Home

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (Einaudi)

Carlo Levi, medico, pittore, scrittore e intellettuale antifascista, tra i fondatori a Parigi di Giustizia e Libertà, venne inviato al confino in Lucania nel 1935. Anni dopo raccontò in questo libro la scoperta, per lui inaspettata e sconvolgente, di un Sud ancestrale e contadino, magico e lontano, ancora fuori da ogni Storia se non la propria. In questo universo minore le figure dei Maestri di Scuola appaiono incarnite in un Potere che più che altrove appare da operetta.




(...) Il podestà mi riconosce e mi chiama. È un giovanotto alto, grosso e grasso, con un ciuffo di capelli neri e unti che gli piovono in disordine sulla fronte, un viso giallo e imberbe da luna piena, e degli occhietti neri e maligni, pieni di falsità e di soddisfazione. Porta gli stivaloni, un paio di brache a quadretti da cavallerizzo, una giacchetta corta, e giocherella con un frustino. È il professor Magalone Luigi: ma non è professore. È il maestro delle scuole elementari di Gagliano; ma il suo compito principale è quello di sorvegliare i confinati del paese. In quest’opera egli pone (avrò poi modo di constatarlo) tutta la sua attività e il suo zelo. Non è egli forse stato definito da S. E. il Prefetto, come subito trova modo di dirmi con una vocetta acuta da castrato, che esce sottile e compiaciuta da quel suo corpaccione, il piú giovane e il piú fascista fra i podestà della provincia di Matera? Non posso fare a meno di compiacermene con il professore. E il professore mi dà subito notizie sul paese, e sul modo con cui mi conviene comportarmi. Ci sono qui alcuni confinati, una diecina in tutto. Non devo vederli, perché è proibito. Del resto sono gentaglia, operai, robetta.(...)

(...) Il podestà, maestro di scuola, era in quel momento nell’esercizio delle sue funzioni di insegnante. Stava seduto al balcone della sua classe, e fumava guardando la gente sulla piazza, e interpellando democraticamente tutti i passanti. Aveva in mano delle lunghe canne, con le quali, ogni tanto, ristabiliva l’ordine senza muoversi dalla seggiola attraverso la finestra aperta, colpendo, con un colpetto abilissimo e ben aggiustato, la testa o le mani dei ragazzi che, lasciati soli, facevano troppo chiasso. – Bella giornata, dottore! – mi gridò dal suo arengo, quando mi vide comparire sulla piazza. Di lassú, con le sue bacchette in mano, egli si sentiva veramente il padrone del paese, un padrone affabile, popolare e giusto; e nulla poteva sfuggire alla sua vista. – Non l’avevo ancora veduto, stamattina. Dov’è stato? A passeggiare? Su, fino al cimitero? Bravo, bravo, passeggi, passeggi! Si diverta. E si trovi qua in piazza dopo colazione, alle cinque e mezzo. Prima dormirà, credo. Le voglio far conoscere mia sorella. Dove va? A Gagliano di Sotto? A cercare alloggio?
Mia sorella glielo troverà, non si preoccupi. Per un uomo come lei non ci vuole una casa di contadini. Ma le troveremo meglio, dottore! E buona passeggiata! (...)

(...) Il marito di donna Caterina, un grosso uomo dalla faccia militarescamente burbanzosa e ottusa, la cui fotografia in divisa da capitano troneggiava nel salotto, il maestro di scuola Nicola Cuscianna, segretario del fascio di Gagliano e braccio destro di suo cognato e di sua moglie nel dominio sul paese, era stato stregato dai begli occhi neri, dall’alto corpo flessuoso, dalla bianca carnagione della bella figlia del farmacista, che pure apparteneva alla famiglia nemica. Se fossero davvero amanti o se la cosa non fosse che una esagerazione di male lingue, non l’ho mai potuto sapere, ma donna Caterina ne era convinta. Donna Caterina non era piú giovane, i vent’anni e la bellezza della sua rivale non potevano non farla tremare. I due supposti amanti non potevano mai vedersi, in un paese cosí piccolo, con mille occhi attenti su di loro, e con quelli vivi e sempre aperti di donna Caterina, che non li perdeva di vista un minuto. Non c’era che un mezzo per poter soddisfare l’irresistibile passione, secondo quanto immaginava, nella sua gelosia, la moglie tradita: donna Caterina doveva scomparire; ed essi cosí avrebbero potuto sposarsi. La bruna incantatrice e la sua bionda e insignificante sorella erano le padrone incontrollate e incompetenti della farmacia paterna, affidata illegalmente alla loro gestione; e tutto il paese mormorava e temeva gli effetti della loro eccessiva disinvoltura nel pesare le medicine. Il mezzo per la soppressione di donna Caterina era dunque a portata di mano: il veleno. E il veleno avrebbe operato senza pericolo di scoperta: dei due medici del paese, l’uno era lo zio dell’avvelenatrice, e certamente complice; l’altro, vecchio e rimbambito, non era in grado di accorgersi di nulla. Donna Caterina sarebbe morta, e i due amanti, impuniti e felici, avrebbero riso insieme sulla sua tomba.
Quale verità stava sotto questa immaginazione delittuosa? Quali indizi segreti, quali biglietti d’amore carpiti, quali velati accenni nella convivenza quotidiana avevano generato in quell’animo geloso e violento, il dubbio prima, e poi una specie di ossessionata certezza? Lo ignoro: ma donna Caterina credeva al prodotto della sua fantasia; e del progettato delitto riversava la colpa non tanto sul marito, che era stato stregato, quanto sulla rivale, e su tutti coloro che avevano, in qualunque modo, a che fare con lei. L’odio tradizionale, la lotta personale per il potere in paese, alimentata da queste nuove ragioni, si fece violenta e feroce. L’avvelenatrice e tutti i suoi dovevano pagar caro il loro delitto.
Quanto al marito, donna Caterina sapeva come trattarlo. Non si doveva fare scandali, nessuno doveva sospettare di nulla. Donna Caterina gli rinfacciò ogni giorno, fra le pareti domestiche, le sue colpe, lo accusò di adulterio e di assassinio, e gli vietò l’accesso al letto coniugale.
L’autorevole e temuto segretario del fascio di Gagliano perdeva, entrando in casa sua, ogni burbanza: sotto gli occhi neri e fiammanti della moglie egli era l’ultimo dei reprobi, un peccatore senza possibilità di perdono; e doveva acconciarsi a dormire solo, su un sofà nel salotto. Questa triste vita durò sei mesi; finché apparve la sola possibilità di salvezza e di redenzione: la guerra d’Africa. Il delinquente umiliato chiese di andare volontario, pensando che avrebbe cosí espiato le sue colpe, si sarebbe riconciliato, al ritorno, con la moglie, e intanto avrebbe preso lo stipendio di capitano, assai superiore a quello di maestro di scuola; e partí. Il suo esempio, purtroppo, non fu seguito da nessuno. Il capitano Cuscianna e il tenente Decunto di Grassano di cui ho parlato furono i soli volontari in questi due paesi. Ma, seppure a pochi, anche le guerre servono a qualche cosa. Il capitano Cuscianna era dunque un eroe, donna Caterina la moglie di un eroe, e nessuno del partito avverso poteva vantare, a Matera, simile benemerenza. E ora io ero arrivato, mandato evidentemente da Dio, per aiutare donna Caterina a compiere le sue vendette.
– Anche Luigino voleva andare volontario, con mio marito. Si vogliono bene come due fratelli. Sempre assieme, sempre l’uno per l’altro.
Ma Luigino ha poca salute, è sempre malato. Fortuna che ora c’è lei. E poi, chi sarebbe rimasto in paese, per tenere un po’ d’ordine e fare la propaganda? – mi diceva la donna, mentre, attirato dall’odore delle focaccine, faceva il suo ingresso nella stanza, a passettini cortissimi, lenti e impacciati, avvolto in una palandrana, con una papalina ricamata in capo e la pipa nella bocca sdentata, don Pasquale Cuscianna, suo suocero. Era un vecchio grasso, pesante e sordo, goloso e avidissimo come un enorme baco da seta. Era anche lui, come suo figlio e don Luigi Magalone, maestro elementare: da parecchi anni in pensione. Gagliano, come l’Italia, era in quel tempo in mano ai maestri di scuola. Onorato da tutti, stava in casa tutto il giorno mangiando o dormendo, o si sedeva sul muretto della piazza a fumare. Era malato, mi disse subito la nuora, aveva un restringimento uretrale, e forse un po’ di diabete. Questo non gli impedí di buttarsi, appena arrivato, a divorare con straordinaria voracità le focaccette avanzate. Si sdraiò poi, con dei grugniti di soddisfazione, su una sedia a sdraio, fece mostra di partecipare alla conversazione, di cui non sentiva nulla per la sordità, con qualche borbottío, e, bofonchiando e soffiando a tratti, non tardò ad addormentarsi. (...)







Vai al Lunario dei Giorni di Scuola su Facebook