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L'esclusa
Luigi Pirandello
(...) Era chiaro! Marta Ajala avrebbe occupato il posto di maestra
supplente nelle prime classi preparatorie del Collegio, solo perché
"protetta" del deputato Alvignani.
E vi fu, nei primi giorni, una processione di padri di famiglia al
Collegio: volevano parlare col Direttore. Ah, era uno scandalo! Le loro
ragazze si sarebbero rifiutate d'andare a scuola. E nessun padre, in
coscienza, avrebbe saputo costringerle. Bisognava trovare, a ogni costo
e subito, un rimedio. Il vecchio Direttore rimandava i padri di famiglia
all'Ispettore scolastico, dopo aver difeso la futura supplente con la
prova degli ottimi esami. Se qualche altra avesse fatto meglio, sarebbe
stata presa a supplire in quella classe aggiunta. Nessuna ingiustizia,
nessuna particolarità...
- Ma sì! -. Il cavalier Claudio Torchiara, ispettore scolastico, era
del paese e amico intimo di Gregorio Alvignani. A lui i reclami si
ritorcevano sotto altra forma e sotto altro aspetto. Voleva l'Alvignani
rendersi impopolare con quella protezione scandalosa? E invano il
Torchiara s'affannava a protestare che l'Alvignani non centrava né
punto né poco, che quella della maestra Ajala non era nomina
governativa. Eh via, adesso! Che sostenesse ciò il Direttore del
Collegio, TRANSEAT!, ma lui, il Torchiara, ch'era del paese; eh via!
Bisognava aver perduto la memoria degli scandali più recenti... Era
venuta dunque così dall'aria quella nomina dellAjala? E in coscienza se
il Torchiara avesse avuto una figliuola, sarebbe stato contento di
mandarla a scuola da una donna che aveva fatto parlare così male di
sé? Che fior di maestra per le ragazze!
(...) Ricominciò la guerra fin dal primo giorno di scuola.
Già le altre maestre del Collegio, oneste e brutte zitellone, se la
recarono subito a dispetto. Gesù, Gesù! un breve saluto, la mattina,
con le labbra strette, e via; un freddo, lieve cenno del capo, ed era
anche troppo! Un'onta per la classe delle insegnanti! Un'onta per
l'Istituto! Il mondo, sì, intrigo: per riuscire, mani e piedi! ma
onestamente, oh! anzi, onoratamente. E, sotto sotto, commentavano con
acre malignità il modo con cui il Direttore e gli altri professori del
Collegio fin dal primo giorno si erano messi a trattare l'Ajala; e
rimpiangevano quella cara maestra Flori che non avrebbero più riveduta.
La Flori: che pena! Riusciti vani i nuovi e più aspri reclami delle
famiglie, le ragazze (assentatesi per alcuni giorni dalla scuola
all'annunzio della nomina di Marta) cominciarono man mano a ripigliare
le lezioni; ma cattive, astiose, messe su evidentemente dai genitori
contro la nuova maestra. A nulla giovò l'affabilità con cui Marta le
accolse per disarmarle fin da principio; a nulla la prudenza e la
longanimità. Si sottraevano sgarbatamente alle carezze, si mostravano
sorde ai benevoli ammonimenti, scrollavano le spalle a qualche rara
minaccia; e le più cattive, nell'ora della ricreazione in giardino,
sparlavano di lei in modo da farsi sentire o, per farle dispetto,
accorrevano ad attorniare le antiche maestre e a carezzarle, piene di
moine e di premure, lasciando lei sola a passeggiare in disparte.
Ritornando a casa, dopo sei ore di pena, Marta doveva fare uno sforzo
violento su se stessa per nascondere alla madre e alla sorella il suo
animo esasperato. Ma un giorno, ritornando più presto dal Collegio,
accesa in volto, vibrante d'ira contenuta a stento, appena la madre e
Anna Veronica le domandarono che le fosse avvenuto, ella, ancora col
cappellino in capo, scoppiò in un pianto convulso.
Esaurita finalmente la pazienza, vedendo che con le buone maniere non
riusciva a nulla, per consiglio del Direttore s'era messa a malincuore a
trattare con un po' di severità le alunne. Da una settimana usava
prudenza con una di esse, ch'era appunto la figlia del consigliere
Breganze, una magrolina bionda, stizzosa, tutta nervi, la quale, messa
su dalle compagne, era giunta finanche a dirle forte qualche
impertinenza. - E io ho finto di non udire... Ma quest'oggi alla fine,
poco prima che terminasse la lezione, non ho saputo più tollerarla. La
sgrido. Lei mi risponde, ridendo e guardandomi con insolenza. Bisognava
sentirla! "Esca fuori!" "Non voglio uscire!"
"Ah! no!"
Scendo dalla cattedra per scacciarla dalla classe: ma lei s'aggrappa
alla panca e mi grida: "Non mi tocchi! Non voglio le sue mani
addosso!". "Non le vuoi? Via, allora, via! esci fuori!" e
fo per strapparla dalla panca. Lei allora si mette a strillare, a
pestare i piedi, a contorcersi. Tutte le ragazze si levano dalle panche
e le vengono intorno; lei, minacciandomi, esce dalla classe, seguita
dalle compagne. E' andata dal Direttore. Questi non mi dà torto in loro
presenza; rimasti soli, mi dice che io avevo un po' ecceduto; che non si
debbono, dice, alzar le mani su le allieve... Io, le mani? Se non l'ho
toccata! Alla fine però accetta le mie ragioni... Ma Dio, Dio; come
andare avanti così? Io non ne posso più! Il giorno appresso, intanto,
il padre della ragazza, il consigliere cavaliere ufficiale Ippolito
Onorio Breganze, andò a fare una scenata nel gabinetto del Direttore.
Era furibondo. L'obesità del corpo veramente non gli permetteva di
gestire come avrebbe voluto. Corto di braccia, corto di gambe, portava
la pancetta globulenta in qua e in là per la stanza, faticosamente,
facendo strillare le suole delle scarpe a ogni passo. Alzare le mani in
faccia alla sua figliuola? Neanco Dio, neanco Dio doveva permetterselo!
Lui, ch'era il padre, non aveva mai osato far tanto! Si era forse
tornati ai beati tempi dei gesuiti, quando s'insegnava a colpi di ferula
su la palma della mano o sul di dietro? Voleva pronta e ampia
soddisfazione! Ah sì, perrrdio! Se la signora Ajala aveva valide
protezioni e preziose amicizie, lui, il consiglierrr Breganze, avrebbe
reclamato riparazione e giustizia più in alto, più in alto (e si
sforzava invano di sollevare il braccino) - sissignore, più in alto! a
nome della Morale offesa non solo dell'Istituto, ma dell'intero paese.
E DRI DRI DRI - strillavano le scarpe. (...)
Lessico famigliare
Natalia Ginsburg
(Einaudi)
(...) - Mia madre gli raccontò un fatto che era successo al bambino
d'una sua amica, molti anni prima, ancora prima della guerra e prima
anche della campagna razziale. Questo bambino era ebreo, e i suoi
l'avevano messo alla scuola pubblica; avevano però chiesto alla maestra
di esentarlo delle lezioni di religione. Un giorno la sua maestra non
c'era in classe e c'era invece una supplente, che non era stata
avvertita e quando venne l'ora di religione, si meravigliò a vedere
quel bambino prendere la cartella e prepararsia uscire.
- Tu perché te ne vai? - chiese.
- Me ne vado, - disse il bambino, - perché io vado sempre a casa quando
c'è l'ora di religione.
- E perché? - domandò la supplente.
- Perché io - rispose quel bambino - non voglio bene alla Madonna.
- Non vuoi bene alla Madonna! - gridò scandalizzata la maestra. - Avete
sentito bambini? Non vuol bene alla Madonna!
- Non vuoi bene alla Madonna! non vuoi bene alla Madonna! - gridava ora
tutta la classe. I genitori s'erano trovati costretti a levare il
bambino da quella scuola. A Mario questa storia piacque immensamente.
Non finiva più di estasiarsene, e chiedeva se era proprio vera. -
Inaudito! - diceva battendosi la mano sul ginocchio. - Una cosa
inaudita!
Mia madre era contenta che la sua storia gli fosse tanto piaciuta; ma
poi si stancò di sentirlo ripetere che in Francia maestre cos¡ non
esistevano e non si potevano nemmeno pensare. (...)
Lettera a una
professoressa
Don Lorenzo Milani
(Libreria editrice
fiorentina)
(...) A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza
media come privatista. Il tema fu: "Parlano le carrozze
ferroviarie". A Barbiana avevo imparato che le regole dello
scrivere sono: aver qualcosa di importante da dire che sia utile a tutti
o a molti. Sapere a chi si scrive.
Raccogliere tutto quello ci serve. Trovare una logica su cui ordinarlo.
Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non
usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo...
...Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane
dell'arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la
pagina in bianco.
Oppure criticare il tema e chi me l'aveva dato. Ma avevo quattordici
anni e venivo dai monti. Per andar alle magistrali mi ci voleva la
licenza. Quel fogliuccio era in mano a cinque o sei persone estranee
alla mia vita e a quasi tutto ciò che amavo e sapevo. Gente disattenta
che teneva il coltello dalla parte del manico.
Mi provai dunque a scrivere come volete voi. Posso ben credere che non
ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini
esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni. Il compito di
francese era un concentrato di eccezioni. Gli esami vanno aboliti. Ma se
li fate, siate almeno leali. Le difficoltà vanno messe in percentuale
di quelle della vita. Se le mettete più frequenti avete la mania del
trabocchetto.
Come se foste in guerra coi ragazzi. Chi ve lo fa fare? Il loro bene? Il
loro bene no. Passò con nove un ragazzo che in Francia non saprebbe
chiedere nemmeno del gabinetto. Sapeva solo chiedere gufi, ciottoli e
ventagli sia al plurale che al singolare. Avrà saputo in tutto duecento
vocaboli e scelti col metro di essere eccezioni, non di essere
frequenti.
Il risultato è che odiava anche il francese come si potrebbe odiare la
matematica...
IL problema di geometria faceva pensare a una scultura della Biennale:
Un solido è formato
da una semisfera sovrapposta
a un cilindro
la cui superficie
è tre settimi di quella...-
Non esiste uno strumento che misuri le superfici. Dunque nella vita
non può accadere mai di conoscere le superfici e non le dimensioni. Un
problema così può nascere solo nella mente di un malato. Nella Nuova
Media queste cose non si vedranno più.
I problemi partiranno "da considerazioni di carattere
concreto"
Difatti la Carla quest'anno alla licenza ha avuto un problema moderno a
base di Caldaie: "Una caldaia ha la forma di una semisfera
sovrapposta ..."
E di nuovo si parte dalle superfici. Meglio un professore all'antica,
d'uno che crede di essere moderno perché ha cambiato le etichette.
Il nostro era all'antica.
Fra l'altro gli successe che nessuno dei suoi ragazzi riuscì a
risolvere il problema. Dei nostri se la cavarono due su quattro.
Risultato: ventisei bocciati su ventotto.
Lui raccontava in giro che gli era toccata una classe di cretini. (...)
Lidya la regina
della terra promessa
Uri Orlev
(Salani)
(...) Non avevo problemi con gli adulti, a parte Leah. Mi piaceva
Dina, e anche David era un bravo insegnante. Andavo d'accordo con
l'insegnante di ginnastica, forse perché ero la migliore nel salto in
lungo. Ma la mia preferita era Hannah, la maestra d'inglese.
Grazie a Mister Lupo conoscevo l'inglese meglio degli altri bambini,
tanto che all'inizio mi annoiavo in classe e davo fastidio a tutti. Ogni
volta che Hannah mi diceva qualcosa, io le rispondevo facendo qualche
battuta, finché un giorno mi chiese di fermarmi dopo la lezione.
"Vorrei fare due chiacchiere con te" mi disse in inglese.
Ero convinta che non sapesse una parola in ebraico, ma in seguito
scoprii che lo parlava benissimo, ma preferiva rivolgersi ai suoi alunni
in inglese. Anche in quell'occasione mi parlò in inglese, pronunciando
parole e frasi molto semplici. Guardandola da vicino mi accorsi che
aveva occhi azzurri, molto luminosi, e il collo pieno di rughe.
Credeva che io fossi una ragazza di città che si trovava in pensione al
kibbutz, e quando le spiegai che mia madre era in Romania ma sarebbe
arrivata al più presto, mi lanciò un'occhiata penetrante. Non mi
chiese nulla di mio padre. "La mamma deve andare in Turchia, e
forse gli inglesi la lasceranno passare". "Io sono
inglese" sospirò Hannah.
"Come mai hai un nome ebraico?"
Mi spiegò che il suo vero nome era Ann, e che non era affatto ebrea.
"Ma allora perché... " Non finii la domanda. Mi venne in
mente che poteva sembrare maleducato chiederle per quale motivo gli
inglesi non lasciavano entrare gli ebrei in Palestina, o cosa ci faceva
lei nel paese, visto e considerato che mi aveva chiamata per una
ramanzina.
Hannah sembrò essersi dimenticata che doveva sgridarmi, e si mise
invece a spiegarmi cosa l'aveva portata in Palestina. Anche se mi
sfuggì qualcosa, riuscii a capire che suo marito era un ufficiale
dell'esercito inglese, e lei non aveva voluto restare da sola a Londra.
Gli Ebrei, la Terra Santa e la vita nei kibbutz l'avevano sempre
interessata, e quello era il motivo per cui si era offerta volontaria
per insegnarci l'inglese.
"Senza essere pagata?" le chiesi, per essere sicura del
significato della parola volontaria.
"Senza essere pagata".
Avrei voluto chiederle se aveva figli, ma riuscii a controllarmi e le
domandai invece cosa faceva suo marito.
"E' un ufficiale dell'esercito inglese. Te l'ho già detto, ma
forse non hai capito".
"No, ho capito. Voglio solo sapere cosa fa nell'esercito".
"Mio marito fa parte di un'unità così speciale che non so nemmeno
di cosa si tratti. Viene a casa raramente, e non abbiamo figli. Per
questo mi piace tanto venire qui a insegnare. Amo il mio lavoro, anche
se a volte una certa bambina è un po' insolente"
aggiunse sorridendo.
Fece una pausa, e stavo per scusarmi quando lei riprese: "E tu dove
lavori, qui al kibbutz?"
Le raccontai dell'angolo della natura, di quanto mi piaceva dar da
mangiare agli animali e di come non mi dava fastidio pulire gabbie e
recinti.
"Senti la mancanza di tua madre? "
"Ogni tanto. A volte mi manca tantissimo, soprattutto dopo che ho
litigato con qualcuno, altre volte invece mi dimentico che sono qui da
sola".
"Io sento terribilmente la mancanza dei miei genitori, e sono anche
molto preoccupata per loro".
"I tuoi genitori vivono a Londra?"
"Sì. Sono molto anziani e molto cari".
Non avrei mai immaginato che una persona grande come Hannah potesse
avere ancora i genitori.
"Perché sei preoccupata?"
"Per via delle incursioni aree tedesche. Forse non lo sai, ma i
tedeschi continuano a bombardare Londra".
Non lo sapevo. Da quel giorno in poi, non vedevo l'ora che arrivassero
le lezioni di inglese. Hannah mi nominò sua assistente, e alla fine
della lezione l'accompagnavo nella sala riservata agli insegnanti.
Avevamo inglese la domenica e il mercoledì. La domenica era appena
prima dell'intervallo, e poiché la sala professori era vicina alla
nostra aula, ci fermavamo a metà strada per chiacchierare.
La lezione del mercoledì era invece l'ultima della giornata, e dopo
accompagnavo Hannah alla fermata dell'autobus, restando a farle
compagnia. In quelle occasioni avevamo un sacco di tempo per parlare, e
io le raccontavo tutte le mie storie della Romania, le gite in montagna,
le vacanze con Mihai e Ion, le mie governanti, Marioara, Mister Lupo e
il modo in cui mi ero liberata di lui, e Adriana che correva sempre
dalla mamma.
Le parlai anche delle bambole, dei matrimoni e dei funerali che
organizzavo con loro, e delle cerimonie che servivano a dichiarare
qualcuno mio nemico ufficiale.
"Sai" mi spiegò Hannah, "In Africa e in altri posti
lontani ci sono delle tribù che fanno la stessa cosa quando vogliono
uccidere un nemico, o vincere una guerra. Esiste persino una cerimonia
chiamata VOODOO nel corso della quale si prende una bambola che
rappresenta il nemico e si finge di ucciderla. Questo significa che
anche il nemico morirà".
"E poi muore davvero"?
"Non lo so"! Hannah scoppiò a ridere. "Io non volevo
uccidere sul serio Leah."
Un'altra volta mi chiese se mi piaceva la scuola. Prima d'allora non mi
ero posta una domanda del genere.
"Sì" le risposi, dopo averci pensato sopra.
"Io credo che qui i bambini siano abbastanza felici. Vorrei aver
frequentato una scuola come questa"! (...)
L'obbedienza non è
più una virtù
Don Lorenzo Milani
(Libreria editrice
fiorentina)
(...) La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c'era
solo una scuola elementare. Cinque classi in un'aula sola. I ragazzi
uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e
disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la
loro elevazione civile e non solo religiosa.
Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero
consiste in una scuola. Quelli che stanno in città usano meravigliarsi
del suo orario. Dodici ore al giorno, 365 giorni l'anno. Prima che
arrivassi io i ragazzi facevano lo stesso orario (e in più tanta
fatica) per procurare lana e cacio a quelli che stanno in città.
Nessuno aveva da ridire. Ora che quell'orario glielo faccio fare a
scuola dicono che li sacrifico.
(...) Riceviamo le visite insieme.
Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta.
Scriviamo insieme. (...)
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