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Scuola normale femminile
Matilde Serao

Matilde Serao, grandissima scrittrice e giornalista (prima donna a fondare e dirigere un quotidiano, il Mattino, nel 1892) frequentò da ragazza la Scuola Normale femminile, destinata a diventare poi l'Istituto Magistrale. Di sé e delle sue compagne aspiranti maestre dirà poi: “Qualcuna di noi aveva la povertà, quasi tutte una miseria decente – e chi un fratello ebete, chi un padre paralizzato, chi una matrigna tormentatrice, qualche piaga celata con cura, qualche vergogna celata con nobile pietà, qualche infelicità, qualche ingiustizia del destino, a cui la rassegnazione era completa”.
E poi un durissimo futuro, qui veicolato non da una proiezione letteraria di un luogo comune, la malasorte di "genere" delle maestrine dell'Ottocento, ma dalle note con le quali la Serao ripercorre sulla carta i tragici passi a venire delle sue compagne di scuola.






(...) La Pessenda, non potendo aspettare il concorso ha subito accettato il posto di maestra rurale, comune di Olevano, nel Cilento, con cinquecento franchi l’anno di retribuzione. Nel grave freddo di due anni fa, non aveva potuto ottenere una indennità per il fuoco in casa dopo aver invano scritto più volte all’ispettore scolastico e al provveditore per qualche sussidio, la vecchia madre le si è ammalata di bronchite, e le è morta. Nell’anno seguente, il comune di Olevano, aveva dovuto sopportare qualche spesa maggiore nel bilancio, ha diminuito di cento lire la retribuzione della maestra elementare; la Pessenda è rimasta, contentandosi di quello, in mancanza di meglio, visto che non vacavano altri posti di maestra rurale e che i concorsi in città si facevano sempre più difficili. Nell’estate ultima, la Pessenda non ha usufruito delle vacanze, non avendo forse mezzi per recarsi in Piemonte; nell’agosto è stata presa dal tifo petecchiale, che è stato malcurato dal medico condotto essendosi nel paese diffusa la voce che la sua malattia era contagiosa, ella è stata abbandonata da tutti, anche dalla contadina che veniva a fare i grossi servizi; quindi non si può bene accertare il giorno della sua morte, avendola poi ritrovata quasi nera, sul letto, in una stanza senza mobilio, con le finestre aperte e un lume spento, per terra, in un angolo.(...)

Cleofe Santaniello ha fatto il concorso, è riuscita fra le ultime e fa la maestra nella scuola elementare di Montecalvario, nella prima classe inferiore. Ella è senza forza morale, senza nessuna energia, le sue alunne la fanno dannare e la fanno sempre sfigurare agli esami: di più, è sempre malaticcia, manca spesso, nell’inverno. Un giorno ha avuto un deliquio in classe. La direttrice della sua scuola e i suoi superiori sono mal contenti di lei, hanno dovuto darle un’aiutante per un mese, a sue spese. È sopportata per la sua dolcezza e per la miseria in cui versa. (...)

.... Lidia Santaniello non ha fatto il concorso essendo malata di bronchite. Guaritasi, le hanno concesso il posto di maestra d’asilo, nel quartiere Mercato, con l’annua retribuzione di lire seicento. Le alunne e gli alunni erano centotrentaquattro: ella ha chiesto invano un aiuto nella sua sezione, non potendo reggere a quella immensa fatica. La continua vociferazione, il dover insegnare le canzoncine a centotrentaquattro piccini cantando ella stessa, il dover loro insegnare la ginnastica, gesticolando, battendo i piedi in terra, battendo palma a palma, il doverli condurre in ricreazione in un grande cortile umido, girando per un’ora intorno a un pozzo hanno finito di demolire una salute già minata. Ella ha continuato ad andare in iscuola malgrado la sua infermità, non avendo il coraggio di abbandonare le creaturine che amava moltissimo, contentandosi di insegnar loro a voce fiochissima, senza potersi levare dal suo posto, le brevi canzoni infantili: e spesso i piccini e le piccine sono stati quieti tutta una giornata, solo perchè la loro maestra li aveva pregati di star tranquilli, sentendosi molto male, poichè quelle creaturine l’amavano moltissimo. Quando si è dovuta mettere a letto, non potendone più, alla sua povera casa è stato un viavai di bimbi e di bimbe che venivano zitti zitti, a visitare la maestra, ella, non potendo parlar loro, perchè questo la stancava, li faceva sedere attorno al suo letto e li guardava sorridendo, essi tacevano per non disturbarla. Quando è morta, sei mesi fa, il municipio ha fatto le spese delle esequie: i bimbi si sono quotati d’un soldo, per portarle dei fiori e hanno seguito tutti il feretro, due per due tenendosi per mano, come quando essa li conduceva in ricreazione attorno al pozzo; e hanno cantato le canzoncine che ella aveva loro insegnato con la sua voce consumata.

….. La Dedonato, non arrischiandosi a fare il concorso è andata a dirigere la scuola elementare di Avellino; dà qualche lezione di canto, alle ragazze più agiate del paese, e canta ella stessa le romanze di Tito Mattei: non tornò e non è vero, alla filarmonica avellinese.

….. Carmela Fiorillo non ha fatto il concorso, è stata per un anno maestra rurale a Gragnano, ma essendosi innamorato di lei il figliuolo di un ricco fabbricante di paste ha dovuto partire dal paese e recarsi a far la maestra in un villaggio dell’Alta Savoia, con la retribuzione di 400 lire annue. Non essendovi casa nel villaggio dove era la scuola, ella abitava al villaggio vicino, e doveva far quattro miglia ogni mattina e ogni sera per andare e venire. Nell’ultimo inverno, un giorno, verso le tre, ritornandosene a casa, è stata sorpresa da una tempesta di neve: e sia il freddo, sia la stanchezza, sia il difetto di cibo, perchè non aveva mangiato dal giorno prima, ella è caduta sulla via e si è lasciata morire, per debolezza, per assideramento: gli alpigiani l’hanno raccolta due giorni dopo. Il municipio le ha decretata una piccola lapide di marmo, visto il suo zelo e l’amore alle sue umili fatiche.

….. Giustina Marangio ha fatto il concorso, è riuscita una delle prime, insegna nella scuola elementare del quartiere Chiaia, nella terza classe, e ha ottenuto finanche che la direttrice della scuola fosse traslocata a Portici, assumendo lei la direzione, con una indennità. È lei che inventò un nuovo metodo di punizione delle bambine: metter loro sul capo lo strofinaccio sudicio d’inchiostro, di polvere di gesso, con cui si puliscono i banchi o le lavagne. Ed è anche lei che ha inventato un nuovo metodo, per non fare tardare le alunne, alla scuola: si mette alla porta, con l’orologio in mano, e a chiunque arriva dopo le otto, sequestra la colazione implacabilmente. Molte bimbe hanno disertato dopo questo. (...)








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