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I ragazzi della Via Paal

Ferenc Molnar


Insieme a Cuore di Edmondo "dei Languori", I Ragazzi della via Paal è stato uno dei libri maggiormente castigati dai furori della rivoluzione culturale post '68, a causa del suo presunto carattere militarista e guerrafondaio. Un torto mai pienamente riparato che ancora getta un'ombra, tanto malevola quanto ingiusta, sul capolavoro ambientato nell'Ottavo Distretto di Budapest, a pochi passi dell'antico quartiere ebraico. Dove un gruppo di compagni di scuola, per difendere il proprio spazio di gioco, si allerta in "banda" e Associazione, anche contro il parere del professor Racz, chiamato in queste pagine a rappresentare l'estraneità del mondo adulto alle ragioni dei ragazzi.




(...) Prima ancora che il professor Racz fosse uscito dall'aula, Boka mostrò ai ragazzi di via Paal due dita, per indicare che l'assemblea avrebbe avuto luogo alle due. Quelli che non appartenevano alla compagnia li invidiarono vedendoli tutti sull'attenti salutare militarmente. Erano già in procinto di uscire quando accadde un fatto inaspettato.
Il professore Racz si fermò ai piedi della cattedra e disse: - Aspettate.
Un gran silenzio seguì questa parola. Il professore si tolse di tasca un foglietto, e dopo aver messo gli occhiali cominciò a leggere i nomi che vi stavano scritti: - Weisz!
- Presente! - rispose l'interpellato.
Il professore continuò: - Richter! Csele! Kolnay; Barabas! Leszik! Nemecsek! Leszik! Nemecsek!
Il professore Racz rimise in tasca il foglietto e disse: - Voi non andrete a casa, ma verrete con me nella sala dei professori. Devo parlarvi.
E senza aggiungere una parola di spiegazione per quell’invito inaspettato, se ne andò.
Subito, fuori lui, nell’aula si levò un gran cicaleccio.
– Cosa vuole da noi?
– Perché non ci lascia uscire?
– Cosa vuole dire tutto ciò?
– Che cosa vorrà quel vecchio gufo?
Tutti i ragazzi in trepida attesa dello scoppio della grana, perché certo non si trattava di nulla di paicevole, facevano parte del gruppo della via Pál, quindi era sul presidente che si puntavano
interrogativi, quasi a cercare incoraggiamento e protezione.
– Non so proprio che cosa questo significhi – brontolò Boka. – In ogni caso seguitelo, io vi aspetterò nel corridoio.
Poi, rivolto a tutti quelli del suo gruppo: – La riunione è spostata dalle 2 alle 3. C'è un impedimento.
(...) ...dopo pochi minuti la porta della sala professori si spalncò e apparve l'alta e magra figura del professor Racz.
– Entrate – disse precedendo i ragazzi all’interno.
La sala era deserta, in un silenzio mortale. Il gruppo si avvicinò al gran tavolo verde. L'ultimo chiuse la porta dietro di sé.
Il professore sedette dietro al tavolo e fece scorrere lo sguardo sugli studenti in piedi davanti a lui: - Ci siete tutti?
– Sì, signore – gli fu risposto.
Dal cortile giungeva lo schiamazzo della gioventù libera e felice che usciva dalla scuola. Il professore fece chiudere la finestra e un silenzio improvviso, di cattivo augurio, regnò nella vasta sala tutta a scaffalature piene di libri. E in quel pesante silenzio il professor Racz cominciò a parlare.
– Io ho saputo, – disse, rompendo l’opprimente silenzio – che avete fondato una società chiamata "dello stucco" o qualcosa del genere. Chi m'ha dato questa notizia m'ha anche consegnato l'elenco dei membri dell'associazione. I membri dell'associazione siete voi, nevvero?
Nessuna risposta. Tutti tenevano la testa china sul petto, il che provava che l'accusa era vera.
Il professore continuò: - Andiamo per ordine. Anzitutto voglio sapere chi ha avuto il coraggio di fondare un'associazione dal momento che io l'ho proibito nel modo più assoluto.
Grave silenzio. Infine una debole voce disse: - Weisz.
Il professor Racz guardò severamente il ragazzo: - Weisz! Non sei capace di dirlo tu?
La risposta suonò tutta modesta: - Sì, sono capace.
- Allora, perché non l'hai detto subito?
A questa domanda il povero Weisz non rispose più.
Il professor Racz accese un sigaro e, dopo aver soffiato il fumo azzurrognolo nell'aria, cominciò a far domande: - Andiamo per ordine - disse. - Prima di tutto voglio sapere che cosa è lo stucco.
Invece di rispondere, Weisz si tolse di tasca un grosso pezzo di stucco e lo posò sul tavolo. Lo guardò in silenzio per qualche minuto e poi, con voce appena percettibile, dichiarò: - Ecco, questo è lo stucco.
- E che cos'è lo stucco?
- E una pasta con la quale il vetraio fissa il vetro nella cornice di legno. Il vetraio lo mette sulle finestre; e noi lo si toglie con le unghie.
- E questo l'hai levato tu dalle finestre?
- No, questo è lo stucco dell'associazione.
Il professore spalancò gli occhi per la meraviglia.
- Ma che cosa significa?
Weisz, che si sentiva un po' più coraggioso, diede le spiegazioni richieste: - Questo stucco è stato tolto dalle finestre dei membri dell'associazione, e poi la commissione l'ha affidato a me perché lo conservassi. Prima lo custodiva Kolnay perché era lui il presidente, ma lo faceva sempre seccare perché non lo masticava mai.
- Come? Bisogna anche masticarlo?
- Certo, altrimenti diventa duro e non si può più schiacciarlo bene. Io invece lo mastico tutti i giorni.
- Ma perché proprio tu?
- Perché nel regolamento dell'associazione sta scritto che il presidente è obbligato a masticare lo stucco almeno una volta al giorno perché non diventi duro.
A questo punto Weisz scoppiò a piangere e concluse con una voce singhiozzante:
– E ora, ora il presidente... sono io.
Il dramma era giunto alla sua scena madre. La voce del professore suonò fredda e severissima.
– Dove avete preso questo stucco? In che modo ve ne siete procurato tanto?
Silenzio.
L’insegnante fissò Kolnay. – Tu! Rispondi! Dove l’avete preso?
L’interpellato rispose balbettando come uno che voleva liberare la sua coscienza con una confessione sincera: – È da un mese che l’andiamo raccogliendo, professore. Io l’ho masticato per una settimana, tempo fa: allora era una pallottolina. Fu Weisz a portarne per primo un pezzetto e in quell’occasione fondammo la
società. Suo padre l’aveva portato a fare un giro in carrozza i cui vetri erano fissati col mastice. Allora lo raschiò via fino a rompersi un’unghia. Poi due giorni dopo il vetro della finestra dell’aula di musica andò in pezzi. Io sono tornato nel pomeriggio ed ho atteso il vetraio sino alle cinque. Quando arrivò gli chiesi di darmi un po'
di stucco ma lui non mi rispose perché non poteva parlare: aveva la bocca piena di stucco che masticava. Allora lo pregai di lasciarmi rimanere accanto a lui a guardarlo mentre lavorava e lui fece di sì con la testa. Poi, quando ebbe montato il vetro, mi sono avvicinato alla finestra, ho grattato il mastice e l'ho portato via. Non
ho rubato per me stesso, signore! L’ho fatto per la società!
E a questo punto si sciolse in lacrime.
– Dico, non vorrai metterti a piangere, eh! – brontolò il professore.
Weisz tirava i bottoni della sua giacca e, nell’imbarazzo, credette opportuno aggiungere: - Questo piagnucola per niente.
E poiché Kolnay continuava a singhiozzare, Weisz gli disse a mezza voce, un po’ brusco:
– Eh piantala, dài!
Dopo di che anche lui si mise a singhiozzare.
Questa scena ebbe il potere di commuovere il professor Racz. I ragazzi se ne accorsero per il modo con il quale egli lanciava in aria grandi sbuffi di fumo.

(...) Il professore si alzò, e camminando avanti e indietro per la sala, scosse il capo disapprovando.
- Una bella associazione, questo è sicuro! - disse. - Chi era il presidente?
A questa domanda Weisz dimenticò il suo gran dolore e, smettendo di piangere, rispose con orgoglio: - Io.
- E il cassiere?
- Kolnay.
- Dammi i denari che ti sono rimasti.
- Eccoli.
Così dicendo Kolnay si mise le mani nelle tasche, che erano sullo stesso tipo di quelle di Csonakos. Cominciò a frugarvi e rovesciò il contenuto sul tavolo. Anzitutto posò sul panno verde un fiorino e quarantadue soldi, due marche da bollo, otto pennini nuovi e una pallina di vetro colorato. Il professore guardò il denaro e domandò severamente:
- Dove l'avete preso?
- E' quello dei canoni. Ogni membro è obbligato al canone di un soldo per settimana.
- E a che cosa serviva questo denaro?
- Per pagare i canoni. Del resto Weisz non ha accettato neppure lo stipendio di presidente.
- Di quanto era lo stipendio?
- Di cinque soldi per settimana. I francobolli li ho portati io, la cartolina Barabas, le marche da bollo Richter. Le ha...
Il professore lo interruppe: - Rubate. Dì pure così, Richter. Rubate.
Dichter abbassò gli occhi. - Le hai rubate?
Il ragazzo approvò col capo. - Che cosa fa tuo padre?
- L'avvocato. Ma poi l'associazione m'ha fatto rendere le marche da bollo.
- Come? Non capisco.
- Perché io ho rubato a papà le due marche da bollo, ma poi ho avuto paura. Allora l'associazione mi ha dato una corona per comprare le due marche da bollo e rimetterle sulla scrivania di papà. Ma papà, proprio nel momento in cui stavo per rimetterle a posto, m'ha sorpreso e m'ha dato due scoppole.
Il professore Racz chiese:
- Ma perché avete comprato delle nuove marche da bollo? Avreste potuto rendere quelle che avevate.
- Non era possibile - intervenne Kolnay - perché a tergo c'era già il timbro dell'associazione.
- C'é anche un timbro? Dov'è?
- La guardia del timbro è Barabas. (...)
- Signor professore - disse Barabas. - Ho giurato di custodire il timbro e di difenderlo anche con la vita.
Il professore si mise in tasca l'oggetto.
- Silenzio! - disse.
Ma Barabas non seppe frenarsi: - Allora - disse con tono risentito - allora, signor professore, anche a Csele prenda la bandiera.
- C'é anche una bandiera? Dammela! - disse il professore volgendosi a Csele.
Il ragazzo si tolse di tasca una minuscola bandiera che aveva per asta un sottile filo di ferro.
L'aveva fatta sua sorella, che era molto abile nei lavori femminili. La bandiera era bianca, rossa e verde, e portava una scritta: "Associazione dello stucco. Budapest. Giuriamo di non esere più schiavi".
- Humm! - disse il professore. - Chi è la persona coltissima che ha scritto "essere" con una esse sola?
Nessuno rispose. Il professore chiese di nuovo:
- Chi ha scritto questo?
A Csele venne un'idea straordinaria. Pensò che per non far succedere altri guai, benché l'esere l'avesse scritto Barabas, era bene che il professore non lo sapesse. Perciò rispose con umiltà: - Mia sorella.
E ingoiò con uno sforzo. Non era una bella azione, ma almeno aveva salvato un compagno...
Il professore non rispose e i ragazzi ne approfittarono per cominciare a parlare senza essere interrogati: - Signor professore, non è bene che Barabas abbia tradito la bandiera - disse Kolnay tutto furioso.
Barabas cercò di difendersi. - Ha sempre da dire qualcosa contro di me. Se il timbro è stato preso, vuol dire che l'associazione ha già finito di esistere.
- Silenzio! - intimò il professor Racz ai due litiganti. - L'associazione è sciolta e non voglio più sentirne parlare. E vi auguro che io non m'accorga di cose del genere per l'avvenire. In condotta avrete tutti otto. Anzi Weisz avrà sei perché era il presidente!
- Signor professore, - osò far notare Weisz - proprio oggi scadeva la mia nomina. Oggi doveva aver luogo l'assemblea nella quale sarebbe stata decisa l'elezione di un nuovo presidente.
- E' il nuovo presidente sarebbe stato di nuovo Kolnay - disse Barabas tutto soddisfatto.
- Questo non m'interessa - disse i] professore. - Domani resterete qui fino alle due. Vi dirò io di che cosa dovrete occuparvi. Potete andare.
- Buongiorno, signor professore - dissero in coro. In quel momento di confusione Weisz allungò la mano per riprendere lo stucco.
Ma il professore lo redarguì. - E che non senta mai più parlare di associazioni! (...)







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