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Anna Karenina
Lev Tolstoj
(...) In queste meditazioni il tempo passò e quando venne il
maestro, la lezione sui complementi di tempo, di luogo e di modo non era
preparata, e il maestro non solo non fu contento, ma si dispiacque. Il
dolore del maestro commosse Serza. Si sentiva colpevole perché non
aveva studiato la lezione; per quanto si sforzasse non ci riusciva in
nessun modo. Finché il maestro spiegava, ci credeva e sembrava capire,
ma non appena rimaneva solo, non poteva assolutamente capire e
ricordarsi come un'espressione così corta e facile a intendersi quale
"a un tratto" fosse un complemento di modo; gli dispiacque di
avere addolorato il maestro, e voleva consolarlo. Scelse un momento in
cui il maestro taceva, guardando il libro. "Michail Ivanyc, quando
è il vostro onomastico?" chiese a un tratto.
"Sarebbe meglio che pensaste al vostro lavoro, ché l'onomastico
non ha nessuna importanza per un essere ragionevole. È un giorno come
un altro, nel quale bisogna lavorare."
Serza guardò il maestro, la sua barbetta rada, gli occhiali che erano
scesi più giù del taglio ch'era sul naso, e si fece così pensieroso
che non sentì più nulla di quello che gli spiegava il maestro.
Egli capiva che il maestro non pensava a quello che diceva; lo sentiva
dal tono con cui le parole erano dette.
"Ma perché si sono messi tutti d'accordo nel dire queste cose
sempre alla stessa maniera, tutte le più noiose e inutili cose?
Perché mi allontana da sé, perché non mi vuol bene?" si chiedeva
con tristezza e non riusciva a immaginare una risposta. (...)
Ascolta il mio cuore
Bianca Pitzorno
(Mondadori)
(...) Quando, mezz'ora dopo, la classe scattò in piedi per
l'ispezione, Elisa gettò una occhiata compiaciuta all'ultimo banco di
sinistra. Le facce di Iolanda e di Adelaide erano belle lustre, un po'
arrossate per il gran fregare. Le orecchie erano pulite fuori e dentro e
anche i colli, le mani, le ginocchia.
La maestra poteva essere soddisfatta.
Ma la signora Sforza, arrivata a un metro di distanza dalle due bambine,
anche questa volta si arrestò storcendo il naso.
- Che olezzo di rose! Che profumo di viole! - esclamò. - Oggi vi siete
lavate la faccia come il gatto. Ma credete che basti una leccatina in
superficie?
Elisa allora si rese conto che, se le facce erano pulite, i grembiuli,
le calze, i capelli erano quelli di sempre. - Cosa vi ho promesso ieri,
carine? Ve lo siete già dimenticato?- chiese la maestra minacciosa.
- Scusi, signora, ma non è colpa loro se la bambinaia... - saltò su
Emilia Damiani, che odiava l'acqua e tutte le sere veniva immersa a
forza nella vasca dalla vecchia tata .
- Ma quanto sei scema, Emilia! Figuriamoci se quelle due hanno la
bambinaia! - la rimbeccò sprezzante Sveva Lopez.
- Appunto perché non ce l'hanno devono imparare a farsi più
responsabili del loro aspetto - disse la maestra.
Prisca strinse forte la mano di Elisa, conficcandole le unghie nel
palmo.
Rosalba alzò la ribalta nel banco e la lasciò cadere con forza. BAM!
- Cosa succede?- chiese la maestra fulminandola con lo sguardo.
- Secondo me oggi sono abbastanza pulite - disse Rosalba in tono di
sfida.
- Ah, sì? Davvero? Credi di intendertene più di me, Cardano? Allora
vieni ad aiutarmi. Vieni qui, ho detto!
Sconcertata, Rosalba uscì dal banco e si avvicinò.
- Per esempio, queste belle trecce bionde ti sembra che siano abbastanza
pulite? - chiese la maestra, sollevando col righello una treccia di
Adelaide.
- Ti sembra che abbiano un buon profumo? Annusale, su! Annusale da
vicino! Adelaide cominciò a tremare.
Rosalba annusò e disse: - Un profumo squisito.
- Davvero? Allora senti, visto che non ti fa schifo toccarle, me le
reggi sollevate, per favore?
Rosalba, perplessa, obbedì.
La maestra, velocissima, poggiò il righello, tirò fuori dalla tasca un
paio di forbici e con due colpi decisi ZAC! ZAC!, tagliò le due trecce
alla radice.
- Grazie, Cardano. Se vuoi, portatele a casa per ricordo. Scommetto che
la tua amica Guzzòn te le regala. Puoi metter su un allevamento di
pidocchi.
Poi guardò Adelaide, che era rimasta impietrita, con gli occhi che le
si riempivano silenziosamente di lacrime.
- E tu, Profumo di Viole, cos'hai da frignare? Non voglio mocciconi
nella mia classe. Va' fuori a lavarti la faccia. Anzi, visto che ci sei,
va a casa a far ammirare a tua madre la tua nuova pettinatura .
L'indomani Adelaide, arrivò in classe con i capelli rapati quasi a zero
come un maschio, o come se avesse la rogna, e con un livido sotto
l'occhio destro.
- Cos'è stato?- si informò Rosalba allora di ricreazione.
- Sua madre l'ha picchiata - spiegò Iolanda.
E aggiunse aggressiva: - Potevi stare zitta, tu, ieri, con la maestra!
Chi ti aveva chiesto d'impicciarti?
- Ma come? - esclamò Prisca scandalizzata. - Invece di venire a
protestare con la maestra, se la sono presa con lei che non ha fatto
niente? Non è giusto.
(...)Il 20 di aprile, con grande meraviglia di tutta la classe,
appena entrata nell'aula Adelaide invece di sgattaiolare furtiva verso
il suo banco come faceva sempre, si fermò sulla soglia, aprì la
vecchia cartella e ne estrasse un voluminoso involto di carta di
giornale. Svolse la carta e, mentre tutte la stavano a guardare con
curiosità, liberò un mazzo di tulipani rossi e gialli. Un mazzo non
tanto grande, senza cellofan né carta crespata, e senza neppure uno
spago per tenere insieme i fiori. Adelaide lo scrollò, gli dette una
aggiustatina e andò a deporlo solennemente sulla cattedra, pronunciando
la formula di rito: - Questo è per lei, signora. Ma la maestra, che
aveva seguito i suoi gesti con lo sguardo vitreo e inespressivo di un
serpente, invece di rispettare il copione dicendo a sua volta: - Grazie.
Che pensiero gentile! - guardò i fiori con aria disgustata e chiese in
tono d'accusa: - Dove li hai presi?
- In giardino - balbettò Adelaide, che non si aspettava una simile
accoglienza.
- In quale giardino? Non mi verrai a raccontare che possiedi un
giardino, Raperonzolo!
Adelaide non rispose.
Lo sapevano tutti che in via Mercato Vecchio giardini non ce n'erano.
- Allora, dove li hai presi? - incalzò la maestra.
Silenzio. - Li hai comprati dal fioraio, per caso?
- Sì! Dal fioraio! - disse Adelaide,
aggrappandosi a quel suggerimento come a un'ancora di salvezza.
- E con quali soldi? Ti scappano fuori dalle tasche, eh i quattrini? Ne
hai tanti che non sai dove metterli... ma chi credi di prendere in giro,
brutta pezzente?
Adelaide si morsicò il labbro inferiore e chinò il capo.
- Non li hai comprati dal fioraio, brutta bugiarda! Altrimenti avrebbero
la carta trasparente, il nastro e l'etichetta...
Adelaide continuò a fissarsi le scarpe in silenzio. Era inutile negare
l'evidenza.
- Te lo dico io da dove arrivano questi fiori, Raperonzolo - disse con
aria sempre più feroce la signora Sforza.
Fece una pausa per guardarsi in giro per controllare che tutta la classe
la stesse a sentire con la massima attenzione, poi tuonò, puntando
l'indice contro Adelaide:- Li hai rubati!
Adelaide presa alla sprovvista, sussultò. - Non li ho rubati disse con
una voce tremante.
- Sì, invece. E inutile che lo neghi, stracciona. Sei una ladra. E'
chiaro come il sole. Sei una bugiarda e una ladra. E io nella mia classe
di ladre non ce ne voglio! La voce della maestra si faceva sempre più
alta e stridula, il tono sempre più minaccioso.
I Conigli, benché l'accusa non li riguardasse tremavano spaventati. Ma
anche i Maschiacci e persino le Leccapiedi, seguivano la scena col fiato
sospeso, piene di apprensione. - Non li ho rubati. Non li ho rubati. Non
è vero - insistette testarda Adelaide.
- Ah. Non è vero! Dunque la bugiarda sarei io! Di bene in meglio,
Raperonzolo. Mi offendi anche.
- Io non... - balbettò Adelaide. - Tu sei una ladra, e faresti meglio a
confessare! Dove li hai rubati? In quale giardino?
"Quante storie per quattro tulipani" pensava Rosalba e aveva
una gran voglia di alzarsi e di gridare: "Glieli ho regalati
io!" ma temeva di metterla ancora più nei guai, perché sul viso
della maestra si poteva leggere un'espressione feroce e determinata,
come quella che doveva avere il lupo quando discuteva con l'agnello
nella favola di Esopo.
Adelaide continuava a negare ostinatamente.
- Non li ho rubati.
- Benissimo - disse gelida la maestra. - Vuol dire che manderò a
chiamare la polizia. Vedremo se, quando sarai in prigione, ti deciderai
a dire la verità.
La minaccia fece il suo effetto. Adelaide perse completamente il
controllo. - No, no! In prigione no! - si mise a strillare.
Stava lì in piedi, di fianco alla cattedra, scossa dai singhiozzi, col
naso che le colava, le mani tremanti.
- Neanche un cane... neanche un cane si tratta così! - sussurrò Prisca
aggrappandosi alla mano di Elisa e conficcandole le unghie nel palmo.
(...)
Autobiografia
Mark Twain
(...) Cominciai ad andare a scuola quando avevo quattro anni e mezzo.
A quei tempi nel Missouri non vi erano scuole pubbliche, ma ve n'erano
due private: tasse, venticinque centesimi alla settimana per alunno, che
si riscuotevano se si poteva. La signora Horr insegnava ai bambini in
una piccola casa di tronchi all'estremità sud della via principale. Il
signor Sam Cross insegnava ai più grandicelli in una casa di legno e
mattoni sulla collina. Io fui mandato dalla signora Horr e rammento
distintamente il mio primo giorno in quella piccola scuola di tronchi
d'albero, anche se son passati sessantacinque anni e più: rammento,
almeno, un episodio di quel primo giorno. Spezzai una riga e fui
avvertito di non farlo di nuovo, altrimenti la punizione per un'altra
riga rotta sarebbe stata una sferzata. Non tardai a romperla e la
signora Horr m'ingiunse di uscire, trovare una verga e portargliela. Ero
contento che avesse scelto me, perché pensavo che avrei potuto
prenderne una adatta alla bisogna con miglior criterio di qualsiasi
altro. Trovai nel fango un'assicella di quercia di quelle usate una
volta dai bottai, larga due pollici, spessa un quarto di pollice,
terminante a un'estremità con una leggera curva. Tutto intorno vi erano
delle assicelle nuove dello stesso tipo,
ma io presi questa, benché fosse marcita. La portai alla signora Horr,
gliela porsi e restai davanti a lei in un atteggiamento sottomesso e
rassegnato che mi sembrava adatto a vincere il favore e la pietà; ma
così non fu. Essa divise in parti eguali un lungo sguardo di grande
disapprovazione fra me e l'assicella; quindi mi chiamò col mio intero
nome, Samuel Langhorne Clemens - e forse fu la prima volta che lo udivo
sfilare così come una processione - e disse che si vergognava di me.
Più tardi dovevo imparare che quando un maestro chiama un ragazzo con
l'intero nome sono in vista guai. Disse che avrebbe cercato di scegliere
un ragazzo che avesse un criterio migliore del mio in fatto di
bacchette, e mi rattrista ancora ricordare quanti visi s'illuminarono
per la speranza dell'incarico. Lo ebbe Jim Dunlap, e quando tornò con
la bacchetta che aveva scelto mi accorsi che se ne intendeva. (....)
Ci sono bambini a
zigzag
David Grossmann
(Mondadori)
(...) Più o meno una volta al mese, quando la mia insegnante, la
signora Markus, mi espelleva una volta per tutte dalla scuola, Gabi si
fiondava in sala professori a chiedere pietà per me e allora, in una
specie di rituale, implorava di darmi un'ultima occasione, mi metteva le
mani sulle spalle e, con voce tonante, si domandava come potesse la
scuola rinunciare a un bambino così meraviglioso. La signora Markus
sogghignava, dicendo che un'espulsione di una settimana era davvero una
pena mite per un elemento come me, così svogliato e inconcludente -
all'epoca gli insegnanti calibravano per bene i loro improperi, mica
come oggi - e che a ogni modo bisognava rassegnarsi al fatto che avevo
bisogno di una struttura scolastica diversa, più consona ai miei
limiti.
Potete star sicuri che Gabi non gliela faceva passare liscia:
"Quelli che secondo lei sono limiti, secondo me sono punti di
forza!" e si piazzava davanti all'insegnante, gonfia come un cobra
cui abbiano insediato la prole. "Si possono anche definire, giusto
per fare un esempio, un'anima da artista! Si! Forse non tutti sono
adatti all'inquadramento della scuola! Ci sono persone rotonde, mia cara
signora, ci sono bambini a forma, diciamo di triangolo, perché no, e ci
sono......" Gabi abbassava la voce, levava una mano per aria, come
faceva la famosa attrice Lola Ciperola in CASA DI BAMBOLA, e sussurrava
con una voce da far rabbrividire: "Ci sono bambini a zigzag!"
E come si usa dire, mi struggevo per lei. (...)
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