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  Maestri/12

1880, Stati Uniti

La grande Gilly Hopkins, Paterson Catherine   

La lente focale, Rosenberg Otto

La maestrina Boccarmé, Pirandello Luigi

La mano nel cappello, Cinquetti Nicola

 

La grande Gilly Hopkins
Katherine Paterson
(Edizioni Piemme)

(...) Il direttore stava esaminando dei documenti che dovevano essergli stati inviati dalla precedente scuola di Gilly, la scuola elementare di Hollywood Gardens. Tossì ripetutamente. "Bene" disse infine. "Credo che questa signorina abbia bisogno di essere inserita in una classe alla sua altezza".
"E' molto intelligente, se è questo che intende".
"Trotter, stupida che non sei altro, come fai a sapere quanto sono intelligente? Non mi hai mai visto in vita tua prima di ieri."
"Ti inserirò nella classe della signorina Harris. Solitamente, in sesta abbiamo una parte di departimentalizzazione, ma..."
"Avete cosa in sesta"?
"Oh, Trotter, chiudi quella boccaccia, per favore."
Ma il direttore non sembrò nemmeno accorgersi di quanto fosse imbecille Trotter.
Spiegò pazientemente che alcune delle classi seste si spostavano per le lezioni di matematica, lettura e scienze, mentre la classe della signorina Harris rimaneva unita per l'intera giornata.
"Che noia mortale!"
Salirono le tre rampe di scale antiche fino alla classe della signorina Harris molto lentamente, in modo che a Trotter non venisse un collasso. I corridoi puzzavano di cera per pavimenti e di minestra della mensa. Gilly pensava di odiare tutte le scuole a un punto tale che niente potesse ormai addolorarla o deluderla, eppure ogni gradino le sembrava più faticoso del precedente - come un condannato a morte che percorresse un infinito ultimo miglio. Si fermarono davanti alla porta con la scritta HARRIS-6. Il signor Evans bussò, e la porta fu aperta da un'alta donna con il volto color del tè, coronato da un cespuglio di capelli neri. Sorrise guardando tutti e tre dall'alto in basso, perché‚ era più alta anche del direttore.
Gilly si ritrasse, andando a sbattere contro l'enorme petto di Trotter, il che la fece rimbalzare subito in avanti. Dio! Come se non bastasse, l'insegnante era di colore.
Nessuno sembrò accorgersi della sua reazione, anche se negli occhi scuri della signorina Harris sembrò passare un lampo abbagliante.
Trotter fece una carezza sul braccio di Gilly, mormorò qualcosa che finiva in "tesoro" e poi lei e il direttore si ritirarono, chiudendo Gilly nella classe HARRIS-6.
L'insegnante l'accompagnò fino a un banco vuoto al centro della classe, le chiese la giacca e la passò a un'altra ragazza perché l'appendesse all'attaccapanni in fondo all'aula.
Disse a Gilly di sedersi, e poi andò ad accomodarsi alla grande cattedra per dare un'occhiata all'incartamento lasciatole dal signor Evans. Un attimo dopo alzò lo sguardo, mentre un ampio sorriso le illuminava il viso. "Galadriel Hopkins. Che nome stupendo! Da Tolkien, naturalmente."
"No" borbottò Gilly. "Da Hollywood Gardens."
La signorina Harris emise una risata argentina. "No, volevo dire il tuo nome, Galadriel. E' il nome di una grande regina in un libro scritto da un uomo di nome Tolkien. Ma sicuramente lo sapevi già."
Diavolo. Nessuno le aveva mai detto che il suo nome era stato tratto da un libro. Era meglio fingere di sapere già tutto o fare la finta tonta?
"Mi piacerebbe chiamarti Galadriel, se non ti dispiace. E un nome tanto bello!"
"NO!". Tutti si voltarono verso Gilly guardandola in uno strano modo. Doveva aver gridato più forte di quanto non avesse intenzione di fare. "Preferirei" disse in tono secco "essere chiamata Gilly."
"Va bene." La voce della signorina Harris assomigliava più all'acciaio, ora, che all'argento. "Allora vuol dire che ti chiamerò Gilly". Poi si rivolse sorridente al resto della classe. "Dov'eravamo arrivati?"
Il clamore delle risposte dei compagni le colpì il cervello. Gilly fece per abbassare la testa sul banco, ma qualcuno le stava infilando un libro sotto il naso. Era un'ingiustizia, una vera ingiustizia. Una volta, in un libro, aveva visto un'illustrazione che rappresentava una volpe rossa su un'alta roccia circondata da cani ringhiosi. Ecco, era proprio così. Lei era più intelligente di tutti, ma loro erano troppi. L'avevano circondata, ed erano pronti ad annientarla con i loro stupidi mezzi. La signorina Harris si stava chinando su di lei. Gilly si ritrasse il più possibile.
"Hai fatto le divisioni con le frazioni, a Hollywood Gardens?"
Gilly scosse la testa. Dentro, ribolliva. Era già un oltraggio essere costretti a frequentare quella vecchia scuola cadente, ma ritrovarsi addirittura indietro - sembrando più stupida del resto dei ragazzi - dover apparire una sciocca davanti a...
Quasi metà della classe era composta da neri. E lei sarebbe apparsa stupida a "loro". Un mucchio di...
"Perché‚ non accosti la tua sedia alla cattedra, così ci lavoriamo su?"
Gilly afferrò la sedia e arrivò alla cattedra prima della signorina Harris. Gliel'avrebbe fatta vedere lei! (...)
La faceva infuriare rendersi conto di essere indietro in quasi tutte le materie, ma sapeva che la colpa non era sua, bensì della scuola elementare di Hollywood Gardens. Avrebbe lavorato sodo finché‚ non solo li avesse raggiunti, ma anche sorpassati, e poi si sarebbe fermata completamente. Quella strategia faceva impazzire gli insegnanti.
Il fatto che qualcuno che evidentemente batteva di gran lunga il resto della classe
si rifiutasse improvvisamente di stare alle regole del gioco costituiva per loro un affronto personale.
Proprio così. E nel caso della signorina Harris questa era esattamente la situazione che Gilly voleva si creasse. (...)
Entro la terza settimana di ottobre Gilly aveva recuperato il divario tra lei e gli altri alunni della classe e li aveva addirittura superati. Ormai aveva messo all'angolo la signorina Harris, costretta com'era a darle sempre il voto più alto.
Certo doveva riuscirle penoso scrivere quei commenti entusiastici - "Eccellente", "Bene, esposizione molto chiara", "Ottimo lavoro" - sui compiti di una persona che la odiava in modo così evidente.
Ma la signorina Harris era un tipo calmo e controllato. Anche se aveva capito che Gilly la disprezzava, non l'aveva mai lasciato trasparire. E così, Gilly non era ancora pronta a giocarle il suo classico tiro, che consisteva appunto nello smettere di lavorare proprio quando l'insegnante si era convinta di avere per le mani un genio.
La cosa aveva funzionato a meraviglia a Hollywood Gardens, l'intero corpo insegnante
era rimasto di sasso quando lei aveva iniziato a consegnare fogli in bianco. (...)
Certi giorni, a Gilly non importava quel che pensava o non pensava la signorina Harris.
Era piuttosto piacevole andare a scuola senza doversi aspettare strilli isterici o lusinghe e blandizie, sapendo che il proprio lavoro sarebbe stato giudicato sulla base dei suoi pregi e non grazie all'opinione personale dell'insegnante sulla persona che l'aveva svolto. Era un po' come giocare a basket. Se si prendeva bene la mira, si riusciva a far entrare la palla nel canestro; era un gioco imparziale e assolutamente impersonale. Altri giorni, invece, l'indifferenza della signorina Harris dava sui nervi a Gilly. Non era abituata a essere trattata come tutti gli altri. Fin dalla prima elementare, aveva costretto i suoi insegnanti a considerarla un caso a parte. Era lei la responsabile della propria istruzione. Aveva imparato quanto e come le pareva. Gli insegnanti l'avevano corteggiata e maledetta, ma nessuno, prima di allora, l'aveva semplicemente equiparata al resto della classe.
(...) Prese in prestito un po' di soldi da Trotter per "materiale scolastico"
e comprò un pacchetto di pesante cartoncino bianco, e dei pennarelli. Dietro la porta chiusa della sua camera iniziò a confezionare una cartolina d'auguri, cercando di farla assomigliare il più possibile alle lunghe e sottili cartoline "scherzose" esposte sullo speciale piedistallo girevole dell'emporio. Prima tentò di disegnare una figura sulla prima pagina, sprecando in questo modo cinque o sei preziosi cartoncini.
Maledicendosi per la propria incompetenza, rubò una delle riviste di Trotter e ne ritagliò la figura alta e sottile di una splendida donna nera che indossava un costume afro. La pelle era un po' più scura di quella della signorina Harris, ma non troppo.
Sopra la figura della donna scrisse con cura queste parole (con lo stampatello se la cavava bene, anche se il disegno non era il suo forte):
Sl DICE "NERO E BELLO!".
Poi, sotto la figura:
MA PER QUEL CHE PARE A ME
TUTTI QUELLI CHE LO DICONO
SEMBRANO PROPRIO...
E infine all'interno del biglietto, in caratteri minuscoli ...
Persone con un oscuro interesse ad affermare questo punto di vista.

(...) Quando suonò la campanella delle tre, sbatté‚ la sedia rovesciata sul banco e si diresse verso la porta.
- Gilly.
Il cuore le diede un balzo, mentre si girava verso la signorina Harris.
- Puoi aspettare un minuto, per favore?
Rimasero entrambe in attesa, fissandosi in silenzio mentre l'aula si svuotava. Poi la signorina Harris si alzò dalla cattedra e chiuse la porta. Prese una sedia da uno dei banchi della prima fila e la mise a poca distanza dalla sua. - Siediti un attimo, va bene?
Gilly si sedette. Il libro di matematica sembrava intonso, con il bordo della cartolina che spuntava ai due lati.
"Ti sembrerà incredibile, Gilly, ma io e te siamo molto simili."
L'attenzione di Gilly si risvegliò suo malgrado.
"Non mi riferisco all'intelligenza, sebbene sia vero anche questo. Siamo tutte e due intelligenti, e lo sappiamo. Ma la cosa che ci avvicina, più che l'intelligenza, è la rabbia. Tu ed io siamo tra le persone più arrabbiate che io conosca." Disse tutto ciò con una voce calma che tagliava ogni parola dall'altra quasi fosse una fetta sottile, e poi attese, come per dare a Gilly la possibilità di contraddirla. Ma Gilly era affascinata, come i protagonisti di un film che osservino un cobra che si avvicini. Non voleva fare una mossa falsa.
"Naturalmente, usiamo la nostra rabbia in modo diverso. A me è sempre stato insegnato a negare la mia, e io l'ho sempre fatto e lo faccio ancora. Ed è questo che mi porta a invidiarti. (...) Ma non ti ho chiesto di fermarti dopo la scuola per dirti quanto sei intelligente e quanto ti invidio: l'ho fatto per ringraziarti della tua cartolina." Doveva essere un sorriso ironico, ma HARRIS-6 stava sorridendo quasi come un essere umano. Quando avrebbe colpito il cobra? "Me la sono portata nella sala insegnanti a mezzogiorno, e ho imprecato creativamente per venti minuti. Sono anni che non mi sentivo tanto bene."
Era impazzita, come il computer di 2001 Odissea nello spazio. Gilly si alzò e iniziò a indietreggiare verso la porta. La signorina Harris continuò a sorridere, senza tentare di fermarla in alcun modo. Non appena raggiunta la scalinata, Gilly si mise a correre e, imprecando creativamente, continuò a correre fino a casa. (...)

 

La lente focale - Gli zingari nell'Olocausto
Otto Rosenberg 

(Marsilio)

(...) Mi comprò dei pantaloni alla zuava con dei cinturini che si allacciavano all'altezza del ginocchio, delle scarpe nuove e un berretto. In qualche modo volevano dimostrarsi gentili con noi.
Così conciato sembravo un altro. Non si può immaginare la gioia che provai nell'andare a scuola vestito in quel modo. Schukalla non parlava, abbaiava.
Mio zio l'ha incontrato dopo la guerra. E sa che cosa gli ha detto?
"Be' dopotutto non ve la passavate così male a Marzahn. Va be', vi avremo dato un paio di schiaffi, però in fondo vi trattavamo bene, no?"
Io e mia sorella diventammo rappresentanti di classe, io per i ragazzi e mia sorella per le ragazze. Forse ci scelsero perché, oltre a far bene il nostro lavoro, eravamo sempre pronti ad aiutare gli altri, non lo so. Comunque noi due eravamo molto legati, anche perché eravamo i più piccoli. Therese aveva una malformazione alla valvola cardiaca e quando il cuore non batteva regolarmente cominciava a scuotere velocemente la testa,
era terribile vederla in quello stato, purtroppo all'epoca non capimmo che in quelle condizioni avremmo dovuto farla ricoverare d'urgenza.
È vero, prendeva delle gocce, ma non è che l'aiutassero molto. Nonostante fosse malata era molto sveglia, sicuramente più intelligente di me e anche più brava a scuola. Fare i lavori di casa però le pesava molto, non so, pulire, lavare i piatti, spazzare. Purtroppo essendo una ragazza le toccava farli lo stesso.
Poiché ero sempre il primo ad arrivare a scuola mi divertivo a suonare la campana che pendeva sulla porta dell'ingresso anteriore per avvertire gli altri che era ora di alzarsi:" din don, din don, din don!" E dopo un po' si vedevano i primi bambini venir fuori dalle loro baracche o dai loro carrozzoni. La donna addetta alle pulizie a quell'ora aveva già finito.
Più tardi arrivava anche il nostro insegnante, ci si piazzava davanti e faceva il saluto tedesco: " Heil Hitler! Sedetevi!"
Prima di cominciare la lezione ci ordinava di mettere le mani sul tavolo. Chi ce le aveva sporche doveva andarsele a lavare, poi poteva ritornare in classe.
Quando facevamo ricreazione invece, dovevamo toglierci le scarpe e far vedere i piedi, e anche in questo caso chi ce li aveva sporchi doveva andare fuori a lavarseli.
Io ero contento quando capitava a me perché mi divertivo.
Fuori c'era la pompa. Uno pompava e gli altri si lavavano e correvano intorno alla pompa. Per noi bambini era uno spasso.
Quando mancava qualcuno l'insegnante mi diceva: "Otto, valli a cercare e digli che devono venire a scuola."
E io andavo e bussavo alle porte dei carrozzoni o delle baracche.
Qualche volta li trovavo che dormivano ancora, scompigliati e con qualche piuma nei capelli.
"Ehi, dai che devi venire a scuola, sbrigati che l'insegnante ti sta aspettando!"
"Accidenti, stamattina non ci siamo svegliati!" Si vestivano in fretta e correvano a scuola.
L'insegnante, il signor Barwich, li sgridava, ma non più di tanto. (...)

 

La maestrina Boccarmè
Luigi Pirandello

(...) Appena terminata la scuola del pomeriggio, la maestrina Boccarmè soleva recarsi alla passeggiata del Molo, e là, seduta sulla spalletta della banchina, si distraeva guardando con gli altri oziosi le navi ormeggiate: tre alberi e brigantini, tartane e golette, ciascuna col suo nome a Poppa: L'Angiolina, Colomba, Fratelli Noghera, Annunziatella, e il nome del porto d'iscrizione: Napoli, Castellammare di Stabia, Genova, Livorno, Amalfi: nomi, per lei che non conosceva nessuna di queste città marinare; ma che, a vederli scritti lì sulla poppa di quelle navi, diventavano ai suoi occhi cose vicine, presenti, d'un lontano ignoto che la faceva sospirare. E ora, ecco, arrivavano le paranze, una dopo l'altra, con le vele che garrivano allegre, doppiando la punta del Molo; ciascuna aveva già pronte e scelte in coperta le ceste della pesca, colme d'alga ancor viva. Tanti accorrevano allo scalo per comperare il pesce fresco per la cena; lei restava a guardar le navi, a interessarsi alla vita di bordo, per quel che ne poteva immaginare a guardarla così da fuori.
S'era abituata al cattivo odore che esalava dal grassume di quell'acqua chiusa, sulla cui ombra vitrea, tra nave e nave, si moveva appena qualche tremulo riflesso. Godeva nel vedere i marinai di quelle navi al sicuro, adesso, là nel porto, senza pensare che a loro forse non pareva l'ora di ritornare a qualche altro porto. E sollevando con gli occhi tutta l'anima a guardare nell'ultima luce la punta degli alti alberi, i pennoni, il sartiame, provava in sé, con una gioia ebbra di freschezza e uno sgomento quasi di vertigine, l'ansia del tanto, tanto cielo, e tanto mare che quelle navi avevano corso, partendo da chi sa quali terre lontane.
Così fantasticando, talvolta, illusa dall'ombra che si teneva come sospesa in una lieve bruma illividita sul mare ancora chiaro, non s'accorgeva che a terra intanto, là sul Molo, s'era fatto buio e che già tutti gli altri se n'erano andati, lasciandola sola a sentire più forte il cattivo odore dell'acqua nera sulla spiaggia, che alla calata del sole s'incrudiva. La lanterna verde del Molo s'era già accesa in cima alla tozza torretta bianca; ma faceva da vicino un lume così debole e vano, che pareva quasi impossibile si dovesse poi veder tanto vivo da lontano.
Chi sa perché, guardandolo, la maestrina Boccarmè avvertiva una pena d'indefinito scoramento; e ritornava triste a casa.
Spesso però, la mattina dopo, nell'alba silenziosa, mentre qualche nave con tutte le vele spiegate che non riuscivano a pigliar vento salpava lentamente dal Molo rimorchiata da un vaporino, più d'un marinaio uscito a respirare per l'ultima volta la pace del porto che lasciava, del paesello ancora addormentato, s'era portata con sé un tratto l'immagine d'una povera donnina vestita di nero che, in quell'ora insolita, dal Molo deserto aveva assistito alla triste e lenta partenza. Perché piaceva anche, alla maestrina Boccarmè, intenerirsi così, amaramente, allo spettacolo di quelle navi che all'alba lasciavano il porto. E s'indugiava più a sognare con gli occhi alle vele che a mano a mano si gonfiavano al vento e si portavano via quei naviganti, lontano, sempre più lontano nella luminosa vastità del cielo e del mare, in cui a tratti gli alberi scintillavano come d'argento; finché la campana della scuola non la richiamava al dovere quotidiano.
Quando le scuole erano chiuse per le vacanze estive, la maestrina Boccarmè non sapeva che farsi della sua libertà. Avrebbe potuto viaggiare, coi risparmi di tanti anni; le bastava sognare così, guardando le navi ormeggiate nel Molo o in partenza. (...)

 

La mano nel cappello
Nicola Cinquetti 

(Piemme)

(...) I miei insegnanti non erano quegli orchi e polifemi che avevo immaginato prima di iniziare la scuola. Erano persone piuttosto bonarie, prive d'animosità. In particolare, le mie simpatie si rivolgevano alla professoressa di italiano, la signora Eugenia Manzi. Se i primi giorni rimasi colpito anzitutto dalla sua mandibola sporgente e dal leggero strabismo dei suoi occhi, a poco a poco apprezzai sempre di più la chiarezza della sua personalità e la serenità che riusciva a diffondere in classe durante le lezioni. A differenza degli altri professori, ci chiamava per nome e dimostrava un interesse particolare per ciascuno di noi. Dopo le prime prove di italiano, cominciò a incoraggiarmi, dicendo che nello scritto rivelavo di sapermi esprimere e di essere riflessivo: - Mi piacerebbe che tu portassi il tuo contributo anche nelle discussioni che teniamo in classe.
Durante le ore di italiano, si affrontava spesso una tematica di attualità. A partire da una lettura tratta dall'antologia, l'insegnante avviava la conversazione, cercando di coinvolgere tutti. Trattammo così numerosi argomenti, dai problemi della scuola a quelli dell'adolescenza, dalla condizione della donna alla questione religiosa.
Una mattina, era ormai autunno inoltrato, si lesse in classe un brano inerente alla problematica dell'handicap, la lettera aperta di una madre, che raccontava la sua esperienza di vita con una figlia disabile. La professoressa ci chiese se conoscevamo l'origine della parola handicap. Nessuno seppe rispondere con precisione, e allora ci spiegò che si tratta di un termine di derivazione inglese:
- E' una parola usata nel mondo delle corse ippiche, dove vengono assegnati svantaggi iniziali ai cavalli più forti, in modo da riequilibrare la gara. Handicap vuole dire dunque svantaggio, ma letteralmente il suo significato è da scomporre nell'espressione hand in cap, in italiano mano nel cappello: forse perché da un cappello venivano estratti a sorte i numeri che assegnavano le posizioni di partenza ai cavalli in gara.
Io ascoltavo e pensavo alla sera in cui Geremia aveva tratto con la mano, dal suo cappello nero, festosi coriandoli colorati. La professoressa Manzi ci domandò allora se avevamo mai conosciuto persone con handicap. Io sussultai dentro di me, combattuto tra il desiderio di intervenire e il timore di impaperarmi.
Parlò un mio compagno, Giovanni : - Quando vado in vacanza, d'estate, c'è un handicapato in carrozzina, un ragazzo, che abita vicino a noi. Io lo saluto, ma non ho fatto amicizia. A volte mi piacerebbe avvicinarmi a lui, ma poi non so cosa dire, non so cosa fare.
La professoressa annuì, senza commentare.
- Anch'io - intervenne Anna De Marchi - conosco degli handicappati. C'è un centro per loro nel mio quartiere, e li vedo tutti i pomeriggi, poveretti, quando partono con il furgone.
- Perché hai detto poveretti? - domandò l'insegnante.
- Perché... perché sono così - rispose Anna, sorpresa per la domanda.
- Hai mai parlato con loro?
- Sinceramente... no.
- Perché?
- Perché. . . non so. Non li conosco.
- Io l'anno scorso a Natale - disse invece Marino - sono andato con il mio gruppo a cantare in un istituto per handicappati. E stato bello, ci hanno fatto una grande festa, alla fine non volevano più lasciarci andare via.
- Poi non sei più tornato? -, domandò la professoressa.
- No, ma forse a Natale ci andremo ancora.
Io seguivo i discorsi dei miei compagni con estrema attenzione. C'era qualcosa, nelle loro frasi, che mi metteva un po' a disagio. Forse era quella lunga parola, che ripetevano in continuazione: handicappati.
La pronunciavano in modo strano, un po' come se dicessero: extraterrestri. Ma chi sono, gli handicappati? I miei amici della cascina? Oh, no quelli sono Carlo, Lorenzo, Francesca. . . Cominciai a pensare che i miei compagni, anche i più bravi, avessero un'idea un po' falsata riguardo a quelle persone.
Nel tono delle loro frasi percepivo un'ansia, un senso di paura. Già, doveva essere cosi: i miei compagni avevano paura, la stessa che avevo avuto io quel giorno, prima di entrare alla cascina, paura di trovarsi di fronte a uomini e donne carichi solo di dolore e di stranezze. Anch'io, quella sera, prima di suonare il campanello, avevo temuto, come Giovanni, di non sapere cosa dire e cosa fare. Erano passati alcuni mesi, e nel frattempo qualcosa era cambiato.
Alzai la mano. La professoressa mi guardò benevolmente e mi diede la parola: - Di fronte a casa mia c'è una comunità dove vivono cinque di queste persone: si chiamano Carlo, Lorenzo, Geremia, Costanza e Francesca. Non è tanto che abito lì, è da questa estate. Quando sono arrivati, io ero molto incuriosito, ma avevo paura ad avvicinarli. Li guardavo da lontano, mi sembravano strani. Poi, un giorno mi hanno invitato a una festa di compleanno. Io non sarei voluto andare, ma non sono riuscito a dire di no. Prima di entrare, quella sera, davanti al cancello, mi sono domandato anch'io:
<< Che cosa dovrò fare? Che cosa dovrò dire?>>. Sono entrato, e ho scoperto che non dovevo fare niente di particolare, e non dovevo dire niente di particolare. E stato molto più semplice di quanto credessi, perché sono persone. . . come posso spiegarmi?. . . Vere, sono persone vere. Da quel giorno siamo diventati amici, eppure io non sono certo un ragazzo spigliato, tutt'altro: se è stato possibile per me, può esserlo per tutti.
I miei compagni mi avevano ascoltato in silenzio. Qualcuno, alla fine, aveva sorriso, ma per simpatia. Sorrise anche la professoressa, che mi disse: - Allora, se vuoi, William, sei capace di parlare! E proprio cosi difficile?
- Beh. . . no. . . Un po'. . .
- E mi sembra - continuò - che tu sappia anche dire cose intelligenti!
- Insomma. . .
Durante la ricreazione, quella mattina, un gruppetto di compagni mi si avvicinò.
Non era mai accaduto. Vollero sapere qualcosa di più sui miei amici della cascina e poi mi rivolsero molte domande su di me, volevano conoscermi. Uno mi offrì metà della sua merenda, un altro mi propose di andare nel banco con lui, poiché il suo compagno si era ritirato. Io sorridevo a tutti, frastornato da tutte quelle attenzioni. Al termine delle lezioni, Alberto, il mio nuovo compagno di banco, decise di prendere il mio stesso autobus fino alla stazione:
- Allungo un po' la strada, ma lo è stesso.
Sull'automezzo parlammo senza soste dei più svariati argomenti, e scoprii che Alberto aveva una bicicletta da corsa, come me, ed era un appassionato delle gare di ciclismo, e ogni anno saltava un giorno di scuola per andare sulle Dolomiti a vedere la tappa del Giro d'Italia. Anche lui sapeva suonare la chitarra, e aveva gli stessi miei gusti musicali. Parlammo dei nostri insegnanti... (...)