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Verità su una maestrina
Giorgio Scerbanenco

Giorgio Scerbanenco (Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko, figlio di un'italiana e di un ucraino morto nella Rivoluzione Russa), per il quale Oreste del Buono coniò l'appellativo di "macchina per scrivere storie", pubblicò nel 1989 una raccolta di 376 racconti, quasi tutti di "genere", intitolata La vita in una pagina. Verità su una maestrina orchestra ancora una volta un leitmotiv che affonda le sue radici nell'Ottocento. Quello della "maestrina" segnata dalle stigmate della sfiga, contro la quale, come tutti ben sanno, niente può, neppure l'amore degli alunni.





(...) Fu solo verso la fine della lezione che una ragazzina del secondo banco, la più alta, si alzò in piedi, e con voce incerta, timida, da ottenne, eppure come impositiva, domandò: - Perché la nostra signorina maestra, la signorina Rossana, non è venuta? Perché è venuta lei?
La supplente, la signorina maestra Aureliana Bassi guardò negli occhi la bambina, e tutte le altre, e sentiva che la stessa domanda gliela rivolgevano tutte le sedici bambine, forse.
Fu tentata di rispondere: "Perché ha l'influenza", ma la sua fantasia di maestrina ventenne e la sua commozione, ebbero il sopravvento.
- Perché si è sposata - rispose.
La ragazzina alta, sensitiva ma energica, disse: - Se andava a sposarsi ce lo avrebbe detto.
- Non poteva dirlo - spiegò paziente, inventando, la giovane supplente, e con quel fondo di pianto in gola, guardando tutti quei visi di bambine all'alba della vita, - ha dovuto nasconderlo a tutti perché i suoi genitori non volevano. Allora, d'improvviso, è andata via col suo fidanzato e questa mattina si sono sposati -.
Lo raccontò come una favola, cercando di rimandare indietro quel conato di pianto.
- Si sono sposati a Roma, e sono andati a vedere il Colosseo, questa mattina avete visto alla televisione il Colosseo, ecco, sono andati lì.
Anche le bambine della seconda elementare sono sensibili alle storie di amore contrastato, e le capiscono benissimo.
Nel frusciante, piacevole rumore di pioggia di primavera che veniva dal cortile della scuola, la supplente arricchì di particolari adatti all'infantile immaginazione la storia della maestrina e del suo sposo: le bambine amavano moltissimo - l'aveva subito capito - la loro maestra Rossana e lei voleva che ne avessero l'immagine migliore.
- E quando torna a scuola? - domandò un'altra ragazzina.
- Ci vuole un po' di tempo, bambine - disse la supplente, - adesso deve preparare tutta la casa, perché gli sposi si fanno una casa nuova, tutta per loro - spiegò, finché la campanella della fine della lezione non la salvò e la bidella entrò per aiutare le bambine a incolonnarsi e a uscire.
- Non è vero -.
In quarta fila, quella bambina brunetta e olivastra, senza alzarsi, con un pesante accento milanese, aveva quasi gridato. - Ha raccontato tutte storie. Non si sono sposati. Dovevano sposarsi, poi invece lui se ne è andato con un'altra, e allora la signorina Rossana si è asfissiata col gas. Papà me l'ha fatto vedere ieri sera sul giornale, mi ha detto: "Ma questa non è la tua signorina maestra?", e io ho visto la fotografia e ho detto: "Sì, è la mia signorina maestra", e allora ho letto anch'io la storia sul giornale.
- Stai zitta, Mirella - disse amara la supplente, stringendo i denti per non piangere.
Aveva tentato di coprire con un fantasioso velo rosa la verità, ma non vi era riuscita.
- Stai zitta, basta.
- Ha aperto il gas e si è ammazzata. C'era sul giornale - insisté la brunetta.
- Mettetevi in colonna, bambine - disse la bidella. 
La ragazzina alta, che aveva fatto la prima domanda, si mise in colonna, le labbra, il mento, le tremavano. 
- E vero? - ripeteva. - E vero?
- In colonna, bambine - disse la bidella. (...)








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