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Un anno a Pietralata
Albino Bernardini

Tullio de Mauro, nella prefazione all'ultima edizione di Un anno a Pietralata, dal quale Vittorio De Seta trasse il fortunato sceneggiato televisivo Diario di un maestro, scrive che con questa opera e col successivo Le bacchette di Lula (tradotto in 26 lingue), Albino Bernardini "si collocò in prima fila nella schiera di maestre e maestri cui dobbiamo gran parte del cammino "progrediente" delle nostre scuole...". Nel nostro lunario però preferiamo ricordare Albino Bernardini per ciò che umanamente non fu e non ebbe mai la tentazione di essere. Ovvero, per utilizzare le parole di Gianni Rodari nell'originale prefazione del 1968, uno di quei tanti maestri che lavorando nelle borgate romane si arroccavano dietro il muro razzistico che li divideva dagli "esseri umani – bambini, donne, uomini" tra i quali avevano "la sensazione di essere capitati per castigo".





(...) CARLO 
Si era ad anno scolastico inoltrato. Ogni mese, per una settimana, dovevo assistere i bambini alla refezione. Ero stato costretto ad anticiparne l’orario, giacché all’una e un quarto si cominciava ad entrare e si finiva quasi sempre verso le due. L’ora dell’inizio della lezione coincideva quindi con la fine del pasto. Non si trattava di un capriccio perché bisognava fare due turni. Far mangiare assieme i bambini dei due turni era impossibile perché i posti nel refettorio erano sufficienti per la metà degli alunni assistiti. Fu proprio in uno di questi giorni, mentre andavo in refettorio, che mi capitò di vedere uno spettacolo raccapricciante. Più tardi quando ci ripensavo mi veniva da chiedermi: «Ma sempre a me deve capitare di trovarmi in certe situazioni?». 
Le cose, in verità, capitavano un po’ a tutti – tante ne succedevano – ma gli altri forse facevano finta di non vedere, oppure, quando non erano direttamente interessati, reputavano tutto lecito. Fatto sta che, mentre entravo nel salone, incappai in due bidelle che cercavano di fare uscire a forza un bambino. Questo, per quanto piccolo (otto o nove anni), opponeva una tenace resistenza. Mentre una lo teneva per un braccio e una gamba, facendolo stare in posizione orizzontale, riverso sul pavimento, l’altra lo tirava per un piede. Per una parte dunque risultava sospeso. Nel trambusto aveva perduto quelle che avrebbero dovuto chiamarsi scarpe e che una volta certamente lo erano, ma che ora non avevano più né forma, né colore. I pantaloni sgualciti e sporchi, di un colore indefinibile, gli erano stati tirati giù nella lotta, mentre gli era stata tirata su la maglietta granata, crivellata di buchi. Sembrava proprio volessero levargli la pelle. Era quasi nudo. Con una mano si era attaccato alla porta e non riuscivano a farlo uscire. La cosa doveva durare da qualche tempo poiché le bidelle erano sudate, e il piccolo, che gridava disperatamente, aveva la faccia sfigurata dal pianto. Gli distaccavano una mano dalla porta e si attaccava con l’altra, gli afferravano un piede e si svincolava con un calcio. 
– Ma che diavolo fate? – domandai.
– Dobbiamo portarlo fuori, – risposero le bidelle, sbuffanti e seccate di trovarsi in quella vicenda quanto mai antipatica – dà fastidio ai compagni e la maestra non lo vuole.
Lo afferrai per un braccio, lo misi in piedi e poi a sedere in una sedia. Si strofinò gli occhi grondanti di lacrime con le mani sporche, e così si impiastrò tutto il viso: sembrava una maschera.
– Ma non era meglio chiamare la mamma anziché dare questo spettacolo? – dissi. Intanto un nugolo di bambini si era fatto attorno ed ognuno commentava a modo suo. Alla mia domanda nessuno rispose e fui costretto a rivolgermi direttamente alla bidella perché andasse a chiamare la mamma. – E chi la trova, sor maé! Chissà dov’è quella! – esclamò. – La mamma è scappata, sor maé – intervenne con la faccia seria uno dei miei alunni che mi si era fatto vicino. Altri sghignazzavano e finalmente mi dissero che si trattava di una girovaga e che il piccolo viveva con la zia.
Fa sempre pena vedere un bambino maltrattato; ma quando questo è carico di stracci, allora stringe veramente il cuore. A questo ingiusto trattamento, agli stracci che solo per comodità di linguaggio chiamavamo abiti, si aggiungeva anche la sua triste e pesante situazione familiare. Avrebbe avuto bisogno di cure speciali, di un affetto particolare che avessero lenito in parte la umiliante separazione dalla mamma. Invece lo cacciavano via per liberarsene. La giustificazione? Dava fastidio ai compagni. Ecco anche in questo caso limite rispecchiarsi non solo la situazione a cui non si cercava di rimediare neppure nei limiti delle possibilità, ma la completa mancanza di una linea, di un indirizzo pedagogico. Ho dovuto lottare tante volte contro questo metodo di comodo che poteva giustificarsi di fronte a un caso eccezionale, ma era profondamente sbagliato quando diveniva un sistema, soprattutto se applicato in una situazione del tutto particolare come quella di Pietralata. Da questa posizione si passava alle teorizzazioni che facevano un anormale di qualsiasi bambino che non fosse come lo si desiderava. Era vero che il nostro Carlo – questo il suo nome – era un "anormale", ma che altro poteva essere vivendo in quell’ambiente? 
E più anormale di lui non era forse il trattamento riservatogli? 
La riprova l’avemmo quando venne in classe nostra. Per quanto frequentasse la seconda (la nostra era una terza), chiesi alla collega che lo teneva nel doposcuola di farlo venire con me. Nel frattempo era stata aperta una pratica perché fosse ricoverato in un collegio di bambini abbandonati e si attendeva da un giorno all’altro la chiamata. Stette con noi tre giorni. Furono per lui tre giorni di pace che forse da tempo non godeva. (...)








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