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Si chiamava Friedrich

Hans Peter Richter



In un accuratissimo saggio di Erika Mann pubblicato qualche anno fa dalla Giuntina di Daniel Vogelmann, "La scuola dei barbari", veniva descritto in che modo l'intero sistema d'istruzione tedesco si compenetrò, sotto il nazionalsocialismo, alla volontà di cieca e feroce potenza del Terzo Reich. In questo breve brano tratto dal romanzo per ragazzi di Hans Peter Richter, si coglie per intero la caratura di una tragedia che pure ebbe le sue sfumature, qui colte da un io narrante che seguirà le vicende di Friedrich sino al loro tragico epilogo.




(...) Il maestro
(...) La campanella della scuola suonò, e dopo l'ultimo squillo il maestro Neudorf chiuse il libro e si alzò. Lentamente, con aria pensierosa, venne verso di noi, schiarì la voce e disse:
- La lezione è finita. Ma restate ancora un po'; vorrei raccontarvi qualcosa. Chi non ha voglia di ascoltare, però, può andarsene a casa. Ci guardammo l'un l'altro con aria interrogativa, mentre il maestro andava verso la finestra, dandoci le spalle. Tirò fuori la pipa dalla tasca della giacca e cominciò a riempirla, guardando gli alberi nel cortile della scuola. Noi preparammo rumorosamente le cartelle e gli zaini, ma nessuno lasciò la classe, e restammo in attesa. Il maestro accese meticolosamente la sua pipa e, con evidente piacere, mandò ampie boccate di fumo a infrangersi contro i vetri. Poi si voltò, diede un'occhiata ai banchi e si accorse che erano ancora occupati.
Così ci fece un cenno con la testa, sorridendo.
Noi restammo in silenzio, con gli occhi puntati su di lui, mentre dal pianerottolo veniva il rumore delle altri classi che uscivano. In una delle ultime file qualcuno strisciava i piedi per terra. Il maestro andò verso la prima fila e sedette su uno dei banchi
Aspirando dalla pipa, ci guardava uno per uno, soffiava il fumo sopra le nostre teste, verso la finestra. Finalmente cominciò a parlare, con voce bassa e tranquilla: - Avete sentito parlare molto degli ebrei, in questi ultimi tempi, non è vero? Oggi voglio parlarvene anch'io.
Noi annuimmo e ci chinammo in avanti per ascoltare meglio. Alcuni appoggiarono il mento sulle cartelle: non si sentiva un fiato. Il maestro Neudorf soffiò una nuvola nera di fumo, verso il soffitto e ricominciò.
- Duemila anni fa gli ebrei vivevano nella terra che oggi si chiama Palestina e che loro chiamano Israele. La regione era sotto il dominio dell'Impero Romano, ma gli ebrei non volevano piegarsi agli stranieri e si ribellarono.I Romani domarono la rivolta e nel 70 D. C. distrussero il tempio di Gerusalemme e mandarono i ribelli in esilio, in Spagna o sul Reno. Una generazione dopo ci fu un'insurrezione, e questa volta i romani rasero al suolo Gerusalemme: gli ebrei dovettero fuggire, oppure furono cacciati e si sparpagliarono in tutti i paesi, dove si guadagnarono stima e rispetto. E poi ci furono le Crociate. I musulmani avevano conquistato la Terra Santa ed impedivano l'accesso ai luoghi sacri dei cristiani. Schiere di predicatori chiesero la liberazione del Santo Sepolcro, e migliaia di entusiasti si imbarcarono per la Palestina.
Ma ci fu chi disse: "Gli infedeli non vivono solo in Terra Santa, ce ne sono anche in mezzo a noi!" Così cominciò la persecuzione degli Ebrei: chi si rifiutava di farsi battezzare, veniva torturato oppure ucciso. Centinaia di ebrei si tolsero la vita per sfuggire alla conversione forzata o al massacro. Chi poteva fuggire, fuggì. E quando terminò la persecuzione, re e principi impoveriti gettarono in prigione i loro sudditi ebrei e li fecero giustiziare senza processo, per impadronirsi delle loro proprietà. Gli ebrei dovettero fuggire di nuovo, stavolta verso est. Trovarono un nuovo rifugio in Polonia e in Russia, ma nel secolo scorso cominciarono a torturarli e a perseguitarli anche là. Chiunque fosse di religione ebraica doveva vivere in quartieri chiusi, chiamati ghetti, e non gli era possibile recitare un mestiere "rispettabile" (per esempio quello dell'artigiano) o possedere casa e terra. Le uniche attività erano il commercio e "il prestito di denaro".
Il maestro Neudorf mise la sua pipa ormai spenta nella scanalatura per le penne, e senza parlare scese dal banco e si mise a passeggiare per la classe; prima di riprendere il racconto, si pulì gli occhiali.
- Il vecchio testamento dei cristiani è anche la Sacra Scrittura degli Ebrei, che chiamano Thorà, ossia "dottrina". In questo libro è scritto quel che Dio ha detto a Mosè, e in un'altra opera importante, il Talmud (che vuol dire "insegnamento"), gli Ebrei hanno stabilito in che modo bisogna interpretare la Thorà. Gli Ebrei molto osservanti seguono quelle regole ancora oggi, ma non è facile! Esse vietano, per esempio, di accendere il fuoco il sabato, o di mangiare carni di animali impuri, come il maiale. Nella Thorà è predetto il destino degli Ebrei: se infrangono i comandamenti di Dio, vengono perseguitati e devono fuggire. Ma il popolo ebraico continua a sperare che il Messia venga e lo riconduca alla Terra Promessa e lì fondi il suo Regno. Convinti che Gesù non fosse il vero Messia, ma un impostore come tanti altri, gli Ebrei lo hanno crocifisso. E molti cristiani che non sono riusciti a perdonare, sono pronti a credere le cose più insensate sul conto degli Ebrei. Alcuni non vedono l'ora di perseguitarli come un tempo. Per costoro, gli Ebrei rimangono stranieri, estranei di cui diffidare, ma è solo perché non li conoscono, che pensano tante cose cattive sul loro conto.
Noi eravamo attentissimi, e il silenzio era tale che si sentivano scricchiolare le suole delle scarpe del maestro. Tutti lo guardavano; solo Friedrich si guardava le mani.
- Così gli Ebrei sono costretti a vivere nel continuo terrore di essere tormentati e perseguitati, (...) e di dover fuggire dalle loro case abbandonando tutto ciò che possiedono, o comprandosi col denaro la libertà e la vita... C'è una cosa che perfino i nemici degli ebrei devono riconoscere: sono un popolo forte! Come avrebbero fatto, altrimenti, a sopravvivere a duemila anni di persecuzioni?
Se oggi o domani vi capiterà di veder disprezzare gli ebrei, ricordate: sono prima di tutto uomini, uomini come noi!
Senza guardarci, il maestro Neudorf prese di nuovo la pipa, la vuotò dalla cenere e la riempì di tabacco rimasto. Dopo qualche boccata, domandò: 
- Allora volete sapere perché vi ho raccontato tutto questo? -. Sedette accanto a Friedrich e gli mise una mano sulla spalla. - Uno di voi ci lascia. Friedrich Schneider non può più frequentare la nostra scuola; è ebreo, e d'ora in poi andrà in una scuola ebraica. Questa non è una punizione, ma solo un cambiamento. Io spero che voi lo comprendiate e restiate suoi amici, come me, anche se non sarà più nella mia classe. Può darsi che presto Friedrich abbia bisogno di veri amici.
Il maestro prese Friedrich per le spalle e gli sollevò il viso, costringendo a guardarlo. 
- Ti auguro ogni bene, Friedrich! - disse il maestro - e arrivederci! 
Friedrich chinò la testa e a bassa voce rispose: - Arrivederci!
Il maestro si diresse verso la cattedra a passo svelto, poi, rivolto alla classe, alzò il braccio destro con la mano aperta all'altezza degli occhi e salutò: - Heil Hitler! 
Noi ci alzammo e lo salutammo nello stesso modo. (...)

(...) Il professore di educazione fisica
Il nostro insegnante di educazione fisica si chiamava Schuster. Era anche capo delle SA e nella guerra del 1914-18 era stato capitano.
Tutti quelli che lo conoscevano temevano la sua severità.
Quando qualcuno non gli ubbidiva o si cambiava troppo lentamente, gli faceva fare delle flessioni finché non cadeva a terra stremato.
Noi scolari cercavamo di evitarlo in tutti i modi. L'educazione fisica secondo il signor Schuster, consisteva soprattutto nella marcia: marcia veloce, marcia con equipaggiamento, e così via. Un giorno arrivò in classe prima della lezione (aveva due ore di seguito) e annunciò:
- Oggi l'intervallo non si fa! Avrete modo di prendere abbastanza aria buona, visto che vi porto a fare una marcia forzata.
I nostri visi si allungarono, ma nessuno osò fiatare; nemmeno Karl Meisen, che l'ultima volta, durante l'ora di educazione fisica, si era slogato un piede.
- Vuotate gli zaini e le cartelle! - ordinò l'insegnante. - Libri e quaderni lasciateli sotto al banco!
Ubbidienti, mettemmo a posto le nostre cose, come ci era stato ordinato.
- In riga nel cortile della scuola, il capofila a tre passi dal castagno. Prendere cartelle e zaini! Marsch, marsch!
Prendemmo cartelle e zaini e scendemmo le scale di corsa. Ma il signor Schuster ci aveva preceduto.
- In fila, ho detto! - gridò. - Il che significa "Stare fermi!".
Respirò profondamente:
- Tutti al muro, marsch, marsch!
Ci precipitammo verso il muro, ma ancora prima di raggiungerlo l'ordine "Attenti!!" ci paralizzò. Ci toccò rimetterci in riga e correre ancora verso il muro, poi in fila, raggiungemmo l'entrata della palestra. Là c'era un mucchio di pezzi di mattoni, abbandonati da qualche impresa edile, e il professore Schuster li usò per riempire i nostri zaini.
- La mia cartella è più grande di quella degli altri - fece notare Franz Schulten. Poi, quando Schuster ci mise dentro tre pezzi di mattone, si lamentò: - Gli altri ne hanno avuto solo due.
Per tutta risposta, il professore ne aggiunse un quarto.
Mentre i possessori di cartelle di solito guardavano con disprezzo quelli con lo zaino, ora, invece, invidiavano chi poteva portarselo sulle spalle. In colonna, ci mettemmo in marcia.
Quando marciavamo nei dintorni della scuola, dove i genitori potevano vederci, il professor Schuster ci faceva cantare una canzone scelta da lui: "Siehst du im Osten"

Il popolo è stato imbrogliato
per troppi, troppi anni.
Ebrei e traditori hanno imposto
i loro infami inganni.
Ma giunse infine un uomo
che cancellò l'infamia:
fede e speranza diede
a tutta la Germania
Popolo, in armi!
Popolo, in armi!

La canzone finì di toglierci quel po' di fiato che ci era rimasto, ma ci fu ordinato di marciare più in fretta, e in questo modo attraversammo mezza città. Dopo un'ora e un quarto, ansimanti e sfiniti, ci trascinammo verso la scuola. La maniglia della cartella di Franz Schulten si era rotta, e lui se l'era caricata sulle spalle. La sua giacca era zuppa di sudore. Karl Meisen, con il suo piede slogato, era rimasto per strada, in lacrime. Noi riuscivamo a malapena a camminare. Soltanto il professor Schuster avanzava agile ed eretto, e sogghignava quando vedeva uno di noi zoppicare.
Ad un certo punto incrociammo un'altra classe.
Tra i ragazzi c'era Friedrich, e capimmo che dovevano essere alunni della scuola ebraica. Anche Schuster aveva adocchiato Friedrich. 
- Ragazzi! - disse, risoluto. - Dobbiamo far vedere a quelli là chi sono i Giovani Tedeschi, e che cosa sono capaci di fare. Non vorrete fare una figuraccia di fronte a questi ebrei incapaci. Esigo un comportamento adeguato. Chiaro?
Passò accanto alla colonna e rimise in fila quelli che non ne potevano più. E mentre ci sforzavamo di fare appello alle nostre ultime forze, Schuster ci ordinò di cantare una canzone. Con occhi fissi davanti a noi, carichi di mattoni ma eretti, passammo davanti alla classe dei ragazzi ebrei, cantando a squarciagola:

"L'ebreo va di qua e di là
il Mar Rosso attraverserà:
se le onde si chiuderanno,
il mondo è libero da ogni affanno." (...)







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