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  Maestri/22

1905, Stati Uniti

Un anno a Pietralata, Bernardini Albino  

Un cielo dipinto  di blu, Ure Jean

Un regno di donne, Cechov Anton Pavlovic

Un ritratto, Tozzi Federico

 

Un anno a Pietralata
Albino Bernardini 

(La nuova Italia)

(...) Il cartaio in cattedra.
Non riuscendo ad uscire con la classe dal muro di cinta che limitava il nostro spazio, ad un certo punto cominciai a far venire in classe qualcuno per trattare argomenti che potevano interessare i ragazzi. Ne parlai prima con loro più volte, l'accoglienza fu piuttosto fredda, contrariamente alle loro abitudini: si entusiasmavano, infatti, per qualsiasi cosa nuova. La discussione con persone estranee alla scuola non li attirava. Quando poi, dopo tanta fatica, riuscii a trovare un operaio disposto a venire a parlare di come si fabbrica la carta, sorse immediatamente un ostacolo: come farlo entrare in classe?
La scuola che dovrebbe essere centro di vita, e quindi strettamente legata, almeno per certi aspetti, alle attività della società che la circonda, veniva isolata come un penitenziario. Gli estranei, cioè tutti coloro che non erano maestri, alunni o persone di servizio venivano sempre guardati con una certa diffidenza, quasi portassero in seno a noi la zizzania più nefanda. Se le classi non fossero state raggruppate in un unico caseggiato, sarebbe stato più facile risolvere il problema; per giungere alla mia aula si doveva però passare in portineria, attraversare il corridoio e salire le scale: impossibile, quindi, giungerci senza una regolare autorizzazione. D'altronde l'esperienza mi diceva che anche questo mio tentativo sarebbe caduto nel vuoto, se avessi seguito la via della legalità.
Avrei corso il rischio di sentirmi ripetere lo stesso ritornello: "Ma lasci correre! Che importa a questi bambini di certe cose? Interessante è che in quinta sappiano scrivere una letterina senza errori e leggere senza balbettare. Crede forse che qualcuno dei suoi alunni possa seguire domani un corso superiore di studi? Anche se avesse tutte le capacità e la volontà, non lo potrebbe per via dell'organizzazione della scuola italiana. Tutte le sue iniziative, che per la verità sono lodevolissime, non c'è che dire, che magari andrebbero benissimo in una scuola del centro, qui le ritengo sprecate. Lasci perdere, non vada a caccia di guai!..."
Imboccai quindi la strada della clandestinità, l'unica che mi permettesse di realizzare il mio intento di introdurre a scuola l'operaio, con una scusa qualsiasi, e quindi fargli fare la lezione. Quando il cartaio entrò nell'aula, subito si fece un gran silenzio. Fu squadrato da capo a piedi e poi si cominciò a chiacchierare sotto voce, finché pian piano i commenti non furono facilmente comprensibili. A suo tempo, avevo messo in guardia l'operaio dicendogli che qualsiasi cosa fosse successa non se la sarebbe dovuta prendere a male, giacché si trattava di una scuola del tutto particolare, e gliene spiegai il motivo. Vedere in cattedra uno che non riconoscevano quale maestro, evidentemente non convinceva i bambini e quindi li infastidiva. Così, prima ancora che l'operaio iniziasse a parlare di come si produce la carta, si cominciò a protestare: <<Sor maè, ma che ce frega de sapè come sé lavora>>, disse Beppe. <<A scola se deve da venì pè imparà a scrive, nun a fa a carta>>, fece Roberto. <<Che, devo fa er cartaro! Quanno so grande farò er pittore, come mi padre!>>
Chi però passò la misura fù Sandro, che mi mise veramente in imbarazzo, perché avevo paura che la cosa trapelasse fuori.
Sarebbe stato più facile in tal modo aggiungere alle critiche delle prove concrete. <<Sor maè>>, disse, <<ma che ne sa lui? Se n'ha fatto le scole, vor di ché ignorante come na cucuzza! Mbè! Allora!>>, e si sedette soddisfatto della sua uscita, guardandosi attorno per avere i consensi che non gli mancarono. L'operaio mi guardò imbarazzato abbozzando un amaro sorriso, mentre gli alunni sghignazzavano, come per rifiutare decisamente questa innovazione. Sapevo che non dovevo perdere la calma e perciò anch'io sorrisi alla battuta di Sandro, pregandolo di non esagerare e allo stesso tempo precisando ancora quale era il compito dell'operaio. Dopo avremmo scritto su quanto ascoltato. (...) <<Posso parla, sor maè?>>, chiese Luciano.
<<Parla, avanti, ma non perdiamo tempo>>.
<<Mo' ce faccio venì mi padre e ce fa vede lui come se piallano 'e tavole>>.
Tutti risero, mentre io cominciavo a spazientirmi.
<<Se venisse non sarebbe mica male!>>, risposi.
<<Mo' anch'io>>, disse il nanetto, <<fo venì mi madre pe' face vede come s'allevano 'e galline e i cuniji>>.
<<An vedi oh! A stronzoo! Iiih! Uh! Bum!>>.
<<Mo ce so' pure i cuniji!>>.
<<Beh, la smettiamo di fare dello spirito!>>,gridai seccato alzandomi. Si fece silenzio e il cartaio cominciò a parlare un po' imbarazzato. (...)

Un cielo dipinto di blu
di Jean Ure 

(E.Elle)

(...)All'epoca non avevamo la professoressa Rowe, e in quel caso fu una vera fortuna. (...) La volta che Sara esordì scrivendo sul compito la data sbagliata,
la Rowe la gelò proprio con un commento del genere. Eh, sì, il sarcasmo è la sua miglior virtù.
Per esempio, ci chiama sempre, e sottolineo sempre, per nome: mai un soprannome o un vezzeggiativo. La mia diagnosi e che, sotto sotto, voglia evitare un atteggiamento troppo amichevole nei nostri confronti. Dice la prof: - Voi non abbreviate il mio nome. Perché io dovrei abbreviare il vostro?
A proposito della Rowe la nonna direbbe che <<abbaia, ma non morde>>. Come se fosse facile, abbreviare la parola Rowe! Qualche volta Sara la chiama Rosy, naturalmente a distanza di sicurezza, quando non c'è pericolo che la prof possa sentire. Mi piace, la Rowe. E una tipa in gamba, mi sta simpatica. E poi è corretta. Per lei gli alunni sono tutti uguali, non ha un occhio di riguardo per qualcuno in particolare, odia i favoritismi, usa con tutti lo stesso metro di giudizio. Vorrei tanto che anche lei fosse invitata allo show dedicato alla sottoscritta. C'è da dire che la mia prof non è una che si tira indietro. L'anno scorso, per esempio, quando sono stata ammalata è venuta a trovarmi. E stata una delle poche.
Quando l'ho raccontato a Sara, lei ha fatto la faccia disgustata e mi ha garantito che se mai dovesse assentarsi da scuola per motivi di salute, per nulla al mondo vorrebbe ricevere la visita della Rowe.
- Brr, quella ti fa gelare il sangue nelle vene! - ha detto. Invece è stata molto carina con me, e per una volta ha lasciato a casa il suo sarcasmo.
Mi ha regalato un bellissimo libro, una raccolta di foto che ritraggono ballerine e ballerini famosi, più una foto cartolina di Darcey Bussel con scritto sul retro <<guarisci presto>>.
Chi glielo ha detto che Darcey Bussel è la mia ballerina preferita?
Forse ha curiosato nel mio armadietto, e ha scoperto le foto che ho appeso alle pareti.
Sarà, però rimane il fatto che ha comprato quella cartolina per me, e solo per me. Nessun altro lo avrebbe fatto. E così mi sono resa conto che la sua freddezza e la sua severità sono soltanto apparenti, come Sara, che ride sempre e sembra che tutto le scivoli addosso mentre invece non è così. (...)

 

Un regno di donne
Cechov

(...) Vennero poi gli alunni della scuola di cui ella era curatrice. Avevano i capelli rasati e portavano delle bluse grigie come uniforme. Il loro maestro, un giovanotto alto e ancora imberbe, col viso chiazzato di rosso, visibilmente confuso, mise in fila gli alunni, i quali cantavano senza sbagliare ma con voce sgradevole, stridula. Il direttore della fabbrica (...) non era mai in buoni rapporti coi maestri, e senza una ragione disprezzava e detestava il maestro che stava lì, a segnare il tempo, agitandosi. Lo trattava con alterigia e villania, ritardandogli gli onorari, inframmettendosi nel suo lavoro di maestro; e perché se ne andasse, due settimane prima delle feste fu nominato custode della scuola un lontano parente di sua moglie, un contadino ubriacone, che non dava retta al maestro e gli diceva delle parolacce in presenza degli scolari.
Anna Akìmovna sapeva tutto ciò, ma non poteva farci nulla (...). Volle almeno incoraggiare il maestro, dirgli che era molto soddisfatta di lui; ma quando, finito il canto, egli cominciò, tutto confuso, a scusarsi di non so che cosa, e sua zia dandogli del tu lo condusse verso il tavolo, si sentì annoiata e a disagio.
Dopo aver raccomandato di distribuire dolci ai bambini, sali nelle sue stanze.
"In queste usanze festive c'è in fondo molta crudeltà," si disse poco dopo, guardando dalla finestra i fanciulli che, andandosene via intirizziti, si rimettevano camminando il soprabito. "Nei giorni di festa ci si vuol riposare, e i poveri piccini, e il loro maestro, e gl'impiegati, sono invece costretti a uscire col gelo, a fare dei complimenti, a mostrarsi rispettosi e a disagio." (...)

Un ritratto
Federico Tozzi

Era maestra elementare. Aveva un rocchio di capelli che sarebbe bastato almeno per due donne, rossi e grossi; il viso giallo, sparso di lentiggini che pareva una pelle di sughero;
gli occhi strabici e con lo sguardo da bove; una bocca così larga che non riesciva mai a chiuderla perché se tentava di farlo da un lato, allora dall'altro lato le pendeva anche di più, tutta sgualcita. Il naso schiacciato con due buchi fatti come due forellini da aghi. Le spalle tirate in su, fin quasi alle orecchie; benché non fosse gobba.
I piedi enormi; quando camminava teneva i tacchi accanto e le punte in fuora.
Aveva un sudore che si sentiva a parecchia distanza.
Era restata come istitutrice nell'educandato dove l'avevano accolta da bambina.
Ma voleva essere la più elegante di tutte; e quasi ogni giorno, perciò, aveva un vestito nuovo. Ella si teneva da molto; e soltanto al direttore della scuola faceva gli occhi dolci. Allora posava la penna e si metteva ad odorare i fiori che teneva lì preparati sul tavolino. Ma la dolcezza dei suoi occhi non veniva fuori che a mezzo; ed ella alla fine non ci riesciva più, il suo viso s'irrigidiva a metà di una parola. Anche i fiori sembravano irrigidirsi entro la sua mano. Allora ella si confondeva e si smarriva; credeva di essersi compromessa tanto più che non riesciva a ricomporsi. Le veniva una saliva ai denti cariati e sporchi. Poi impallidiva; e i fiori ricadevano sul tavolo. Ella allora piangeva. Ma quando il direttore ripassava risorrideva tra le lacrime mandandosi indietro quei capelli grossi come lo spago; sentendo con angoscia, che una ciocca gliene ricadeva sempre su un orecchio e che ormai non era più in tempo a riaggiustarsi. In quei momenti credeva che avrebbe potuto essere amata; mentre quel viso giallo sotto alle trecce rosse, certe trecce di canape greggia, faceva schifo.