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La zizzania

Grazia Deledda


In questo breve racconto pubblicato nel 1930 dai Fratelli Treves nella raccolta La vigna sul mare, Grazia Deledda ci propone la figura di un Maestro a suo modo esemplare, che rinuncia alla vendetta non solo per le galline che gli sono state rubate, ma anche per il suo gatto - uno di famiglia - scuoiato e arrostito sulla brace. La zizzania, suggerisce la Deledda, è erba cattiva che occorre separare dal grano: ma in tempi di ghiaccio e di fame - quando l'odore della morte penetra nelle case col vento di scirocco e il buio delle nuvole - grano e zizzania restano inestricabilmente avvinti l'uno all'altra. Per poter sopravvivere.




Arrivò un giorno in cui la madre, che sempre aveva predicato ai figli di patir la fame piuttosto che rubare una sola fava ai vicini di terra, la madre stessa fece loro intendere che bisognava si muovessero.
Non esasperata, e neppure ribelle, ma certo un po' strana, con gli occhi diafani e le gengive bianche di fame, disse:
- In casa non c'è più niente: vostro padre è lì, con la pleurite che si è succhiata tutte le nostre robe; anche i miei orecchini, l'anello, l'armilla. Ecco - e si scuoteva come un albero spoglio dei suoi frutti. - Anche l'ultima gallina se n'è andata. E tu, Giolì, hai diciassette anni, e tu, Gino, quattordici e mezzo.
Essi lo sapevano, e lo sentivano bene, per la loro forza traboccante e per il loro formidabile appetito. Ma non c'era proprio nulla da fare. La neve, uno strato sopra l'altro, copriva con la sua lapide la terra morta; non si poteva andar neppure a cogliere radicchio; e in casa, tutto, davvero, fino all'ultima cotica del lardo, era stato rosicchiato dalla malattia del padre e dai loro diamantini denti di giovani lupi.

Il solo a non preoccuparsi troppo era Giovannino, il più piccolo; anzitutto perché il suo maestro di scuola, che la natura aveva tagliato sul modello disusato di qualche antico apostolo, insegnava che la Provvidenza non manca mai: e poi perché questo riverito signor maestro, oltre al distribuire ai suoi alunni poveri il pane della scienza, faceva loro servire, tutti i giorni d'inverno, una scodella di minestra calda.
Giovannino, dunque, va a scuola, con gli occhi freschi come nocciuole nuove, il naso di garofano rugiadoso di moccio.
La giornata è bella: sopra i cappucci di feltro bianco dei monti lontani brilla un grande sole i cui raggi un po' mordono, un po' sorridono, allegri e felini come gli occhi del gatto del maestro. Questa è l'impressione di Giovannino, forse perché egli ricorda le parole della nonna: il sole d'inverno ha i denti: e si sente allegro e cattivo anche lui, pensando alle parole della mamma, al viso di morto del padre, ai fratelli grandi buoni a niente. La scuola non è lontana, ma sorge isolata tutta rifulgente di vetrate, come una chiesa, in mezzo a un prato coperto di neve. Gli alberi, intorno, sono neri e bianchi, cornuti come fantasmi di cervi favolosi: e alcuni hanno anche gli occhi, vuoti eppure luminosi, che di notte farebbero paura.
Arrivano, di qua, di là, altri ragazzini, col naso sgocciolante, le mani gonfie di geloni, le scarpe che pare abbiano battuto tutte le strade del mondo: ma quello che sorprende Giovannino è l'accorgersi che anche i suoi fratelli spuntano in fondo alla grande spianata, quasi vogliano ritornare a scuola. Giolì, uno spilungone col viso di mela rosa, s'è messo il tabarro e il berretto del padre, il che gli dà un'aria distinta di galantuomo, mentre l'altro ha indosso un sacco, e pare il servo del fratello maggiore.
Dove vanno? Giovannino si ferma un momento ad aspettarli, poi pensa che forse è meglio il contrario, e fingere anzi di non vederli. Infila quindi la porta della scuola, entra in classe e trova il modo di spiare dalla vetrata: e vede i fratelli aggirarsi intorno all'edificio scolastico, all'annessa abitazione del maestro, al muro dell'orto, come direttori didattici in ispezione.
Il ritorno a casa fu ancora più felice dell'andata a scuola. Il sole aveva rammollito la terra e si poteva, Dio volendo, far dispetto ai compagni, buttando loro a tradimento, sulla testa dura, palle di neve che infine non producevano danno, anzi riscaldavano le orecchie ancora imbottite delle parole del maestro.
Vasto e magnifico era stato quel giorno il programma delle lezioni. Religione: ricordati di santificare le feste (figuriamoci, domani è domenica); e i precetti della Santa Chiesa: non mangiar carne di venerdì, e digiunare nei giorni prescritti (oh, questo lo sapevano, anche per i giorni non prescritti). Disegno: sciatori che attraversano una vallata piena di neve (facile quadro da mettersi in azione); e, infine, dopo la medicinale grammatica, la gagliarda e commovente recitazione:
"L'han giurato: li ho visti in Pontida...".
A casa, poi, lo aspettava una gradevole sorpresa. Il dottore, venuto a visitare il babbo, lo aveva trovato molto migliorato; non solo, ma, invece di pretendere le dieci lire per la visita straordinaria, trattandosi di località eccentrica, aveva lasciato uno scudo alla povera madre. E dire che il dottore, più che per la sua scienza, era famoso per la spilorceria. La madre, con lo scudo che davvero, dati i tempi sosteneva con valore il suo eroico nome, aveva comprato uova per il malato e un bel chilo di fagiuoli cremisi, detti galantemente della Regina, quelli che in realtà sono tanto ricchi da crearsi il condimento col loro sangue stesso.
Il padre sorrideva: un sorriso tutto denti, simile a quello del sole invernale, ma, come questo, fulgido di speranza. La gioia della vita ricomparve poi nella stamberga col ritorno dei fratelli. Da lontano si sentivano le loro voci, e le risate rimbalzanti cristalline sulla neve: e la stessa fiamma, nel focolare, si fece più alta e allegra per ascoltare le loro frottole.
Disse Giolì:
- Siamo stati a caccia: sì, sì, accidenti a chi non ci crede: siamo stati con un cacciatore che ci ha messo a guardia del varco delle lepri; e ne ha prese quattro. (- Per cominciare, non c'è male - pensò il padre). Una l'ha data a noi, tenendosi lui la pelle, con la testa, e le zampe e la coda, che serve alle signore per metterla al collo.
E Gino trasse dal sacco una lunga bestia insanguinata, già sventrata, pronta alla cottura.
La madre non la prese, fissandola con gli occhi vitrei: Giovannino si sentì la bocca piena di parole, ma se le ringollò una per una. Allora Giolì, senza aspettare altro, infilò la bestia nello spiedo, da provetto cacciatore.
E quando ebbero mangiato, i due fratelli uscirono di nuovo col sacco ancora insanguinato, senza badare alle rimostranze della madre che, con quelle sue parole fatali, li aveva oramai liberati come puledri dalle pastoie.
Giovannino avrebbe voluto seguirli, ma non poteva: e nel vederli sparire, fra il chiarore della neve e della luna, adesso però silenziosi più che le loro ombre, gli parve di vivere in una fiaba.
Nessuno li sentì tornare, e solo sul tardi, la mattina dopo, la madre si accorse che essi avevano seppellito qualche cosa sotto un mucchio di paglia e di neve, e che nel pollaio, già desolatamente vuoto, c'era il miracolo di una gallina viva.
Ben venga, la gallina, in questo santo giorno di carestia; non aveva anche, una volta, preso forma di volatile lo stesso Spirito Santo, mandato da Dio ad annunziare la sua grazia e la sua misericordia agli uomini angustiati?
Il lunedì mattina il maestro tardò alquanto ad entrare in classe. Giovannino, in cuor suo, come meno ipocritamente i compagni, sperava che il signor maestro fosse malato. E il viso, infatti, era pallido, più scarno e osseo del solito: gli occhi tuttavia vivissimi, con lucentezze di febbre. A Giovannino parve stranamente che egli rassomigliasse, quel giorno, al suo babbo; e ne provò un vago terrore, come appunto quando il padre si aggravava e l'odore della morte penetrava, col vento di scirocco e il buio delle nuvole, nella casa disperata.
Le lezioni, quel giorno, procedettero fiacche; e, insolitamente, quella sulla religione fu lasciata alla fine. Fuori c'era un po' di nebbia; d'un tratto però il sole vi si sollevò sopra, come un grande uccello d'oro, e le vetrate si riempirono di perle. Allora il maestro si alzò solennemente, e lesse la parabola del grano e della zizzania:
- In quel tempo propose Gesù alle turbe questa parabola. Il Regno dei cieli è simile a un uomo, il quale seminò buon seme nel suo campo. Ma nel tempo che gli uomini dormivano, il nemico suo andò, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne partì. Come poi il seminato germogliò e granì, allora apparve anche la zizzania. E i servi del padrone di casa andarono a dirgli: «Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo. Come mai c'è la zizzania?». Ed egli rispose loro: «[Un] uomo nemico ha fatto tal cosa». E i servi gli dissero: «Vuoi che andiamo a coglierla?». Ed egli rispose: «No, ché cogliendo questa, non strappiate con essa anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano sino alla mietitura: e al tempo della raccolta dirò ai mietitori: sterpate prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla: il grano, poi, riponete nel mio granaio».
Finita, con voce un po' monotona, la lettura, egli sollevò la testa liscia, e per un attimo, ma come distrattamente, fissò quella arricciata di Giovannino. Giovannino si aspettava quello sguardo, eppure sentì come un soffio di vento freddo penetrargli fra i capelli di agnello nero.
- Vi ho detto questa parabola, - disse il maestro, melanconico, - perché sabato scorso, di giorno, mi è stato rubato il gatto, e di notte le galline. Vada pure per queste, ma il gatto lo si doveva rispettare. Lo conoscevate tutti: era uno di famiglia. E noi sappiamo benissimo chi ha fatto la prode caccia: e si potrebbero mandare i signori carabinieri per scovare, alla loro volta, i bravi cacciatori; ma nella loro casa ci sono anche anime innocenti che possono crescere come il grano in mezzo alla zizzania e, a suo tempo, dar buoni frutti.







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