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Di mestiere faccio il maestro
Marco Rossi Doria


Rossi Doria è stato uno degli ideatori della pratica dei Maestri di Strada a Napoli, perché «La scuola, fatta così come è fatta, serve davvero molto poco ai poveri e agli esclusi». In questo breve e drammatico brano sono sintetizzati l'eroismo, la capacità, lo spessore umano e la fatica dell'essere dei buoni Maestri, o delle buone Maestre, oggi.




(...) 
L'aula è piena come un uovo, ventinove presenti su trentuno. Tutti i bimbi e le bimbe si sono segnati con il loro contrassegno colorato sul cartellone, è stata data acqua alle dodici piantine che stranamente crescono, tanto che debordano dai vasi, il vocìo ha un tono più dimesso, mi muovo lento e tranquillo come poche altre volte e conservo un timbro di voce basso e suadente, non richiamo nessuno, mi accovaccio, mi chino con dolcezza, mettendomi all'altezza dei bambini ad ogni tavolo, che riunisce sei o sette bambini, così ho accorpato i banchi creando dei tavoli di lavoro e tutti i tavoli stamattina si nutrono di parole di aiuto reciproco e quasi paiono lievitare nell'aria, tanto sono senza strattoni, né calci, né rimbrotti ... né male parole e le matite sono appuntite, i quaderni sui banchi, pronti, preparati come non mai.
(...) Ho fatto un bel disegno alla lavagna in seguito alla passeggiata fatta ieri alla stazione, me lo hanno chiesto loro di farlo: è il treno che corre. Scrivo la frase intera in stampato maiuscolo, in stampato minuscolo, in corsivo: il treno corre veloce.
Al secondo tavolo sulla destra c'è un sussulto improvviso, davvero inspiegabile, ma non ho neanche il tempo di interrogarmi su cos'è: vedo i capelli neri di Patrizia che sbattono sul banco poi insieme al viso e a tutto il capo si rivoltano con uno scatto all'indietro, spingono e urtano come scosse successive sullo schienale della sediolina, la fanno cadere con una forza che mai avevo visto e Patrizia rovina violentemente con la schiena a terra, battendo la testa, tutti si mettono a gridare, a piangere, è la prima volta, è la prima volta e sarà la più difficile. Mi dico: ora calma Marco, ti sei preparato con cura ad una crisi di questa bimba, per settimane ti sei preparato a questo evento, lo sapevi, lo attendevi, sei rimasto in guardia e adesso è arrivato, ora tocca a te: tono fermo, rassicura tutti gli altri bambini e occupati di Patrizia, ora è il momento, tocca a te.
"Bambini, ora ascoltate, Patrizia sta male, ma tra poco starà di nuovo bene, voi sedetevi, state tranquilli, potete guardare, dopo il maestro insieme a Patrizia vi spiegherà tutto, non vi dovete preoccupare, non dovete pensare che adesso capiterà anche a voi, perché a voi non succederà niente, proprio niente, ve lo dice il maestro e anche Patrizia starà meglio tra poco; se non volete sedervi potete stare in piedi, ma non correte fuori dall'aula, non aprite la porta perché qui non c'è pericolo e il maestro si occuperà di tutto; vedrete, andrà tutto molto bene, non gridate , non piangete, non vi succederà niente di male e vedrete che tra poco anche Patrizia starà meglio e dopo che Patrizia starà meglio e vi avrò spiegato tutto, faremo tutti insieme pure il compito bello del treno che corre veloce".
Mantengo il tono fermo, giusto, rassicurante e ripeto il messaggio mentre sto già inginocchiato per terra a fianco di Patrizia ma ecco all'improvviso dentro di me viene fuori dal nulla e si attiva una feroce voce interiore, inattesa, terribile, inesistente: è la voce del panico, mi dico, devo scacciarla, devo subito mandarla via, ora, ma è una voce dannatamente forte, possiede un suo potere inamovibile, non riesco a mandarla via, parla con parole con interrogativi crudi a scatti, nel volgere di pochissime frazioni di secondo; quanto è rapido il pensiero, mi sorprendo a riflettere, sempre in una frazione di secondo, quanto è rapido maledizione e la voce incalza dentro.
"Chi ti credi di essere, maledetto pazzo, vuoi rassicurare e tenere tranquilli ventotto bambini di sei anni" così dice la voce da dentro "e vuoi pure lenire la crisi di epilessia che o si ferma da sola o non si ferma, cretino, che hai letto, che hai chiesto a fare al tuo amico, pezzo di imbecille presuntuoso, vuoi lenire l'attacco furioso di una bimba malata, che ti sei voluto accollare per forza nella tua classe già così zeppa di bambini orfani, vilipesi dalla sorte con i padri e le madri ignoranti come bestie, lo hai fatto pur sapendo che non avrai mai un'insegnante di sostegno; che ti credevi di stare a Modena, a Pisa, a Bergamo; roba da Nord Italia che ti facevano avere subito subito il sostegno per una bimba perfettamente normale salvo le crisi, invece te la sei accollata da solo, come l'eroe dei due mondi, lo hai fatto non per dovere, come ami raccontarti ma per vanagloria, hai fatto tutto per presunzione, vuoi bastare sempre a te stesso, sei pericoloso per te e per i i bambini; e adesso come maledizione credi di potertela cavare, ma non lo vedi che adesso ti fa schifo, che stai per venire meno, che forse vomiterai; sì, ti sei procurato da solo le informazioni rilevanti su Patrizia, ti assumi compiti, responsabilità che spettano ad altri, che altri non assolvono, non rispetti la catena delle responsabilità, così le cose, tra l'altro non cambieranno mai, ci vuole il danno, e non questa assunzione di compiti impropri, parli tu con i medici, rassicuri la mamma, accetti Patrizia senza sostegno ma perché non ti hanno almeno aggiornato su come fare su come agire, su cosa dire in questi casi: anche in questo non vedi che ti hanno lasciato solo, e tu, povero imbecille tutto contento, non te lo sei chiesto il perché, pezzo di imbecille presuntuoso, o non lo capisci che semplicemente ti scaricano tutto addosso e tu te lo accolli perché sei presuntuoso, non ti leggi neanche la normativa in materia, non ti tuteli neppure, vuoi bastare a te stesso e lo vedi che sbatte forte con la testa a terra che gli altri bimbi urlano come dannati, sono terrorizzati e presi dal panico, corrono, scappano, non puoi pensare di fare il maestro unico di classe, in questo Presepe che non è per te, ci vuole gente con la pellaccia dura o almeno che stia al suo posto e agisca negli ambiti della sua responsabilità; tu non hai neanche scritto nero su bianco che c'era questa minaccia incombente e che spettava ad altri garantire servizi e personale senza cui è impossibile, impensabile, forse pure illegale affrontarla e se crepa qui e ora, che ne sai tu chi la paga la mamma, o forse pensi che lei con la figlia morta in classe tua, ti comprenda, ti ringrazi lo stesso, pezzo di imbecille presuntuoso, e poi con tutti questi bimbi, ma sono ventotto ognuno con la sua testa, mica ne conosci le reazioni, le debolezze, che tutti insieme si scatenano, ora si moltiplicano, ma lo vedi che stanno piangendo, che dietro la tua schiena, urlano, corrono, ora salgono pure sui banchi, si mettono anche a ridere, a rincorrersi per gioco addirittura, lo vedi che non si può dire quel che succede, che le reazioni sono imprevedibili, altro che controllo; e c'è pure Gaetano che sta aprendo la porta e ora esce e sei solo tu il responsabile, la senti la voce, è quella di Gaetano, e la vedi o no la testa di Patrizia, continua a sbattere, le esce ora la saliva di bocca, ha gli occhi, che tu dici a lei e alla sua mamma che sono tanto belli, che sono sbarrati, invece fanno impressione, guardali, se hai il coraggio presuntuoso, sdolcinato della malora, ora come fai a fermarle il capo, ad assicurarle il respiro e a calmare tutti, come fai?".
La voce non si ferma, passa forse un secondo, ho la fronte sudata, sento la tensione sull'avambraccio che protende la mano fin dietro la nuca di Patrizia, sollevo il corpo di Patrizia e con l'altra mano le scalzo la sediolina da sotto la schiena che le ripoggio con cura piano piano a terra cercando di non oppormi ai sussulti, agli scatti che le hanno preso il corpo ora con più forza di prima ed ecco decido ad un tratto di non ostinarmi a voler scacciare per forza questa voce terribile da dentro che martella, che non dà tregua, ma invece di rispondere io alla voce in poche frazioni di secondo si ridesta la determinazione, riesco a prendere forza, Iddio solo sa da dove, e rispondo dentro di me. "Ora invece facciamo proprio come dico io" così scandisco la frase dentro di me e mi dico in risposta alla voce "e innanzitutto io tra un istante mi giro e vedo la situazione dietro la mia schiena, mentre tengo forte la mano sotto la nuca di Patrizia, poi prendo due maglioncini appesi, li vado a prendere in fondo all'aula, dall'attaccapanni, torno di corsa, li metto sotto la testa di Patrizia e non solo, mentre lo faccio lo annuncio a voce alta alla classe che così sentirà la mia voce e vedremo chi avrà la meglio qui e poi, sempre dicendo alla classe quel che faccio come una telecronaca in diretta, riacciufferò con calma e determinazione Gaetano che è uscito, rientrerò subito, inviterò tutti ad aiutare e ripeterò con voce ferma il messaggio iniziale e ce la farò dannazione, ce la farò". Mi giro e dico alla classe che i maglioni servono a Patrizia per non sbattere la testa, li agguanto, faccio passi lunghi senza correre, riesco pure a sorridere a chi sta attonito, ma seduto ancora nella sediolina e mi ascolta, prendo dalla tasca un fazzoletto che avevo sempre, preparato "nel caso che" e lo allungo, lo avvolgo su se stesso come spiegatomi dal mio amico medico a cui avevo chiesto, mi riaccovaccio su Patrizia, le infilo i maglioni sotto il capo, annuncio alla classe che il fazzoletto serve a Patrizia così non si morde né si taglia la lingua e può pure respirare meglio e aggiungo "ora bambini respiriamo tutti insieme piano piano e tutti insieme" e subito dopo riprendo a ripetere a voce alta le informazioni, scandendole ora tra un respiro e l'altro che enfatizzo: "Bambini, ascoltate il maestro Marco, Patrizia sta male, ma tra poco starà di nuovo bene, voi sedetevi, state tranquilli, potete guardare, dopo il maestro, insieme a Patrizia vi spiegherà" (....)
E mentre lo dico, sento che i bambini respirano forte, esageratamente forte, mi asciugo la fronte, infilo il fazzoletto con dolcezza tra i denti e poi sopra la lingua di Patrizia che ora sbatte sui maglioncini, che attutiscono il suono del capo che sbatte, le metto una mano sulla fronte, sembra sudata o forse è il sudore mio, preso dalla mia fronte, o la saliva di Patrizia, non importa, ma, dannazione, mi sono dimenticato di andare ad acciuffare Gaetano che è scappato fuori, chiamo Anna e le chiedo cortesemente ma con voce imperiosa di andare, insieme a Gaetano che sta fuori, dal bidello per procurarsi un bicchiere d'acqua che è molto importante perché il maestro ha sete e poi di tornare tutti e due insieme.
Mi giro di nuovo a guardare, i bambini non gridano più forte, parlano tra loro e guardano me, non si rincorrono più tranne due, sono scesi tutti dai banchi, respirano quasi tutti con molta enfasi, e pure io riprendo a farlo più forte, mentre ora tengo anche le due mani sulle tempie di Patrizia, non più sulla nuca che è protetta dal morbido dei maglioncini e cerco di controllare i sussulti, quanto sarà passato, pochi secondi, mezzo minuto, no, forse un minuto, e quanto può durare, dannazione, Dio quante cose si fanno, succedono, si pensano, escono dall'anima in così poco tempo: a quanto può durare, quanto! (....) Prendo le dita della mano a Patrizia, mi sembrano ora meno rigide, si sbatte molto meno la testa, adesso tolgo il fazzoletto, gli occhi riprendono, è molto stanca, poi entrano Anna e Gaetano che mi porta l'acqua, lo guardo, lui abbassa gli occhi, e gli dico che se il maestro dice che non si esce, non si esce, ma che lo perdono solo per questa volta, dico a tutti di sedersi, perché Patrizia sta meglio e tra poco starà bene.
Entra il bidello, il vampiro, mi guarda, ha una voce quasi affettuosa: "Ve lo avevo detto io che questa nennella vi portava problemi, ora professore vi porto il caffè, subito ve lo porto".
Faccio disegnare a lungo il treno che corre sui grandi fogli, i toni di voce ritornano sommessi, Patrizia non racconta niente e io neanche e si siede zitta zitta vicina a me. (...)







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