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Niente di nuovo sul fronte occidentale
Erich Maria Remarque

Nella vasta antologia di cattivi maestri che la narrativa del Novecento ha restituito sulla carta, il professor Kantorek di Erich Maria Remarque che convince i suoi alunni ad arruolarsi volontari per combattere nella Prima Guerra Mondiale, occupa un posto di tutto rilievo. Non tanto per una malvagità appariscente e conclamata, essendo il nostro niente di più che un ometto bigio e ligio alla morale comune e al proprio dovere, quanto perché il Male di cui è placido e un po' bovino istigatore - ovvero il militarismo, il nazionalismo e la volontà di potenza - fu il nucleo pulsante e sotteso di una Weltanschauung che mise a ferro e a fuoco non una ma due volte l'intera Europa. A causa di Niente di nuovo sul fronte occidentale, romanzo in odore di autobiografia destinato a diventare un vero e proprio Manifesto contro l'orrore e l'inutilità della guerra (nel 1933 i nazisti lo arsero sul rogo a Berlino come libro "antipatriottico e degenerato"), a Erich Maria Remarque venne tolta la cittadinanza del Terzo Reich.




(...) Kantorek era il nostro professore: un ometto severo, vestito di grigio, con un muso da topo. Aveva press'a poco la stessa statura del sottufficiale Himmelstoss, "il terrore di Klosterberg". Del resto è strano che l'infelicità del mondo derivi tanto spesso dalle persone piccole, di solito assai più energiche e intrattabili delle grandi. Mi sono sempre guardato dal capitare in reparti che avessero dei comandanti piccoli: generalmente sono dei pignoli maledetti.

Nelle ore di ginnastica Kantorek ci tenne tanti e tanti discorsi, finché finimmo per recarci sotto la sua guida, tutta la classe indrappellata, al Comando di presidio, ad arruolarci come volontari. Lo vedo ancora davanti a me, quando ci fulminava attraverso i suoi occhiali e ci domandava con voce commossa: "Venite anche voi, nevvero, camerati?"

Codesti educatori tengono spesso il loro sentimento nel taschino del panciotto, pronti a distribuirne un po' ora per ora. Ma allora noi non ci si dava pensiero di certe cose. Ce n'era uno, però, che esitava, non se la sentiva. Si chiamava Giuseppe Behm, un ragazzotto grasso e tranquillo. Si lasciò finalmente persuadere anche lui, perché altrimenti si sarebbe reso impossibile. Può darsi che parecchi altri la pensassero allo stesso modo; ma nessuno poté tirarsi fuori; a quell'epoca persino i genitori avevano la parola "vigliacco" a portata di mano. Gli è che la gente non aveva la più lontana idea di ciò che stava per accadere. In fondo i soli veramente ragionevoli erano i poveri, i semplici, che stimarono subito la guerra una disgrazia, mentre i benestanti non si tenevano dalla gioia, quantunque proprio essi avrebbero potuto rendersi conto delle conseguenze.

Per uno strano caso, fu proprio Behm uno dei primi a cadere. Durante un assalto fu colpito agli occhi, e lo lasciammo per morto. Portarlo con noi non si poteva, perché dovemmo ritirarci di premura. Solo nel pomeriggio lo udimmo a un tratto gridare, e lo vedemmo fuori, che si trascinava carponi; aveva soltanto perduto coscienza. Perché non ci vedeva, ed era pazzo dal dolore, non cercava affatto di coprirsi, sicché venne abbattuto a fucilate, perchè alcuno di noi potesse avvicinarsi a prenderlo.

Naturalmente non si può far carico di questo a Kantorek: che sarebbe del mondo, se già questo si dovesse chiamare una colpa? Di Kantorek ve n'erano migliaia, convinti tutti di far meglio nel modo ad essi più comodo.

Ma qui appunto sta il loro fallimento. (...)








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