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La scuola o la scarpa
di Tahar Ben Jelloun

Interprete delle mille linee di confine, ma anche incessante costruttore di ponti, tra le due sponde del Mediterraneo, lo scrittore marocchino ci propone la figura di un maestro qualunque. Che in un villaggio nordafricano così insignificante da essere un nulla, un nulla vuoto e tondo come una zucca - metafora di ogni aula da riempirsi di presenze e rapporti esemplari, pena la perdita di sé e degli altri - va in cerca dei suoi alunni che all'apprendimento hanno sostituito per necessità il lavoro sottopagato in una fabbrica di scarpe. Ecco allora che il maestro qualunque, un Maestro esemplare, si pone delle domande e soprattutto si pone in ascolto: in questo brano anche di un vecchio saggio, "maestro" pur esso in senso lato, che sa che ad aspettarli, i bambini, sempre ritornano.




(...) Il secondo giorno di scuola, mancano due allievi.
Sono ammalati o si sono persi per strada? Nessuno risponde. Due assenti su trenta non sono tanti. Verranno domani. In realtà, l'indomani non arrivano. Mancano altri tre bambini. Mi preoccupo. Non ho un direttore cui rivolgermi. Sono il maestro, il direttore, il bidello e il guardiano della scuola.
Gli altri bambini non dicono niente.
Faccio lezione nonostante la preoccupazione. Alla fine del mese, mi ritrovo con la metà degli allievi. Dove sono finiti gli altri quindici? 
A questa domanda, i ragazzi ridono e rispondono una cosa qualsiasi. Decido di parlarne al capo del villaggio, Hadj Baba. Lo trovo sul tardo pomeriggio sotto l'albero, circondato da alcuni uomini, sempre gli stessi. Mi dice, scacciando con la mano le mosche che gli ronzano intorno: "I bambini sono sassi, rami di un albero che perde le foglie, parole azzurre, scoppi di risa... vanno, vengono, passano e non lasciano tracce... tutto questo tu che vieni dalla città dovresti saperlo! Ricordati, non hanno ancora l'abitudine di andare a scuola con regolarità. Forse, poi, non ti prendono sul serio, sei troppo giovane, hai l'aspetto di un ragazzo. Per loro, il sapere deve essere insegnato da un uomo maturo, un anziano con la barba bianca, un uomo che sappia parlare agli alberi e agli animali. Tu vieni dalla città e hai dimenticato la realtà del tuo villaggio."
"No, è proprio perché amo il mio villaggio che sono tornato, per rendermi utile. Ma perché non vengono a scuola?"

"Ah! La scuola! Tu chiami questo rudere una scuola? Non hai neanche una lavagna. Quanto ai tavoli e alle sedie, aspetta, aspetta pure. Perché questo villaggio sperduto dovrebbe essere preso in considerazione dalle autorità della città? Sei ingenuo, figlio mio. E poi, hai visto le condizioni del bestiame? L'anno scorso tu non c'eri. Non ha fatto una sola goccia di pioggia. Intorno a queste colline si aggira la morte. Tieni, siediti e guarda il cielo. Se hai pazienza, imparerai che il cielo è vuoto; non ci riserva nulla di buono. Siamo maledetti. E in ogni caso, dopo la morte del nostro maestro, il villaggio continua a morire. Quindi la scuola..."
"Ho una nomina ufficiale per insegnare in questa scuola."
"Benissimo, e quindi? Noi, qui, siamo vittime dell'aridità. L'aridità del cielo e degli uomini. Perché le persone della capitale non hanno nominato qualcuno per aiutarci a lottare contro la fame?"
"Avete paura di un'epidemia?"
"Cos'è una epidemia?"
"Una malattia che colpisce tutti."
"No, non è una malattia; guardati intorno, cosa vedi? Sabbia, pietre, un albero, quello sotto cui siamo seduti; vuoto, vento, polvere, un pazzo che parla da solo, e poi questa moschea trasformata in scuola. Ecco tutto. Anche se arriva una malattia, se ne andrà. Non troverà niente e nessuno da colpire. Questa è la nostra fortuna e la nostra sfortuna. Moriremo da soli. Non abbiamo bisogno di malattie. Qui le persone muoiono dormendo. Non si svegliano. Tutto qui. Non te la prendere se i bambini spariscono; torneranno."







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