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Una lezione di
lingua tedesca
Neera
Et je fis deux heureux à la fois!
(Béranger)
Raccontate - io dissi - ed egli incominciò:
Compivo a Bergamo l'ultimo anno di liceo quando, stimolato da un amico,
mi posi in capo di studiare il tedesco e lo stesso amico s'incaricò di
scegliere il professore - un professorone coi fiocchi certamente, un
Anderbuchen o un Vlandisbachen colla barba, cogli occhiali e con tutto
lo scibile umano nel cervello. "Vieni" mi disse un giorno
l'amico prendendomi sottobraccio, "voglio presentarti alla fonte
eccelsa dove noi beveremo a ondate, a fiotti, a torrenti la tedesca
sapienza".
Prendemmo la salita di città - e su e su lungo i Torni che serpeggiano
a guisa di spira sul cocuzzolo della montagna.
"Dove diavolo mi conduci?".
"Il genio abita sempre in alto, le vette o il quinto piano. Il
primo piano e le valli sono per la gente da poco, per gli infelici
banchieri carichi di reumatismi, per i milionari idioti, razza plebea
che non comprende la voluttà dell'aria libera, del cielo
spazzato".
"E di quindici lire al mese per il fitto".
Eravamo giunti.
L'amico bussò a una casetta piccina e bianca che dominava da un letto
di verdura tutta la valle del Brembo; aveva davanti un giardinetto pieno
di rose e a tergo i picchi di granito vestiti di muschio.
Vi si respirava l'idillio - ma io me lo guastai anticipatamente pensando
alla barba del professore - caso morale e pratico per dimostrare che a
guastarsi le idee si è sempre a tempo!
Comparve una giovine signora bionda, grassottella, con un nastro ceruleo
intorno alla vita.
"Guten Tag!" diss'ella inchinandosi con una mossa franca e
leggiadra.
"Madamigella" rispose il mio amico, "noi siamo totalmente
stranieri alla lingua di Goethe. Voglia permetterci di salutarla in
italiano".
Ella biascicò qualche parola italiana facendosi rossa, per mio conto
capii più il rossore che le parole.
"Vittorio" dissi piano al mio amico, "costei è la figlia
del professore?".
"Stupisci e impara. E' il Professore stesso".
Stupii sùbito - l'insegnamento venne dopo...
Un professore in gonnella! che larga prospettiva di istruzione
volontaria e di scienza applicata per due studenti! In quell'istante
avrei pagato dieci lire un frammento di specchio e le avrei pagate tanto
più volentieri perché ciò implicava la supposizione che le dovessi
avere. L'amabile maestrina ci chiese se volevamo incominciare subito la
lezione.
Vittorio mi consultò collo sguardo, a dir vero ci aspettava
il ripetitore di fisica con un tema preparato sull'attrazione dei corpi
celesti - ma qual corpo potevasi immaginare più celeste di quella
ventenne giovinetta, fresca come il mattino e raggiante come un sorriso
?
Attrazione per attrazione, Vittorio ed io non stemmo in forse.
Cinque minuti dopo si sedeva tutti e tre attorno a un tavolino lungo un
metro e largo sessanta centimetri.
Ella era la maggiore, noi toccavamo appena i diciotto anni - e vi
domando cosa si fa, con cinquantasei anni in tre, attorno a un tavolino!
Credo che per quel giorno non abbiamo veduto altro che il cartone della
grammatica - ma in compenso avevo osservato i bellissimi denti e la
manina morbida di madamigella Wilhelmine.
Nei giorni che seguirono fu una gara tra Vittorio e me per arrivare i
primi alla lezione; accadeva di correre trafelati ambidue per strade
opposte e di batterci il naso sulla porta della casetta solitaria.
Allora si prendeva un'aria seria: "Come hai anticipato!".
"Anzi tu!".
"Ti aspettavo".
"Ti cercai dovunque".
Sulle prime ella ci accoglieva gentilmente senza parzialità, ma mi
parve notare che i suoi occhi diventavano oltremodo teneri quando
correggeva sul mio foglio il verbo Lieben.
Eravamo giunti alle piccole frasi e Wjlhelmin accentava con sentimentale
languore: Mein Herz seufzt unbekantes Wohl - il mio cuore sospira un
bene ignoto.
Anche il mio cuore incominciava a sospirare un bene.. non troppo ignoto
a dir vero - tuttavia nemmeno notissimo; non vorrei mi pigliaste per uno
scapestrato.
Io ero allora in quel periodo fortunoso della prima giovinezza che bene
si può rassomigliare all'alba - il sole non è sorto ancora ma non è
più notte.
Sentivo una dolce commozione quando la bella Tedesca mi guardava, o
quando, sotto al piccolo tavolo, accadeva uno scontro più o meno
involontario di ginocchi. il focherello prendeva a poco a poco le
proporzioni d'una fiamma.
Un giorno, fatto ardito dalla circostanza che Vittorio raccoglieva per
terra alcune penne cadute e quindi non Poteva vedermi, mi impadronii
della mano di Wilhelmine e la strinsi con tutto l'ardore d'una
dichiarazione appassionata. Ella ritirò la mano, ma pochi momenti dopo
scriveva sul mio quaderno: Eure Augen gefallen mir: e siccome avevo il
dizionario davanti, tradussi senza fatica: mi piacciono i vostri occhi.
Che potevo desiderare di più? Gli occhi sono la via del cuore e se alla
bella prima madamigella Wilhelmine imbroccava la via giusta, io dovevo
considerarmi senz'altro il più felice dei mortali - frase consacrata
per l'uso speciale degli innamorati in estrema cottura. (...)
Una storia così
Silvio D'Arzo
(Ed. Diabasis)
(...)
1. Nel quale si fa conoscenza di un uomo curioso, e poi di un altro
uomo curioso, e poi di un'idea più curiosa di tutti e due messi
insieme.
Il signor Tobia Corcoran dirigeva da più di vent'anni il
"Premiato Collegio Minerva". E fin qui niente di strano,
d'accordo. Centinaia di persone dirigono da più di vent'anni un
premiato Collegio e nessuno si prende la briga per questo di indicarli
per strada col dito: a meno che proprio non si decidano a uscire un bel
giorno portando la giacca a rovescio.
(...)
Il suo lato strano era un altro: aveva in testa soltanto un'idea. (E non
una alla volta, intendiamoci: no, il signor Tobia Corcoran sotto il suo
vecchio cappello aveva quella e poi quella soltanto. E non sospettava
nemmeno che qualche altro potesse pensarla in modo diverso dal suo,
perché anche questa sarebbe stata un'idea, e lui invece ne aveva una
sola).E alla domenica, poi, com'è giusto e come vuole perfino la legge,
le concedeva libera uscita: dimodoché, per ventiquattr'ore precise, in
testa non aveva più neanche quella. E così stava meglio del solito.
Ed ecco qui la sua idea:
"Uno studente dai sei anni in avanti non può compiere azione più
immorale,
malvagia, spregevole, pericolosa, allarmante che leggere libri che non
siano i tre libri di testo. E a sua volta un maestro dai vent'anni in
avanti non può compiere azione più infamante, allarmante, pericolosa,
spregevole, malvagia, immorale
che far leggere libri che non siano i tre libri di testo. Per non aver
nessun dubbio in proposito, i tre libri di testo sono tre:
1) Trattato di geometria e d'aritmetica, del signor Tobia Corcoran;
2) Trattato di grammatica, del signor Tobia Corcoran;
3) Trattato di analisi logica, del signor Tobia Corcoran.
Durante i cinque minuti di riposo agli alunni è concesso di ricrearsi
guardando le figure geometriche. Tenuto conto però dell'indole
particolarmente esuberante dei giovani alunni e in via del tutto
eccezionale il signor Tobia Corcoran emerito quanto modesto direttore da
più di ventanni del "Premiato Collegio Minerva", si
benignerà all'occorrenza di derogare dalle norme su esposte: e, se i
ragazzi lo avran meritato durante l'intero anno scolastico, l'ultimo
giorno di Carnevale sarà in grande allegria festeggiato con la lettura
in classe di 'Una mia visita alla raffineria di zucchero nella provincia
di Portland' del signor Tobia Corcoran".
Questo, per dirvi che tipo.
Si capisce che con un tipo del genere un maestro riusciva a resistere un
anno a dir molto (non bisestile, però, attenti bene).
E così ad ogni anno il maestro cambiava.
(...)
Ma quell'anno al "Collegio Minerva" capitarono l'una
sull'altra due memorabili cose: prima, si presentò in qualità di
maestro supplente al Collegio il signor Teddy Ted, uomo pieno di
espedienti e risorse: seconda, il direttore Tobia s'ammalò.
E in che modo lo avrete già immaginato da voi. Per due domeniche in
fila si dimenticò di conceder la libera uscita alla sua vecchia idea, e
questo era molto di più di quel che potesse sopportare il brav'uomo: e
così gli venne l'esaurimento nervoso, e finì col mettersi a letto.
Prima di mettersi a letto, però, ebbe il tempo di afferrare dal
comodino una ricetta prescritta dal medico e sul rovescio scrisse queste
parole: "Due volte al giorno analisi logica, almeno cinque pagine
per volta, sei per i ripetenti. Mezz'ora di geometria e d'aritmetica
subito dopo mangiato. Niente libri, niente libri e soprattutto niente
libri."
E la fece consegnare al Maestro.
Il Maestro, però, com'è d'uso, lesse solo la parte davanti, quella
scritta e firmata dal medico, che diceva esattamente così:
ESAURIMENTO NERVOSO. SI PRESCRIVE UNA CURA DI FOSFORO.
Strano, però, pensò il signor Teddy Ted. E siccome in quel momento era
solo e nessuno poteva vederlo, si diede anche una grattatina di testa
Non avrei mai e poi mai sospettato di aver l'esaurimento nervoso. E poi
il signor Corcoran non ha fatto in tempo a vedermi. Curioso! Ma io sono
solo un Maestro Supplente; mentre invece il signor Corcoran è
nientemeno che Direttore di Scuola e perfino proposto per la Croce di
Merito. E' chiaro che ne sa più di me". Così, senza perdere
tempo, cominciò a fare la cura di fosforo; e se fin dalla nascita era
pieno d'iniziative, risorse e espedienti, figuriamoci allora. La sua
prima prova fu questa. Il Maestro covava in cuore da anni l'idea di
scrivere un grosso romanzo, per comprarsi un vestito decente, di quelli
che non fan voltare la gente per strada, o, se non proprio, almeno la
giacca: ma non ne aveva trovato mai il tempo. Ed invece ecco pronto il
rimedio.
Il giorno dopo fece scendere tutti quanti i ragazzi in giardino: li
portò proprio dietro lo stagno, dove alberi e siepi eran più fitti e
più folti che mai, e distribuì un libro a testa.
- Ecco qua. Per un mese non farete altro che leggere questi: lo
prescrive il nuovo programma. Ogni sera, però, attenzione a
riportarmeli indietro, e, badate, non ad altri che a me. E adesso, buon
appetito.
Nascosta in fondo al solaio aveva scovato per caso la biblioteca
scolastica.
2 Dove si vengono a imparare piùcose che in cinque anni di scuola
(sei per i ripetenti).
Si capisce che molte cose cambiarono. I ragazzi non facevano che
leggere e leggere, e giocare a quel che avevano letto: ed eran tutti
più allegri che mai. Il signor Teddy Ted non faceva altro che scrivere
e scrivere ed era già arrivato comodamente alle tasche della sua giacca
nuova, cioè a pagina 20-21. Dimodoché era anche più allegro di
quelli.
Ma c'era anche dell'altro.
Tutte le sere, non appena i ragazzi riportavano i libri al Maestro, e
lui usciva per andarsi a ispirare, nella stanza di questi si ripeteva la
medesima scena.
Il primo a sbucar fuori era Tarzan. Per prima cosa dava un'occhiata
all'intorno, poi lanciava il suo grido, e, appendendosi alle tendine
spiccava di colpo un gran salto e si portava fin sopra la lampada. A
quel segnale uscivano dopo un po' tutti gli altri: Alice, col suo
Coniglietto, Pinocchio, i tre Porcellini, la Bella Addormentata nel
Bosco, Mowgly, Davide Copperfield, il piccolo Lord Fauntleroy, Topolino,
i Nani di Gulliver, John Silver, Jimmy Hawkins, il dottor Jeckill e
Robinson Crusoe, e, insomma, un bel sacco di gente. (...)
Una strana primavera
Angelo Petrosino
Tratto da "Il giornale dei
bambini che leggono e scrivono" nr. 2, Aprile 1992
Una mattina Giorgio si mise a guardare Florence in silenzio. Florence
era la sua maestra. In quel momento stava facendo l'appello e segnava i
nomi degli assenti sul registro. Giorgio notò che gli occhi di Florence
erano più profondi e più luminosi del solito. Il sole entrava dalle
veneziane socchiuse e nuotava con allegria nelle sue pupille. Ma
accarezzava anche i suoi capelli ricciuti e metteva in evidenza la grana
minuta della sua pelle. Florence era ancora giovane e la sua fronte era
priva di rughe. Le sue guance erano lisce e morbide e Giorgio ricordava
di averle viste arrossate solo nei giorni in cui il freddo era pungente.
Altrimenti erano di un rosa tenero e puro. Florence, d'altra parte, non
si truccava mai. Non metteva nemmeno il rossetto sulle labbra. Le labbra
di Florence erano piene e increspate e somigliavano a due mezze
fragoline selvatiche.
- Giorgio? - disse in tono interrogativo Florence.
Giorgio aprì la bocca e volle dire: "Presente". Ma ne venne
fuori un suono smorzato che non sentì nessuno.
- Giorgio? - ripeté Florence, che alzò la testa dal registro e lo
fissò stupita. - Perché non rispondi?
- Presente, - bisbigliò Giorgio, con uno sforzo enorme. Florence gli
sorrise, scosse la testa e andò avanti con l'appello. Giorgio continuò
a guardarla di sottecchi e si chiese perché Florence quella mattina era
diversa. Nel corso delle prime due ore si alzò spesso dal posto e andò
a chiederle infinite spiegazioni. - Sono davvero stupita, Giorgio, - gli
disse ad un certo punto Florence. - Questi problemi sono facilissimi e
tu non hai mai avuto difficoltà a risolverli. Che ti succede?
Giorgio alzava le spalle, la fissava ostinato negli occhi e aspirava il
profumo di rose che sembrava emanare dal suo corpo.
- E' giusta questa trasformazione con la virgola? - chiedeva.
- Mi fai una domanda del genere alla fine della quarta? - gli chiedeva a
sua volta Florence, prima di rispondere.
Giorgio avrebbe voluto che in quel momento le dita di Florence si
insinuassero tra i suoi capelli, come facevano quando lei glieli
arruffava per gioco. Ma quella mattina Florence non lo fece. Nel suo
sguardo c'erano stupore e sconcerto. Durante l'intervallo nel cortile
della scuola, Florence gli chiese: - Perché non vai a giocare a pallone
con gli altri? Siamo in aprile e c'è un bel sole. Approfittatene per
togliervi dal viso il pallore che vi ha lasciato l'inverno.
- Vorrei stare un po' con te. Posso? - chiese Giorgio.
- Certo che puoi. Anzi, potresti dirmi se c'è qualcosa che non va.
Stamattina in classe eri molto strano.
Giorgio le si strinse al fianco e chiuse gli occhi.
- Cos'hai? Sei in cerca di coccole oggi? Non vuoi proprio dirmi cosa ti
succede?
- Non mi succede niente, - mormorò Giorgio.
- E invece qualcosa ti succede. Ma non sei obbligato a dirmi niente, se
non vuoi.
Il golfino di lana che Florence indossava era come un cuscino morbido
sul quale Giorgio abbandonò la testa. -Tu ci vieni volentieri a scuola?
- le chiese Giorgio all'improvviso.
- Che domanda! Il mio mestiere mi piace. Non si vede, forse?
Giorgio si staccò da lei, la guardò negli occhi e disse: - Per me le
ore che passo a scuola sono le più belle della giornata. Io verrei a
scuola anche con la polmonite.
- Rischieresti di morire, - disse ridendo Florence. - Non te lo
consiglio, per il tuo bene.
A Giorgio non piacque la sua ironia, e s'incupì.
Quando Florence lo vide rabbuiarsi in viso lo attirò a se e gli disse:
- Oggi non accetti nemmeno due parole scherzose. L'ho detto io che c'è
qualcosa che non va.
Giorgio non disse niente e abbandonò la testa sul seno di Florence. Le
grida dei compagni gli arrivavano fioche e il suo orecchio destro
pulsava ai battiti tranquilli del cuore di lei. Da quel giorno, Giorgio
cercò tutte le occasioni per stare con Florence. Aspettava con ansia
soprattutto i minuti degli intervalli, quando trascurava i compagni e
andava a passeggiare con lei sotto il porticato della scuola. In quei
momenti avrebbe voluto allontanarsi dalla vista degli altri bambini e
delle loro insegnanti.
Perciò, le prime volte, la prese per mano e la spinse lungo le ali
della scuola meno frequentate. Florence, però, si era rifiutata di
seguirlo.
- Devo tenere sottocchio i tuoi compagni, gli aveva detto.
Giorgio si era rassegnato a malincuore e non aveva più avuto il
coraggio di insistere. Avrebbe voluto parlare a lungo con Florence, ma
non poteva farlo davanti a tutti, in mezzo al chiasso che riempiva il
cortile. Inoltre, passeggiando sotto il porticato frequentato dalle
altre insegnanti, Giorgio aveva già dovuto sorbirsi le loro frecciatine
ironiche e i loro stupidi commenti. Cos'ha questo bambino da stare
attaccato come una ventosa alle gonne della maestra? Dov'essere proprio
senza fondo la miniera di segreti che le racconti! Se te ne stessi con
gli altri della tua età, non sarebbe più normale? Su, ragazzina corri
a divertirti.
A queste odiose espressioni, Giorgio aveva un giorno risposto per le
rime. - Fatevi i fatti vostri e lasciatemi in pace, - aveva detto.
- Perdiana! - aveva esclamato una vecchia maestra, rivolgendosi a
Florence con una faccia grinzosa e una voce scandalizzata.
- Spero che quando tornerai in classe punirai a dovere questo
screanzato. Se lo avessi con me, proporrei al direttore di lasciarlo a
casa almeno un paio di giorni, per fargli calmare i bollenti spiriti che
sembrano agitarlo.
In quell'occasione, Florence aveva cercato di giustificarlo Giorgio è
un bambino molto sensibile. Forse è un po' cresciuto per la sua età.
Per questo è assai curioso, fa un sacco di domande e vuole discutere
con i grandi.
- Già, però di grandi sembri esserci soltanto tu - aveva detto
un'altra maestra.
- Mi sembra naturale, - aveva detto Florence. - Io sono la sua
insegnante. Con chi volete che abbia più confidenza?
- Secondo me gliene dai fin troppa - aveva continuato quella. - Questi
bambini sono una lagna e ti si attaccano addosso come zecche. Non so
come fai a sopportarlo. Io me ne sarei sbarazzata con una bella
strigliata.
A quel punto Florence non aveva più replicato, però aveva riferito a
Giorgio quella conversazione e lo aveva esortato a giocare più spesso
con i suoi compagni. Allora Giorgio le aveva scritto una lettera.
Perché non te ne infischi delle altre maestre?
Non vedi che stanno sempre a spettegolare? (...)
Perplessa, continuò la sua passeggiata sotto il porticato. Quando vide
affacciarsi le altre maestre, fece uno scarto e si nascose dietro un
pilastro di cemento.
Ben presto, tuttavia, Giorgio dovette fare i conti non solo con le
insegnanti, ma anche con i suoi compagni di classe. Soprattutto con
Franco, Roberto e Giuliano, che avevano preso male la sua defezione
dalla squadra e lo avevano invitato invano a riprendere il suo ruolo
nelle partite che disputavano con le altre classi durante gli intervalli
in cortile. Mi fanno male le gambe, Mi gira la testa, Mi viene da
vomitare, erano state le scuse di Giorgio, per restare con Florence e
sottrarsi agli impegni di squadra. - Mi sembri una femminuccia, - gli
aveva rinfacciato Roberto. - Ho male qui, ho male lì, ho male là.
- La verità è che ti sei stufato di giocare con noi, - gli aveva detto
Giuliano, che con la sua zazzera rossa e il suo naso a becco aveva
tormentato Giorgio sin dal primo giorno che si erano conosciuti a
scuola. Giorgio sospettava che Giuliano fosse semplicemente invidioso di
lui. Giorgio, infatti, era bravissimo in tutto. Giuliano, invece, non
riusciva a mettere insieme nemmeno tre righe. Ad ogni modo, per mettere
fine a quelle proteste e a quelle punzecchiature insistenti, Giorgio
aveva deciso di inventarsi una grave malattia.
- La settimana scorsa, mia madre mi ha fatto visitare da uno
specialista, - disse un giorno ai compagni .-Purtroppo abbiamo scoperto
che c'è qualcosa che non va nel mio cuore. In conclusione, mi è stato
proibito di correre e di affaticarmi. Dunque non posso nemmeno giocare a
calcio. Sulle prime, i tre erano rimasti a bocca aperta.
Sembravano decisamente impressionati dalla notizia e non sapevano cosa
dire. Poi, però, Giuliano aveva avuto un guizzo cattivo negli occhi,
aveva dimenato la testa, si era fatto una gran risata e aveva detto: - E
voi gli credete? È un'altra scusa delle sue per non giocare con noi.
Lui la testa non ce l'ha più al pallone, perché preferisce metterla
tra le poppe della maestra.
Boccheggiando di rabbia, Giorgio gli era andato addosso a testa bassa.
Giuliano aveva perso l'equilibrio, ma prima di rotolare a terra aveva
reagito d'istinto e con un calcio aveva colpito Giorgio nella pancia.
Franco e Roberto erano scattati per solidarietà con il compagno e
Giorgio era stato sommerso da una gragnuola di pugni, di schiaffi e di
calci che lo avevano lasciato intontito e sanguinante.
Mentre lo medicava in infermeria, Florence gli ripeteva: - Allora, vuoi
dirmi com'è successo? Perché vi siete picchiati in modo così
forsennato? Guarda qui, hai anche un labbro spaccato.
Giorgio faceva fatica a trattenere i singhiozzi che gli chiudevano la
gola, e non rispondeva. - Perché tre contro uno, poi? - insisteva
Florence. - Sei stato tu a provocarli? Non posso crederci. Non vuoi
rispondere? - Eppure bisogna che io sappia, perché a tua madre dovrò
pur dire qualcosa per giustificare questi graffi e questi cerotti.
- A mia madre dirò che sono inciampato mentre correvo... Mi crederà, -
si affrettò allora a rispondere Giorgio, che voleva dimenticare presto
l'occasione di quella batosta.
Florence, però, non lo aveva lasciato andare senza prima parlare con la
madre, che era venuta a prenderlo in auto. Anzi, aveva finito col salire
in macchina anche lei e aveva accompagnato Giorgio fino a casa.
- Venga signorina, - aveva detto la madre di Giorgio. - Era da un pezzo
che volevo invitarla a prendere una tazza di tè da noi. So che Giorgio
la stima molto. Io purtroppo sono sempre impegnata col mio lavoro di
pubblicitaria e ho avuto finora scarse occasioni per parlare con lei.
Approfittiamo di questo infortunio per fare due chiacchiere. Vuole?
- Mi dispiace - aveva detto più tardi Florence, mentre sorbiva il suo
tè, indicando con la testa Giorgio che se ne stava acquattato
silenzioso in poltrona.
- Oh, non si preoccupi - aveva detto la madre di Giorgio. - Sono
bisticci di ragazzi. Sa, io non ci faccio troppo caso, come è invece
abitudine di molte madri. Secondo me i ragazzi devono imparare a
sbucciarsi le ginocchia e a rompersi la testa. L'importante è che ne
vengano fuori senza troppi danni.
- Il fatto è che è la prima volta che gli succede - aveva detto
Florence.
- È vero - ammise la madre di Giorgio, lanciando un'occhiata al figlio.
- Giorgio è in genere un bambino tranquillo, anche se un po' sognatore.
Finora non mi ha dato eccessive preoccupazioni. È una fortuna per me.
Suo padre, infatti, in casa si vede poco. Fa l'ingegnere aeronautico: un
mestiere che a lui piace molto, ma che lo tiene sul chi vive in varie
parti del mondo.
- Allora Giorgio è spesso solo in casa - aveva osservato Florence.
- Sì, ma lui sa cavarsela benissimo. Vero, tesoro? - aveva chiesto la
donna al figlio, con un sorriso compiaciuto.
Giorgio aveva continuato a guardarsi la punta delle scarpe e non aveva
risposto. Florence era riuscita subito simpatica alla madre di Giorgio.
Perciò di tè pomeridiani ce ne furono altri.
Una sera Florence fu addirittura invitata a cena.
- Mi fa piacere che abbia accettato - disse la madre di Giorgio
accogliendo Florence sulla porta. - Giorgio era fuori di sé dalla gioia
quando gli ho parlato della mia intenzione di invitarla. Si è solo
raccomandato che non lo sappia nessuno dei suoi compagni di classe.
Giorgio si era affacciato nel corridoio e contemplava Florence
ammutolito, come se la vedesse per la prima volta.
- Vorrei farti vedere la mia camera - le disse.
- Volentieri - disse Florence, che gli diede la mano e lo seguì.
- Ecco, questa è la mia scrivania, questo è il mio letto, questi sono
i miei libri e questo è un Pinocchio di legno che mi ha regalato mio
padre. E poi voglio farti vedere un'altra cosa.
Giorgio si avvicinò al cassetto del suo comodino da notte, lo aprì e
ne tirò fuori un quaderno blu bordato di rosso. Lo mostrò a Florence e
le disse: - Questo è il mio diario personale. Non ho mai detto a
nessuno di averlo, perché mi vergogno.
- Come mai? - Perché i diari li tengono solo le bambine.
- Non è mica vero. Mio fratello ne ha tenuto uno per alcuni anni.
- Davvero?
- E' così. Vorresti leggerlo?
- No. Non mi piace mettere il naso nei segreti degli altri. A meno che
non mi sia proposto dai diretti interessati. Ma anche in quel caso,
esito. Non vorrei proprio che poi si pentissero di avermeli rivelati.
- Che cosa vuoi dire? Che non sai mantenere i segreti?
- Al contrario. So conservarli come in una cassaforte. Specialmente se
si tratta dei segreti di un bambino. Giorgio la fissò e non disse
nulla. Indugiò qualche attimo con il suo quaderno tra le mani, poi
andò a riporlo nel cassetto. - Sono contento che sei venuta - disse
stringendo Florence alla vita con le braccia.
- Tua madre è stata gentile ad invitarmi e non c'erano motivi per
rifiutare. Del resto, per un'insegnante è molto utile vedere l'ambiente
in cui abita un alunno. Dopo, si capiscono molte più cose di lui.
- Ah, sì? E adesso che hai visto la mia camera, cos'hai capito in più
di me, che prima non conoscevi?
Florence fu sorpresa dalla domanda rivoltale in un tono tra il serio e
lo scherzoso, e rimase a guardare Giorgio in silenzio.
-Io... dicevo così in generale - rispose infine prendendogli il viso
tra le mani. - Secondo me, ti conoscevo bene anche prima di vedere la
tua camera. Mi racconti tante cose di te.
- Tante, ma non tutte, - mormorò Giorgio.
- Hm, ritorniamo ai segreti. Se proprio vuoi raccontarmeli, sono
disposta ad ascoltarti.
- Vieni, accomodati su questa poltrona vicino alla finestra - le disse
Giorgio tirandola con una mano. - Io mi ci siedo tutte le volte che
leggo un libro. I miei libri più belli li ho letti acquattato su questi
cuscini imbottiti.
- Davvero molto comoda - disse Florence sprofondandoci.
- Ci si sta benissimo anche in due - osservò Giorgio con un tremito
nella voce. E aggiunse: - Posso sedermi vicino a te?
Florence si spostò di lato, allungò sulle ginocchia le falde del suo
vestito a fiori e gli fece spazio accanto a sé.
- Ecco, disse, siediti pure.
- Quanti anni hai? - le chiese Giorgio.
- In genere le donne non amano dire la loro età. Ma io non ho nessuna
difficoltà a rivelarti questo mio segreto. Ho ventotto anni.
- Davvero? Sembri molto più giovane.
- Non si può dire che non sai fare i complimenti a una donna - disse
Florence sorridendo e arruffandogli i capelli.
- Non l'ho detto per farti un complimento. È perché mi sembri davvero
molto più piccola. Per me, tu è come se fossi una ragazza.
- Be', anche ai complimenti c'è un limite. Non bisogna mai strafare.
Una ragazza! Ricordati che, dopotutto, io sono la tua insegnante e tu
sei un mio alunno.
- Perché dici che sono un tuo alunno? -. - Perché, non è vero forse?-
- Io sono un tuo amico -. - Certo. Ma prima di tutto sei un mio alunno
-.
- Non mi piace che mi chiami alunno. (...)
A tavola quella sera Giorgio parlò poco. Si limitò a guardare di
sottecchi Florence e a seguire i movimenti della sua forchetta. Florence
mangiava a piccoli bocconi e masticava a lungo, al contrario di lui, che
divorava tutto in fretta.
Quella sera, tuttavia, Giorgio mangiò pochissimo. (... )
Verità su una
maestrina
Giorgio Scerbanenco
da Maestrine (Sellerio 1981)
Fu solo verso la fine della lezione che una ragazzina del secondo
banco, la più alta, si alzò in piedi, e con voce incerta, timida, da
ottenne, eppure come impositiva, domandò: - Perché la nostra signorina
maestra, la signorina Rossana, non è venuta? Perché è venuta lei?
La supplente, la signorina maestra Aureliana Bassi guardò negli occhi
la bambina, e tutte le altre, e sentiva che la stessa domanda gliela
rivolgevano tutte le sedici bambine, forse.
Fu tentata di rispondere: "Perché ha l'influenza", ma la sua
fantasia di maestrina ventenne e la sua commozione, ebbero il
sopravvento.
- Perché si è sposata - rispose.
La ragazzina alta, sensitiva ma energica, disse: - Se andava a sposarsi
ce lo avrebbe detto.
- Non poteva dirlo - spiegò paziente, inventando,
la giovane supplente, e con quel fondo di pianto in gola, guardando
tutti quei visi di bambine all'alba della vita, - ha dovuto nasconderlo
a tutti perché i suoi genitori non volevano.
Allora,
d'improvviso, è andata via col suo fidanzato e questa mattina si sono
sposati -.
Lo raccontò come una favola,
cercando di rimandare indietro quel conato di pianto.
- Si sono sposati a Roma, e sono andati a vedere il Colosseo, questa
mattina avete visto alla televisione il Colosseo, ecco, sono andati lì.
Anche le bambine della seconda elementare sono sensibili alle storie di
amore contrastato, e le capiscono benissimo.
Nel frusciante, piacevole rumore di pioggia di primavera che veniva dal
cortile della scuola, la supplente arricchì di particolari adatti
all'infantile immaginazione la storia della maestrina e del suo sposo:
le bambine amavano moltissimo - l'aveva subito capito - la loro maestra
Rossana e lei voleva che ne avessero l'immagine migliore.- E quando
torna a scuola? - domandò l'altra ragazzina.
- Ci vuole un po' di tempo, bambine - disse la supplente, - adesso deve
preparare tutta la casa, perché gli
sposi si fanno una casa nuova, tutta per loro - spiegò,
finché la campanella della fine della lezione non la
salvò e la bidella entrò per aiutare le bambine a incolonnarsi e a
uscire.
- Non è vero -.
In quarta fila, quella bambina brunetta e olivastra, senza alzarsi, con
un pesante accento milanese, aveva quasi gridato. - Ha raccontato tutte
storie.
Non si sono sposati. Dovevano sposarsi, poi
invece lui se ne è andato con un'altra, e allora la signorina Rossana
si è asfissiata col gas. Papà me l'ha fatto vedere ieri sera sul
giornale, mi ha detto: "Ma questa non è la tua signorina
maestra?", e io ho visto la fotografia e ho detto: "Sì, è la
mia signorina maestra", e allora ho letto anch'io la storia sul
giornale...
- Stai zitta, Mirella - disse amara la supplente, stringendo i denti per
non piangere.
Aveva tentato di coprire con un fantasioso velo rosa la verità, ma non
vi era riuscita.
-Stai zitta, basta.
- Ha aperto il gas e si è ammazzata. C'era sul giornale - insisté la
brunetta.
- Mettetevi in colonna, bambine - disse la bidella. La ragazzina alta,
che aveva fatto la prima domanda, si mise in colonna, le labbra, il
mento, le tremavano. - - E vero? - ripeteva. - E vero?
- In colonna, bambine - disse la bidella.
Zazie nel metro
Raymond Queneau
(Einaudi)
(...) Gabriel si voltò verso Marceline, che sorrideva. Lo vedi come
ragiona bene, a quell'età? C'è da chiedersi se val la pena di mandarla
a scuola.
Io, dichiarò Zazie, a scuola voglio andarci fino a sessantacinque anni.
Fino a sessantacinque anni? ripetè Gabriel, un pocolino sorpreso.
Si, disse Zazie, voglio far la maestra.
Un mestiere punto male, disse Marceline, con dolcezza. E poi, c'è la
pensione. Queste ultime parole le aggiunse automaticamente, perché
conosceva bene la lingua francese.
Pensione un c..., disse Zazie. Farò la maestra, ma non è per la
pensione.
No, certo, disse Gabriel. Si capisce. Perché allora? (...) Spiegacelo.
Non ci arrivi da solo, eh? Ci va un po' forte, eh, questa gioventù
d'oggi, disse Gabriel a Marceline. E a Zazie: Allora? Perché vuoi far
la maestra?
Per romper le balle alle bambine, rispose Zazie. Quelle che avranno la
mia età fra dieci anni, tra vent'anni, tra cinquant'anni, fra cento
anni, fra mille anni. Aver sempre da romper le balle a qualcuno.
Bene, disse Gabriel.
Voglio esser carogna. Gli farò leccar l'impiantito. Mangiar la cimosa
della lavagna. Gli metterò i compassi nel didietro. Pedate nel sedere.
Porterò gli stivali. D'inverno. Alti così (gesto). Con gran speroni
per scorticar la ciccia delle chiappe. Sai, disse Gabriel con calma,
stando a quel che dicono i giornali, non è proprio in codesta direzione
che si sta orientando l'educazione moderna. Anzi, è proprio il
contrario. Si va verso la dolcezza, la comprensione, la gentilezza. E'
vero, Marceline, che dicono cosi sul giornali? S¡, rispose Marceline,
con dolcezza. Ma te, Zazie, ti hanno trattato male a scuola?
Ci mancava altro. E poi, disse Gabriel, fra vent'anni non ci saran più
maestre: saranno sostituite dal cinema, la tivù, l'elettronica, cose
del genere. C'era scritto anche sul giornale, l'altro giorno. Vero,
Marceline?
S¡, rispose Marceline, con dolcezza. Zazie, per un attimo, prese in
considerazione quell'avvenire.
Allora, dichiarò, farò l'astronauta. (...)
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