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Un anno a Pietralata
Albino Bernardini
(La nuova Italia)
(...) Il cartaio in cattedra.
Non riuscendo ad uscire con la classe dal muro di cinta che limitava il
nostro spazio, ad un certo punto cominciai a far venire in classe
qualcuno per trattare argomenti che potevano interessare i ragazzi. Ne
parlai prima con loro più volte, l'accoglienza fu piuttosto fredda,
contrariamente alle loro abitudini: si entusiasmavano, infatti, per
qualsiasi cosa nuova. La discussione con persone estranee alla scuola
non li attirava. Quando poi, dopo tanta fatica, riuscii a trovare un
operaio disposto a venire a parlare di come si fabbrica la carta, sorse
immediatamente un ostacolo: come farlo entrare in classe?
La scuola che dovrebbe essere centro di vita, e quindi strettamente
legata, almeno per certi aspetti, alle attività della società che la
circonda, veniva isolata come un penitenziario. Gli estranei, cioè
tutti coloro che non erano maestri, alunni o persone di servizio
venivano sempre guardati con una certa diffidenza, quasi portassero in
seno a noi la zizzania più nefanda. Se le classi non fossero state
raggruppate in un unico caseggiato, sarebbe stato più facile risolvere
il problema; per giungere alla mia aula si doveva però passare in
portineria, attraversare il corridoio e salire le scale: impossibile,
quindi, giungerci senza una regolare autorizzazione. D'altronde
l'esperienza mi diceva che anche questo mio tentativo sarebbe caduto nel
vuoto, se avessi seguito la via della legalità.
Avrei corso il rischio di sentirmi ripetere lo stesso ritornello:
"Ma lasci correre! Che importa a questi bambini di certe cose?
Interessante è che in quinta sappiano scrivere una letterina senza
errori e leggere senza balbettare. Crede forse che qualcuno dei suoi
alunni possa seguire domani un corso superiore di studi? Anche se avesse
tutte le capacità e la volontà, non lo potrebbe per via
dell'organizzazione della scuola italiana. Tutte le sue iniziative, che
per la verità sono lodevolissime, non c'è che dire, che magari
andrebbero benissimo in una scuola del centro, qui le ritengo sprecate.
Lasci perdere, non vada a caccia di guai!..."
Imboccai quindi la strada della clandestinità, l'unica che mi
permettesse di realizzare il mio intento di introdurre a scuola
l'operaio, con una scusa qualsiasi, e quindi fargli fare la lezione.
Quando il cartaio entrò nell'aula, subito si fece un gran silenzio. Fu
squadrato da capo a piedi e poi si cominciò a chiacchierare sotto voce,
finché pian piano i commenti non furono facilmente comprensibili. A suo
tempo, avevo messo in guardia l'operaio dicendogli che qualsiasi cosa
fosse successa non se la sarebbe dovuta prendere a male, giacché si
trattava di una scuola del tutto particolare, e gliene spiegai il
motivo. Vedere in cattedra uno che non riconoscevano quale maestro,
evidentemente non convinceva i bambini e quindi li infastidiva. Così,
prima ancora che l'operaio iniziasse a parlare di come si produce la
carta, si cominciò a protestare: <<Sor maè, ma che ce frega de
sapè come sé lavora>>, disse Beppe. <<A scola se deve da
venì pè imparà a scrive, nun a fa a carta>>, fece Roberto.
<<Che, devo fa er cartaro! Quanno so grande farò er pittore, come
mi padre!>>
Chi però passò la misura fù Sandro, che mi mise veramente in
imbarazzo, perché avevo paura che la cosa trapelasse fuori.
Sarebbe stato più facile in tal modo aggiungere alle critiche delle
prove concrete. <<Sor maè>>, disse, <<ma che ne sa
lui? Se n'ha fatto le scole, vor di ché ignorante come na cucuzza! Mbè!
Allora!>>, e si sedette soddisfatto della sua uscita, guardandosi
attorno per avere i consensi che non gli mancarono. L'operaio mi guardò
imbarazzato abbozzando un amaro sorriso, mentre gli alunni
sghignazzavano, come per rifiutare decisamente questa innovazione.
Sapevo che non dovevo perdere la calma e perciò anch'io sorrisi alla
battuta di Sandro, pregandolo di non esagerare e allo stesso tempo
precisando ancora quale era il compito dell'operaio. Dopo avremmo
scritto su quanto ascoltato. (...) <<Posso parla, sor maè?>>,
chiese Luciano.
<<Parla, avanti, ma non perdiamo tempo>>.
<<Mo' ce faccio venì mi padre e ce fa vede lui come se piallano
'e tavole>>.
Tutti risero, mentre io cominciavo a spazientirmi.
<<Se venisse non sarebbe mica male!>>, risposi.
<<Mo' anch'io>>, disse il nanetto, <<fo venì mi madre
pe' face vede come s'allevano 'e galline e i cuniji>>.
<<An vedi oh! A stronzoo! Iiih! Uh! Bum!>>.
<<Mo ce so' pure i cuniji!>>.
<<Beh, la smettiamo di fare dello spirito!>>,gridai seccato
alzandomi. Si fece silenzio e il cartaio cominciò a parlare un po'
imbarazzato. (...)
Un cielo dipinto di
blu
di Jean Ure
(E.Elle)
(...)All'epoca non avevamo la professoressa Rowe, e in quel caso fu
una vera fortuna. (...) La volta che Sara esordì scrivendo sul compito
la data sbagliata,
la Rowe la gelò proprio con un commento del genere. Eh, sì, il
sarcasmo è la sua miglior virtù.
Per esempio, ci chiama sempre, e sottolineo sempre, per nome: mai un
soprannome o un vezzeggiativo. La mia diagnosi e che, sotto sotto,
voglia evitare un atteggiamento troppo amichevole nei nostri confronti.
Dice la prof: - Voi non abbreviate il mio nome. Perché io dovrei
abbreviare il vostro?
A proposito della Rowe la nonna direbbe che <<abbaia, ma non
morde>>. Come se fosse facile, abbreviare la parola Rowe! Qualche
volta Sara la chiama Rosy, naturalmente a distanza di sicurezza, quando
non c'è pericolo che la prof possa sentire. Mi piace, la Rowe. E una
tipa in gamba, mi sta simpatica. E poi è corretta. Per lei gli alunni
sono tutti uguali, non ha un occhio di riguardo per qualcuno in
particolare, odia i favoritismi, usa con tutti lo stesso metro di
giudizio. Vorrei tanto che anche lei fosse invitata allo show dedicato
alla sottoscritta. C'è da dire che la mia prof non è una che si tira
indietro. L'anno scorso, per esempio, quando sono stata ammalata è
venuta a trovarmi. E stata una delle poche.
Quando l'ho raccontato a Sara, lei ha fatto la faccia disgustata e mi ha
garantito che se mai dovesse assentarsi da scuola per motivi di salute,
per nulla al mondo vorrebbe ricevere la visita della Rowe.
- Brr, quella ti fa gelare il sangue nelle vene! - ha detto. Invece è
stata molto carina con me, e per una volta ha lasciato a casa il suo
sarcasmo.
Mi ha regalato un bellissimo libro, una raccolta di foto che ritraggono
ballerine e ballerini famosi, più una foto cartolina di Darcey Bussel
con scritto sul retro <<guarisci presto>>.
Chi glielo ha detto che Darcey Bussel è la mia ballerina preferita?
Forse ha curiosato nel mio armadietto, e ha scoperto le foto che ho
appeso alle pareti.
Sarà, però rimane il fatto che ha comprato quella cartolina per me, e
solo per me. Nessun altro lo avrebbe fatto. E così mi sono resa conto
che la sua freddezza e la sua severità sono soltanto apparenti, come
Sara, che ride sempre e sembra che tutto le scivoli addosso mentre
invece non è così. (...)
Un regno di donne
Cechov
(...) Vennero poi gli alunni della scuola di cui ella era curatrice.
Avevano i capelli rasati e portavano delle bluse grigie come uniforme.
Il loro maestro, un giovanotto alto e ancora imberbe, col viso chiazzato
di rosso, visibilmente confuso, mise in fila gli alunni, i quali
cantavano senza sbagliare ma con voce sgradevole, stridula. Il direttore
della fabbrica (...) non era mai in buoni rapporti coi maestri, e senza
una ragione disprezzava e detestava il maestro che stava lì, a segnare
il tempo, agitandosi. Lo trattava con alterigia e villania,
ritardandogli gli onorari, inframmettendosi nel suo lavoro di maestro; e
perché se ne andasse, due settimane prima delle feste fu nominato
custode della scuola un lontano parente di sua moglie, un contadino
ubriacone, che non dava retta al maestro e gli diceva delle parolacce in
presenza degli scolari.
Anna Akìmovna sapeva tutto ciò, ma non poteva farci nulla (...). Volle
almeno incoraggiare il maestro, dirgli che era molto soddisfatta di lui;
ma quando, finito il canto, egli cominciò, tutto confuso, a scusarsi di
non so che cosa, e sua zia dandogli del tu lo condusse verso il tavolo,
si sentì annoiata e a disagio.
Dopo aver raccomandato di distribuire dolci ai bambini, sali nelle sue
stanze.
"In queste usanze festive c'è in fondo molta crudeltà," si
disse poco dopo, guardando dalla finestra i fanciulli che, andandosene
via intirizziti, si rimettevano camminando il soprabito. "Nei
giorni di festa ci si vuol riposare, e i poveri piccini, e il loro
maestro, e gl'impiegati, sono invece costretti a uscire col gelo, a fare
dei complimenti, a mostrarsi rispettosi e a disagio." (...)
Un ritratto
Federico Tozzi
Era maestra elementare. Aveva un rocchio di capelli che sarebbe
bastato almeno per due donne, rossi e grossi; il viso giallo, sparso di
lentiggini che pareva una pelle di sughero;
gli occhi strabici e con lo sguardo da bove; una bocca così larga che
non riesciva mai a chiuderla perché se tentava di farlo da un lato,
allora dall'altro lato le pendeva anche di più, tutta sgualcita. Il
naso schiacciato con due buchi fatti come due forellini da aghi. Le
spalle tirate in su, fin quasi alle orecchie; benché non fosse gobba.
I piedi enormi; quando camminava teneva i tacchi accanto e le punte in
fuora.
Aveva un sudore che si sentiva a parecchia distanza.
Era restata come istitutrice nell'educandato dove l'avevano accolta da
bambina.
Ma voleva essere la più elegante di tutte; e quasi ogni giorno,
perciò, aveva un vestito nuovo. Ella si teneva da molto; e soltanto al
direttore della scuola faceva gli occhi dolci. Allora posava la penna e
si metteva ad odorare i fiori che teneva lì preparati sul tavolino. Ma
la dolcezza dei suoi occhi non veniva fuori che a mezzo; ed ella alla
fine non ci riesciva più, il suo viso s'irrigidiva a metà di una
parola. Anche i fiori sembravano irrigidirsi entro la sua mano. Allora
ella si confondeva e si smarriva; credeva di essersi compromessa tanto
più che non riesciva a ricomporsi. Le veniva una saliva ai denti
cariati e sporchi. Poi impallidiva; e i fiori ricadevano sul tavolo.
Ella allora piangeva. Ma quando il direttore ripassava risorrideva tra
le lacrime mandandosi indietro quei capelli grossi come lo spago;
sentendo con angoscia, che una ciocca gliene ricadeva sempre su un
orecchio e che ormai non era più in tempo a riaggiustarsi. In quei
momenti credeva che avrebbe potuto essere amata; mentre quel viso giallo
sotto alle trecce rosse, certe trecce di canape greggia, faceva
schifo.
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