Contro i vetri delle finestre si stagliava la silhouette della signorina Sullivan, occhi sgranati, un vago sorriso stampato sulle labbra. Un ariete.
Avevo visto un ariete allo zoo. Mentre passeggiavo con Devorah e i bambini? Fra tutti gli animali che avrei potuto disegnare, perché avevo scelto un ariete?
Rocheleh alzò la mano.
Poi la ragazzina coi capelli rossi e l'aria timorosa, seduta quasi sul fondo, alzò la mano esistente e feci cenno a lei.
"E' un interpretazione", disse.
"Sì", dissi. "Esatto. E' un'interpretazione. Adesso ditemi una cosa. Quale grande interprete studiate? Non di disegni ma di parole".
Ci fu un altro silenzio.
"Lo portate con voi", dissi. "lo studiate ogni giorno. È il migliore, il più chiaro di tutti gli interpreti".
"Rashi!", gridarono una decina di voci. Una di queste era la voce di Rocheleh.
"Ditemi un'altra parola per interprete?"
"Commentatore", gridarono alcune voci .
"Rashi è l'unico commentatore?".
"No!".
"Chi sono gli altri?
"Ibn Ezra ".
"Ramban".
"Rashbam".
"Sono tutti uguali?", domandai.
"No!".
"Hanno tutte le stesse idee?".
"No!"
"Che cosa interpretano?"
"La Torah"
"Tutti interpretano la stessa cosa . Ma vedono parti di essa in modo diverso, vero?".
"Sì!"
"Perché li stampiamo nello stesso Chummash? Perché? Perché non ne stampiamo uno solo? Perché non stampiamo solo Rashi?
"Nel Chummash che usiamo in classe c'è solo Rashi", disse una ragazza, esitante. "Ma nel Chummash di mio fratello ci sono tutti gli altri".
"Anche nel Chummash della sinagoga ci sono gli altri", disse la ragazza coi capelli rossi dal fondo della classe.
"Perché stampiamo tutti i commentatori?", domandai di nuovo.
"E' più interessante", disse una ragazza.
"Come si fa a scegliere quale lasciar fuori?", domandò un'altra.
"Bisogna stampare tutti quelli buoni. Mio fratello dice che è entusiasmante averli tutti".
Sia ringraziato Iddio per tuo fratello, pensai. "Molto bene. Sì. L'arte nasce quando una persona che sa disegnare passa da questo", indicai il secondo disegno "a questo". Indicai il terzo. "Quando si interpreta, quando si guarda il mondo coi propri occhi. C'è arte quando l'oggetto che viene visto si mescola all'interiorità della persona che lo vede. Se ne risulta un modo nuovo e entusiasmante di vedere un vecchio oggetto, be', è interessante, non vi pare? Lì comincia l'arte seria. Ecco, adesso vi mostro cosa intendo".
Cancellai gli arieti. Per un istante osservai attentamente la signorina Sullivan: zigomi alti, naso diritto e sottile, viso ovale, occhi scuri, capelli scuri raccolti in uno chignon. "Questi sono i tre modi diversi in cui tre grandi artisti moderni avrebbero visto e disegnato la stessa persona. Il primo si chiama Matisse".
Scrissi il suo nome sulla lavagna. Sopra il nome, con una linea continua di gesso azzurro, disegnai il volto della signorina Sullivan.
Sgorgò, immediatamente riconoscibile, dal gesso sulla lavagna. Tutta la classe si agitò, mormorando di sorpresa nel riconoscerla.
"Il secondo artista si chiama Modigliani".
Scrissi il nome alla lavagna e con il gesso rosso disegnai il volto della signorina Sullivan, il collo lungo, dei zigomi esageratamente alti e gli occhi a mandorla, sottolineando nella cilindricità del collo il fascino e la raffinatezza che avvertivo nei suoi modi. "Il terzo artista è Picasso.
Quanti di voi hanno sentito parlare di Picasso?". Le mani si alzarono. "Bene. Quasi quanti hanno sentito parlare di Asher Lev".
Rav Greenspan si unì alla risata generale.
Scrissi il nome dello Spagnolo alla lavagna e disegnai la signorina Sullivan con l'ocra, come un tempo lui aveva dipinto Gertrude Stein: solida, scolpita, iberica, una creatura di pietra più che di carne, ma con occhi che penetravano il futuro più lontano.
Da sopra la spalla vidi che la signorina Sullivan fissava il disegno a bocca aperta.
"E' stata lei a volermi qui, signorina Sullivan. Il potere dell'arte, signorina Sullivan. Sulle sue giovani, belle carni..." (...)