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  Maestri/13

1890 ca., Australia

 

  La penna rossa, Moretti Marino  

La riforma della grammatica, Rodari Gianni

La scuola o la scarpa, Ben Jalloum Tahar

La supplente, Bernardini Albino  

 

La penna rossa
Marino Moretti
("Maestrine" - Sellerio)


Nella valletta dei Tre Fiumi, allo sbocco di Ronta, e cioè nel cuore di quel Mugello che aveva dato a Firenze alcuni dei suoi artisti migliori, a cominciare da Giotto, e i suoi grandi Medici, la scuoletta della ben nota Lara Guidacci - altra maestrina della penna rossa - risuonava ancora dopo dieci anni, come un alveare.
Erano dunque passati dieci anni scolastici e la penna rossa restava al suo posto come insegna d'un modesto cappello, se non come l'inestinguibile fiamma d'una vocazione o disposizione d'animo di cui aveva ormai avuto notizia l'intero Mugello press'a poco come dell'incontro di Giotto con Cimabue, non lungi dalla Torre di Romagnano. E bisogna pur dire che da quelle parti nessuna maestrina mai aveva portato cappello bastando, per gran parte dell'anno, recarsi alla scuola molto alla buona, in capelli. Ma lei s'era modellata fin da principio su una delle maestrine del Cuore e precisamente su quella dalla penna rossa, riuscendo nei primissimi tempi ad aver anche il viso color di rosa, com'era detto nel libro, e le pozzette alle guance, le famose pozzette; più - si capisce - la penna rossa e la crocetta di vetro giallo appesa al collo, com'era detto nel libro per il più felice di quei ritrattini.
In verità, lei s'era dedicata alla scuola, oltre che al libro che dalla stessa era nato, perché la sorte la voleva mamma di tanti bambini (tutti gli anni si rinnovavano) e non di uno solo.
Altre ragazze della sua condizione si facevano allora suore o anche solo maestrine per una delusione amorosa. Lei si sarebbe vergognate d'ammettere codesto, tanto più che non aveva nulla da rimproverare ai giovanotti di quelle parti, salvo forse uno, certo Stefano di Vicchio, che doveva mancarle di rispetto in un modo così impreveduto che l'aveva insieme costernata e compiaciuta (due sentimenti non ben mescolati se il secondo doveva in seguito prevalere); parendole che soltanto da questi eccessi di confidenza molto simili alla sguaiataggine cavalleresca potesse nascere qualcosa di durevole come la simpatia e la propensione amorosa.
Disgraziatamente il giorno dopo quel bel tipo le aveva chiesto scusa dando la colpa della sua "imprudenza " a un bicchier di vino bevuto di troppo. Non s'era accorto insomma che una giovane donna non voleva altro da lui, pur deplorando come educatrice la zotichezza dei bellimbusti di campagna. Così quel tanghero con la sua sciocca idea di resipiscenza, aveva fatto l'infelicità della maestrina dei Tre Fiumi.
S'era poi messa, la Guidacci, il cuore in pace continuando ad amare il suo libro per ragazzi con una sorta di fedeltà che somigliava alla fedeltà del sentimento verso le persone care o verso l'ingenuo passato: solo che se allora lo aveva preferito da scolaretta, ora lo amava come maestrina. E continuava a pensarne l'autore come "il più cordiale e affabile dei nostri moderni scrittori" e magari "il primo di tutti", allo stesso modo che, nel libro, il primo della classe era quel simpaticone di Derossi: e quasi quasi più come Derossi che come De Amicis. Quando poi aveva saputo dai giornali che a Torino s'era festeggiata la trecentomillesima copia del libro con un banchetto, lei avrebbe voluto mandare un telegramma firmato "maestrina penna rossa".
E così avrebbe voluto confessare a qualcuno che codesto Cuore era addirittura il suo piccolo vangelo; per tante e tante ragioni, ma anche e sopra tutto perché un giovane dei dintorni, uno di San Piero a Sieve (non avrebbe mai detto di dove veramente proveniva, proprio di più vicino, da Vicchio) dapprima le aveva mancato di rispetto, poi... poi, ecco, non era saputo andare più oltre nell'irta strada della maschia soperchieria. (...)
Votarsi a De Amicis - il primo scrittore d'Italia era stato per lei come votarsi al pulzellaggio, e non le pareva davvero d'essersi sacrificata, anche se l'idea del celibato di lui avesse insinuato di tratto in tratto qualche asprigna dolcezza. Vero è che i suoi piccoli mugellesi della valletta dei Tre Fiumi la consolavano presto di tutto. Quest'anno poi ne aveva giusti quarantaquattro e il numero, per quanto esagerato, le piaceva straordinariamente perché erano proprio quarantaquattro - non uno di più non uno di meno - i ragazzi che componevano la scolaresca di cui si faceva la storia nel Cuore. Perciò forse la maestrina della penna rossa era sempre alla ricerca d'analogie.
C'era poi nella sua terza un solido torello dalle spalle larghe e dalla testa grossa come Garrone, c'erano i capelli rossi di Crotti, non mancava il berretto di pelo di gatto del bravo Coretti e neppure il muso di lepre del muratorino, né la giacca troppo lunga del figliolo del fabbro ferraio: non si trovava tuttavia qualcuno da potersi paragonare al piccolo Nelli ch'era, purtroppo, un gobbino. Ma si doveva sul serio e per la varietà desiderare proprio in classe un gobbino?
Lei intanto non aveva già più il bel viso color di rosa, color naturale, né le due pozzette alle guance: cioè le guance sfiorite davano tutt'altra espressione a quel visetto ormai stanco, e per il resto s'aiutava qualche volta lei stessa con uno scatolino di cipria rosa, sempre per rendere omaggio al suo autore. Finché un giorno le dicono che il suo autore, il quale era, fra l'altro, anche membro del Consiglio superiore dell'Istruzione, e si fermava volentieri a Firenze di ritorno da Roma, le dicono dunque che da Firenze egli avrebbe fatto un'apparizione in Mugello rinnovando per suo conto il pellegrinaggio del Carducci che in Mugello era stato ospite di Luigi Brilli e della sua illustre compagna, la Poetessa Marianna.
(...) Egli entrò in aula con tre o quattro autorevoli signori del luogo - un modesto seguito in cui si trovava il suo figliolo superstite, l'altro s'era ammazzato e la scolaresca, nella quale erano Garrone e Garoffi, Crotti e Coretti, e il muratorino, scattò in piedi a un gesto risentito della maestrina. La quale poi non fece in tempo a riconoscere l'illustre canizie, i mustacchi bonari, l'ampia fronte luminosa del suo idolo perché, oh Dio, perché restava al fianco di lui Stefano di Vicchio, come se il famoso Capitan Cortese le riportasse per cortesia il suo fidanzato, come se l'autore del Cuore le restituisse il cuore dove era rimasto indelebile nei lunghi anni, l'immagine di lei, della maestrina di ventitré anni.
Sempre lo stesso l'ormai maturo Stefano di Vicchio, nel viso pieno di ragazzone, sebbene ingrassato, appesantito, solido, quel che si dice un "bell'uomo", espressione che tuttavia invecchia di solito il sopraggiunto di cinque o sei anni, almeno. E non aveva costui nemmen dato la mano alla maestrina, da molt'anni non riveduta, ma per la buona ragione che gli accompagnatori avevano lasciato che il solo a stringere la mano fosse l'ospite insigne; mentre a un più attento esame l'ospite insigne, come sbarazzatosi di colpo della sua aureola di santità letteraria per tornare quel che realmente era, il poco felice viandante al termine del lungo cammino come dell'onesta fatica, appariva in definitiva uomo deluso, oltre che stanco, forse tradito o sacrificato, e sopra tutto d'occhio scrutatore. E questo diceva come un'intelligenza esperta d'ogni ripostiglio del cuore umano - ma sottaciuta - facesse la bonomia di lui armata press'a poco come il malanimo.
Intanto egli confessava alla signorina la sua curiosità per questi piccoli virtuosi della pronunzia accennando agli scolari dei primi banchi, e al tempo stesso ringraziava i signori che gli procuravano l'emozione della scuoletta mugerese dando il maggior merito a chi gli era stato maggiormente alle costole, Stefano di Vicchio, e che ora si ritraeva confuso, non si sa se per modestia o per fastidio d'esser tirato in ballo.
- Come? non è stato lei a parlarmi per primo della signorina?
- Signore, per la verità...
- Che sia stato lei a dirmi che questa scuola è numerosa come la mia di Torino, che anzi ha lo stesso numero di scolari, o che sia stato un altro, rimasto magari a Firenze, non ha alcuna importanza, vero?
La maestrina aveva capito che l'uomo di Vicchio non s'impegnava e per darsi un contegno ricordò a se stessa una cosa molto gradevole: la penna rossa. Non poteva logicamente tenere il cappello sulla cattedra perché lo storico delle scolaresche ve la riconoscesse. E, d'altra parte, sapeva d'esser toscana solo a metà, e cioè d'esser scesa in Mugello da quelle propaggini di Romagna che appartenevano allora a Firenze, Romagna toscana, e la sua pronunzia non poteva quindi ritenersi impeccabile.
Ma doveva deludere fino a tal punto il grande ospite che cercava la perfezione in via Tornabuoni come ai Tre Fiumi?
Egli apriva intanto un libro di scuola e lo portava gentilmente a uno scolaretto di prima fila, che invitava subito alla lettura, poi si preparava a bearsi e ascoltava a occhi socchiusi. Tutti leggevano splendidamente. Faceva egli notare che codesto modo di leggere era assai più conforme ai modo di parlare, specie nei dialoghi, e sopra tutto nelle interrogazioni, nelle esclamazioni, cui difficilmente san dare il tono gli altri ragazzi. Il modo poi di pronunziare il c davanti all'i - quasi sci - nella parola bacio gli pareva facesse quasi sentire il suono d'un bacio leggero, e la maestrina e Stefano di Vicchio si guardarono per un istante, e quale non fu la sorpresa di lei nel riconoscere che per via del bacio con l'sc lui l'aveva guardata in un altro modo, finalmente longanime, e sorridendo quasi di gratitudine, tanto per lo sguardo istintivo della ragazza non più giovane quanto per la trovata dell'ospite insigne che aveva saputo rompere il ghiaccio. Pareva che da questo punto i due si fossero intesi, convinti ormai l'una e l'altro che il merito spettasse all'uomo del Cuore. Il quale, avendo l'aria di non accorgersi di nulla, traeva dalla tasca che aveva molto capace diversi foglietti su cui aveva scritto a grandi caratteri una serie di strani motti come: "Andò a tòrre la chiave della tórre", "Cominciò a dar bòtte alla bótte", "Accètta in dono questa accétta", e si divertiva a distribuirli ai ragazzi, e più ancora si divertiva quando ciascun lettore dava ad ogni vocale, in ciascun vocabolo, il suo giusto suono senza pensarci sopra un momento. Bocchine fortunate, veramente! Ora provava a far dire un verso di Dante: Con l'ali aperte e ferme al dolce nido, che "noi barbari sogliamo dire dando lo stesso suono largo alla prima e di aperte e all'o di dolce e di nido" (così egli s'era già confidato, sottovoce, all'insegnante che ora restava accanto a quel di Vicchio); e anche questa prova riesce: lo scolaro (è l'apocrifo Crotti) pronunzia strettissime due delle vocali che esigono l'accento acuto, sì che da una piccolissima differenza, secondo codesto orecchio nordico squisito, il verso acquistava un'armonia sensibilmente più varia e molto più delicata.
- In tal modo - concludeva De Amicis con l'aria d'inchinarsi all'insegnante che non ci aveva alcun merito in tal modo, - senza dubbio, pronunziò questo suo verso lo stesso autore Dante Alighieri.
Infine Stefano di Vicchio, come se non stesse in sé dalla gioia e si facesse avanti quasi per sovrapporsi a un De Amicis, prese lui l'iniziativa e ingiunse a uno di quegli scolaretti di pronunziare ad alta voce la frase: "Quando torno a casa, do subito un bàscio alla mamma", non si sapeva se per far cosa grata allo scrittore a cui piaceva tanto sentir pronunziare il c davanti all'i - sci come sciolto - o se per far piacere alla maestrina a cui la parola bacio doveva pur dire, dopo tanti anni, qualcosa. Se non addirittura ch'egli sarebbe tornato a lei, e non c'era nulla di propiziatorio per loro due come la visita deamicisiana alla scuola di codesta valletta dei Tre Fiumi.
E forse costui pensava davvero che il maggiore scrittore italiano favoriva, senza saperlo, la tardiva resipiscenza d'un mugeflese, fedele tuttavia se non aveva pensato di sposarsi altrove; e si poteva sperare d'averlo, il grand'uomo, testimone alle nozze, non si sa mai.
E poiché la maestrina, rimasta lungo gli anni "maestrina", capì come volle capire, fece anche una specie di scarto sotto gli occhi dei visitatori autorevoli, voltò loro per un momento le spalle, aprì lo sportello d'un armadietto accanto alla cattedra, vi pescò il suo cappellino, ne sfilò con uno strattone la penna rossa,
tornò indietro e mostrò la penna, con un sorriso giovanile, all'ospite illustre: - Signor De Amicis, la riconosce? la vuole?
De Amicis sorrise e assentì senza stupirsi che quella maestrina - quasi una sua "creazione" - avesse proprio le lacrime agli occhi, e passò al figlio Ugo la penna rossa perché la serbasse fra i cimeli e le cianfrusaglie che gli ricordavano le umane vicende del suo onesto capolavoro.

 

La riforma della grammatica
Gianni Rodari

(...) Il professor Grammaticus, un giorno, decise di riformare la grammatica. - Basta, - egli diceva, - con tutte queste complicazioni. Per esempio, gli aggettivi, che bisogno c'è di distinguerli in tante categorie? Facciamo due categorie sole: gli aggettivi simpatici e gli aggettivi antipatici. Aggettivi simpatici: buono, allegro, generoso, sincero, coraggioso. Aggettivi antipatici: avaro, prepotente, bugiardo, sleale, e via discorrendo. Non vi sembra più giusto?
La domestica che era stata ad ascoltarlo rispose: - Giustissimo.
- Prendiamo i verbi, - continuò il professor Grammaticus. - Secondo me essi non si dividono affatto in tre coniugazioni, ma soltanto in due. Ci sono verbi da coniugare e quelli da lasciar stare, come per esempio: mentire, rubare, ammazzare, arricchirsi alle spalle del prossimo. Ho ragione sì o no?
- Parole d'oro - disse la domestica. E se tutti fossero stati del parere di quella buona donna la riforma si sarebbe potuta fare in dieci minuti. (...)

La scuola o la scarpa
Tahar Ben Jalloum
(Saggi di narrativa Bompiani)

(...) Ora sono il nuovo maestro. In realtà, devo essere il primo insegnante nominato dal ministero per questo posto. Ho una lettera d'incarico, ma non so ancora quale sarà il mio stipendio. Forse sarò pagato in sacchi di grano saraceno.
Come in ogni posto del mondo, il primo giorno di scuola è un giorno di festa. Qui, non è una festa come le altre. I ragazzi fanno baccano, urlano, si tirano i gessi. Si divertono. Per loro la scuola è una ricreazione, una curiosità. Accorrono per vedere se il maestro è in gamba. Io stesso mi chiedo se sono in gamba. Cosa vuol dire, qui? Essere gentile e al tempo stesso severo. E io non sono né troppo gentile né troppo severo. E' possibile essere in gamba nel villaggio del nulla, dove non è stato sepolto un solo santo, dove non si è fermato nemmeno un profeta? Devo abituarmi all'idea che, per questi bambini, la scuola è come il circo che passa una volta all'anno. Che cos'è la scuola per un bambino che non ha da mangiare quando ha fame? Come spiegargli che è necessario passare per la scuola per non patire più la fame, un giorno? Ho distribuito agli allievi dei quaderni e delle matite arrivate dalla Francia, e delle cartelle, arrivate dal Belgio. Sono trenta ragazzi, tra maschi e femmine. Vengono tutti dalla scuola coranica.
Certi sanno già leggere e scrivere. Hanno gli occhi vivi e i corpi magri. Come me. Anche io sono alto e magro. Sono contento di portare i miei nuovi occhiali. Non solo vedo meglio, ma questi occhiali rendono più chiare le mie idee. Sono contento di tornare in questa pianura persa fra le colline e la sabbia. I ragazzi sono seduti per terra. Mi hanno detto che i tavoli e le sedie arriveranno entro il mese. Saranno un regalo dei canadesi. Per il momento, ci dobbiamo arrangiare alla meglio. E la lavagna?
Sarà il regalo del falegname più ricco della città.
La stiamo aspettando. Da sola non arriverà.
Bisogna andarla a prendere e trasportarla sul tetto del furgoncino del droghiere che viene ogni quindici giorni al villaggio.
I miei ricordi d'infanzia non sono tristi. Come oggi, anche allora mancava tutto. La cosa faceva soffrire molto i nostri genitori. Però noi bambini ci divertivamo; ci piaceva giocare con i gatti morti. La nostra scuola era la moschea. Ci facevano imparare a memoria i versetti del Corano e li recitavamo senza capirli.
ll maestro della scuola era un vecchio quasi cieco.
Era un saggio.
Diceva che l'Africa era la madre degli altri continenti, ma che si lasciava saccheggiare. Diceva anche: "E' ricco chi non possiede nulla", "E' ricco chi è libero", e aggiungeva: "Ma noi non siamo né ricchi né liberi, siamo schiavi del cielo e degli uomini che dettano legge." Quando faccio l'appello, i bambini ridono.
A loro piace ridere. Sono incuranti o semplicemente felici?
Malgrado le difficoltà della vita, sono allegri. Il secondo giorno di scuola, mancano due allievi.
Sono ammalati o si sono persi per strada? Nessuno risponde. Due assenti su trenta non sono tanti. Verranno domani. In realtà, l'indomani non arrivano. Mancano altri tre bambini. Mi preoccupo. Non ho un direttore cui rivolgermi. Sono il maestro, il direttore, il bidello e il guardiano della scuola.
Gli altri bambini non dicono niente.
Faccio lezione nonostante la preoccupazione. Alla fine del mese, mi ritrovo con la metà degli allievi. Dove sono finiti gli altri quindici?
A questa domanda, i ragazzi ridono e rispondono una cosa qualsiasi. Decido di parlarne al capo del villaggio, Hadj Baba. Lo trovo sul tardo pomeriggio sotto l'albero, circondato da alcuni uomini, sempre gli stessi. Mi dice, scacciando con la mano le mosche che gli ronzano intorno: "I bambini sono sassi, rami di un albero che perde le foglie, parole azzurre, scoppi di risa... vanno, vengono, passano e non lasciano tracce... tutto questo tu che vieni dalla città dovresti saperlo! Ricordati, non hanno ancora l'abitudine di andare a scuola con regolarità. Forse, poi, non ti prendono sul serio, sei troppo giovane, hai l'aspetto di un ragazzo. Per loro, il sapere deve essere insegnato da un uomo maturo, un anziano con la barba bianca, un uomo che sappia parlare agli alberi e agli animali. Tu vieni dalla città e hai dimenticato la realtà del tuo villaggio."
"No, è proprio perché amo il mio villaggio che sono tornato, per rendermi utile. Ma perché non vengono a scuola?"
"Ah! La scuola! Tu chiami questo rudere una scuola? Non hai neanche una lavagna.
Quanto ai tavoli e alle sedie, aspetta, aspetta pure. Perché questo villaggio sperduto dovrebbe essere preso in considerazione dalle autorità della città? Sei ingenuo, figlio mio. E poi, hai visto le condizioni del bestiame? L'anno scorso tu non c'eri. Non ha fatto una sola goccia di pioggia. Intorno a queste colline si aggira la morte. Tieni, siediti e guarda il cielo. Se hai pazienza, imparerai che il cielo è vuoto; non ci riserva nulla di buono. Siamo maledetti. E in ogni caso, dopo la morte del nostro maestro, il villaggio continua a morire. Quindi la scuola..."
"Ho una nomina ufficiale per insegnare in questa scuola."
"Benissimo, e quindi? Noi, qui, siamo vittime dell'aridità. L'aridità del cielo e degli uomini. Perché le persone della capitale non hanno nominato qualcuno per aiutarci a lottare contro la fame?"
"Avete paura di un'epidemia?"
"Cos'è una epidemia?"
"Una malattia che colpisce tutti."
"No, non è una malattia; guardati intorno, cosa vedi? Sabbia, pietre, un albero, quello sotto cui siamo seduti; vuoto, vento, polvere, un pazzo che parla da solo, e poi questa moschea trasformata in scuola. Ecco tutto. Anche se arriva una malattia, se ne andrà. Non troverà niente e nessuno da colpire. Questa è la nostra fortuna e la nostra sfortuna. Moriremo da soli. Non abbiamo bisogno di malattie. Qui le persone muoiono dormendo. Non si svegliano. Tutto qui. Non te la prendere se i bambini spariscono; torneranno."
"Devo andare a cercare i bambini e riportarli a scuola."
"Se li trovi. Forse sono stati inghiottiti da un pozzo, un pozzo secco, un buco in cui al momento si svolge un congresso di scorpioni e serpenti a sonagli. I bambini ci sfuggono, come le parole, prendono il volo e si allontanano con le rare nuvole che si fermano sopra le nostre teste."
"Parlerò ai loro genitori."
"Può essere un'idea, ma non ti porterà lontano; gira piuttosto, guardati intorno..."
Ho preso quindi la bicicletta, e sono andato alla ricerca dei bambini. Un pastore mi indica un edificio, all'orizzonte. Non ci avevo mai fatto caso. Mi dice che gli piacerebbe andare in quell'edificio bianco, ma non trova nessuno che gli controlli gli animali. "Cos'è quell'edificio?"
"Un posto dove si guadagnano dei soldi."
"E come?"
"Non lo so. Tutti quelli che ci vanno, escono con dei soldi. Io non ho mai avuto denaro. Anche le capre sono attirate da quell'edificio bianco. Un giorno, anch'io partirò al mattino e tornerò la sera con dei soldi. Credo che a quel punto non tornerò qui, andrò in città. Lì, col denaro si ottiene tutto. Qui, abbiamo solo vento e polvere. Passo il mio tempo contando il bestiame. Do un nome a ogni capra. La più grossa, la chiamo "Palazzo Bianco". Peccato che sia nera!"
La porta dell'edificio è chiusa. La forzo. Un guardiano mi minaccia con un bastone. Faccio un passo indietro e aspetto. Gli offro delle sigarette e a questo punto mi apre. Entro in un corridoio e mi trovo d fronte a una sala in cui un centinaio di ragazzi stanno cucendo pezzi di cuoio, bianco e nero. In fondo, una dozzina di ragazze molto giovani lavora con le macchine da cucire. I miei allievi fanno palloni da calcio o scarpe. Sulle pareti sono appesi dei manifesti pubblicitari in cui c'è un campione sportivo negro che sta per iniziare una corsa. Il simbolo della marca assomiglia a un grande accento grave bianco su un fondo nero. Cosa rappresenta questo accento grave? Un uccello senza testa, un piede strappato, un'onda o una semplice freccia disegnata male? Non lo so. Leggo: "Le scarpe da pallacanestro del terzo millennio", "Lo spirito della vittoria". Quale vittoria? Quella che fa lavorare i bambini, quella che li allontana dalla scuola per poterli sfruttare visto che sono poveri e non possono difendersi? Con la testa bassa, lavorano in silenzio e senza perdere tempo. Gli oggetti confezionati vengono controllati da un capo bianco, occidentale, quindi messi dentro scatole di cartone. Mi avvicino. Lui si stupisce, poi mi dice:
"Immagino che lei sia il maestro."
"Sì."
"I tuoi studenti preferiscono la mia fabbrica alla tua scuola. Almeno qui guadagnano."
"Ma sono dei bambini, dei minorenni, lei non ha diritto di farli lavorare".
"Non li obbligo io. Del resto, è qui tutta la tua classe. Potrai tenere le lezioni quando avrai dato loro da mangiare. Perché io, qui, li faccio anche mangiare. In America, si lavora con le macchine. Qui, si cucisce ancora a mano. E' roba buona, questa. Si fa notare."
"La denuncerò. Le ricordo l'articolo 4 della Dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo. Nessuno potrà essere tenuto in condizione schiavitù e di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite in qualsiasi forma. Ha capito? In qualsiasi forma. Il lavoro minorile è una forma di schiavitù. È punito dalla legge."
"O la smetti o ti spacco la testa con questo bastone. Qui non abbiamo bisogno di persone che ci diano lezioni di morale. Chiedigli di seguirti. Vedrai che nemmeno un ragazzino lascerà il suo posto. Meglio che tu te ne vada."
Gli allievi non osano guardarmi in faccia. Forse per paura, forse per vergogna. Cerco di rivolgermi a loro, ma il capo occidentale mi spinge verso la porta. Mi ritrovo fuori senza sapere cosa fare, solo con la mia rabbia. Mi ripeto: "Far lavorare i bambini anziché lasciarli andare a scuola, che cattiveria! È una forma di sfruttamento, di schiavitù."
Il guardiano mi osserva, un po' imbarazzato.
"Lì dentro, ho due bambini. Dopo la stagione sono sicuro che torneranno alla tua scuola. Per il momento, portano a casa un po' di soldi." Tornando al villaggio, racconto tutto a Hadj Baba, che scuote la testa e mi dice:
"Non sei più forte del vento, né più crudele del cielo. La terra ha sete e il bestiame è in pessimo stato. Un dollaro al giorno, per ogni bambino: quasi nulla. La scuola è li, non si sposterà. Quando andrà meglio, riprenderai le tue lezioni. Il sapere può attendere, la pancia degli uomini, no. Sai, i poveri non li ama nessuno. E così, non c'è niente da fare. Vedi, potrai prendertela col cielo, con Dio... Hai ragione, sarebbe meglio la scuola della fabbrica; ma non abbiamo scelta. Ah! Imparare la storia, la geografia, la matematica e le scienze, la tecnica e la medicina... È importante, ma per noi, in questo momento, è un lusso. Siamo abbandonati, crepiamo, viviamo di ciò che la gente di città vuole donarci. La scuola sarà per un'altra volta, abbi pazienza, resta con noi; sono sicuro che troverai una soluzione"
Alla fine della giornata, sono tornato a scuola; ho guardato le stuoie per terra, le pareti screpolate, ho sentito le urla dei bambini e poi il silenzio. Cosa fare in una classe vuota? Non ho nessuno con cui parlare. Ho pensato che avrei potuto aspettare il ritorno dei bambini. Una settimana. Un mese. Forse più. Aspettare leggendo. Andare in città a cercare le sedie e i tavoli. Ma non ho denaro. Ho raccolto le mie cose, il vocabolario, i libri.
Ho fatto un po' d'ordine nella stanza e sono uscito senza voltarmi indietro. Ho preso la bicicletta per ritornare in città. Ho ripensato a quello che diceva il mio maestro, il saggio.
La miseria non è una fatalità, qualcosa di inevitabile. Non sta scritto da nessuna parte che questo villaggio debba continuare ad essere maledetto, senza ricchezza, senz'acqua, senza scuola e senza avvenire. Bisogna combattere, non bisogna incrociare le braccia. Ma io qui sono il solo a reagire. Gli altri, soprattutto i vecchi, sono pigri e passano il tempo a parlare per non dirsi nulla. Si direbbe che tutti siano stati punti dalla mosca tze-tze. No, la mosca tze-tze non esiste. Ma un insetto strano deve girare intorno a questi uomini, che non si muovono e aspettano che la manna scenda dal cielo.
Per strada, ho incontrato alcuni studenti. Stranamente, erano calmi e disciplinati. Parlavano tra di loro a voce bassa. Appena mi hanno visto, mi sono venuti incontro impedendomi di proseguire. Sul loro viso, mi è sembrato di leggere una preghiera: "Resta!" Credo anche di aver sentito qualcosa come: "Abbiamo bisogno di te, torneremo presto." Prima devo avere fatto un passo indietro, poi due, spinto da tutti questi bambini stretti l'uno contro l'altro. Ho indietreggiato, commosso. Erano cambiati. Forse la mia visita alla fabbrica li aveva fatti riflettere, il fatto che non vengano a scuola non significa che non siano intelligenti. Qualche giorno dopo, il pastore bussa alla mia porta. Mi dice: "Mio padre non è più malato; ha ripreso il suo gregge, quindi io torno a scuola."
"Non hai più voglia di andare alla fabbrica?"
"No, ci ho pensato. Ho voglia di imparare a leggere, a scrivere, a contare, a guidare il camion, a conoscere il nome delle stelle, a fare molte cose."
"Ma non potrò aprire la scuola per un solo ragazzo."
"Non sarò solo. Ci saranno anche Dialo, quello che ha un braccio solo, la fabbrica non l'ha voluto; Moh, quello che ha un occhio distrutto dalla polvere e che non si è nemmeno presentato all'incontro per l'assunzione; e Souleymane, quello che il capo ha mandato via dalla fabbrica perché non era abbastanza veloce; e ci sarà Felix, quello che non parla con nessuno e gioca con gli scorpioni, i suoi genitori hanno un frutteto dall'altra parte della collina. Altri due bambini arriveranno dall'oasi, perché hanno sentito parlare della nostra scuola e preferiscono venire qui; e poi ci sarà Modibo, quel bambino piccolo e grasso a cui la scuola piace e la sorella gemella Aisha: non si lasciano mai".
Ecco, siamo abbastanza per fare una piccola classe... (...)

La supplente
Albino Bernardini

 (La nuova Italia)

(...)Isabella e Marcello
L'inizio del nuovo anno scolastico, siamo ormai in quinta, è completamente diverso da quello dell'anno passato.
Sin dal primo giorno tutti i genitori vengono in classe, e assieme decidiamo quello che dobbiamo fare durante l'anno. Non solo, ma se ne sono presentati addirittura due di quelli che l'anno precedente avevano fatto trasferire i loro figli; mi chiedono scusa, dicendo che si è trattato di un errore, e vorrebbero riportarli nella mia classe. Li prenderei volentieri, ma mi trovo nell'impossibilità di accontentarli: ci siamo tutti, non manca nessuno, e nell'aula non ce ne stanno altri.
Dopo qualche giorno Alessandra ci lascia. La famiglia si è trasferita a Villanova, a 5 chilometri da Bagni. Parlo con i suoi perché continuino a mandarla facendola viaggiare, ma hanno paura e soprattutto costa l'abbonamento. Il suo posto viene subito preso da Marcello. Ci viene presentato da Isabella, che ci dice che è figlio di una loro amica di famiglia. È appena arrivato dalla Puglia.
Viene accolto bene, anche perché, essendo un introverso, non parla quasi mai, e non ci crea nuovi problemi.
Inserito subito nel gruppo di Antonio l'Abruzzese, diventerà il suo più caro amico. Nel gruppo c'è naturalmente anche Isabella, a cui abbiamo dato l'incarico di aiutarlo, cioè di fargli capire come si lavora e studia in classe nostra.
Così tutte le mattine Isabella e Marcello, abitano credo nello stesso palazzo, arrivano a scuola assieme. Qualcuno comincia a mormorare e scherzare sulla loro amicizia, ma loro continuano, anche se ogni tanto Isabella viene da me e mi dice preoccupata: <<Maestro, stanno dicendo che io e Marcello facciamo l'amore, invece non è vero, glielo giuro! E sempre quel solito disgraziato di Peppe che non sa fare altro che dire queste stupidaggini.>>
E rivolta a Peppe, che cerca di giustificarsi, gli fa le smorfie.
Io la tranquillizzo, dicendole che per adesso deve pensare a studiare, e che lasci cantare gli sciocchi. Marcello, invece, timido come un coniglio, non dice nulla, ma ogni tanto arrossisce. Il lavoro ci assorbe e non abbiamo più tempo di pensare a queste cose, anche perché Isabella non mi dice più niente. I primi mesi passano velocissimi. Non so che cosa sia avvenuto tra loro in questo frattempo, ma noto, ad un certo punto, che i due non vengono più a scuola assieme.
Inizialmente non me ne preoccupo, perché penso che si siano bisticciati così come capita a tutti i bambini di questo mondo.
Un giorno, senza pensarci troppo, chiedo a Isabella:
<<Senti un po', perché non venite più assieme con Marcello? che vi è capitato?>>.
Isabella mi guarda, arrossisce ruotando i suoi occhi celesti come il cielo, e poi, senza voler dire troppo, fa: <<Ma, non so, no, non è che ci siamo bisticciati...>> e cerca di squagliarsela. <<E allora perché mai?>> insisto. <<Sei stata tu a dirci che Marcello era bravo; non credo che sia diventato cattivo così di colpo?>>
<< No, non è questo, è un'altra cosa>>, risponde e scappa.
Noto nei giorni che seguono che a scuola sono amici come prima, chiacchierano, discutono, si fanno i complimenti, ma appena escono fuori per rientrare a casa, ognuno prende la sua strada, senza guardarsi, come se non si conoscessero. Mi faccio prendere dalla curiosità, ritorno all'assalto e le chiedo: <<Ma allora si potrebbe sapere perché mai non andate più assieme come prima?>>
Niente da fare. Isabella non parla e Marcello fa scena muta, come se non dicessi a lui; lui arrossisce e basta.
Chiedo in giro, ma non si sa molto. Solo Antonio l'abruzzese, grande amico di Marcello, sa dirmi che c'è qualcosa che non dipende da loro, ma mi prega di non fare il suo nome, raccomandandomi alla fine, con una mano alla bocca, per non farsi sentire: <<Maestro, per favore non dica che gliel'ho detto io, che sennò Marcello non mi parla più>>, e sorride con ironia, facendo mille mosse con la testa e la bocca.
Mi avvicino al loro gruppo, e dico <<Sentite, o voi due mi dite perché non andate più assieme, o pongo la questione in discussione>>.
Isabella che si è tirata su i biondissimi capelli con una acconciatura ultimo grido, comincia a toccarseli nervosamente finché non le vanno giù; è diventata pallida e mi guarda come dire: < Che vai interessandoti delle cose che non ti riguardano!>>.
Marcello abbassa gli occhi e tace. Gli altri del gruppo che hanno drizzato le orecchie incuriositi, sorridono malignamente e ammiccano un po' all'uno e un po' all'altro. Isabella si decide e fa, avvicinandosi per non far sentire agli altri: <<Maestro, non metta la questione in discussione. Dopo le dico come stanno le cose.>>
Prima di andare a ricreazione si avvicina, e come in confessione mi sussurra: <<La colpa non è, né mia , né di Marcello, è mio padre che non vuole che mi accompagni>>.
<<Perché?>> chiede sorpreso.
<<Eh, perché dice che non è bello! Che i maschi devono andare con i maschi e le femmine con le femmine>>.
Cerco di convincerla perché la cosa si discuta, ma mi implora dicendo: << No, maestro, per favore, ché se lo sa mio padre mi picchia, e poi si bisticciano in casa col padre di Marcello, che quello è un geloso che non le dico. Pensi maestro, che la moglie di lui non vuole che esca neppure al balcone>>.
<<E tuo padre invece non è geloso, vero?>>
<< Chi? Mio padre? Uh, anche mio padre; anzi adesso no, ma prima... tutti sono così però dalle nostre parti, in Puglia, perché loro la donna dicono che deve stare a casa e basta, a fare da mangiare e...>> Tanto faccio e dico che, ad un certo punto, Isabella si fa convincere e si discute, ma a condizione che non si faccia il suo nome e tanto meno quello del padre. Concordiamo tutti assieme il tema: <<La donna e il lavoro>>.
Loredana, che interviene di rado, questa volta è la prima, fa decisa:
<<Io dico che la donna deve stare a casa per guardare ai figli, perché se lei va a lavorare chi glieli tiene? Anche mio padre dice così. Mia madre prima lavorava, faceva la sarta, ma ora mio padre non la fa più andare. Dice che in inverno specialmente le vede che muoiono dal freddo attendendo l'autobus...>>
Virgilio la interrompe gridando: <<E se tuo padre si ammala, per esempio, sta un anno all'ospedale, che mangiate? Invece se lavora tua madre...>>
Loredana si alza, comincia a fare le corna con le dita e dice: <<Toh, toh, ma tu sei scemo, oh, ma che ragionamenti sono questi! Ma perché mio padre si deve ammalare?>>
Si fa una gran confusione e appena ritorna la calma, si riprende con Antonio: <<Mio padre ogni giorno dice a mia madre: "Toh mille lire, schiavetta mia , vai a fare la spesa">>.
<<E tua madre che dice?>> gli chiedono. <<E mia madre lo manda a quel posto. Ma io dico che la donna deve lavorare perché sennò l'uomo la tiene come schiava davvero, come dice mio padre>>.
<<Ma secondo me>>, precisa Antonio l'abruzzese, <<La donna deve lavorare, non solo per i soldi, ma perché deve avvicinare e conoscere le altre persone, ché se sta sempre a casa poi non capisce più niente>>.
<<Noi diciamo dell'Arabia, che le donne sono ancora schiave>>, interviene finalmente Delfina, che da mezz'ora è con la mano alzata, <<Invece anche da noi le donne sono un po' schiave. Io lo vedo da mia madre, poverina, che sta sempre a casa con quattro figli e non può mai uscire, invece mio padre se ne esce. Perché ancora comandano gli uomini. Anche parlando si sente che comandano gli uomini: io per esempio non ho mai sentito dire da una donna incinta "attendo una bambina", ma sempre "Attendo un bambino". Anche nella lingua siamo diversi.>>
<<E vero sa, maestro>>, grida Massimo, <<Quando esce mio padre nessuno dice nulla, quando esce mia madre invece, mio padre comincia: "Dove vai? Cosa fai?" e tante domande, e allora si arrabbiano e si bisticciano.>> La discussione si prolunga ed ognuno dice la sua, con tutta la passione che ci mettono sempre quando intervengono svelando i segreti di casa. Chiude Nadia: <<Bene, voi dite tante cose degli uomini, invece in casa mia è tutto il contrario, perché dovete sapere che chi comanda in casa è mia madre, e a mio padre lo fa filare, perché non è che mio padre, sapete... Però maestro, queste cose che stiamo dicendo lei non le deve dire ai nostri genitori, quando facciamo la riunione...>>
<<Vero! Si! Se me lo sa mio padre! E mia madre! Povera me! A me mi ammazza!>> intervengono gridando. Io prometto il più assoluto riserbo; si sentono tranquilli ed altre volte così riprenderemo a discutere sull'argomento. La più felice di tutti è Isabella, perché non si è fatto il suo nome. Ma non sarà così per sempre, perché ad un certo punto si parlerà di lei e anche di suo padre. Se ne parlerà a lungo fino a quando la stragrande maggioranza non sarà convinta che i bambini e le bambine devono vivere sempre assieme, e non solo a scuola. (...)