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Ascolta il mio cuore
Bianca Pitzorno


Il romanzo più noto e fortunato di Bianca Pitzorno è in gran parte un racconto autobiografico. Anno scolastico 1949-1950 di una quarta elementare a Sassari: la signora Sforza è una maestra - la Pitzorno non avrebbe potuto dir meglio - dagli occhi vitrei. 




(...) Quando, mezz'ora dopo, la classe scattò in piedi per l'ispezione, Elisa gettò una occhiata compiaciuta all'ultimo banco di sinistra. Le facce di Iolanda e di Adelaide erano belle lustre, un po'
arrossate per il gran fregare. Le orecchie erano pulite fuori e dentro e anche i colli, le mani, le ginocchia.
La maestra poteva essere soddisfatta.
Ma la signora Sforza, arrivata a un metro di distanza dalle due bambine, anche questa volta si arrestò storcendo il naso.
- Che olezzo di rose! Che profumo di viole! - esclamò. - Oggi vi siete lavate la faccia come il gatto. Ma credete che basti una leccatina in superficie?
Elisa allora si rese conto che, se le facce erano pulite, i grembiuli, le calze, i capelli erano quelli di sempre. 
- Cosa vi ho promesso ieri, carine? Ve lo siete già dimenticato?- chiese la maestra minacciosa.
- Scusi, signora, ma non è colpa loro se la bambinaia... - saltò su Emilia Damiani, che odiava l'acqua e tutte le sere veniva immersa a forza nella vasca dalla vecchia tata .
- Ma quanto sei scema, Emilia! Figuriamoci se quelle due hanno la bambinaia! - la rimbeccò sprezzante Sveva Lopez.
- Appunto perché non ce l'hanno devono imparare a farsi più responsabili del loro aspetto - disse la maestra.
Prisca strinse forte la mano di Elisa, conficcandole le unghie nel palmo. Rosalba alzò la ribalta nel banco e la lasciò cadere con forza. BAM!
- Cosa succede?- chiese la maestra fulminandola con lo sguardo.
- Secondo me oggi sono abbastanza pulite - disse Rosalba in tono di sfida.
- Ah, sì? Davvero? Credi di intendertene più di me, Cardano? Allora vieni ad aiutarmi. Vieni qui, ho detto!
Sconcertata, Rosalba uscì dal banco e si avvicinò.
- Per esempio, queste belle trecce bionde ti sembra che siano abbastanza pulite? - chiese la maestra, sollevando col righello una treccia di Adelaide.
- Ti sembra che abbiano un buon profumo? Annusale, su! Annusale da vicino! Adelaide cominciò a tremare.
Rosalba annusò e disse: - Un profumo squisito.
- Davvero? Allora senti, visto che non ti fa schifo toccarle, me le reggi sollevate, per favore?
Rosalba, perplessa, obbedì.
La maestra, velocissima, poggiò il righello, tirò fuori dalla tasca un paio di forbici e con due colpi decisi ZAC! ZAC!, tagliò le due trecce alla radice.
- Grazie, Cardano. Se vuoi, portatele a casa per ricordo. Scommetto che la tua amica Guzzòn te le
regala. Puoi metter su un allevamento di pidocchi.
Poi guardò Adelaide, che era rimasta impietrita, con gli occhi che le si riempivano silenziosamente di lacrime.
- E tu, Profumo di Viole, cos'hai da frignare? Non voglio mocciconi nella mia classe. Va' fuori a lavarti la faccia. Anzi, visto che ci sei, va a casa a far ammirare a tua madre la tua nuova pettinatura.
L'indomani Adelaide, arrivò in classe con i capelli rapati quasi a zero come un maschio, o come se avesse la rogna, e con un livido sotto l'occhio destro.
- Cos'è stato?- si informò Rosalba allora di ricreazione.
- Sua madre l'ha picchiata - spiegò Iolanda.
E aggiunse aggressiva: - Potevi stare zitta, tu, ieri, con la maestra! Chi ti aveva chiesto d'impicciarti?
- Ma come? - esclamò Prisca scandalizzata. - Invece di venire a protestare con la maestra, se la sono presa con lei che non ha fatto niente? Non è giusto. 

(...)Il 20 di aprile, con grande meraviglia di tutta la classe, appena entrata nell'aula Adelaide invece di sgattaiolare furtiva verso il suo banco come faceva sempre, si fermò sulla soglia, aprì la vecchia
cartella e ne estrasse un voluminoso involto di carta di giornale. Svolse la carta e, mentre tutte la stavano a guardare con curiosità, liberò un mazzo di tulipani rossi e gialli. Un mazzo non tanto
grande, senza cellofan né carta crespata, e senza neppure uno spago per tenere insieme i fiori.
Adelaide lo scrollò, gli dette una aggiustatina e andò a deporlo solennemente sulla cattedra, pronunciando la formula di rito: - Questo è per lei, signora. 
Ma la maestra, che aveva seguito i suoi gesti con lo sguardo vitreo e inespressivo di un serpente, invece di rispettare il copione dicendo a sua volta: - Grazie. Che pensiero gentile! - guardò i fiori con aria disgustata e chiese in tono d'accusa: - Dove li hai presi?
- In giardino - balbettò Adelaide, che non si aspettava una simile accoglienza.
- In quale giardino? Non mi verrai a raccontare che possiedi un giardino, Raperonzolo!
Adelaide non rispose.
Lo sapevano tutti che in via Mercato Vecchio giardini non ce n'erano.
- Allora, dove li hai presi? - incalzò la maestra.
Silenzio. - Li hai comprati dal fioraio, per caso?
- Sì! Dal fioraio! - disse Adelaide, aggrappandosi a quel suggerimento come a un'ancora di salvezza.
- E con quali soldi? Ti scappano fuori dalle tasche, eh i quattrini? Ne hai tanti che non sai dove metterli... ma chi credi di prendere in giro, brutta pezzente?
Adelaide si morsicò il labbro inferiore e chinò il capo.
- Non li hai comprati dal fioraio, brutta bugiarda! Altrimenti avrebbero la carta trasparente, il nastro e l'etichetta...
Adelaide continuò a fissarsi le scarpe in silenzio. Era inutile negare l'evidenza.
- Te lo dico io da dove arrivano questi fiori, Raperonzolo - disse con aria sempre più feroce la signora Sforza.
Fece una pausa per guardarsi in giro per controllare che tutta la classe la stesse a sentire con la massima attenzione, poi tuonò, puntando l'indice contro Adelaide:- Li hai rubati!
Adelaide presa alla sprovvista, sussultò. - Non li ho rubati disse con una voce tremante.
- Sì, invece. E inutile che lo neghi, stracciona. Sei una ladra. E' chiaro come il sole. Sei una bugiarda e una ladra. E io nella mia classe di ladre non ce ne voglio! La voce della maestra si faceva
sempre più alta e stridula, il tono sempre più minaccioso.
I Conigli, benché l'accusa non li riguardasse tremavano spaventati. Ma anche i Maschiacci e persino le Leccapiedi, seguivano la scena col fiato sospeso, piene di apprensione. 
- Non li ho rubati. Non li ho rubati. Non è vero - insistette testarda Adelaide.
- Ah. Non è vero! Dunque la bugiarda sarei io! Di bene in meglio, Raperonzolo. Mi offendi anche.
- Io non... - balbettò Adelaide.
- Tu sei una ladra, e faresti meglio a confessare! Dove li hai rubati? In quale giardino?
"Quante storie per quattro tulipani" pensava Rosalba e aveva una gran voglia di alzarsi e di gridare: "Glieli ho regalati io!" ma temeva di metterla ancora più nei guai, perché sul viso della maestra si
poteva leggere un'espressione feroce e determinata, come quella che doveva avere il lupo quando discuteva con l'agnello nella favola di Esopo.
Adelaide continuava a negare ostinatamente.
- Non li ho rubati.
- Benissimo - disse gelida la maestra. - Vuol dire che manderò a chiamare la polizia. Vedremo se, quando sarai in prigione, ti deciderai a dire la verità.
La minaccia fece il suo effetto. Adelaide perse completamente il controllo. - No, no! In prigione no! - si mise a strillare.
Stava lì in piedi, di fianco alla cattedra, scossa dai singhiozzi, col naso che le colava, le mani tremanti.
- Neanche un cane... neanche un cane si tratta così! - sussurrò Prisca aggrappandosi alla mano di Elisa e conficcandole le unghie nel palmo. (...)








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