home menu biografia libri rom altipiano carapigna
maestri biblioteca shoah ebraica benzi scrittori cerca libro

                                                                        

  Maestri/21

1911, Australia

Si chiamava Friedrich, Richter Hans Peter  

Storie allegre, Collodi - Lorenzini Carlo

Tom Sawyer, Twain Mark

Tra insegnamento e filosofia, su Wittgenstein  

 

Si chiamava Friedrich
Hans Peter Richter 

(Piemme)

(...) Il maestro
(...) La campanella della scuola suonò, e dopo l'ultimo squillo il maestro Neudorf chiuse il libro e si alzò. Lentamente, con aria pensierosa, venne verso di noi, schiarì la voce e disse: - La lezione è finita. Ma restate ancora un po'; vorrei raccontarvi qualcosa. Chi non ha voglia di ascoltare, però, può andarsene a casa. Ci guardammo l'un l'altro con aria interrogativa, mentre il maestro andava verso la finestra, dandoci le spalle. Tirò fuori la pipa dalla tasca della giacca e cominciò a riempirla, guardando gli alberi nel cortile della scuola. Noi preparammo rumorosamente le cartelle e gli zaini, ma nessuno lasciò la classe, e restammo in attesa. Il maestro accese meticolosamente la sua pipa e, con evidente piacere, mandò ampie boccate di fumo a infrangersi contro i vetri. Poi si voltò, diede un'occhiata ai banchi e si accorse che erano ancora occupati.
Così ci fece un cenno con la testa, sorridendo.
Noi restammo in silenzio, con gli occhi puntati su di lui, mentre dal pianerottolo veniva il rumore delle altri classi che uscivano. In una delle ultime file qualcuno strisciava i piedi per terra. Il maestro andò verso la prima fila e sedette su uno dei banchi
Aspirando dalla pipa, ci guardava uno per uno, soffiava il fumo sopra le nostre teste, verso la finestra. Finalmente cominciò a parlare, con voce bassa e tranquilla: - Avete sentito parlare molto degli ebrei, in questi ultimi tempi, non è vero? Oggi voglio parlarvene anch'io.
Noi annuimmo e ci chinammo in avanti per ascoltare meglio. Alcuni appoggiarono il mento sulle cartelle: non si sentiva un fiato. Il maestro Neudorf soffiò una nuvola nera di fumo, verso il soffitto e ricominciò. - Duemila anni fa gli ebrei vivevano nella terra che oggi si chiama Palestina e che loro chiamano Israele. La regione era sotto il dominio dell'Impero Romano, ma gli ebrei non volevano piegarsi agli stranieri e si ribellarono.I Romani domarono la rivolta e nel 70 D. C. distrussero il tempio di Gerusalemme e mandarono i ribelli in esilio, in Spagna o sul Reno. Una generazione dopo ci fu un'insurrezione, e questa volta i romani rasero al suolo Gerusalemme: gli ebrei dovettero fuggire, oppure furono cacciati e si sparpagliarono in tutti i paesi, dove si guadagnarono stima e rispetto. E poi ci furono le Crociate. I musulmani avevano conquistato la Terra Santa ed impedivano l'accesso ai luoghi sacri dei cristiani. Schiere di predicatori chiesero la liberazione del Santo Sepolcro, e migliaia di entusiasti si imbarcarono per la Palestina.
Ma ci fu chi disse: "Gli infedeli non vivono solo in Terra Santa, ce ne sono anche in mezzo a noi!" Così cominciò la persecuzione degli Ebrei: chi si rifiutava di farsi battezzare, veniva torturato oppure ucciso. Centinaia di ebrei si tolsero la vita per sfuggire alla conversione forzata o al massacro. Chi poteva fuggire, fuggì. E quando terminò la persecuzione, re e principi impoveriti gettarono in prigione i loro sudditi ebrei e li fecero giustiziare senza processo, per impadronirsi delle loro proprietà. Gli ebrei dovettero fuggire di nuovo, stavolta verso est. Trovarono un nuovo rifugio in Polonia e in Russia, ma nel secolo scorso cominciarono a torturarli e a perseguitarli anche là. Chiunque fosse di religione ebraica doveva vivere in quartieri chiusi, chiamati ghetti, e non gli era possibile recitare un mestiere "rispettabile" (per esempio quello dell'artigiano) o possedere casa e terra. Le uniche attività erano il commercio e "il prestito di denaro".
Il maestro Neudorf mise la sua pipa ormai spenta nella scanalatura per le penne, e senza parlare scese dal banco e si mise a passeggiare per la classe; prima di riprendere il racconto, si pulì gli occhiali.
- Il vecchio testamento dei cristiani è anche la Sacra Scrittura degli Ebrei, che chiamano Thorà, ossia "dottrina". In questo libro è scritto quel che Dio ha detto a Mosè, e in un'altra opera importante, il Talmud (che vuol dire "insegnamento"), gli Ebrei hanno stabilito in che modo bisogna interpretare la Thorà. Gli Ebrei molto osservanti seguono quelle regole ancora oggi, ma non è facile! Esse vietano, per esempio, di accendere il fuoco il sabato, o di mangiare carni di animali impuri, come il maiale. Nella Thorà è predetto il destino degli Ebrei: se infrangono i comandamenti di Dio, vengono perseguitati e devono fuggire. Ma il popolo ebraico continua a sperare che il Messia venga e lo riconduca alla Terra Promessa e lì fondi il suo Regno. Convinti che Gesù non fosse il vero Messia, ma un impostore come tanti altri, gli Ebrei lo hanno crocifisso. E molti cristiani che non sono riusciti a perdonare, sono pronti a credere le cose più insensate sul conto degli Ebrei. Alcuni non vedono l'ora di perseguitarli come un tempo. Per costoro, gli Ebrei rimangono stranieri, estranei di cui diffidare, ma è solo perché non li conoscono, che pensano tante cose cattive sul loro conto. Noi eravamo attentissimi, e il silenzio era tale che si sentivano scricchiolare le suole delle scarpe del maestro. Tutti lo guardavano; solo Friedrich si guardava le mani. - Così gli Ebrei sono costretti a vivere nel continuo terrore di essere tormentati e perseguitati, (...) e di dover fuggire dalle loro case abbandonando tutto ciò che possiedono, o comprandosi col denaro la libertà e la vita... C'è una cosa che perfino i nemici degli ebrei devono riconoscere: sono un popolo forte! Come avrebbero fatto, altrimenti, a sopravvivere a duemila anni di persecuzioni?
Se oggi o domani vi capiterà di veder disprezzare gli ebrei, ricordate: sono prima di tutto uomini, uomini come noi!" Senza guardarci, il maestro Neudorf prese di nuovo la pipa, la vuotò dalla cenere e la riempì di tabacco rimasto. Dopo qualche boccata, domandò: - Allora volete sapere perché vi ho raccontato tutto questo? -. Sedette accanto a Friedrich e gli mise una mano sulla spalla. - Uno di voi ci lascia. Friedrich Schneider non può più frequentare la nostra scuola; è ebreo, e d'ora in poi andrà in una scuola ebraica. Questa non è una punizione, ma solo un cambiamento. Io spero che voi lo comprendiate e restiate suoi amici, come me, anche se non sarà più nella mia classe. Può darsi che presto Friedrich abbia bisogno di veri amici.
Il maestro prese Friedrich per le spalle e gli sollevò il viso, costringendo a guardarlo. - Ti auguro ogni bene, Friedrich! - disse il maestro - e arrivederci! -. Friedrich chinò la testa e a bassa voce rispose: - Arrivederci!
Il maestro si diresse verso la cattedra a passo svelto, poi, rivolto alla classe, alzò il braccio destro con la mano aperta all'altezza degli occhi e salutò: - Heil Hitler! -
Noi ci alzammo e lo salutammo nello stesso modo. (...)

(...) Il professore di educazione fisica
Il nostro insegnante di educazione fisica si chiamava Schuster. Era anche capo delle SA e nella guerra del 1914-18 era stato capitano.
Tutti quelli che lo conoscevano temevano la sua severità.
Quando qualcuno non gli ubbidiva o si cambiava troppo lentamente, gli faceva fare delle flessioni finché non cadeva a terra stremato.
Noi scolari cercavamo di evitarlo in tutti i modi. L'educazione fisica secondo il signor Schuster, consisteva soprattutto nella marcia: marcia veloce, marcia con equipaggiamento, e così via. Un giorno arrivò in classe prima della lezione (aveva due ore di seguito) e annunciò: - Oggi l'intervallo non si fa! Avrete modo di prendere abbastanza aria buona, visto che vi porto a fare una marcia forzata.
I nostri visi si allungarono, ma nessuno osò fiatare; nemmeno Karl Meisen, che l'ultima volta, durante l'ora di educazione fisica, si era slogato un piede.
- Vuotate gli zaini e le cartelle! - ordinò l'insegnante. - Libri e quaderni lasciateli sotto al banco!
Ubbidienti, mettemmo a posto le nostre cose, come ci era stato ordinato.
- In riga nel cortile della scuola, il capofila a tre passi dal castagno. Prendere cartelle e zaini! Marsch, marsch!
Prendemmo cartelle e zaini e scendemmo le scale di corsa. Ma il signor Schuster ci aveva preceduto.
- In fila, ho detto! - gridò. - Il che significa "Stare fermi!".
Respirò profondamente: - Tutti al muro, marsch, marsch!
Ci precipitammo verso il muro, ma ancora prima di raggiungerlo l'ordine "Attenti!!" ci paralizzò. Ci toccò rimetterci in riga e correre ancora verso il muro, poi in fila, raggiungemmo l'entrata della palestra. Là c'era un mucchio di pezzi di mattoni, abbandonati da qualche impresa edile, e il professore Schuster li usò per riempire i nostri zaini.
- La mia cartella è più grande di quella degli altri - fece notare Franz Schulten. Poi, quando Schuster ci mise dentro tre pezzi di mattone, si lamentò: - Gli altri ne hanno avuto solo due.
Per tutta risposta, il professore ne aggiunse un quarto.
Mentre i possessori di cartelle di solito guardavano con disprezzo quelli con lo zaino, ora, invece, invidiavano chi poteva portarselo sulle spalle. In colonna, ci mettemmo in marcia.
Quando marciavamo nei dintorni della scuola, dove i genitori potevano vederci, il professor Schuster ci faceva cantare una canzone scelta da lui: "Siehst du im Osten"

Il popolo è stato imbrogliato
per troppi, troppi anni.
Ebrei e traditori hanno imposto
i loro infami inganni.
Ma giunse infine un uomo
che cancellò l'infamia:
fede e speranza diede
a tutta la Germania
Popolo, in armi!
Popolo, in armi!

La canzone finì di toglierci quel po' di fiato che ci era rimasto, ma ci fu ordinato di marciare più in fretta, e in questo modo attraversammo mezza città. Dopo un'ora e un quarto, ansimanti e sfiniti, ci trascinammo verso la scuola. La maniglia della cartella di Franz Schulten si era rotta, e lui se l'era caricata sulle spalle. La sua giacca era zuppa di sudore. Karl Meisen, con il suo piede slogato, era rimasto per strada, in lacrime. Noi riuscivamo a malapena a camminare. Soltanto il professor Schuster avanzava agile ed eretto, e sogghignava quando vedeva uno di noi zoppicare.
Ad un certo punto incrociammo un'altra classe.
Tra i ragazzi c'era Friedrich, e capimmo che dovevano essere alunni della scuola ebraica. Anche Schuster aveva adocchiato Friedrich. - Ragazzi! - disse, risoluto. - Dobbiamo far vedere a quelli là chi sono i Giovani Tedeschi, e che cosa sono capaci di fare. Non vorrete fare una figuraccia di fronte a questi ebrei incapaci. Esigo un comportamento adeguato. Chiaro?
Passò accanto alla colonna e rimise in fila quelli che non ne potevano più. E mentre ci sforzavamo di fare appello alle nostre ultime forze, Schuster ci ordinò di cantare una canzone. Con occhi fissi davanti a noi, carichi di mattoni ma eretti, passammo davanti alla classe dei ragazzi ebrei, cantando a squarciagola:

"L'ebreo va di qua e di là
il Mar Rosso attraverserà:
se le onde si chiuderanno,
il mondo è libero da ogni affanno." (...)

 

Storie allegre
Collodi

(...)
Fra babbo e figlio
Masino, pochi giorni dopo, andò in camera a cercare il suo babbo (il quale si era corretto del bruttissimo vizio di brontolare) e gli disse: "Sai, babbo, che cosa mi ha fatto il maestro?".
"Che ti ha fatto?"
"Con la scusa che ho sbagliato a rispondere nell'Aritmetica, mi ha messo in penitenza........"
"Ma queste son cose orribili!...... Lo racconterò ai carabinieri!......."
"Senti, babbo; io non voglio più andare a scuola."
"Io farei come te. A che serve la scuola? La scuola non è altro che un supplizio inventato apposta per tormentare voi altri poveri ragazzi."
"Capisci? Mettermi in penitenza perché l'Aritmetica non vuole entrarmi nella testa! Sta a vedere che un libero cittadino non è padrone di non sapere l'abbaco? Perché anch'io sono un libero cittadino, ne convieni, babbo?"
"Sicuro che ne convengo."
"Il mio maestro è un buon omo: ma è un omo piccoso. Figurati! Pretenderebbe che i suoi scolari dovessero studiare!..."
"Pretensioni ridicole! Se viene a dirlo a me, non dubitare che lo servo io."
"Dovresti andare a trovarlo!"
"Vi anderò sicuro: e gli dirò che i maestri possono pretendere che i loro scolari sappiano la lezione... ma obbligarli a studiare, no, no, mille volte no."
"La volontà è libera, ne convieni, babbo?"
"Sicuro che ne convengo, e quando un ragazzo dice: 'non voglio studiare' nessuno può costringerlo."
"Figurati! Pretenderebbe che, durante la lezione, i suoi scolari stessero tutti zitti! Come è possibile di stare zitti quando si sente la voglia di parlare?"
"Hai mille ragioni! Che forse la parola venne data all'uomo, perché a scuola stesse zitto? Lascia fare a me: domani vado a trovarlo, e gli dirò il fatto mio".
A scuola
E il babbo andò davvero a trovare il maestro, e gli fece una bella lavata di capo, da ricordarsene per un pezzo:tant'è vero che quando Masino tornò a scuola, il maestro gli si fece incontro tutto mortificato, e tenendo il berretto in mano, gli disse:
"Scusa, sai, Masino, se l'altro giorno ti messi in penitenza. Fu uno sbaglio, perdonami:
tutti si può sbagliare in questo mondo. Che cosa avevi fatto povero figliuolo, da meritarti quel castigo? Non avevi imparato la lezione... Ma è forse questa mancanza? Che forse gli scolari hanno l'obbligo di saper la lezione? Non ci mancherebbe altro!
Animo, via, perdonami e non se ne parli più! Fammi intanto vedere i tuoi quinterni! Benissimo! Sono tutti coperti di scarabocchi! Gli scarabocchi suoi quinterni provano che lo scolaro è un ragazzino pulito e che studia bene. Ti darò sette meriti per gli scarabocchi. I ragazzi di buona volontà, come te, vanno sempre incoraggiati. Vediamo ora i tuoi libri. Arcibenissimo! Questi libri tutti strappati e sbrindellati, sono una bella prova che sai tenere di conto. La prima cosa che deve fare uno scolaro perbene è veramente studioso, e quella di sciupare i libri di scuola. (...) E questa macchia, che hai sul davanti della camicia, come mai te la sei fatta?".
"Me la son fatta stamani, nel leccare lo zucchero in fondo alla chicchera."
"E una macchia che ti torna benissimo (...). Io ho avuto sempre a noia gli scolari con la camicia pulita. Gli scolari mi piacciono come te, tutti coperti di macchie e di frittelle. Ti darò sei meriti per quella bella macchia di caffè e latte. Ne meriterebbe di più, ma per oggi tiriamo via. Dimmi, Masino: hai studiato la lezione di Grammatica?". "Sissignore."
"Dimmi, dunque, quante lettere ci vogliono per formare una sillaba?"
"Così, all'improvviso, non saprei dirlo..."
"Benissimo. Me lo dirai un'altra volta. E l'abbaco l'hai studiato?"
"Sissignore.""Che cosa rappresenta una crocellina così, '+', posta fra due numeri?"
"Ecco... dirò... che rappresenta una croce..."
"Oggi non sei in vena a rispondere, mi risponderai un'altra volta. E la Geografia l'hai imparata?".
"Sissignore"
"Sentiamola. In quante parti si divide comunemente l'Italia?"
"In quattro parti: Italia di sopra, Italia di sotto, Italia nel mezzo, e l'Italia....."
"Italia come?..." .
"Italia... da una parte."
"Non è precisamente così, mi risponderai meglio un'altra volta. Eccoti intanto dieci meriti per la franchezza, con la quale hai risposto a tutte le mie domande."
Agli esami della fin dell'anno, il bravo Masino si fece tantissimo onore, e il suo babbo e la sua mamma gli regalarono venti pasticcini e un panforte di Siena. (...)

 

Tom Sawyer
Mark Twain

(...) Quando Tom raggiunse la baracca, piccola e isolata, che fungeva da scuola, vi entrò speditamente, con l'aria di chi ci ha messo meno tempo che poteva. Attaccò il cappello a un piolo e si gettò nel banco, alacre e solerte. Il maestro, troneggiante lassù nella sua poltrona sfondata, stava sonnecchiando, cullato dal maleodorante brusio della scolaresca. L'interruzione lo svegliò: "Thomas Sawyer!"
Tom sapeva che quando il suo nome veniva pronunciato per intero era segno di guai.
"Signore! Venga qui. Dunque, signore, perché lei è di nuovo in ritardo, come sempre?"
Tom stava per rifugiarsi in una bugia, quando vide due lunghe trecce di capelli biondi penzolanti su una schiena che, mosso dall'elettrica simpatia dell'amore, riconobbe subito; e vicino a quel banco c'era l'unico posto libero dalla parte delle bambine. Disse istantaneamente: "Mi sono fermato a parlare con Huckleberry Finn"!
Il cuore del maestro si fermò, e il suo sguardo confuso si perse nel vuoto. Il brusio della scolaresca s'interruppe; gli scolari si stavano chiedendo se quel temerario era uscito di senno.
Il maestro disse: "Lei... Lei ha fatto... Cosa"?
"Mi sono fermato a parlare con Huckleberry Finn".
Impossibile attribuire alle parole un diverso significato.
"Thomas Sawyer, questa è la confessione più sbalorditiva che mi sia mai capitato di sentire; non basterà la ferula a lavare quest'offesa. Si tolga la giacca."
Il braccio del maestro lavorò fino a stancarsi, e lo stock di bacchette si ridusse notevolmente. Poi seguì l'ordine: "E ora, signore, vada a sedersi tra le bambine! E questo le sia d'avvertimento".

(...)Il maestro, il signor Dobbins, aveva raggiunto la mezza età con un'ambizione insoddisfatta. Il più vivo dei suoi desideri era sempre stato quello di fare il medico, ma la miseria aveva decretato che non dovesse diventare nulla di più eminente maestro di scuola di campagna. Ogni giorno il signor Dobbins prendeva dalla cattedra un libro misterioso e, quando non doveva interrogare, ogni tanto si sprofondava nella lettura. Teneva questo libro chiuso a chiave.
Non c'era un solo bricconcello nella scuola che non morisse dalla voglia di dargli un'occhiata, ma l'occasione non si presentava mai. Ogni bambino, maschio o femmina che fosse, aveva una sua teoria sulla natura di questo libro; ma non ce n'erano due che coincidessero, e sembrava impossibile arrivare ad accertare la verità dei fatti. Ora, passando davanti alla cattedra, che si trovava vicino alla porta, Becky notò la chiave nella toppa!
Era un'occasione unica. Si guardò intorno, scoprì di essere sola, e dopo un attimo aveva il libro in mano. Il frontespizio - l'Anatomia di un professor qualche cosa - non le disse nulla; allora Becky cominciò a sfogliarlo. Arrivò subito a un'illustrazione, incisa e colorata con cura: una figura umana. subito a un'illustrazione, incisa e colorata con cura: una figura umana. In quel momento un'ombra cadde sulla pagina, e Tom Sawyer entrò dalla porta e vide di sfuggita la figura. Becky afferrò il libro per chiuderlo, ed ebbe la sfortuna di strappare a metà, proprio in mezzo, la pagina con l'illustrazione. Ficcò il volume nella cattedra, girò la chiave e scoppiò in lacrime di vergogna e di collera: "Tom Sawyer, non potresti essere più cattivo di così, ad avvicinarti a una persona di nascosto per vedere cosa sta guardando."
"Come potevo sapere che stavi guardando qualcosa?"
"Tom Sawyer, dovresti vergognarti; sai benissimo che farai la spia; e, oh, come farò, come farò? Mi frusteranno, e non sono mai stata frustata a scuola."
Poi batté il piedino per terra e disse: "Sii pure cattivo quanto vuoi! Io so una cosa che succederà. Aspetta e vedrai! Ti odio, ti odio, ti odio!" E uscì di corsa dall'aula con un nuovo scoppio di pianto.
Tom rimase immobile, piuttosto turbato da questo attacco furibondo. Finalmente si disse: "Che strano! Come sono stupide le ragazze. A scuola non l'hanno mai picchiata? E con questo? Cos'è una bastonatura? Tipico, tipico delle ragazze: pelle delicata e cuore di pulcino. Be', ma è naturale che non farò la spia al vecchio Dobbins, su quel che ha fatto questa stupidella, perché ci sono altri modi, meno meschini, di fare i conti con lei; ma che importa? Il vecchio Dobbins chiederà chi è stato a stracciare il suo libro. Nessuno risponderà. Allora lui farà quello che fa sempre: chiederà prima all'uno e poi all'altro, e quando arriverà alla ragazza giusta lo saprà, senza bisogno che qualcuno faccia la spia.
Le ragazze hanno la faccia che fa la spia per loro. Sono senza spina dorsale. Le buscherà. Be', è un brutto impiccio per Becky Thatcher, perché non c'è via di scampo." Tom studiò la cosa ancora per qualche istante, e poi aggiunse: "Ma le sta bene; a lei piacerebbe vedermi in un guaio simile: si arrangi!"
Si unì al gruppo di scolari che giocavano nel cortile. Di lì a poco arrivò il maestro e la scuola li chiamò dentro. Tom non provava un grande interesse per i suoi studi. Ogni volta che guardava di soppiatto dalla parte delle bambine, il viso di Becky lo turbava. Tutto considerato, non voleva compatirla, eppure non poteva farne a meno. In quello che stava per succedere non trovava alcun motivo di esultanza.
Finalmente venne fatta la scoperta dell'abbecedario, e da allora, per un po', la mente di Tom fu tutta presa dai casi suoi. Becky uscì dal letargo della sua disperazione e mostrò un discreto interesse per gli sviluppi della situazione. Non si aspettava che Tom potesse cavarsi d'impiccio negando di essere stato lui a versare l'inchiostro sul libro; e aveva ragione. Il diniego parve solo peggiorare le cose per Tom. Becky pensava che ne sarebbe stata lieta, e si sforzò di credere che era proprio così, ma scoprì di non esserne certa. Quando le cose volsero al peggio, ebbe l'impulso di alzarsi per denunciare Alfred Temple, ma fece uno sforzo e si costrinse a tacere perché, si disse, lui farà la spia sulla figura che ho strappato, questo è certo.
"Non direi una parola nemmeno se si trattasse di salvargli la vita!" Tom si prese le frustate e tornò al posto senza fare tragedie, perché pensava che poteva anche darsi che fosse stato lui a rovesciare inavvertitamente l'inchiostro sull'abbecedario, mentre giocava con i compagni: aveva negato per salvare la forma e rispettare la tradizione, e aveva insistito nel diniego per principio.
Lentamente passò un'ora intera; il maestro sedeva sul suo trono, col mento sul petto, l'atmosfera era resa sonnolenta dal brusio dei ragazzi che studiavano. Dopo un po' il signor Dobbins raddrizzò le spalle, sbadigliò, poi aprì il cassetto della cattedra e tese la mano verso il suo libro, ma sembrava incerto se prenderlo o lasciarlo. Quasi tutti gli alunni alzarono distrattamente lo sguardo, ma tra loro ce n'erano due che seguivano con occhio vigile i suoi movimenti.
Il signor Dobbins toccò per qualche tempo il suo libro con aria assente, poi lo tolse dal cassetto e cercò sulla seggiola la posizione migliore per mettersi a leggere. Tom scoccò un'occhiata a Becky. Aveva visto la sua stessa espressione sul muso di un coniglio raggiunto dai cacciatori, con un fucile puntato alla testa. Di colpo dimenticò la lite che aveva avuto con lei. Presto, bisognava far qualcosa, e farla subito, anche! Ma proprio l'imminenza del pericolo paralizzava la sua inventiva. Bene! Aveva un'ispirazione!
Sarebbe corso a prendere il libro, si sarebbe gettato fuori dalla porta e sarebbe fuggito! Ma ebbe appena un attimo di esitazione, e l'occasione andò perduta: il maestro aveva aperto il volume. Ah, se Tom avesse potuto tornare indietro! Troppo tardi; ormai non c'era più nessuna possibilità di aiutare Becky. Ancora un attimo, e il maestro squadrò la scolaresca. Tutti gli occhi si abbassarono sotto il peso del suo sguardo; c'era qualcosa in quello sguardo, che faceva tremare di paura anche gli innocenti.
Nell'aula cadde un silenzio durante il quale si sarebbe potuto contare fino a dieci; il maestro stava gonfiandosi di rabbia. Poi parlò: "Chi ha strappato questo libro?"
Non un suono. Si sarebbe sentito cadere uno spillo. Il silenzio perdurò; il maestro scrutava un viso dopo l'altro cercandovi i segni della colpa.
"Benjamin Rogers, hai strappato tu questo libro"?
Un diniego. Un'altra pausa. "Joseph Harper, sei stato tu"?
Altro diniego. L'inquietudine di Tom cresceva sempre più sotto la lenta tortura di questo modo d'agire. Il maestro studiò le file dei maschi, rifletté un momento, poi si rivolse alle femmine: "Amy Lawrence"? Una scossa del capo.
"Gracie Miller"? Lo stesso segno.
"Susan Harper, sei stata tu"?
Un altro no. La bambina successiva era Becky Thatcher. Tom tremava da capo a piedi per l'emozione, e aveva ormai l'impressione che la situazione fosse disperata.
"Rebecca Thatcher..." (Tom guardò il suo viso: era sbiancata dal terrore) ... ... hai strappato tu... No, guardami in faccia... (le sue mani si alzarono in un gesto supplichevole) ... hai strappato tu questo libro?"
Un'idea passò come un fulmine nel cervello di Tom. Il ragazzo scattò in piedi e gridò: "Sono stato io"!
L'intera scolaresca rimase a bocca aperta davanti a quest'incredibile follia. Tom attese qualche istante per riprendere il controllo delle sue facoltà; e quando si fece avanti per ricevere il castigo, la sorpresa, la gratitudine e l'adorazione per lui che brillavano negli occhi della povera Becky gli parvero un compenso sufficiente per cento fustigazioni.
Ispirato dallo splendore del suo gesto, ricevette senza un grido la più spietata fustigazione che il signor Dobbins avesse mai somministrato; e con pari indifferenza ricevette la crudeltà supplementare rappresentata dall'ordine di restare a scuola per due ore dopo la fine delle lezioni: perché sapeva chi lo avrebbe atteso fuori fino alla fine della sua cattività, senza considerare quel monotono indugio una perdita di tempo. (...)

Tra insegnamento e filosofia: una testimonianza
(tra i tanti materiali di questo ipertesto pubblichiamo anche una singolare testimonianza su un grande filosofo che fu anche Maestro elementare)

L'autore del Tractatus
prende il diploma dl maestro elementare

Così scriveva Wittgenstein a Engelmann il 2 settembre del 1919. E il giorno 25 dello stesso mese, sempre Paul Engelmann riceve un'altra lettera di Wittgenstein in cui, tra l'altro, si dice: "C. E., qualche giorno fa mi ha scritto Max Zweig, dicendo che mi aspetta presto a Olmùtz E...]. Io però non posso veramente venire, perché ho iniziato un'attività. Frequento un corso per diventare insegnante. E così sono di nuovo a scuola; e ciò suona più comico di quanto non sia. Vale a dire che lo trovo enormemente difficile; non posso più comportarmi come un liceale e, per quanto ciò possa sembrare buffo, l'umiliazione è per me così grande che spesso penso di non poterla sopportare! Quindi, di un viaggio a Olmùtz neanche a parlarne. Ma quanto mi piacerebbe vederLa! Se appena è possibile, venga a Vienna, La prego! Mi scriva subito E...] "

Wittgenstein, quindi, tornato dalla prigionia decide di diventare maestro. E, già trentenne, viene iscritto nel 1919 a frequentare il quarto anno dellIstituto di formazione per insegnanti (Lehrerbildungsanstalt) che era situato nel 3° distretto, sulla Kundmanngasse. Il 5 luglio del 1920 riceve il diploma di insegnante elementare.

Il periodo che va dal ritorno dalla prigionia all'assunzione come maestro è per Wittgenstein uno dei più infelici della sua vita.

"Le mie condizioni esterne sono molto tristi e mi logorano nel morale. E non ho neanche niente a cui appigliarmi. L'unica cosa buona che adesso ho è che spesso a scuola e leggo favole ai bambini. A loro piace e per me costituisce un sollievo. Ma per il resto va proprio male al suo Ludwig Wittgenstein"

"Adesso sono finalmente maestro di scuola elementare In un paese molto piccolo e carino che si chiama Trattenbach".
"Il mondo dei felici è altro da quello degli infelici", leggiamo nel Tractatus. E Wittgenstein si sentì rinascere allorché iniziò la sua attività di maestro.

(...)"Il lavoro a scuola mi fa felice, ed è per me necessario; altrimenti mi si scatena l'inferno dentro. Come mi piacerebbe rivederLa e parlarLe di nuovo!!! Molte cose sono accadute; ho intrapreso alcune operazioni che sono state molto dolorose, ma sono andate bene."

Wittgenstein inizia a fare il maestro a Trattenbach il 16 settembre del 1920. E questo lavoro, sulle prime, fa rifiorire in lui un po'di speranza. Ma questo stato non dura a lungo. E se è vero che "Il mondo dell'uomo felice è un mondo felice", è anche vero che il mondo dell'uomo infelice è un mondo infelice.

(...) Con la data del 7 marzo 1953, quindi non molto tempo dopo la morte di Wittgenstein, giunge al direttore della scuola elementare di Trattenbach una lettera dall'Università di Chicago. La lettera portava la firma di F. A. Hayek, "un lontano parente di Wittgenstein ", il quale desiderava sapere "se in quelle contrade fosse rimasto un qualche ricordo dell'attività di Wittgenstein maestro di scuola". Hayek voleva più precisamente sapere "sulle circostanze della sua vita, del suo successo come maestro e del suo rapporto con gli abitanti del luogo".
Ebbene, questa lettera, tra l'altro, suscitò la curiosità della Signora Luise Hausmann, insegnante di inglese a Neunkirchen. E proprio all'impegno della signora Hausmann dobbiamo quello che è oggi il miglior documento sull'attività di Wittgenstein come maestro. Questo documento è lo scritto della Hausmann dal titolo: Wittgenstein als Volkssclzullehrer.

Durante una riunione di maestri, la Hausmann chiese a costoro se sapessero qualcosa di Wittgenstein. E, in effetti, tra i sedici maestri presenti ce ne erano due che ne sapevano qualcosa. E la risposta di un signore non si fece attendere: Wittgenstein era "un giovanotto totalmente pazzo, che voleva introdurre l'alta matematica nelle nostre scuole elementari".
E un'altra insegnante, la signora Geler, disse: "Lo vidi unicamente nelle nostre riunioni di maestri, durante le quali stava in perfetto silenzio. E noi sentivamo che egli era molto, ma molto superiore a tutti noi"

Questo, tuttavia, era troppo poco. E la Hausmann, dopo una serie di tentativi, sulla strada della sua ricerca, ebbe la fortuna di incontrare Oskar Fuchs, calzolaio in Trattenbach, che da bambino era stato allievo di Wittgenstein. E proprio da Fuchs, Luise Hausmann riuscì a capire che "tipo di insegnante fosse stato Wittgenstein"
."Wittgenstein era un asceta. Uomini come lui passano per pazzi, ma non si dovrebbe affatto giudicarli con le misure normali".
Così, dice Luise Hausmann, cominciò la narrazione dei suoi ricordi sul grande e famoso filosofo, lo sconosciuto e piccolo filosofo Oskar Fuchs, calzolaio di Trattenbach, allievo di Wittgenstein dal 1920 al 1922.

La fisionomia di Wittgenstein, scarno e una figura di media altezza, era nota a tutti, poiché egli era solito passeggiare spesso, sempre con il bastone, con una giacca a vento con il collo aperto, lo sguardo puntato lontano. Quando pioveva, portava un berretto da marinaio che gli scendeva fin sulle spalle. Una volta che gli si offrì l'inattesa occasione di andare, con un contadino, dal dentista a Kirchberg, Wittgenstein si avvolse un asciugamano intorno alla testa, a mo' di turbante.
Wittgenstein non mangiava in trattoria.
I bambini gli portavano da mangiare da una casa di contadini.
E per questo servizio ricevevano sempre dei piccoli doni. Ogni giorno gli portavano anche un litro di latte.
La gente di Trattenbach ben si ricorda di quando Wittgenstein riparò il motore a vapore della fabbrica tessile del paese. Il motore si era rotto. E gli ingegneri parvero trovarsi davanti ad un mistero. La macchina doveva, quindi, venire smontata per essere portata a Vienna. Wittgenstein venne a sapere della cosa e chiese se poteva dare uno sguardo al motore. Il direttore della fabbrica, un cecoslovacco, disse bonariamente: "Diamogli la soddisfazione. Se gli ingegneri non ci sono riusciti, egli ci riuscirà ancora di meno". Senonché, con la più grande meraviglia di tutti, Wittgenstein trovò il difetto, riparò la macchina e la fece rifunzionare. Come ringraziamento il direttore gli voleva dare alcuni metri di stoffa. Ma Wittgenstein rifiutò e chiese della stoffa per i bambini. E l'ottenne.
Erano i ragazzi a portargli ogni giorno, come già si è detto, un litro di latte. E Wittgenstein aveva nella sua stanza una scatola di lucido con dello spirito per far bollire il latte. Egli era generoso con i suoi allievi. Comprava i libri ai ragazzi poveri. E portava loro in regalo le scarpe. E faceva tutto questo, riferisce Luise Hausmann, in modo del tutto non appariscente. Un giorno, sua sorella, gli mandò un cesto di arance, frutta che a quel tempo era ancora una rarità, specialmente in un paese così piccolo e sperduto. Ebbene, ogni bambino ebbe un'arancia, e i più bravi due arance.

A Puchberg si legò di profonda amicizia con padre Alois Neururer, parroco del paese. E che tipo di uomo fosse Neururer, è dimostrato da un significativo episodio. Un minatore stava morendo. Il parroco andò da lui, ma l'uomo lo rispedì a casa, in quanto non attribuiva nessun valore ai conforti della chiesa. Ebbene, di questo "ateo" Neururer disse: "Egli era un uomo onesto".
L'attività di Wittgenstein a Trattenbach, confermò Fuchs alla Hausmann, non fu capita. "Egli si muoveva in un'atmosfera troppo alta e non gli riuscì di abbassarsi.
In uomini come lui, lo sviluppo spirituale procede così velocemente che essi dimenticano gli stadi precedenti,
sui quali così tante persone si fermano.
Era troppo severo come maestro; si curava non troppo dei poco intelligenti e non risparmiò, quando fu necessario, le percosse. Fu così che contro di lui si formò una congiura in piena regola. Ed egli disse:
"Se voi siete contro di me, questo non fa niente per me, qualora voi siate d'accordo tra di voi. Con voi è finita"
(...)
"Un giovanotto totalmente pazzo che voleva introdurre l'alta matematica nelle nostre scuole elementari"; "sentivamo che era molto, molto superiore a tutti noi":
così ricordavano Wittgenstein due suoi ex colleghi appena alcuni anni fa.

E Luise Hausmann, nella sua bella ricerca su Wittgenstein maestro di scuola elementare, asserisce che: "la gioia, l'entusiasmo di Wittgenstein nel donare il suo sapere ai suoi scolari non conosceva limiti. Fuchs, che peraltro era tra i suoi migliori scolari, si ricorda in special modo degli stili architettonici, di algebra, di scienze naturali.

Un giorno, Wittgenstein entrò in classe con uno scoiattolo morto,
e qui in classe questo venne sezionato a regola d'arte secondo tutte le sue parti interne. Una ragazzina svenne. E dovette uscire.
Wittgenstein aveva portato con sé da Vienna un microscopio che veniva usato per osservare gli stami dei fiori e il sangue.

Durante le serate più chiare, egli, insieme ai suoi piccoli assetati di sapere, usciva fuori, per indicare loro le costellazioni.
In una certa occasione, Wittgenstein e i suoi scolari salirono
sino alla cappella che è su in montagna,
e là con l'aiuto del sole e del bastone stabilirono il grado di latutudine.
Non c'era tempo per la ricreazione. La lezione proseguiva initerrotta e i bambini dovevano ascoltare mentre mangiavano.
Fuchs si ricorda molto bene del fatto che il suo maestro si dava ogni cura nel portare i bambini a farli cercare da se stessi, quel che in qualche modo era possibile che cercassero. (...)