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Il compito di latino
Montague Rhodes James
(da "Il compito di
latino" Nove racconti e una modesta proposta - Sellerio)
Due uomini conversavano in un salotto, rievocando il periodo
trascorso in collegio. - Nel nostro - diceva A. - avevamo l'impronta di
un piede di fantasma sulle scale, assai poco convincente, però. Il
contorno di una scarpa col tacco quadrato, se ben ricordo. La scala era
di pietra. Ma non ho mai sentito raccontare storie al proposito. A
pensarci bene, è strano, no? Chissa come mai nessuno ha pensato a
inventare qualcosa su quella impronta. Mah! E sì che i ragazzini hanno
una fantasia sbrigliatissima. A proposito, ecco un ottimo argomento per
voi: " Il folclore nei collegi".
Già. Però il materiale è alquanto scarso. Credo che volendo
esaminare, per esempio, il ciclo di storie di fantasmi che si raccontano
nei collegi, si scoprirebbe che sono tutte versioni abbreviate di storie
lette nei libri.
Oggi attingerebbero abbondantemente alle varie riviste, "Strand",
"Pearson" e roba del genere.
Certo. Ma ai miei tempi non esistevano ancora. Vediamo un po'. Chissà
se riesco a ricordare almeno le storie classiche che ho sentito
raccontare. Ah, si. C'era quella casa dove tutta una serie di persone
aveva voluto passare la notte in una certa stanza, e la mattina seguente
ognuna, a turno, veniva trovata inginocchiata in un angolo, appena in
tempo per vederla morire dopo aver detto "L'ho visto".
Non era la casa di Berkeley Square?
Mi pare di sì. Poi c'era la storia dell'uomo che sentiva un rumore
nella notte, apriva la porta sul corridoio, e vedeva qualcuno che si
trascinava carponi verso di lui, con gli occhi penzolanti fuori dalle
orbite. E poi c'era ancora... lasciatemi pensare... Ecco! La stanza dove
fu trovato un uomo morto nel letto, con una impronta di ferro di cavallo
sulla fronte, e anche sul pavimento sotto al letto c'erano le stesse
impronte. E c'era la signora che mentre chiudeva a chiave la porta della
sua camera in casa di amici dov'era ospite, udì una vocina che diceva:
"Adesso siamo chiusi dentro per tutta la notte". Nessuna di
queste storie però aveva una spiegazione o un seguito. Chissà se le
raccontano ancora.
Oh, è probabile. E per di più infarcite di particolari tratti da
storie lette nelle riviste, come dicevo. Voi non avete mai sentito
parlare, credo, di un vero fantasma in un collegio, vero? Me lo
aspettavo, e come voi, nessuno che io abbia conosciuto.
Dal modo come lo dite, pare che voi invece...
Per la verità, non ne sono certo. Ma è una cosa che mi è venuta in
mente; un fatto accaduto nel mio collegio, trent'anni fa o giù di lì,
e del quale non ho mai avuto la spiegazione...
Il mio collegio era nei dintorni di Londra. Occupava un antico edificio
bianco circondato da bellissimi spazi verdi; c'erano enormi cedri come
se ne trovano nei giardini più antichi della valle del Tamigi, e
vecchissimi olmi, nei tre o quattro prati che ci servivano come campi da
gioco. Direi che doveva essere un posto molto piacevole, per quanto sia
quasi impossibile che i ragazzi trovino qualcosa di piacevole in un
collegio.
Io ci entrai di settembre, intorno al 1870, e tra i ragazzi che
arrivarono con me, ce n'era uno che mi fu subito simpatico. Era
scozzese, e lo chiamerò Mc Leod. Inutile perdere tempo a descriverlo,
ciò che importa è che diventammo subito amici. Non era un ragazzo
eccezionale, e non si distingueva né nello studio né per gli sport, ma
per me andava bene.
Il collegio era grande; di regola ospitava dai 120 ai 130 allievi,
perciò richiedeva un notevole corpo d'insegnanti, che venivano cambiati
abbastanza spesso. Ero lì forse da sette od otto mesi, quando arrivò
un nuovo professore. Si chiamava Sampson: un tipo robusto, con la barba
nera, un bell'uomo. Devo dire che a noi ragazzi piaceva; aveva viaggiato
molto e conosceva delle storie che ci divertivano durante le
passeggiate, tanto che facevamo a gara per stargli vicino ad ascoltare i
suoi racconti. Ricordo anche - santo cielo, credo di non averci mai più
pensato da quei tempi - di avergli visto un portafortuna appeso alla
catena dell'orologio. Un ciondolo che un giorno attrasse la mia
attenzione, e che lui mi lasciò osservare da vicino. Ora, a ripensarci,
doveva essere una moneta bizantina. d'oro; su una faccia c'era l'effigie
di un imperatore credo, l'altra invece era consunta, tanto che lui
viaveva fatto incidere, idea alquanto barbara, le sue iniziali, G.W.S. e
una data, 24 luglio 1865. Sì, adesso ricordo; mi aveva detto di averla
presa a Costantinopoli, ed era della grandezza di un fiorino, forse un
poco più piccola.
Ebbene, la prima cosa strana che accadde fu questa. Sampson ci insegnava
latino. Uno dei suoi metodi preferiti, e mi pare fosse buono, era quello
di farci comporre delle frasi di nostra invenzione per illustrare di
volta in volta le regole che cercava di farci entrare in testa.
Naturalmente, per un ragazzo sciocco era una buona occasione per
scrivere frasi impertinenti; ma Sampson sapeva imporre la disciplina, e
a nessuno di noi sarebbe venuto in mente di provarsi a fare dello
spirito. Dunque, quella volta ci stava spiegando come coniugare il verbo
"ricordare" in latino e ordinò a ognuno di noi di comporre
una frase con la voce "memini". La maggior parte, si sa,
buttò giù qualche frase banale come "Ricordo mio padre" o
"Egli ricorda il suo libro", o cose altrettanto sciocche; e
direi che parecchi combinarono un "memino librum meum", e
così via; ma il mio amico Mc Leod evidentemente stava pensando a
qualcosa di più elaborato. Tutti noi avevamo già finito, e volevamo
presentare i nostri fogli per essere poi liberi, perciò qualcuno lo
urtò col piede di sotto al banco, e io, che gli sedevo accanto, gli
diedi una gomitata dicendogli di sbrigarsi. Ma pareva che non mi
sentisse.
Diedi un'occhiata sul suo foglio e vidi che era ancora bianco. Allora lo
urtai ancora più forte rimproverandolo perché ci faceva aspettare
tutti. La mia sgridata fece effetto; lo vidi sussultare e parve
svegliarsi; poi in gran fretta scarabocchiò un paio di righe e mise il
suo foglio insieme agli altri. Era stato l'ultimo o quasi, e poiché
Sampson era occupato a dire il fatto loro ai ragazzi che avevano scritto
"meminiscimus patri meo" e così via, l'orologio batté le
dodici e Mc Leod non era ancora passato; dovette perciò rimanere in
classe per far correggere la sua frase. Fuori non c'era gran che da
fare, perciò io rimasi in corridoio ad aspettarlo. Quando finalmente
arrivò, camminava adagio, e capii subito che c'era per aria qualche
guaio.
"Allora" gli dissi "quanto ti ha dato?". "Oh,
non lo so" mi rispose. "Non molto. Ma credo che Sampson ce
l'abbia con me". "Come mai, gli hai messo giù qualche
strafalcione?". "No, no, la frase era giustissima, da quanto
ho capito. Era così: "memento", questo è facile da
ricordare, e prende il genitivo, "memento putei inter quatuor taxos".
"Che pasticcio!" dissi io. "Ma che cosa ti è saltato in
mente? Che cosa vuol dire ?". "E proprio questa la cosa più
buffa" disse Mc Leod. "Non sono nemmeno sicuro di che cosa
voglia dire. So soltanto che mi è venuta in mente così e l'ho buttata
giù. Mi pare di sapere che cosa significhi, perché prima di scrivere
mi son visto come una immagine davanti agli occhi. Credo che la frase
sia: ricorda il pozzo fra i quattro..., che cosa sono quegli alberi
scuri, con le bacche rosse?". "Credo che tu voglia dire il
sorbo selvatico". "Mai sentito nominare" disse Mc Leod.
"No, te lo dico io: è il tasso." "E che cosa ti ha detto
Sampson ?". "Be', è stata una cosa curiosa. Appena ha letto,
si è alzato, è andato verso il camino ed è rimasto là un bel po',
voltandomi la schiena, senza dire niente. E poi, senza girarsi, mi ha
chiesto molto tranquillo: "Che cosa credi che voglia dire?" Io
gli ho detto ciò che pensavo, solo non potevo ricordare il nome di
quello stupido albero; e poi lui ha voluto sapere perché avevo scritto
così, e io lì a inventare una cosa qualunque. Allora lui ha cambiato
discorso e mi ha chiesto dove abitavano i miei, e cose del genere, poi
io sono venuto via, ma lui aveva l'aria di stare poco bene".
Non ricordo che altro dicemmo tra noi due in proposito. Il giorno dopo
Mc Leod rimase a letto col raffreddore o qualcosa del genere, e per una
settimana non venne in classe. Poi, passò circa un mese senza che
accadesse niente di notevole. Se anche il signor Sampson era stato
turbato, come pensava Mc Leod, non lo dava a vedere. Certo oggi io sono
persuaso che nel suo passato doveva esserci stato qualcosa di molto
strano, ma certo non si pretende che dei ragazzi siano tanto acuti da
indovinare problemi del genere.
E poi si verificò un altro incidente simile al primo. Ci era accaduto
altre volte d'illustrare in classe varie regole che avevamo imparato, ma
non c'era mai stato niente di eccezionale da dire, se non quando si
facevano degli errori marchiani. Venne il giorno in cui ci toccò
passare sotto le forche caudine di quelle cose orrende che si chiamano
frasi condizionali. Ognuno di noi doveva scrivere una frase che
esprimesse conseguenze future. Bene o male, tutti scrissero qualcosa e
presentarono i loro pezzi di carta a Sampson, il quale cominciò a
esaminarli. Improvvisamente, si alzò in piedi facendo uno strano rumore
con la gola, e si precipitò fuori da una porta che era proprio accanto
alla predella della cattedra. Noi tutti restammo fermi per un paio di
minuti, poi, credo che non sia stato molto corretto, io e un paio
d'altri ci avvicinammo alla cattedra per guardare i fogli. Immaginavo
che qualcuno avesse scritto delle impertinenze,
e che Sampson fosse uscito per andare a far rapporto al preside.
Comunque, avevo notato che non aveva preso nemmeno uno dei fogli
andandosene via.
Bene, la prima pagina che copriva le altre, sulla cattedra, era scritta
in inchiostro rosso, che nessuno usava, e la calligrafia non era quella
di nessuno di noi. Tutti vennero a guardare, Mc Leod e gli altri, e
tutti giurarono e spergiurarono che non era la loro scrittura. Poi, a me
venne in mente di contare i fogli: sulla cattedra c'erano diciassette
fogli, e in classe eravamo sedici ragazzi. Mi presi il foglio scritto in
inchiostro rosso, e credo di averlo ancora. Adesso vorrete sapete qual
era la frase. Abbastanza semplice e innocua, mi pare, eccola: "Si
tu non veneris ad me, ego veniam ad te", il che significa, credo:
"Se tu non verrai da me, verrò io da te"".
(...) ma c'è un'altra cosa strana. Quello stesso pomeriggio tirai fuori
quel foglio dal mio armadietto, ero certo che si trattava dello stesso
foglio perché lo avevo segnato con un'impronta del dito, ma sopra non
c'era più la minima traccia di scrittura o d'inchiostro. L'ho
conservato, come ho già detto, e da allora ho fatto molte prove per
vedere se era stato usato dell'inchiostro simpatico, ma senza il minimo
risultato.
E passiamo ad altro. Dopo circa mezz'ora, Sampson riapparve, ci disse
che non si sentiva bene, e che potevamo uscire. Si avvicinò alla
cattedra, quasi guardingo, e diede un'occhiata al foglio che copriva gli
altri: io penso che credesse di aver sognato. In ogni caso, non fece
domande. Il pomeriggio era mezza festa, e il giorno dopo, Sampson era di
nuovo in classe come al solito. Quella notte si verificò il terzo e
ultimo incidente della mia storia.
Noi due, Mc Leod ed io, dormivamo nell'ala che formava angolo retto con
l'edificio centrale dove era la camera di Sampson, al primo piano.
Quella sera la luna era piena, e molto luminosa. Fui svegliato a un'ora
che non saprei precisare, ma doveva essere fra l'una e le due. Qualcuno
mi scrollava forte. Era Mc Leod, e mi parve sconvolto. "Vieni! Su,
vieni!" mi disse. "C'è un ladro che vuole entrare dalla
finestra di Sampson". Appena mi fu possibile parlare, gli domandai:
"Ma perché non ci mettiamo a gridare e svegliamo tutti gli
altri?". "No, no - disse lui - "non so bene chi sia.
Vieni a vedere e non far chiasso". Naturalmente andai a vedere e
naturalmente non c'era nessuno. Ero alquanto seccato, e avrei trattato
volentieri Mc Leod come si meritava, soltanto, non saprei dire perché,
mi pareva che veramente nell'aria ci fosse qualcosa d'insolito, qualcosa
che mi faceva ringraziare il cielo di non essere solo in quel frangente.
Eravamo ancora lì alla finestra e stavamo guardando: io gli chiesi che
cosa avesse visto o sentito. "Non ho sentito proprio niente"
mi disse. "Ma appena cinque minuti prima che ti svegliassi, ero qui
alla finestra e vedevo un uomo, seduto o inginocchiato, sul davanzale di
Sampson. Guardava dentro e mi pareva che facesse dei cenni".
"Che tipo era ?". Mc Leod si strinse nelle spalle. "Non
lo so. Ma posso dirti una cosa: era maledettamente magro e pareva che
fosse tutto bagnato, e poi..." si guardò intorno e abbassò la
voce, come se non gli piacesse sentire le proprie parole "non sono
affatto sicuro che fosse vivo" concluse.
"Continuammo a bisbigliare ancora per un poco, poi finalmente
ognuno s'infilò nel proprio letto. Nessun altro si svegliò o si mosse,
nel dormitorio. Dopo, forse, riuscimmo a dormire ancora un poco, ma il
mattino seguente eravamo alquanto malandati.
E il giorno dopo, il signor Sampson se n'era andato, nessuno seppe dove,
e credo che da allora non si sia più trovata traccia di lui.
Ripensandoci, una delle cose più strane mi parve il fatto che né Mc
Leod né io aprimmo mai bocca con chicchessia su questo fatto. Si
capisce, nessuno mai ci fece domande in proposito, ma se anche avessimo
dovuto rispondere, sono propenso a credere che non avremmo potuto aprir
bocca: pareva che non riuscissimo a parlarne.
(...) Il seguito della storia potrà essere giudicato molto banale; ma
un seguito c'è bisogna pur farlo conoscere. Il racconto aveva avuto
più di un ascoltatore, e alla fine dello stesso anno, o dell'anno
seguente, uno di essi si trovava in una casa di campagna in Irlanda. Una
sera, in salotto, il padrone di casa vuotò un cassetto pieno di oggetti
vari. "Dunque - disse all'ospite - voi che ve ne intendete di
antichità, ditemi un po' che cos'è questo". Il mio amico aprì
l'astuccio e vi trovò una catenina d'oro con appeso un ciondolo. Diede
un'occhiata all'oggetto e poi si tolse gli occhiali per esaminarlo più
da vicino.
" Qual è la storia di questo ciondolo?" domandò. "Oh,
alquanto curiosa. Avete visto il boschetto di tassi, nel giardino? Bene,
un paio d'anni fa, ho fatto pulire il pozzo che si trova nella radura,
lì in mezzo, e indovinate che cosa abbiamo trovato?" "Non mi
direte che ci avete trovato un cadavere?" disse l'ospite con una
strana sensazione di nervosismo.
"Proprio così, invece. Anzi, vi dirò di più: ne abbiamo trovati
due".
"Santo Iddio! Proprio due? E c'era qualche indizio di come hanno
potuto finire là dentro? Avete trovato questo ciondolo vicino ai
corpi?"
"Certo. Fra gli indumenti ridotti a brandelli di uno dei due
cadaveri. Vi assicuro che la scena era agghiacciante: uno dei cadaveri
teneva l'altro avvinghiato con le braccia. Dovevano essere là sotto da
trent'anni o più,
comunque da molto, molto tempo prima che noi venissimo ad abitare qui.
Potete immaginare se non ci siamo affrettati a riempire di nuovo il
pozzo! Ma riuscite a capire che cosa c'è inciso su quella moneta
d'oro?"
"Credo di riuscirci" disse il mio amico, alzando la moneta
verso la luce, ma già aveva letto senza troppa difficoltà. "Mi
pare che sia: G.W.S., 24 luglio 1865".
Il comune amico
Charles Dickens
(...)In realtà era un tipo di scuola-pasticcio insuperabile nel suo
genere di maledetta confusione dove alunni di ogni tipo e di ogni
colore, neri, grigi, rossi e bianchi, facevano confusione tutte le sere.
E particolarmente ogni domenica sera. Perché allora, tutta una classe
di infelici bambini, veniva affidata al più noioso, al peggiore dei
volonterosi insegnanti, a quello che nessuno degli adulti avrebbe
sopportato. Questi si piantava davanti a loro in qualità di giustiziere
capo, e si giovava dell'opera di un ragazzo (volontario, per modo di
dire) in qualità di aiuto giustiziere. Come e quando si fosse adottato
per la prima volta il sistema per cui un ragazzo stanco e disattento
doveva essere richiamato all'ordine con l'intervento di una mano che lo
colpiva più o meno amorosamente, o come e quando il primo ragazzo, per
così dire volontario, avesse visto per la prima volta quel sistema in
opera, infiammandosi di sacro zelo, qui non importa. Ma è certo che la
funzione del giustiziere capo era di tener duro, e quella
dell'assistente era di piombare sui bambini che dormivano, o
sbadigliavano, o si muovevano, o piangevano, e richiamarli all'ordine
con un colpo più o meno amorevole sulla faccia del disgraziato:
talvolta con una mano, come per applicargli l'unguento per le basette;
talvolta con ambo le mani, come se si trattasse di applicargli i
paraocchi. E così si tirava avanti in gran confusione, in questa
classe, per tutta un'ora che non finiva mai, il maestro biascicava per
un'ora (Mieeei caaari bambiiini) diciamo, per esempio, sulla bellissima
visita al sepolcro; e ripeteva la parola sepolcro (molto in uso tra i
bambini, si sa) cinquecento volte senza mai dire una volta che cosa
significasse; e il volontario, per modo di dire, richiamava all'ordine a
destra e a sinistra, a mo' di infallibile commento; e tutti quei bambini
accaldati ed esausti, in quell'ambiente particolarmente propizio, si
scambiavano il morbillo, la scabbia, la tosse convulsa, la febbre e i
disturbi di stomaco, come se fossero stati riuniti proprio per quello
scopo. (...)
Diario di una
maestrina
di Maria Giacobbe
(Tempi Nuovi
Laterza)
(...)
Fonni: scolari all'aggiudu
(......) Sotto un velo di pioggia ecco Fonni! Le case sembrano
schiacciate dalle grandi tegole rugginose. Porte e finestre sprangate;
di vivo c'è solo la pioggia. Mi sembra però che intorno mille occhi
sospettosi mi osservino, come se lì, dietro quei muri sghembi, si
vivano intensamente ore di attesa.
All'improvviso, nella piazzetta deserta, è accanto a me una bimba di
nove o dieci anni.
- Siete la nuova maestra? Venite con me!
Mi accompagna a casa correndomi innanzi sotto la pioggia e il vento. E'
scalza, i piedini violacei affondano senza esitazione nei rigagnoli
turgidi e impetuosi. La veste di cotone completamente inzuppata,
aderendole al corpicino magro, si rivela come il suo unico indumento. Ho
un assurdo senso di colpa e rabbrividisco sotto il mio caldo
impermeabile. Mentre la padrona mi prepara una scodella di caffelatte la
bimba, asciugandosi alla fiamma del camino, mi dice, col tono grave ora
noncurante degli adulti, che non è parente della signora ma che va da
lei tutti i giorni per "aggiudu" e che, nonostante ciò,
quest'anno potrà frequentare la scuola. Alla mia classe, una terza
femminile, mi presenta la più anziana delle maestre. Trenta visi mi
guardano con curiosità e ascoltano con indifferenza ciò che la collega
mi va dicendo:
- Le tratti come si deve, sa! Sono cattive e maleducate. La povera
maestra dell'anno scorso è dovuta andare in pensione prima del
previsto, per colpa loro. Le hanno talmente mancato di rispetto che è
dovuta scappare, proprio così, scappare le dico!
Io, confusissima, mi affanno a dire: - Spero che saranno buone, andremo
d'accordo, saranno buone certamente.....
Ma lei non mi ascolta: - La frusta ci vuole, dia retta a me, la frusta!
Agita la destra come se davvero fra le dita tenga uno staffile. E mi
lascia. Salgo sulla cattedra. la preghiera, l'appello. Passano così i
primi momenti, quelli della maggiore confusione. Ma dopo, che fare?
Piove e non si può iniziare con una passeggiata in campagna. Bisogna
stare fra le quattro pareti. Ma le bambine non hanno libri, non
quaderni, non penne. Non so come intavolare una conversazione. Tento
qualche domanda, mi rispondono tutte in coro. Sto in silenzio un
momento, dimenticano la mia presenza e si mettono a chiacchierare e a
ridere tra loro, un chiasso altissimo che ho paura arrivi alle altre
aule e faccia pensare male di me ai colleghi più esperti. Non voglio
che le bambine si accorgano del mio sgomento. Racconto una fiaba e la
faccio durare il più a lungo possibile poi le rimando a casa con la
raccomandazione di portare, l'indomani, l'occorrente per scrivere. Il
primo esperimento di composizione è disastroso. Scritture orribili,
ortografia e sintassi del tutto particolari e poco somiglianti alle
italiane. Ideuzze banali : "lasquola è bela" "lamama e
brava".
Siamo a scuola già da quindici giorni ma ancora non sono riuscita a
quadagnarmi la simpatia delle alunne. Sono la maggior parte ripetenti,
ripetenti recidive, veterane della scuola. Tra titolari e supplenti
devono aver cambiato decine di insegnanti e io, nuova del mestiere, devo
sembrare loro goffa e priva di imponenza. Le tratto con ostinata
gentilezza, ma, forse proprio per questo, mi disprezzano. Forse la mia
cortesia fa sì che mi sentano diversa da loro e distante. Esse stesse,
un giorno, con una certa aria di protezione e superiorità mi
consigliano di picchiarle se voglio ottenere qualcosa:
- L'altra maestra aveva un bastone grosso così, - mi dicono con
fervore, - e anche a casa, "all'aggiudu", ci picchiano quando
lo meritiamo!
Venendo meno ai propositi maturati durante gli anni di studio mi lascio
convincere e, a freddo, distribuisco qualche schiaffo. Dapprima è il
silenzio, poi una risata serpeggia e esplode. non so dare gli schiaffi e
nel darli cerco di non fare male. Per tutte le quattro ore di lezione
non doveva far altro che raccontare quelle terribili fiabe nordiche in
cui streghe crudeli, fanciulle bellissime e perseguitate, principi
azzurri cavalcanti magnifici cavalli dagli zoccoli doro, piccoli uomini
bizzarri e deformi, popolano boschi colmi d'ombra e di mistero. Allora
finalmente tacciono, non tutte, ché alcune non sanno ascoltare. La loro
fantasia è assetata di cose forti e paurose, è la tragedia che le
interessa, il lieto fine di prammatica le delude. Ma il programma ? E'
un incubo. Ad esso si aggiungono le questue. Una circolare del direttore
ci invita a parlare in classe della tragedia che ha colpito intere
regioni italiane e a raccogliere tra gli scolari offerte "pro
alluvionati". Le bambine sono povere e non riescono neppure ad
avere quaderni a sufficienza, tuttavia penso sia utile, dal punto di
vista educativo, suscitare la solidarietà. Per rendere viva la lezione
porto a scuola dei giornali che, documentandosi con numerose fotografie,
descrivono gli effetti dell'alluvione nelle zone più devastate.
Raccolgo le bambine attorno alla cattedra e commento le illustrazioni
con le parole che la drammaticità dell'argomento suggerisce .
Guardano, ascoltano, sembrano commosse. Certo che la loro fantasia è
colpita soprattutto dagli aspetti più appariscenti della tragedia: i
gruppi isolati sui tetti, i viveri lanciati dagli aerei, i ponti tesi
dai balconi attraverso le strade.
E' arrivato il momento psicologico in cui credo di poter dire che
sarebbe bello dimostrare ai più disgraziati, con offerte "anche di
una sola lira", la nostra solidarietà . Due o tre bambine mi
consegnano alcune lirette lungamente custodite entro le copertine dei
libri. Ma una, guardandomi fisso, quasi con sfida , dice: - Anche a noi
la pioggia ha devastato l'orto e nessuno ci ha dato niente. Lo stato
d'animo che io avevo creato era distrutto, la commozione cade come una
vela strappata. E strano, non mi riesce di sentire diversamente da loro.
Sono ormai giorni e giorni che tento inutilmente di raccogliere le
trenta lire della pagella. Ma oggi, a costo di non fare lezione, devo
poter consegnare al direttore la somma al completo. Pochissime mi hanno
portato i denari il primo giorno, alcune ieri dopo le mie insistenze,
oggi quasi nessuna e non ho neppure la metà della somma. Tutte mi
rispondono: - Mamma dice che oggi non ha le trenta lire , quando le
avrà me le darà.
Non ci credo e le rimando a casa ma solo due, tornando, non mi ripetono
la solita frase. Non riesco a credere che in una casa, sia pure di
poveri, di poverissimi, non ci siano trenta lire e vorrei insistere. Mi
dicono con fermezza che sarebbe inutile a meno che io non permetta che
paghino la pagella con un uovo. L'idea mi pare accettabile e presto la
cattedre prende l'aspetto di un banco di mercato. Finalmente tutte hanno
pagato! No, manca ancora una quota. Anna. La cerco con lo sguardo e mi
accorgo che è più pallidina del solito e, rimpicciolendosi tutta,
cerca di rendersi invisibile. La chiamo e la rimando a casa. Vorrei
poter umiliare la mamma che per estrema avarizia, suppongo, non vuole
pagare la pagella.
- Non abbiamo galline - mi dice a bassa voce - mamma non ha soldi e
babbo è nel Belgio per lavorare.
Ho pena della bambina ma sento di dover educare questa gente che non
capisce l'importanza della scuola e della pagella e rimando Anna dalla
mamma. Per ben tre volte. Quando la piccola sta per piangere io
finalmente le credo e mi vergogno.
(...)
A un tratto mi sono accorta di aver conquistato le bambine. Son sicura,
non so bene perché, che ora mi vogliono bene; di certo si
bisticcerebbero con chiunque per difendermi. Forse in questo cambiamento
c'entra in qualche modo il mio abito nuovo, o forse la mia malattia dei
giorni scorsi o, forse, i graziosi quadretti e i cartelloni che, per
facilitare l'apprendimento delle scienze e della storia, ho appeso alle
pareti dell'aula. Cominciano a scrivere un po' meglio, più corrette e
meno banali. Davanti al foglio bianco non hanno più quella diffidenza
che le costringeva a mentire con <pensierini> estranei ai loro
interessi e alla loro sensibilità. Scrivono della primavera che è
finalmente arrivata, dei fiori che a mazzi portano in classe dalla
campagna, della neve che comincia a sciogliersi dopo che per mesi e mesi
ha coperto orti e pascoli, del battesimo del fratellino nuovo, della
gallinella che si è lasciata mangiare la zampa dal maiale, dei quadri
che ornano l'aula, della loro vita di servette. Cominciano anche a
capire i problemi aritmetici e fanno a gara a chi ne risolve di più e
meglio. Per fortuna il Patronato scolastico ci ha messo a disposizione
un numero sufficiente di quaderni a quadretti e le bambine non devono
preoccuparsi di chiederli a casa. Alcune hanno già risolto tutti i
problemi che io ho preparato per loro. Altre sono più lente ma ormai
questo esercizio è per tutte uno sport e devo addirittura frenare la
loro passione aritmetica. Devo pensare che al principio dell'anno molte
non sapevano fare l'addizione e che la divisione ne ha fatto piangere
parecchie per vedere quanta strada abbiamo percorso.
ORGOSOLO
Oggi è il primo giorno di lezione. Ho due scolaresche di prima: devo
supplire la collega con la quale mi alternerò nell'aula. Cinque ore,
sessanta bambini. Non riesco neppure a ricordare i nomi. Alcuni piangono
e vorrebbero tenere ancora la mano della mamma o della sorella che li ha
accompagnati. Finalmente riesco a sistemarli ai loro posti. Le gambe
penzolano dai sedili troppo alti.
C'è nell'aria un silenzio e una immobilità innaturali, so che non
potrà durare perciò devo approfittarne.
Attendono qualcosa da me, comincio a parlare ma ho appena aperto la
bocca che un bambino scoppia in un pianto convulso. Sembra che la mia
voce lo spaventi, invoca la mamma e mi inonda di lacrime.
Vorrei farlo accompagnare a casa ma, come un naufrago alla sua tavola,
si attacca ostinatamente al banco. E' disperato e io mi sento del tutto
incapace di aiutarlo o di liberarmene. Ma ora, quasi all'improvviso,
tace, il piccolo incosciente, e ha il coraggio di sorridermi tra le
lacrime.
Gli altri in tanto sono in rivoluzione. Abbiamo già detto la preghiera
ma per calmarli non trovo di meglio che rincominciare con il segno della
croce e l'Avemaria.
Approfitto del relativo silenzio che segue alla preghiera per attaccare
con Cappuccetto Rosso. In principio mi ascoltano con molta attenzione,
seguono affascinati il movimento delle mie labbra. Ma poco dopo, e
Cappuccetto non aveva ancora incontrato il lupo, si annoiano e
cominciano ad agitarsi: tanto vale che mi per dia per vinta: di ciò che
dico in italiano non capiscono assolutamente nulla: dovevi parlare il
loro dialetto ma purtroppo non ne sono capace. Si ripete una situazione
che avevo conosciuto a Fonni, ma qui peggiorata perché non ho
interpreti. Mi soccorre Giovanni, un monello scalzo e magrissimo con
grandi occhi adulti e un ciuffo biondo impastato di polvere. Si è fatto
notare dal suo primo ingresso; è arrivato solo ed entrando ha lanciato
un <buongiorno> spavaldo quasi provocatorio.
Poi ha preso posto sotto la lavagna e non l'ho potuto convincere a
sedersi sul banco. A tutte le mie esortazioni, a tutti i miei
ragionamenti, a tutti i miei ordini rispondeva con una punta di
disprezzo: "Bae! Bae!" (Ma va! Ma va!). Adesso all'improvviso,
quasi si sia accorto del mio smarrimento, propone di raccontare lui una
storia.
(...) Ho dei bellissimi gessi colorati e disegno alla lavagna. Dico i
nomi degli oggetti rappresentati, li faccio ripetere, ne dico i colori,
invento piccole fiabe di poche parole e molti disegni. Cerco di render
viventi nella fantasia dei bambini le figure di cui la lavagna va
popolandosi. Invito i bambini a disegnare sui loro quaderni, nessuno mi
ubbidisce, dicono che non sanno. Solo un ripetente si azzarda a
tracciare qualche linea. Devo insegnare fra quali dita si deve tenere la
matita e in quale mano. Ma hanno paura, non vogliono sporcare il
quaderno nuovo di cui vanno fieri. Dopo molto ottengo che segnino dei
puntini sugli incroci delle righe. E già in primo passo per esercitare
la mano e l'occhio. Una settimana è passata. I progressi sono scarsi:
io ho imparato i nomi degli alunni e loro hanno imparato i nomi degli
oggetti dell'aula e i verbi più comuni. In quanto al disegno e alla
scrittura siamo ancora lontani dal principio. Il <disegno
spontaneo> non è spontaneo affatto, i bambini sino ad ora non hanno
dimostrato alcun desiderio di <<esprimersi per immagini>>.
Hanno orrore della matita e non vogliono usarla. Si divertono però a
vedermi disegnare alla lavagna. Mi si affollano intorno e mi ordinano: -
L'automobile! Il carro! Il postale! L'aeroplano! -. Ho successo. (...)
Il dono di Asher Lev
Chaim Potok
(Garzanti)
(...) Ci fermammo davanti a una porta in un corridoio silenzioso.
Dallo spioncino vidi di sfuggita una donna giovane e bruna, di una
bellezza folgorante, seduta dietro la cattedra, facce di bambine tutte
in fila e un'alta parete di finestre bagnate di pioggia.
"E meglio che lei sappia", disse Rav Greenspan, "che
l'insegnante non è ebrea. E' una delle migliori docenti della scuola.
Tutti i nostri insegnanti sono o ladover o non ebrei. Da noi non
insegnano ebrei non osservanti. Danno un cattivo esempio ai bambini.
Venga, la stanno aspettando". Aprì la porta e io lo seguii
nell'aula. La porta si chiuse con il sibilo smorzato del freno
idraulico.
Tutte le teste nella classe si girarono a guardarmi. L'insegnante si
alzò in piedi dietro la cattedra. Indossava una blusa avorio con le
maniche lunghe e il collo alto e una gonna blu.
Come a un segnale, tutte le scolarette si alzarono in piedi.
"Signorina Sullivan", disse Rav Greenspan. "Questo è
Asher Lev".
"E' per me un onore conoscerla", disse. Non mi porse la mano.
"Sedete pure", disse Rav Greenspan alla classe.
Con un leggerissimo scalpiccio, le bambine si affrettarono a sedersi. La
signorina Sullivan si allontanò dalla cattedra e, andando a mettersi
davanti alla parete di finestre, proiettò la sua silhouette contro la
luce grigia del mattino piovoso. I suoi capelli neri, tirati indietro,
erano raccolti in uno chignon. Rav Greenspan rimase in piedi davanti
alle scolarette. "Buongiorno, ragazze. Voglio presentarvi il signor
Asher Lev, che è un pittore molto famoso. Molti suoi quadri si trovano
in musei americani ed europei. E' cresciuto in questo quartiere e ha
frequentato questa yeshivah. Ha accettato di venire qui, questa mattina,
a parlarci di arte e delle sue opere, e a rispondere alle domande che
vorrete porgli."
Il signor Lev Rav Greenspan si allontanò dalla cattedra e andò a
mettersi verso il fondo dell'aula, lungo la parete di fronte alle
finestre. Si appoggiò alla parete e incrociò le braccia sul petto. Lì
in piedi, in fondo all'aula, parve all'improvviso un'oscura presenza di
vigile guardiano.
Ero solo di fronte alla classe.
Una classe di venticinque, tutte ragazze; la sezione maschile della
yeshivah era nell'edificio adiacente. Sedevano in quattro file, ciascuna
a un banco singolo. Nella quinta fila c'erano tre adulti, due dei quali
donne; il terzo era un uomo anziano dalla barba grigia in completo,
cravatta e cappello scuri. Ricordai di averlo visto in casa di mio zio
Yitzchok durante la settimana di lutto, ma non sapevo chi fosse.
Rocheleh era seduta in seconda fila. Nel pesante silenzio dell'aula,
udii l'improvviso levarsi e smorzarsi di un clacson da un'auto che
passava. Vidi che tutte mi guardavano, e io non sapevo cosa dire.
Faceva caldo nell'aula e avevo cominciato a sudare sotto il berretto da
pescatore. Fuori, la pioggia continuava a cadere e gli angoli delle
finestre erano appannati. Guardai le file di volti. Ragazzine con la
coda di cavallo, le trecce, i riccioli corti, la riga da un lato, la
ciocca lunga trattenuta da una molletta. Facce sottili, facce allungate,
facce rettangolari, facce grassocce e occhialute, facce rotonde, facce
cilindriche, facce triangolari, facce pallide, facce arrossate. C'era
Rocheleh, in attesa. Una ragazzina aveva i capelli rossi e sedeva
allungata sulla sedia, come se temesse di essere vista. Mi stava
osservando con gli occhi azzurri spalancati. Occhi, occhi in attesa.
Comincia come faresti con un disegno.
Comincia con un punto. Un altro punto. Una linea. Una verità chiara e
immediata.
"Buongiorno", mi sentii dire, mi schiarii la gola e ripetei,
"Buongiorno", e in qualche modo andai avanti. "Tanto
tempo fa ho studiato in questa yeshivah e ringrazio Dio per avermi
mantenuto in vita in modo da essere qui con voi oggi. Studiavo
l'inglese, scrivevo dei temi e passavo molto tempo a guardare dalla
finestra. Ma un artista deve dire la verità e la verità è che, più
di ogni altra cosa, disegnavo sui quaderni e facevo arrabbiare i miei
insegnanti". Un'onda di risate trattenute serpeggiò per la classe.
"I miei compagni mi consideravano strambo. Non facevo granché
d'altro. Disegni, disegni, disegni. Qualcuna di voi disegna, disegna,
disegna tutto il tempo?". Tutte tacevano. "Ma tutte disegnano
qualche volta".
Tutte fecero segno di sì con il capo.
"Che cosa disegnate"?
Immediatamente le mani si alzarono. Le interpellai tutte, una dopo
l'altra. "Il Seder di Pesach".
"La succah, il luvov e il lethrog".
"Le danze con la Torah".
"I giochi con gli archi e le frecce per Lag Bò Omer".
"Case".
"Giardini".
"Moshe Rabbenu sul Monte Sinai".
"La tavola del Sabato".
"Noè nell'arca".
"Molto bene", dissi. "Mi pare che disegnate tutte. Ora
ditemi una cosa. Perché disegnate?".
Di nuovo le mani schizzarono su. Rocheleh sedeva in silenzio accanto
alle finestre e osservava. "Mi diverte" disse una ragazzina.
"Mi piace", disse un'altra.
"Ce lo fa fare l'insegnante", disse una terza.
Risolini serpeggianti per l'aula, la signorina Sullivan sorrise.
Rav Greenspan rimase appoggiato alla parete sul fondo, con le braccia
incrociate sul petto robusto. Le due donne e l'uomo nell'ultima fila
ascoltavano impassibili. Rocheleh non aveva ancora alzato la mano. La
pioggia scrosciava sul viale; pareva che fosse calata la notte.
"Perché gli insegnanti ve lo fanno fare?", domandai.
"Ci aiuta a ricordare meglio le cose", disse una bambina in
prima fila.
"Sì. Che altro?". Silenzio. "Non succede nient'altro
quando disegnate? Pensateci un momento. Chiunque di voi". Esitante,
dalla seconda fila, una ragazzina con le trecce: "Penso che a volte
mi aiuta a esprimere i miei sentimenti".
"In che modo?".
"Quando sono arrabbiata adopero un sacco di rosso".
"Nessun'altra di voi disegna i suoi sentimenti?".
"Qualche volta se non mi piace qualcuno gli faccio una faccia
brutta", disse una ragazzina non lontana da Rocheleh. Le due donne
nell'ultima fila si scambiarono un'occhiata.
"E se disegni qualcuno che ti piace?", domandai.
"Cerco di farlo carino".
"A nessun'altra di voi capita di disegnare i suoi
sentimenti?". Silenzio. Un rivolo di sudore mi scese come un
insetto lungo la spina dorsale. Avrei voluto appoggiarmi alla lavagna
dietro di me e grattarmi la schiena. Il silenzio si protrasse. Alcuni
bambini si mossero a disagio sulla sedia. Che altro? Pensa. Pensa. Due
punti. Una linea. Forma. Spazio. Il piano bidimensionale. Colore. Un
quadro. I dipinti alle pareti dello zio Yitzchok. Cèzanne, Renoir,
Matisse, Bonnard, Chagall, Utrillo, Soutine.
"Tutti i disegni sono uguali?", domandai.
" No!", risuonò nell'aula. "In che cosa sono
diversi?".
"Alcuni sono migliori degli altri", disse la ragazzina seduta
di fronte a me. "Perché sono migliori?", le domandai.
"Sono migliori. Sono più reali".
"Sono più veri", disse una seconda ragazza.
"Vuoi dire che sembrano delle fotografie?".
"Proprio così", disse la seconda. "Siete tutte d'accordo
che un disegno che assomiglia a una fotografia è migliore di uno che
non gli assomiglia?" Tra tutte le teste che assentivano, vidi
Rocheleh; era l'unica dell'aula a scuotere il capo. Ma non disse nulla.
"Volete dire che un disegno così", estrassi un gessetto
arancione dalla scatola che avevo comprato in cartoleria e, con gesti
rapidi, disegnai sulla lavagna una rappresentazione infantile di un
ariete: zampe sottili e goffe, corpo e testa sproporzionati, corna
asimmetriche, "è meno vero e meno reale di un disegno
così?". In un'unica linea ininterrotta, disegnai i contorni
realistici di un ariete, poi con il gessetto ombreggiai il ventre dando
l'illusione della tridimensionalità.
Le scolarette proruppero all'unisono in un "Sì".
"E che cosa ne dite di quest'altro ariete".
Disegnai un'astrazione lineare dell'ariete, senza ombreggiatura,
sottolineando i contorni delle cosce posteriori per enfatizzarne la
forza e abbellendo la maestosa, alta spirale delle corna. "Quale
ariete è più vero!".
Silenzio. Vidi i loro giovani occhi spalancati passare da un disegno
all'altro, quello infantile, quello realistico, quello astratto e vidi
anche il sorrisino sul volto di Rocheleh.
"Non sono tre modi diversi di vedere lo stesso oggetto?",
dissi.
"Il primo è il modo di vedere di un bambino. Il secondo è un modo
di vedere realistico, come lo vedrebbe una macchina fotografica, per
esempio. E il terzo", indicai il disegno astratto, " be', che
cos'è il terzo?". "E' più strano", disse una ragazzina.
"Perché è strano?", domandai.
"Sembra strano", disse. "Non ho mai visto un ariete come
quello".
"Certo. Allo zoo".
"Quante di voi hanno visto un ariete come questo?".
Quasi tutte le mani si alzarono. "Avete visto tutte questo tipo di
ariete?", dissi ."Così piccolo? Di questo colore?".
Un mormorio di perplessità corse per la classe.
"Che cos'è questo?", domandai indicando il disegno.
"Esattamente", dissi. "è un disegno. E assomiglia
moltissimo a quello che un ariete appare ai nostri occhi. Ora, che
differenza c'è tra questa visione esterna dell'ariete e il terzo
disegno dell'ariete?".
Una ragazzina in quarta fila, lunghi capelli bruni, occhi scuri, labbra
sottili alzò la mano. "Il terzo disegno è una visione interna
dell'ariete" "Che cosa vuol dire interna?". Non rispose.
"Chi ha fatto il disegno?" . "L'ha fatto lei",
disse." È la sua visione interna".
"Sì. Come si chiama questo tipo di visione interna? C'è un
termine importantissimo che conoscete tutte". Un silenzio carico di
tensione e l'ansiosa ricerca della chiave che schiude il mistero.
Aspettai un momento. "Qualcuno vuole provare?"
Scrutai tra le file di facce voltate in su. In fondo all'aula le due
donne, l'uomo con la barba grigia e Rav Greenspan parevano tutti
ipnotizzati, gli occhi fissi su di me, in trepidante attesa. Contro i
vetri delle finestre si stagliava la silhouette della signorina Sullivan,
occhi sgranati, un vago sorriso stampato sulle labbra. Un ariete.
Avevo visto un ariete allo zoo. Mentre passeggiavo con Devorah e i
bambini? Fra tutti gli animali che avrei potuto disegnare, perché avevo
scelto un ariete?
Rocheleh alzò la mano.
Poi la ragazzina coi capelli rossi e l'aria timorosa, seduta quasi sul
fondo, alzò la mano esistente e feci cenno a lei.
"E' un interpretazione", disse.
"Sì", dissi. "Esatto. E' un'interpretazione. Adesso
ditemi una cosa. Quale grande interprete studiate? Non di disegni ma di
parole".
Ci fu un altro silenzio.
"Lo portate con voi", dissi. "lo studiate ogni giorno. È
il migliore, il più chiaro di tutti gli interpreti".
"Rashi!", gridarono una decina di voci. Una di queste era la
voce di Rocheleh.
"Ditemi un'altra parola per interprete?"
"Commentatore", gridarono alcune voci .
"Rashi è l'unico commentatore?".
"No!".
"Chi sono gli altri?
"Ibn Ezra ".
"Ramban".
"Rashbam".
"Sono tutti uguali?", domandai.
"No!".
"Hanno tutte le stesse idee?".
"No!"
"Che cosa interpretano?"
"La Torah"
"Tutti interpretano la stessa cosa . Ma vedono parti di essa in
modo diverso, vero?".
"Sì!"
"Perché li stampiamo nello stesso Chummash? Perché? Perché non
ne stampiamo uno solo? Perché non stampiamo solo Rashi?
"Nel Chummash che usiamo in classe c'è solo Rashi", disse una
ragazza, esitante. "Ma nel Chummash di mio fratello ci sono tutti
gli altri".
"Anche nel Chummash della sinagoga ci sono gli altri", disse
la ragazza coi capelli rossi dal fondo della classe.
"Perché stampiamo tutti i commentatori?", domandai di nuovo.
"E' più interessante", disse una ragazza.
"Come si fa a scegliere quale lasciar fuori?", domandò
un'altra.
"Bisogna stampare tutti quelli buoni. Mio fratello dice che è
entusiasmante averli tutti".
Sia ringraziato Iddio per tuo fratello, pensai. "Molto bene. Sì.
L'arte nasce quando una persona che sa disegnare passa da questo",
indicai il secondo disegno "a questo". Indicai il terzo.
"Quando si interpreta, quando si guarda il mondo coi propri occhi.
C'è arte quando l'oggetto che viene visto si mescola all'interiorità
della persona che lo vede. Se ne risulta un modo nuovo e entusiasmante
di vedere un vecchio oggetto, be', è interessante, non vi pare? Lì
comincia l'arte seria. Ecco, adesso vi mostro cosa intendo".
Cancellai gli arieti. Per un istante osservai attentamente la signorina
Sullivan: zigomi alti, naso diritto e sottile, viso ovale, occhi scuri,
capelli scuri raccolti in uno chignon. "Questi sono i tre modi
diversi in cui tre grandi artisti moderni avrebbero visto e disegnato la
stessa persona. Il primo si chiama Matisse".
Scrissi il suo nome sulla lavagna. Sopra il nome, con una linea continua
di gesso azzurro, disegnai il volto della signorina Sullivan.
Sgorgò, immediatamente riconoscibile, dal gesso sulla lavagna. Tutta la
classe si agitò, mormorando di sorpresa nel riconoscerla.
"Il secondo artista si chiama Modigliani".
Scrissi il nome alla lavagna e con il gesso rosso disegnai il volto
della signorina Sullivan, il collo lungo, dei zigomi esageratamente alti
e gli occhi a mandorla, sottolineando nella cilindricità del collo il
fascino e la raffinatezza che avvertivo nei suoi modi. "Il terzo
artista è Picasso.
Quanti di voi hanno sentito parlare di Picasso?". Le mani si
alzarono. "Bene. Quasi quanti hanno sentito parlare di Asher Lev".
Rav Greenspan si unì alla risata generale.
Scrissi il nome dello Spagnolo alla lavagna e disegnai la signorina
Sullivan con l'ocra, come un tempo lui aveva dipinto Gertrude Stein:
solida, scolpita, iberica, una creatura di pietra più che di carne, ma
con occhi che penetravano il futuro più lontano.
Da sopra la spalla vidi che la signorina Sullivan fissava il disegno a
bocca aperta.
"E' stata lei a volermi qui, signorina Sullivan. Il potere
dell'arte, signorina Sullivan. Sulle sue giovani, belle carni..."
(...) |