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Diario di una maestrina
Maria Giacobbe

Diario di una maestrina, opera prima della scrittrice sardo-danese Maria Giacobbe, vincitrice del premio Viareggio nel 1957 e poi tradotta in quindici lingue, è il resoconto-diario di una esperienza di frontiera, per quanto frontiera interna, la Barbagia terra ancora lontana ed Altra: almeno quanto risuona lontano e Altro il punto di vista di chi qui la descrive.




(...)
Fonni: scolari all'aggiudu
(......) Sotto un velo di pioggia ecco Fonni! Le case sembrano schiacciate dalle grandi tegole rugginose. Porte e finestre sprangate; di vivo c'è solo la pioggia. Mi sembra però che intorno mille occhi sospettosi mi osservino, come se lì, dietro quei muri sghembi, si vivano intensamente ore di attesa.
All'improvviso, nella piazzetta deserta, è accanto a me una bimba di nove o dieci anni.
- Siete la nuova maestra? Venite con me!
Mi accompagna a casa correndomi innanzi sotto la pioggia e il vento. E' scalza, i piedini violacei affondano senza esitazione nei rigagnoli turgidi e impetuosi. La veste di cotone completamente inzuppata, aderendole al corpicino magro, si rivela come il suo unico indumento. Ho un assurdo senso di colpa e rabbrividisco sotto il mio caldo impermeabile. Mentre la padrona mi prepara una scodella di caffelatte la bimba, asciugandosi alla fiamma del camino, mi dice, col tono grave ora noncurante degli adulti, che non è parente della signora ma che va da lei tutti i giorni per "aggiudu" e che, nonostante ciò, quest'anno potrà frequentare la scuola. Alla mia classe, una terza femminile, mi presenta la più anziana delle maestre. Trenta visi mi guardano con curiosità e ascoltano con indifferenza ciò che la collega mi va dicendo:
- Le tratti come si deve, sa! Sono cattive e maleducate. La povera maestra dell'anno scorso è dovuta andare in pensione prima del previsto, per colpa loro. Le hanno talmente mancato di rispetto che è dovuta scappare, proprio così, scappare le dico!
Io, confusissima, mi affanno a dire: - Spero che saranno buone, andremo d'accordo, saranno buone certamente.
Ma lei non mi ascolta: - La frusta ci vuole, dia retta a me, la frusta!
Agita la destra come se davvero fra le dita tenga uno staffile. E mi lascia. Salgo sulla cattedra. la preghiera, l'appello. Passano così i primi momenti, quelli della maggiore confusione. Ma dopo, che fare?
Piove e non si può iniziare con una passeggiata in campagna. Bisogna stare fra le quattro pareti. Ma le bambine non hanno libri, non quaderni, non penne. Non so come intavolare una conversazione. Tento qualche domanda, mi rispondono tutte in coro. Sto in silenzio un momento, dimenticano la mia presenza e si mettono a chiacchierare e a ridere tra loro, un chiasso altissimo che ho paura arrivi alle altre aule e faccia pensare male di me ai colleghi più esperti. Non voglio che le bambine si accorgano del mio sgomento. Racconto una fiaba e la faccio durare il più a lungo possibile poi le rimando a casa con la raccomandazione di portare, l'indomani, l'occorrente per scrivere. Il primo esperimento di composizione è disastroso. Scritture orribili, ortografia e sintassi del tutto particolari e poco somiglianti alle italiane. Ideuzze banali : "lasquola è bela" "lamama e brava".
Siamo a scuola già da quindici giorni ma ancora non sono riuscita a quadagnarmi la simpatia delle alunne. Sono la maggior parte ripetenti, ripetenti recidive, veterane della scuola. Tra titolari e supplenti devono aver cambiato decine di insegnanti e io, nuova del mestiere, devo sembrare loro goffa e priva di imponenza. Le tratto con ostinata gentilezza, ma, forse proprio per questo, mi disprezzano. Forse la mia cortesia fa sì che mi sentano diversa da loro e distante. Esse stesse, un giorno, con una certa aria di protezione e superiorità mi consigliano di picchiarle se voglio ottenere qualcosa:
- L'altra maestra aveva un bastone grosso così, - mi dicono con fervore, - e anche a casa, "all'aggiudu", ci picchiano quando lo meritiamo!
Venendo meno ai propositi maturati durante gli anni di studio mi lascio convincere e, a freddo, distribuisco qualche schiaffo. Dapprima è il silenzio, poi una risata serpeggia e esplode. non so dare gli schiaffi e nel darli cerco di non fare male. Per tutte le quattro ore di lezione non dovevo far altro che raccontare quelle terribili fiabe nordiche in cui streghe crudeli, fanciulle bellissime e perseguitate, principi azzurri cavalcanti magnifici cavalli dagli zoccoli doro, piccoli uomini bizzarri e deformi, popolano boschi colmi d'ombra e di mistero. Allora finalmente tacciono, non tutte, ché alcune non sanno ascoltare. La loro fantasia è assetata di cose forti e paurose, è la tragedia che le interessa, il lieto fine di prammatica le delude. Ma il programma ? E' un incubo. Ad esso si aggiungono le questue. Una circolare del direttore ci invita a parlare in classe della tragedia che ha colpito intere regioni italiane e a raccogliere tra gli scolari offerte "pro alluvionati". Le bambine sono povere e non riescono neppure ad avere quaderni a sufficienza, tuttavia penso sia utile, dal punto di vista educativo, suscitare la solidarietà. Per rendere viva la lezione porto a scuola dei giornali che, documentati con numerose fotografie, descrivono gli effetti dell'alluvione nelle zone più devastate. Raccolgo le bambine attorno alla cattedra e commento le illustrazioni con le parole che la drammaticità dell'argomento suggerisce .
Guardano, ascoltano, sembrano commosse. Certo che la loro fantasia è colpita soprattutto dagli aspetti più appariscenti della tragedia: i gruppi isolati sui tetti, i viveri lanciati dagli aerei, i ponti tesi dai balconi attraverso le strade.
E' arrivato il momento psicologico in cui credo di poter dire che sarebbe bello dimostrare ai più disgraziati, con offerte "anche di una sola lira", la nostra solidarietà . Due o tre bambine mi consegnano alcune lirette lungamente custodite entro le copertine dei libri. Ma una, guardandomi fisso, quasi con sfida, dice: - Anche a noi la pioggia ha devastato l'orto e nessuno ci ha dato niente. Lo stato d'animo che io avevo creato era distrutto, la commozione cade come una vela strappata. E strano, non mi riesce di sentire diversamente da loro. Sono ormai giorni e giorni che tento inutilmente di raccogliere le trenta lire della pagella. Ma oggi, a costo di non fare lezione, devo poter consegnare al direttore la somma al completo. Pochissime mi hanno portato i denari il primo giorno, alcune ieri dopo le mie insistenze, oggi quasi nessuna e non ho neppure la metà della somma. Tutte mi rispondono: - Mamma dice che oggi non ha le trenta lire, quando le avrà me le darà.
Non ci credo e le rimando a casa ma solo due, tornando, non mi ripetono la solita frase. Non riesco a credere che in una casa, sia pure di poveri, di poverissimi, non ci siano trenta lire e vorrei insistere. Mi dicono con fermezza che sarebbe inutile a meno che io non permetta che paghino la pagella con un uovo. L'idea mi pare accettabile e presto la cattedre prende l'aspetto di un banco di mercato. Finalmente tutte hanno pagato! No, manca ancora una quota. Anna. La cerco con lo sguardo e mi accorgo che è più pallidina del solito e, rimpicciolendosi tutta, cerca di rendersi invisibile. La chiamo e la rimando a casa. Vorrei poter umiliare la mamma che per estrema avarizia, suppongo, non vuole pagare la pagella.
- Non abbiamo galline - mi dice a bassa voce - mamma non ha soldi e babbo è nel Belgio per lavorare.
Ho pena della bambina ma sento di dover educare questa gente che non capisce l'importanza della scuola e della pagella e rimando Anna dalla mamma. Per ben tre volte. Quando la piccola sta per piangere io finalmente le credo e mi vergogno.
(...)
A un tratto mi sono accorta di aver conquistato le bambine. Son sicura, non so bene perché, che ora mi vogliono bene; di certo si bisticcerebbero con chiunque per difendermi. Forse in questo cambiamento c'entra in qualche modo il mio abito nuovo, o forse la mia malattia dei giorni scorsi o, forse, i graziosi quadretti e i cartelloni che, per facilitare l'apprendimento delle scienze e della storia, ho appeso alle pareti dell'aula. Cominciano a scrivere un po' meglio, più corrette e meno banali. Davanti al foglio bianco non hanno più quella diffidenza che le costringeva a mentire con <pensierini> estranei ai loro interessi e alla loro sensibilità. Scrivono della primavera che è finalmente arrivata, dei fiori che a mazzi portano in classe dalla campagna, della neve che comincia a sciogliersi dopo che per mesi e mesi ha coperto orti e pascoli, del battesimo del fratellino nuovo, della gallinella che si è lasciata mangiare la zampa dal maiale, dei quadri che ornano l'aula, della loro vita di servette. Cominciano anche a capire i problemi aritmetici e fanno a gara a chi ne risolve di più e meglio. Per fortuna il Patronato scolastico ci ha messo a disposizione un numero sufficiente di quaderni a quadretti e le bambine non devono preoccuparsi di chiederli a casa. Alcune hanno già risolto tutti i problemi che io ho preparato per loro. Altre sono più lente ma ormai questo esercizio è per tutte uno sport e devo addirittura frenare la loro passione aritmetica. Devo pensare che al principio dell'anno molte non sapevano fare l'addizione e che la divisione ne ha fatto piangere parecchie per vedere quanta strada abbiamo percorso.
Orgosolo
Oggi è il primo giorno di lezione. Ho due scolaresche di prima: devo supplire la collega con la quale mi alternerò nell'aula. Cinque ore, sessanta bambini. Non riesco neppure a ricordare i nomi. Alcuni piangono e vorrebbero tenere ancora la mano della mamma o della sorella che li ha accompagnati. Finalmente riesco a sistemarli ai loro posti. Le gambe penzolano dai sedili troppo alti.
C'è nell'aria un silenzio e una immobilità innaturali, so che non potrà durare perciò devo approfittarne.
Attendono qualcosa da me, comincio a parlare ma ho appena aperto la bocca che un bambino scoppia in un pianto convulso. Sembra che la mia voce lo spaventi, invoca la mamma e mi inonda di lacrime.
Vorrei farlo accompagnare a casa ma, come un naufrago alla sua tavola, si attacca ostinatamente al banco. E' disperato e io mi sento del tutto incapace di aiutarlo o di liberarmene. Ma ora, quasi all'improvviso, tace, il piccolo incosciente, e ha il coraggio di sorridermi tra le lacrime.
Gli altri in tanto sono in rivoluzione. Abbiamo già detto la preghiera ma per calmarli non trovo di meglio che rincominciare con il segno della croce e l'Avemaria.
Approfitto del relativo silenzio che segue alla preghiera per attaccare con Cappuccetto Rosso. In principio mi ascoltano con molta attenzione, seguono affascinati il movimento delle mie labbra. Ma poco dopo, e Cappuccetto non aveva ancora incontrato il lupo, si annoiano e cominciano ad agitarsi: tanto vale che mi per dia per vinta: di ciò che dico in italiano non capiscono assolutamente nulla: dovevi parlare il loro dialetto ma purtroppo non ne sono capace. Si ripete una situazione che avevo conosciuto a Fonni, ma qui peggiorata perché non ho interpreti. Mi soccorre Giovanni, un monello scalzo e magrissimo con grandi occhi adulti e un ciuffo biondo impastato di polvere. Si è fatto notare dal suo primo ingresso; è arrivato solo ed entrando ha lanciato un <buongiorno> spavaldo quasi provocatorio.
Poi ha preso posto sotto la lavagna e non l'ho potuto convincere a sedersi sul banco. A tutte le mie esortazioni, a tutti i miei ragionamenti, a tutti i miei ordini rispondeva con una punta di disprezzo: "Bae! Bae!" (Ma va! Ma va!). Adesso all'improvviso, quasi si sia accorto del mio smarrimento, propone di raccontare lui una storia.
(...) Ho dei bellissimi gessi colorati e disegno alla lavagna. Dico i nomi degli oggetti rappresentati, li faccio ripetere, ne dico i colori, invento piccole fiabe di poche parole e molti disegni. Cerco di render viventi nella fantasia dei bambini le figure di cui la lavagna va popolandosi. Invito i bambini a disegnare sui loro quaderni, nessuno mi ubbidisce, dicono che non sanno. Solo un ripetente si azzarda a tracciare qualche linea. Devo insegnare fra quali dita si deve tenere la matita e in quale mano. Ma hanno paura, non vogliono sporcare il quaderno nuovo di cui vanno fieri. Dopo molto ottengo che segnino dei puntini sugli incroci delle righe. E già in primo passo per esercitare la mano e l'occhio. Una settimana è passata. I progressi sono scarsi: io ho imparato i nomi degli alunni e loro hanno imparato i nomi degli oggetti dell'aula e i verbi più comuni. In quanto al disegno e alla scrittura siamo ancora lontani dal principio. Il <disegno spontaneo> non è spontaneo affatto, i bambini sino ad ora non hanno dimostrato alcun desiderio di <<esprimersi per immagini>>. Hanno orrore della matita e non vogliono usarla. Si divertono però a vedermi disegnare alla lavagna. Mi si affollano intorno e mi ordinano: - L'automobile! Il carro! Il postale! L'aeroplano! -. Ho successo. (...)








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