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In sonno e in veglia
Anna Maria Ortese

Di questo bellissimo brano di Anna Maria Ortese, Giuseppe Pontremoli ha scritto: "Cosa può lasciare, in dono, un maestro che si appresti a prendere congedo dalla propria funzione? Poco, probabilmente, e non solo perché non abbia guadagnato granché. O, forse, anche, moltissimo: il conseguimento della capacità di provare ed esprimere apertamente sentimenti che muovono sia il riso sia il pianto; emozioni; parole. Ma sarà necessario avere agito - magari anche sgradevolmente - senza rinunciare alla propria composita essenza: severità, stranezze, alterità, malinconie, la convinzione che l'infanzia sia l'aurora del mondo umano. Potrà lasciare parole: magari poche, ma riassuntive davvero del senso della propria presenza nel vasto mondo. E poi la memoria di una voce che faceva pensare alle foreste, alla solitudine, al vento. Un universo, insomma - ovviamente braccato dal potere.





In un villaggio di pescatori non lontano da Kirkenes (Norvegia), un villaggio veramente molto piccolo e povero, detto Kirk, perché un vero nome non aveva, c'era una scuola ancora più piccola e povera, proporzionalmente, se possibile. Una stanzaccia di legno, dove convenivano ogni giorno, provenienti dalle otto case del villaggio, una ventina di bambine e di ragazzetti: rossi, biondi e rannicchiati nei loro pellicciotti. Una grossa lanterna, in quelle nebbiose mattine e quegli oscuri pomeriggi d'inverno, illuminava scialbamente le pareti di legno della stanzaccia, le cui due finestrine, una sulla strada, l'altra a ridosso della foresta, e ambedue in parte ostruite da neve e ghiaccio, mostravano ora un bianco paesaggio, oppure le stelle del mattino. Al di là del villaggio c'era il mare, e benché non si vedesse, là convergevano i pensieri dei più vivaci e sognatori fra quei ragazzi, i cui nonni e padri erano, da infinite generazioni, marinai e pescatori di aringhe. Due di questi ragazzi, Vardo e Gamik, di dodici e tredici anni, erano molto amici tra loro, e amavano, come molti norvegesi, le storie fantastiche. C'è da aggiungere che, essendo anche due ragazzi moderni, non ci credevano. Tuttavia ne parlavano.

"Vuoi vedere" disse un giorno Vardo, ch'era il più smaliziato, a Gamik "che una volta o l'altra ci mandano qui, come supplente, Sveig in persona?".

E giù a ridere.

Sveig era il nome leggendario di un orso altrettanto leggendario, e lo scherzo valeva perché l'attuale unico maestro della scuola, il signor Orso Sulitjema, da tempo sofferente di reumi, e comunque in cattiva salute, già sembrava, a parte quel ridicolo nome, un autentico orso.

A queste parole, il signor Sulitjema che quella mattina sembrava più triste e imbronciato del solito, cacciò, per così dire, il muso fuori dal suo grosso pellicciotto che mai si toglieva, e sollevando appena un po' gli occhiali a stanghetta sul naso rotondo, borbottò:

"Si può sapere, Vardo e Gamik, cos'è questo disprezzo per gli orsi?".

Vardo e Gamik non risposero nulla.

Allora, il malinconico signor Sulitjema, dopo essersi tolti, dagli occhi cespugliosi, gli occhiali, e averli puliti in un gran fazzoletto turchino da marinaio, e avere un po' tossito (o forse borbottato), annunciò, con una voce calmissima e assai dolce, che gli allievi non gli conoscevano:

"Ragazzi, i vostri colleghi" chiamava spesso così, solennemente, i suoi ragazzi "Vardo e Gamik, presupponendo l'eventualità (non lontana) di un supplente che sostituirebbe il vostro detestato maestro, hanno detto casualmente la verità. Questo, voglio dire, è infatti l'ultimo giorno che ci tratteniamo insieme in questa classe, dove ci siamo sforzati di aprendere qualche nozione utile alle vostre giovani menti. Domani non verrò più. Un vero maestro (la sua voce suonò vagamente ilare) è in questo momento già in viaggio nella nebbia. E lui, da domani all'alba, mi sostituirà".

Un lungo oh di meraviglia, interrotto da qualche risatina, accolse le inattese parole del signor Sulitjema. Nello stesso tempo, molte sciarpe azzurre volarono per aria, e molti bambini e bambine saltarono per la gioia sui banchi. Erano cresciuti liberamente, e non avevano falsi pudori dei loro sentimenti. Il maestro li osservò senza, apparentemente, alcuna espressione di rimprovero o di pena. Sotto il suo aspetto strambo e severo egli aveva una vera e illuminata religione dell'infanzia e gioventù, che considerava l'aurora del mondo umano. Aspettò quindi che si calmassero, poi, preso un altro fazzoletto, questa volta rosso, da contadino, dalla tasca destra del pellicciotto, e soffiatosi il naso, e asciugatosi un po' l'occhio sinistro che gli lacrimava, proseguì:

"Figli miei, permettetemi di chiamarvi così, mi rallegro di vedervi in buona salute, cioè capaci di ridere del vostro vecchio Sulitjema. Ciò significa che la mia severità non vi ha affatto tormentati. Come sapete, non ho guadagnato molto insegnando per cinque anni in questa scuola, e adesso che sto per lasciarvi non posso quindi, come vorrei, farvi un regalo. Mi dispiace".

Queste parole mansuete e amorevoli non erano proprio insolite sulla bocca del signor Sulitjema, ma questa volta, avendo fatto seguito alla loro risata, ed essendo pronunciate in quelle particolari circostanze, colpirono l'animo dei ragazzi. Subito un religioso silenzio, quasi malinconico, colmò l'atmosfera dell'aula.

"Vi lascerò quindi, come solo regalo, le parole del vostro vecchio maestro, di Orso Sulitjema, sempre state alla base di tutti i suoi insegnamenti. Le ricordate?

"Primo: non badate molto alle apparenze, cioè non giudicate gli uomini dal loro pelo o, al contrario, dai loro sontuosi vestiti. Secondo: non giudicate la Natura tanto silenziosa e fredda, e soprattutto obbligata a sfamarvi, come finora hanno fatto i vostri coraggiosi padri. No, figli miei: la Natura ha occhi e orecchie più di quanto voi intendiate. E... forse non ci crederete, essa vi ama. Onoratela e vogliatele sempre il più gran bene possibile: non vi mancherà mai nulla su questa terra, e quando, dopo una lunga vita felice chiuderete gli occhi, sarà solo per riaprirli su una terra e un mare più belli: e uccelli e orsi, non maestri e capi di Stato, uccelli e orsi e altri animali che avrete amato, essi soli vi accoglieranno e, se del caso, giudicheranno".

Chissà perché, a queste parole, veramente sbalorditive, l'intera classe del signor Sulitjema scoppiò in lacrime.

Fu un momento di grande tumulto, anche Vardo e Gamik piangevano. Quasi contemporaneamente una slitta si fermò davanti alla porta, e invece del supplente ne scesero due funzionari della Guardia Forestale con un viso preoccupato. Chiesero ai ragazzi dove fosse il signor Sulitjema, ma egli non c'era più: rotto un vetro della finestrina che dava sulla foresta, era fuggito via.

Vi fu un'inchiesta e tutti i giornali ne parlarono. I ragazzi eccitati asserivano che l'accusa della polizia non si reggeva: il maestro non era affatto un autentico orso patito per l'insegnamento ai figli degli uomini., ma semplicemente un buon uomo un po' strano e pieno di malanni, e, soprattutto - dicevano - "parlava di cose che c'interessavano, con una voce - questo è vero - che faceva pensare alle foreste, alla solitudine, al vento". Ma perché, in questo caso, era fuggito rompendo un vetro?

Non si seppe mai. In realtà, questo mondo è pieno di cose strane e belle, purché uno non abbia la superbia di voler capire tutto. E i venti bambini della scuola di Kirk, questa superbia, fortunatamente, non l'avevano.

Rimasero molto legati al ricordo del loro Sulitjema, e talvolta, quando ancora con le stelle giungevano a scuola, gli sembrava di scorgerlo dietro la cattedra, mentre respirava un po' affannosamente, asciugandosi gli occhiali, o il naso, con due fazzoletti di eccezionali proporzioni: uno rosso come la vita e uno azzurro come i cieli che splendono su questa vita.








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