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David Copperfield
Charles Dickens


Charles Dickens aveva una pessima idea dei maestri di scuola e in particolare di quelli dello Yorkshire, «ignoranti e truffatori, avidi e indifferenti, esseri sordidi e brutali (che) approfittano dell'idiozia dei genitori oltre che dell'impotenza dei bambini». Padre tutore per elezione dell'infanzia maltrattata nella Rivoluzione Industriale, Dickens non fu l'unico a stigmatizzare i Maestri "con la bacchetta in mano". Ovvero quei Maestri privi di ogni passione e "male intenzionati" che anche il nostro Collodi, pur per altre suggestioni, come ricordava Giuseppe Pontremoli in un articolo pubblicato nel 1992 sulla rivista Volontà, definiva in questo modo: " (...) I pedagoghi e i maestri di scuola, queste macchie nere e malinconiche che rattristano l'orizzonte sereno della prima fanciullezza...".




(...) La scuola cominciò sul serio il giorno dopo. Ricordo l'impressione profonda che ebbi quando il frastuono delle voci nell'aula si trasformò in un silenzio di tomba; subito dopo la prima colazione il signor Creakle entrò e rimase sulla soglia a guardarsi intorno come il gigante della favola che osserva i suoi prigionieri.
Al fianco del signor Creakle vi era Tungay, il quale non mi parve avesse motivo di urlare così ferocemente: - Silenzio! - visto che tutti stavano perfettamente zitti e immobili.
Si vide parlare il signor Creakle e si udì la voce di Tungay.
- Adesso, ragazzi, comincia il nuovo semestre. State bene attenti a quello che farete in questo semestre. Vi consiglio di prepararvi alle lezioni perché non vi prepari io il castigo. Io sono pronto.E non vi servirà a nulla grattarvi perché non riuscirete a grattar via i segni che vi lascerò. E adesso al lavoro, dal primo all'ultimo!
Al termine di questo pauroso esordio, e quando Tungay se ne fu andato fuori zoppicando, il signor Creakle si avvicinò al mio posto e mi disse che se io ero famoso per mordere, lui pure era famoso per mordere. Poi mi mostrò la bacchetta e mi chiese come mi sembrava per servire da dente. Era un dente aguzzo, eh? Era un dente grosso, eh? Era un dente lungo, eh? Mordeva, eh? Mordeva? E a ogni domanda mi sferrava un colpo tale da farmi sussultare per il dolore. E così (come disse Steerforth) mi trovai a far parte di Salem House di pieno diritto e anche in lagrime.
Non voglio dire con questo che ricevessi io solo quei particolari segni di distinzione. Al contrario, la grande maggioranza dei ragazzi (specialmente fra i più piccoli) ricevette lo stesso genere di attenzioni mentre il signor Creakle faceva il giro dell'aula.
Prima ancora che incominciassero le lezioni, la metà degli studenti si contorceva e piangeva, e quanti dovettero piangere e contorcersi prima della fine di quella giornata preferisco non cercare di ricordare perché non mi si dica che esagero.
Direi che non può essere esistito un uomo che godesse della sua professione più del signor Creakle. Tale era il piacere che provava nell'aggredire i ragazzi che lo direi non dissimile dalla soddisfazione di uno smodato appetito. Ritengo per certo che non riusciva a resistere alla vista di un piccolo scolaro paffuto, e che un soggetto del genere aveva per lui un tale fascino da non dargli pace fino che non lo avesse scelto e segnato per la giornata. Io ero paffuto e posso parlarne con cognizione di causa.
Certo è che se oggi ripenso a quell'individuo il sangue mi ribolle contro di lui con l'indignazione spersonalizzata che dovrei provare anche se di lui fossi stato solo informato a fondo, ma senza mai essergli stato soggetto, mentre l'indignazione è in me fortissima perché so quale bruto ignorante egli fosse, indegno del grande posto di fiducia che occupava, così come sarebbe stato indegno di essere grande ammiraglio comandante in capo, funzioni nelle quali avrebbe tuttavia probabilmente commesso danni infinitamente minori.


(...) Mi rivedo di nuovo seduto al tavolino, intento ad osservare i suoi occhi, a spiarli umilmente, mentre traccia righe nel quaderno di aritmetica di un'altra vittima le cui mani sono state appena battute da quello stesso righello, e che cerca di cancellarne il bruciore con il fazzoletto. Ho il mio bel daffare. Non osservo i suoi occhi per ozio, ma perché ne sono morbosamente attirato con desiderio e timore di sapere che cosa egli passerà a fare, e se toccherà a me soffrire, o a qualcun altro. Oltre a me tutta una schiera di scolaretti prova il medesimo interesse per i suoi occhi e li osserva. Credo che egli lo sappia, sebbene finga di non accorgersene. Mentre traccia le righe del quaderno di aritmetica fa le più spaventose smorfie e di colpo getta un'occhiata di traverso tra le nostre file e tutti abbassiamo gli occhi sul libro e ci mettiamo a tremare. Un attimo dopo torniamo a guardarlo. Un infelice viene scoperto colpevole di errori nel suo esercizio, e in seguito a un ordine gli si avvicina. Il colpevole balbetta delle scuse, promette di fare meglio l'indomani. Prima di staffilarlo il signor Creakle dice una facezia, e noi ne ridiamo, piccoli e vili come siamo, noi ridiamo con le guance pallide come la cera e il cuore nelle calcagna.
Mi rivedo seduto al tavolino in un sonnolento pomeriggio d'estate. Mi sento circondato da un brusio e ronzio come se i ragazzi fossero altrettanti mosconi. Mi pesa nello stomaco la sensazione del grasso quasi freddo della carne (abbiamo pranzato da un'ora o due) e la testa mi pesa come il piombo. Darei il mondo intero pur di dormire. Resto con gli occhi fissi sul signor Creakle, li batto come un giovane gufo; quando per un momento il sonno mi vince, egli seguita a incombere sul mio torpore mentre squadra i quaderni di aritmetica, fino a quando mi arriva in silenzio alle spalle e mi riporta a una più chiara percezione della sua presenza imprimendomi una riga di fuoco sul dorso. Mi rivedo sul campo da gioco con gli occhi sempre in cerca di lui anche se non lo vedo. La finestra poco lontana, dietro la quale so che ora sta pranzando, fa le veci di lui, e fisso quella.
Se mostra là vicino il suo volto, il mio assume un'espressione di sottomessa implorazione. Se guarda fuori attraverso il vetro, anche il ragazzo più ardito (con l'eccezione di Steerforth) s'interrompe nel mezzo di un urlo e di una chiamata e diventa assorto.
Un giorno Traddles (il ragazzo più sfortunato della terra) infrange accidentalmente con una palla il vetro di quella finestra.
Rabbrividisco anche adesso per la terribile impressione di aver visto quell'incidente, al pensiero che la palla sia rimbalzata sulla sacra testa del signor Creakle.
Povero Traddles!
Strizzato in un abito color azzurro che gli riduceva braccia e gambe come salsicce tedesche o come budini di pasta sfoglia con dentro la marmellata, era il più allegro e il più infelice di tutti i ragazzi. Veniva continuamente preso a vergate, mi pare che in quel semestre sia stato picchiato ogni giorno eccetto un lunedì festivo, in cui ebbe solo colpi di righello su entrambe le mani... (...)








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