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Dubròvski
Puskin
(...) Il giovane attaccò discorso col viaggiatore in francese.
- Dove vi state recando?, gli domandò.
- Nella città più vicina - rispose il francese - e da lì mi dirigerò
da un proprietario, che mi ha assunto per corrispondenza come maestro.
Pensavo di arrivare oggi stesso sul posto, ma il signor mastro di posta
pare abbia stabilito altrimenti. In questo paese è difficile procurarsi
dei cavalli, signor ufficiale.
- E da quale dei proprietari locali siete stato assunto? - chiese
l'ufficiale.
- Dal signor Troekùrov - rispose il francese.
- Da Troekùrov? E chi è questo Troekùrov?
-Ma foi, mon officier... non ne ho sentito parlare un granché bene.
Dicono che è un signore fiero e bizzoso, crudele nel modo di trattare
la gente di casa, che nessuno riesce ad andarci d'accordo, che tutti
tremano al suo nome, che con i maestri (avec les outchitels) non fa
complimenti e ne ha già frustati due a morte.
- Per carità! E voi avete deciso di farvi assumere da un simile
mostro?.
- Che devo fare, signor ufficiale?
Mi offre un buon stipendio, tremila rubli all'anno, vitto e alloggio.
Può essere che io sia più fortunato degli altri. Ho una mamma vecchia,
le manderò metà dello stipendio per il suo mantenimento; col resto del
denaro posso accumulare un piccolo capitale, sufficiente per la mia
futura indipendenza, e allora bonsoir, partirò per Parigi e mi darò
alle imprese commerciali. (...)
- Vi conosce qualcuno a casa di Troekùrov? - domandò.
- Nessuno - rispose il maestro. - Mi ha fatto venire da Mosca attraverso
un suo amico, al quale ero stato raccomandato dal suo cuoco, mio
connazionale. Dovete sapere che io non avevo l'intenzione di fare il
maestro, ma il pasticciere; mi dissero però che nel vostro paese la
professione di maestro era infinitamente più redditizia... (...)
Emma
Jane Austen
(...) Mrs. Goddard era maestra d'una scuola - non d'un educandato, o
d'un istituto (...) - ma d'un vero e proprio onesto convitto all'antica,
in cui una ragionevole
quantità di cognizioni era venduta a un prezzo ragionevole, e dove si
potevano mandare le ragazze perché si levassero dai piedi e a forza di
sgobbare si conquistassero un po' d'istruzione, senza correre il
pericolo di tornare a casa prodigi. La scuola di Mrs. Goddard godeva
alta stima e molto meritatamente poiché Highbury
era considerata un sito particolarmente salubre: Mrs. Goddard aveva una
casa e un giardino assai vasti, dava alle bambine un vitto sano e
abbondante, le faceva scorrazzare attorno un bel po' durante l'estate, e
nell'inverno medicava con le proprie mani i loro geloni. Nessuna
meraviglia, quindi, che una coda di venti coppie di giovinette le
andasse ora dietro in chiesa.
Era un tipo di donna materna, senza bellezza, che aveva lavorato
indefessamente da giovane, e ora riteneva di potersi concedere di tanto
in tanto la vacanza d'una visita all'ora del tè... (...)
Forte come la morte
Guy De Maupassant
(...) La prozia di Wopsle teneva una scuola serale nel villaggio;
vale a dire, era una vecchia ridicola, di mezzi limitati e illimitati
acciacchi, che si addormentava tutte le sere dalle sei alle sette alla
presenza di bambini che pagavano due pence a testa la settimana, per
avere l'opportunità di migliorarsi vedendola dormire. Era affittuaria
di una casetta di cui Wopsle occupava il primo piano; noi scolari lo
sentivamo leggere nella sua stanza in modo austero e grandioso, e di
tanto in tanto picchiare sul soffitto. Era in uso la finzione di un
esame cui Wopsle sottoponeva gli allievi ogni tre mesi. Ciò che faceva
in quelle occasioni, consisteva nell'arrotolarsi i polsini,
scompigliarsi i capelli e declamarci l'orazione di Marcantonio sul corpo
di Cesare, seguita regolarmente dall'Ode sullepassioni di Collins; lo
veneravo soprattutto nella parte di Vendetta che getta a terra con
fragore la spada insanguinata e afferra con furia la tromba foriera di
guerra. (...)
Nella stessa stanza, oltre all'Istituzione Pedagogica, vi era anche un
piccolo emporio. La prozia di Wopsle non aveva la minima idea di quale
merce disponesse, né quale fosse il prezzo di ogni singolo articolo;
conservato in un cassetto, vi era però un taccuino bisunto che fungeva
da listino dei prezzi, e grazie a quell'oracolo Biddy regolava tutte le
transazioni commerciali. Biddy era la nipote della prozia di Wopsle
(...)
Il piano educativo o Corso della scuola si può riassumere come segue.
Gli scolari mangiavano mele e si ficcavano pagliuzze nella schiena,
sinché la prozia di Wopsle radunava l'energia necessaria per
raggiungerli barcollando e colpirli indiscriminatamente con una verga di
betulla.
Accolta la carica con ogni possibile beffa, gli scolari si mettevano in
fila, e in un continuo brusio si passavano di mano in mano un libro
sgangherato.
Conteneva un alfabeto, un po' di numeri, qualche tabella, un piccolo
sillabario - o per meglio dire, li aveva contenuti un tempo. Non appena
il libro iniziava a circolare, la prozia di Wopsle cadeva in uno stato
di coma, dovuto al sonno o a un accesso reumatico. A quel punto gli
scolari entravano in competizione esaminandosi a vicenda in materia di
scarpe, per accertare chi riuscisse a pestare quali piedi con più
forza.
Quest'esercitazione mentale durava sinché Biddy non si avventava su di
loro distribuendo tre Bibbie malconce (che dalla forma parevano
maldestramente ritagliate dalla tozza estremità di qualcos'altro)
stampate, al loro meglio, nel modo più illeggibile che da allora mi sia
mai capitato di vedere in una qualsiasi curiosità letteraria,
macchiettate di ruggine, cosparse di segni lasciati da svariati
esemplari del mondo degli insetti spiaccicati tra le pagine.
Questa parte del Corso veniva solitamente ravvivata da numerosi corpo a
corpo tra Biddy e gli scolari più caparbi. Finiti gli scontri,
annunciava il numero di una pagina
e allora leggevamo ad alta voce ciò che potevamo - o non potevamo - in
un coro spaventoso; era Biddy a dirigere con voce acuta e monotona,
mentre nessuno di noi aveva la minima idea di cosa stesse leggendo, o
dimostrava la minima riverenza. Quando l'orribile frastuono si era
protratto per un po', automaticamente svegliava la prozia di Wopsle, che
barcollava verso un bambino a caso e gli tirava le orecchie.
Era questo il segnale della fine del Corso per quella sera, e noi
uscivamo all'aperto con urla di vittoria intellettuale.
Va detto comunque che non veniva impedito l'uso, da parte degli scolari,
di lavagne o persino dinchiostro (quando ce n'era), anche se non era
facile coltivare quel ramo del sapere d'inverno, a causa dell'unica
desolata candela di sego senza smoccolatoio, che illuminava fiocamente
il piccolo emporio dove si faceva lezione - e che fungeva anche da
salotto e camera da letto della prozia di Wopsle. (...)
Gli ultimi della
classe
Paola Tavella
(Mondadori)
(...) Quando Davide stava per compiere quindici anni, a scuola hanno
deciso di organizzargli una festa. Nonostante sia uno di quelli che
Nerone, per fare onore al suo nome, minaccia ogni tanto di versarlo nel
Vesuvio, e abbia una spiccata propensione al danneggiamento doloso, si
fa amare da tutti. È lungo e biondo con gli occhi che ridono. Occhi che
sono stati una rivelazione, perché quando è arrivato, a ottobre,
guardava sempre in basso. La sua insegnante e tutore, Greta, è l'unica
a scuola a essere alta quanto lui. Ora che è quasi primavera si siedono
insieme nel prato, attenti a non finire nella spazzatura e sulle
ortiche, con l'atlante aperto sulle ginocchia.
Ogni tanto ridono fino alle lacrime, chissà di che. Davide è incapace
di concentrarsi per più di dieci minuti anche quando le cose gli
piacciono. Ma segue Greta ovunque lei lo voglia portare. In piscina per
imparare a nuotare, a Pompei a vedere gli scavi, al corso di
canottaggio. Persino dal dentista.
La mattina della festa Greta arriva con la torta, un girello alla crema
di mitica bontà che fa con le sue mani. Lo decora con lenti di
cioccolato, comincia ad andare avanti e indietro dalla cucina alla porta
e a chiedere se hanno visto Davide, come mai ancora non è a scuola.
Entra Antonia insieme a una folata di burro fritto, ha preparato i
pop-corn e si lamenta che lei e la sua automobile puzzano tremendamente.
Entra Chiara, l'insegnante dei più piccoli, che doveva comperare le
bibite, e, infatti, eccole. Caterina sfoggia uno dei suoi rari, luminosi
sorrisi, ha un regalino per Davide, un braccialetto di cuoio con il
nome. Intanto le dieci e il festeggiato non c'è.
A Gisella viene in mente che forse Davide non ha mai avuto un'autentica
festa di compleanno in vita sua, non sa bene cosa aspettarsi e quindi
sarà in qualche punto imprecisato fra casa e scuola a mangiarsi le
unghie, senza andare ne avanti ne indietro.
Costernazione generale: come hanno potuto essere così sceme da non
pensarci?
E poi c'è la faccenda del padre, dice Caterina. Dopo sette anni di
carcere torna a casa. Da quando è arrivata la notizia, Davide è
agitato. Gli ho chiesto che cosa aveva, racconta Greta. Ha paura, dice,
che suo fratello Pino venga mandato in guerra contro la Serbia. Ma il
fratello fa il poliziotto, in guerra contro la Serbia i poliziotti non
ci vanno. Una cosa del genere lo sanno perfino a casa di Davide. Lo
sapete che non è mai voluto andare a Poggioreale dal padre? Gli ha
mandato delle fotografie e gli ha scritto una lettera per Natale:
<<Caro padre, spero che sarai libero quando compirò quindici
anni. Sarai molto orgoglioso perché sono molto cresciuto in muscoli e
altezza. Faccio canottaggio con Davide Tizzano, che si chiama come me ed
è un grandissimo campione. Sono stato in barca a vela con lui davanti a
Nisida. Ora ti saluto perché devo andare.
Il tuo caro figlio Davide>>.
L'ha ricopiata sul quaderno di italiano. Forse non l'ha mai spedita.
Dalla stanza Spassatiempo arriva un gran chiasso. Segno che l'impazienza
cresce. I ragazzi vogliono i pop-corn, e le coca-cole, il girello,
insomma la festa. E il festeggiato.
<<Se non arriva lo vado a cercare cò ò mezzo>> dice Peppe,
dove ò mezzo è il motorino, che peraltro Peppe non ha. Alle dieci e
mezzo Davide viene avvistato, anche fuori del recinto della scuola.
Chiacchiera con il venditore di sigarette. Perde tempo. Greta parte per
recuperarlo e, non si sa come, lo attira dentro.
Entra e si sente un boato. Tutti urlano, saltano, gli tirano le orecchie
e lo baciano. Lui resta in piedi nell'atrio, immobile e come rassegnato,
una specie di idolo assalito da ogni lato. La vista della torta con le
decorazioni e le candeline lo lascia di sasso <<E per il
compleanno mio?>> chiede a destra e a manca. Anche sua madre è
stata avvertita e invitata e ha portato i fratelli - Silviuccio, il
piccolo, e Pino, che è a licenza a casa - e sua nonna, Ninetta. Il
nonno sarebbe venuto, e ha anche provato a muoversi, ma se mette giù le
gambe urla dal dolore. I familiari di Davide vengono fatti accomodare
nella stanza Spassiatempo, vicino al ragazzo.
Sono seduti in semicerchio, serviti e riveriti come a una festa nuziale
di paese. Quando le candeline sono spente, e il dolce mangiato è
complimentato, la madre e la nonna vengono gentilmente sospinte verso
l'automobile e spedite a casa. Così si può ballare.
Caterina accompagna Ninetta fino all'automobile e la aiuta a sedersi.
Le chiede come va. Ninetta si preme il fazzoletto sulla bocca e scuote
la testa. <<Hai visto con i tuoi occhi>> dice. Ieri il
vecchio, che sta a letto con la finestra aperta sulla strada, ha
adocchiato Caterina passargli davanti e ha chiesto a Ninetta, sua moglie
di uscire a chiamarla. Si conoscono bene, abitano a pochi passi da
vent'anni, le loro vite si sono intrecciate molte volte. Il vecchio sta
morendo, Ninetta lo sa e non lo vuole sapere. Lo rimbrotta, perché
fuma, perché non vuole andare all'ospedale, perché non prova nemmeno
ad alzarsi. Faceva il ferroviere, uno di quelli che sostituivano a
giornata i malati o le vittime degli incidenti sul lavoro. Allora nei
vagoni dei treni c'era l'amianto e adesso quello lo uccide. È stata
comunista sempre, negli anni trenta, negli anni Cinquanta, quando i
padroni assoldavano malamente perché venissero nel basso a sfasciargli
tutto. Caterina lo ha conosciuto nel 70 quando è arrivata qui dalla
Valtellina, fresca sposa di Nerone. Hanno fatto insieme le lotte nel
quartiere. Era un uomo indomito, sempre in prima fila. Caterina ricorda
perfettamente com'era il basso a quei tempi. Due stanze e mezzo, e una
era la cucina, ci vivevano in dodici e facevano i turni per sedersi a
mangiare. Il gabinetto era fuori, nel cortile, in comune con un'altra
famiglia. Adesso i figli hanno comprato anche i locali a fianco,
allargato, imbiancato, costruito un bagno enorme, con un intera parete
di specchio. Mi hanno messo una macchina del gas a sei fuochi, ha detto
Ninetta, ma è troppo tardi. "Non cucino quasi più, siamo rimasti
soli. È nello specchio mi schifo a guardarmi, ormai sono una vecchia
senza i denti." Piuttosto le piace il cassettone con le cornici e
le foto dei figli e dei loro bambini. Ha fatto con Caterina il conto di
quanti nipoti ha. Sono diciassette. O ne dimentica qualcuno?
Quelli che non dimentica sono i morti ammazzati. Al marito di Lina, la
maggiore, hanno sparato per la strada. Nanni invece, che era proprio
figlio a lei, è scomparso nel nulla cinque anni fa. Ho lasciato quattro
piccirilli, uno ancora in grembo alla madre. Si era messo in mente di
fare il miliardo, dice il vecchio. E pensare che lui aveva voluto che i
figli stesero lontani dall'amianto, ma diventassero lo stesso operai
specializzati.
"Lavoriamo il vetro." Poi è arrivata la droga - ma lui la
chiama 'a fetenzia - e con quella i soldi facili. Sembrava che tutto
fosse a portata di mano, che lavorare non servisse più, che lui era
stato solo uno scemo.
"Speriamo che veda tornare Luciano, almeno," ha detto Ninetta
a Caterina sulla porta. Luciano è la luce degli occhi suoi, a
quarant'anni è rimasto un guaglione e perfino la galera non l'ha
cambiato, non l'ha cresciuto. Veniva a casa e si sedeva con il padre, lo
stava a sentire mentre raccontava dei tedeschi e degli americani, dei
fascisti e dei partigiani. Storie che nessuno vuole più sapere, ma a
Luciano piacciono. Luciano 'a fetenzia non l'ha mai toccata, è stato
dentro per una vecchia storia di sigarette, forse ha taciuto per coprire
a qualcun altro. E pensare che era fabbro, abitava all'ultimo piano,
dalla finestra vedeva pure il mare, d'estate sentiva le voci dei bambini
che giocavano sulla spiaggia. Poi ha gettato tutto al vento.
Normale qui che da giovani si faccia un po' i mariuoli. Ma chi ha la
testa sul collo nel frattempo imparava un mestiere e quando si sposa o
fa il guaio con una ragazza e arriva un bambino inaspettato smette.
Smette di fare il contrabbando, smette di arrangiarsi, di andare in giro
con gli amici. Piano piano cerca di togliersi dal giro e di farsi
bastare quello che ha. Luciano invece non ha mai capito come vanno le
cose. Sempre a correre con le macchine, a montare e smontare, a
trafficare roba non sua.
Luciano è il padre di Davide. Quando Davide era alla scuola elementare
nella classe di Nerone, naturalmente, perché da lui finiscono tutti i
bambini che nessun altro si tiene, Luciano era sempre disponibile a dare
una mano. Passava un pomeriggio a montare il palco per la recita di
Natale o a saldare le ruote a un carretto che serviva per giocare.
Caterina saluta ancora una volta Ninetta e chiude delicatamente la
portiera. Fa un giro davanti alla scuola. A casa sua coltiva un giardino
e pure un orto e vedere questo pezzetto di verde invaso dalle ortiche e
dalla spazzatura le fa andare la giornata di traverso.
Si fa strada tra i rifiuti e raccoglie un po' d'erba di muro. Se la
strofina sulle giunture dei polsi e delle mani che fanno male. Al suo
paese si dice che è miracolosa per i dolori. Dalle finestre aperte
della stanza Spassatiempo arriva una tarantella e comincia a
canticchiare senza accorgersene.
Rosy, la maestra di danza delle ragazze, ha portato un mangianastri e
dei dischi di canzoni napoletane. Dalle copertine di cd artigianali
occhieggiano cantanti impomatati e improbabili, ma i ragazzi vanno in
delirio soprattutto per Maria Nazionale, che a Napoli è una celebrità
da Fan Club ed è considerata pure una bellissima guagliona.
<< Putesse andà in galera pè Maria Nazionale>> fa Ciro,
romantico, appena si sentono le prime note di The best of Maria.
Dapprima ballano ognuno per conto suo. Poi un po' i maschi con i maschi
e le femmine con le femmine, tenendosi d'occhio senza parere. Alla fine
è Ciro che tenta la sorte con Nunziata di cui è innamorato pazzo. È
opinione comune che anche lei abbia un debole per lui, ma lo consideri
assai al di sotto delle sue possibilità. Accetta, ma ritiene suo
preciso dovere fumare distrattamente mentre lui la abbraccia e si
dondola da una gamba all'altra. Ciro è contento lo stesso, e grida
<Professore, vi amo> alle insegnanti che gli passano vicino nella
confusione della festa. (...)
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