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Dago red
John Fante


Tratto dal racconto "Professionista" apparso nella superba raccolta Dago Red pubblicata a New York nel 1940, questo brano ci racconta di una maestra amata da un bambino, poi adolescente, in modo talmente sottaciuto da apparire ancora più appariscente: roba da cattolici, avrebbe sottolineato Bandini, dato che lui è un "dago", un ragazzino di origine italiana, e lei una giovane suora.




(...) Molto tempo fa, quando facevo la seconda, stavano costruendo la scuola nuova. A mezzogiorno eravamo soliti andare sul posto in cui stavano tirando su l’edificio a fregarci un po’ di catrame. Lo masticavamo. Fu proprio per via del catrame che, quando facevo la seconda, suor Agnes decise che non le andavo proprio giù. D’altra parte, mica fu colpa mia se lei se la prese tanto. I banchi, in seconda, erano talmente piccoli che quando si sedeva accanto a me prendeva tutto lo spazio, e io mica lo sapevo che sulla seggiola c’era il catrame. Per farla breve: dovevamo ripetere in coro la lezione e io, invece, masticavo catrame. Suor Agnes mi vede e viene verso il mio banco. Quando io la vedo arrivare, e ho paura, mi tolgo il catrame di bocca e lo butto via. Sul pavimento, credo. Però è caduto sulla seggiola e, cacchio, io non me ne sono accorto. Non sapevo che lei si sarebbe seduta in banco con me. Ma l’ha fatto.
Scuote le dita e fa: – Quante volte debbo dirti di non ciancicare quella roba?
È infuriata. Io non rispondo, e lei si alza, voglio dire: quasi. Insomma: cerca di alzarsi, perché c’è il catrame che la tiene giù.
La tonaca si tende. Cerco di aiutarla. La tonaca comincia a strapparsi. Lei si infuria ancora di più. Dice che debbo toglierle le mani di dosso. Mi tira un bel cazzottone. Poi dice a una ragazza di prendere le forbici, e ritaglia un buchino nella tonaca.
– Sei uno sporcaccione. Mi sa che dovrò darti una scarica di botte.
Insomma mi tocca rimanere dopo la fine delle lezioni e pulire tutto. Suor Agnes sta lí con me. Mi tocca grattar via l’affare con un coltello. Ma non tutto il catrame viene via. Sono triste, molto triste, ma non glielo dico. Non mi va di dire in giro che sono triste. Comunque non ho neanche paura. C’è forse qualcuno che ha mai sentito dire che io ho paura delle suore? Prendo quel pezzo di tonaca nera tagliata via e lo getto nel mio cestino. Suor Agnes è ancora infuriata. Manco mi guarda. Cioè: lo sa che sono lí, ma non mi guarda. Curioso doverle dire: buonasera. Però bisogna dirglielo. E allora lo dico: – Buonasera, sorella.
Lei dice: – Piglia il cestino e tira fuori quel pezzo di stoffa.
La stoffa è catramosa e appiccicaticcia. C’è da vergognarsi, nel dargliela. Mi sento triste. Penso che voglia ricucire il tutto, catrame compreso. Ma il catrame le si attacca alle dita. Io ho paura. Mi sento goffo.
- Sei cattivo, – fa lei. - Sei molto cattivo. Sei molto, molto cattivo.
Io faccio finta di non sentire. Guardo la porta. Faccio finta che sto rollando catrame con le dita. Forse, penso, farei meglio a dirle che mi dispiace. Ma ci farei la figura della femminuccia. E non glielo dico.
– Mi stai ascoltando? – domanda lei. 
Sto pensando alle femminucce. Dico: – Come?
Non è previsto che uno possa dire: «Come?» alle suore. È previsto che uno dica: «Che cosa ha detto, sorella?» Insomma, ho sbagliato ancora una volta. Ci sono cascato di nuovo. So che è in arrivo, ma non chino il capo. Per essere uno di seconda, me la cavo piuttosto bene. Comunque non fa male per niente. Magari a qualcun altro gli avrebbe pure fatto male, ma io sono uno tosto.
- È tutto. Va’ a casa, – dice lei.
(…)
Suor Agnes mi chiedeva sempre di casa. Diceva sempre che voleva venirci a trovare per vedere se ero cattivo con mia madre. Sono contento che non sia mai venuta. Casa mia non è granché. E non è nemmeno proprio casa mia. Voglio dire: è di mio padre. Non ci fa molto caldo. Nella finestra davanti c’è un buco grosso cosí. L’ha fatto mio fratello con un ferro di cavallo. Quel buco la fa sembrare una casa di povera gente. La veranda di fronte una volta era bianca, ma quando giochiamo a pallone continuiamo a tirare sui muri e sulle imposte. E ora la veranda ha un’aria pazzesca. Suor Agnes penserebbe che siamo terribilmente poveri se la vedesse. 
(…) Un giorno mia madre scrisse a suor Agnes. Mi appartai dalle parti del torrente e lessi il biglietto. Non era un bel biglietto. Era macchiato. Mia madre l’aveva scritto con la sua vecchia penna. Aveva fatto un errore, anche. Aveva scritto il suo nome cosí: «Maria Toscana». Che è sbagliato. Quando le altre madri scrivono i loro biglietti alle monache, si firmano in questo modo: «Signora...» E poi scrivono il cognome: Il nome non lo usano. Mia madre avrebbe dovuto firmarsi in questo modo: «Signora Toscana». Quando invece si firma cosí: «Maria Toscana», la gente capisce che siamo poveri. Ed ecco che cosa aveva scritto mia madre: “Cara sorella Mary Agnes, sono davvero dispiaciuta che non possa venire a trovarmi. Mio figlio mi parla di lei quasi ogni giorno, e io vorrei molto conoscerla. Una volta di queste, potrei mandarle un bel piatto di maccheroni? È solo un pensiero per le carinerie che usa con il mio ragazzo”.
Cavolo, se ero nei casini. Il biglietto diceva che mia madre era davvero dispiaciuta, e suor Agnes avrebbe pensato che la cosa era comica, perché io non le avevo chiesto di venire, e dunque non poteva dirmi di no, dunque perché mai mia madre doveva essere dispiaciuta?
Non sapevo che fare. Feci filone. Feci filone tutta la mattina. Seduto su una panca alla stazione, restai a guardare i treni. Gli Athletics viaggiano su treni cosí grandi. E poi ecco un tizio, lo chiamano Jumbo, e che ti fa? viene alla mia panca. Vuol sapere se sto facendo filone. Non è che sia un ragazzo, no: è un uomo. Vuol sapere perché sto facendo filone. Gli mostro il biglietto e glielo dico.
– Oh, – fa lui, – ma è semplice.
Fa a pezzi il biglietto. E dice che dovrei andare da suor Agnes e chiederle, faccia a faccia, se gradirebbe un po’ dei maccheroni di mia madre. Bella idea, bella idea veramente. (...) Dopo scuola andai nella stanza di suor Agnes. L’idea di Jumbo era senza dubbio assai brillante. Per me non è un problema chiedere alla gente se vogliono mangiare i maccheroni di mamma; è un problema dargli dei biglietti. C’è una bella differenza.
Suor Agnes stava suonando l’organo. Era da sola. La stanza, e l’organo, e suor Agnes, e tutto quanto mi fecero pensare a quando ero piú piccolo. Mi guardavo intorno, e sapete che cosa stavo cercando? Cercavo il mio piccolo banco col catrame attaccato alla sedia. E certo che c’era, giú in fondo alla stanza. Mi ci sedetti. Gesú, se era triste. Eccomi là, il piú gran battitore che questa scuola abbia mai avuto, seduto al solito banchetto. Come quando suor Agnes era mia insegnante.
L’organo si fermò, e la sentii dire: – Be’, che diavolo stai mai facendo là dietro?
- Oh, niente, – dissi.
- Vieni qui, che parliamo, – disse lei.
Cominciai a tirarmi fuori dalla piccola scrivania. Ma lei disse: – Aspetta. Voglio mostrarti una cosa –. Venne verso di me tra i banchi.
Era proprio come quella volta che era venuta e si era seduta sul catrame. Pensai che non lo ricordasse, ma era proprio quello che voleva mostrarmi. Gesú, se arrossii! e divenni freddo come il ghiaccio perché stavo proprio lí seduto a quello stesso banco.
Ma non fu cosí tremendo. Mi tirò i capelli, e mi disse che gli assassini tornano sempre sul luogo del delitto.
Risi, e rise anche lei, e insieme ridemmo. Gesú, com’era graziosa. Mi sarebbe piaciuto dirle: «Mi dispiace» tanto, tanto tempo fa. Avrei dovuto dirlo proprio allora, ma ancora adesso è una cosa che non mi piace dire alla gente. Invece dissi: – Mia madre vorrebbe che lei venisse a mangiare un po’ dei suoi maccheroni. E lei: – Certo! Ringraziala e dille che sarò ben lieta di mangiarne un’intera pentola.
Ne fui piú che sorpreso. Non pensavo che le suore mangiassero maccheroni. Però forse sí. Non che suor Agnes volesse dire davvero una pentola intera. Voleva solo dire: un bel po’. Però mi sa che mia madre la prese alla lettera. Santi Numi! Il giorno dopo dovetti sobbarcarmi un paiolo di maccheroni fino a scuola. Gridai, ma non ci fu verso. Papà era a casa. Me ne andai per vicoli, in modo che nessuno dei ragazzi potesse vedermi. Mi infilai nella porta di servizio e diedi il tutto a suor Cook, dicendole di darlo a suor Agnes.
Suor Agnes disse che erano i migliori maccheroni che avesse mai assaggiato. (...) Per un po’, suor Agnes mi parlò della possibilità di farmi prete. (…)
Suor Agnes calcolò che sarei diventato prete a trentacinque anni. Dissi: – Ehi, sorella, e lei quanti anni ha?
- Mai chiedere l’età a una monaca, – disse lei. 
Poi sollevò il tampone dalla scrivania e mi mostrò una fotografia. C’erano sua madre e suo padre e lei da ragazza. Suor Agnes portava un cappellone con una penna. La guardai a lungo. Se la riprese e la rimise sotto il tampone. – Ora, – disse, – quanti anni credi che abbia? Dissi: – Posso tirare a indovinare?
Indovina, – disse lei.
- Venticinque, – dissi. In realtà buttavo lí dei numeri a caso.
Rise. Voleva dire che avevo indovinato. Quando la gente ride in quel modo, significa che ci avevo preso. Prima di dirmi buonasera, mi disse di andare in sagrestia e pregare Nostro Signore che mi facesse prete.
Andai. Pregai come mi aveva detto, ma non pregai proprio forte, perché non è che volessi davvero farmi prete. In realtà voglio essere un giocatore professionista. E comunque non pregai per diventarlo, perché per quella cosa lí ci prego di domenica. (…) Proprio quando mi alzai per andarmene, mi venne un’idea magnifica. Mi inginocchiai di nuovo e dissi una preghiera. Una gran preghiera. Eccola qua: «O caro, dolce Bambin Gesú, se mi aiuterai a prendere la foto di suor Agnes, farò che la mia prossima novena sia tutta per chiederTi di farmi diventar prete». Pregai sul serio. Ero un santo. Inginocchiato e tutto. Con le mani giunte. Dopo aver pregato andai nella classe di suor Agnes. Volevo chiederle di darmi la foto. La volevo proprio. Dovreste vederla, quella suor Agnes! Lei non c’era. Però si sentivano forchette e coltelli dal convento. Voleva dire che le suore stavano cenando. La volevo, quella foto. Cosí la rubai. Me la misi in petto. E me la filai a casa. Dopo cena andai in soffitta e nascosi la fotografia. Ci tengo tutta la mia roba importante, lassú, e nessuno può vedere la foto. Nessuno all’infuori di me.
Il giorno dopo cominciai a pensare, e non sapevo cosa fare. Era brutto, perché suor Agnes sapeva chi era stato. Quando fui a scuola, non uscii sul prato. Me la filai in bagno e mi ci chiusi finché la campanella non suonò. Restai nel lavatoio anche a ricreazione. E a mezzogiorno ero ancora lí. Dopo scuola, ruppi le righe e corsi dietro la chiesa. George McClure mi vide, cosí entrai in chiesa per recitare un Atto di Dolore, perché rubare è peccato mortale. Mentre ero lí inginocchiato, non ti arriva George McClure?
- Ehi, suor Agnes ti sta cercando, – disse.
- Perché?
- Che ne so.
- È arrabbiata o cosa?
- Non che io sappia.
Prima di vederla, dissi un’altra preghiera. Una abbastanza buona. Eccola qua: «O dolce, caro Bambin Gesú, se hai mai aiutato qualcuno, per favore, aiutami ora».
Suor Agnes stava suonando l’organo. Mi sentí entrare. Ero cosí impaurito che non riuscivo a parlare. Circospetto e in preda ai brividi, mi sentivo come la volta che lei era venuta tra i banchi quando stavo in seconda.
- Salve, – disse lei. Lo disse con un’aria ambigua, lo capii subito.
- Salve.
- Non devi piú venire qui, – disse.
- Non devi piú parlarmi, – disse. Poi alzò la voce: – Hai capito?
- Sí, sorella, – dissi.
- Va’ a casa, – disse.
Dopodiché non mi volle piú bene. So che non me ne vorrà mai piú. Ci giurerei. (...)








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