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Ragazzo negro
Richard Wright


Dal capolavoro autobiografico di Richard Wright una delle tante tappe di un lunghissimo percorso di emancipazione. Dalla società segregazionista dei bianchi ma anche da un mondo adulto - qui personificato da una zia maestra affetta da vuoto rigore e ipertrofica religiosità - che non percepisce quanto in un ragazzo possa essere radicato il senso della giustizia.




(...) La scuola religiosa si aperse, ed io v'introdussi la mia imbronciata presenza. Venti scolari disposti per ordine d'età, dai cinque ai diciannove anni, e dalla scuola primaria fino
alla secondaria, erano ammassati in una sola stanza. L'unica insegnante era zia Addie, e fin dal primo giorno, un acuto, aspro antagonismo sorse tra noi.
Era la prima volta ch'ella faceva scuola, e la innervosiva e imbarazzava il fatto che un suo parente, un parente che non voleva condividere la sua fede e che non era un seguace della sua setta, si trovasse nell'aula.
Aveva deciso di farmi conoscere a tutti gli scolari per un peccatore di cui ella non prendeva le parti e al quale non si doveva accordare considerazione di sorta. Gli scolari erano ragazzi docili,
mancanti di quell'acuto senso di rivalità che fa dei ragazzi e delle ragazze della scuola pubblica un'accolita di gente in cui un ragazzo è saggiato e pesato, ed in cui acquista una visione di ciò che è il mondo.
Questi erano senza volontà, i loro discorsi erano piatti, i loro gesti vaghi, le loro personalità svuotate di rabbia, di speranza, di allegria, di entusiasmo, di passione o di disperazione.
Io ero in grado di vederli con una obbiettività per loro inconcepibile. Erano completamente dominati dal loro ambiente e non potevano immaginarne altri, mentre io provenivo da un altro piano di vita, dalle porte volanti dei saloons, dagli scali della ferrovia, dai capannoni, dalle bande di ragazzi di strada, dagli argini dei fiumi, e da uno orfanotrofio; ero stato tramutato di città in città, di casa in casa, ed ero stato mescolato coi grandi, forse più di quanto non avesse potuto giovarmi.
Dovetti reprimere la mia abitudine di dir parolacce, ma non prima d'aver scandalizzato più di metà di loro e d'aver messo in imbarazzo zia Addie, facendola sentire impotente. Verso la fine della prima settimana di scuola, il conflitto che covava tra zia Addie e me divampò apertamente. Un pomeriggio ella si alzò dalla cattedra, venne tra i banchi e mi si fermò accanto.
"Sai bene che non devi farlo!" disse, battendomi con un righello sulle nocche. "Far che cosa?" domandai, stupito, strofinandomi le mani.
"Guarda per terra!" disse lei. Guardai e vidi molti pezzettini di polpa di noce sparsi lì attorno, alcuni avevano fatto delle macchie grasse sul lindo, chiaro tavolato di pino.
Ricordai d'un tratto che il ragazzo davanti a me ne aveva mangiato; le mie noci le avevo in tasca, ancora da schiacciare.
"Io non ne so nulla," dissi.
"Lo sai bene che non si deve mangiarne in classe," disse lei.
"Io non ho mangiato," dissi.
"Non dire bugie! Questa non è una scuola come un'altra, è un luogo sacro del Signore!" disse lei indignata.
"Zia Addie, le mie noci le ho qui in tasca..."
"Io sono Miss Wilson!" gridò lei.
La fissai, ammutolito, comprendendo finalmente ciò che la irritava.
Ella mi aveva avvertito di chiamarla Miss Wilson in classe, e per la maggior parte delle volte lo avevo fatto. Temeva che se l'avessi chiamata zia ciò avrebbe scosso il morale degli scolari, benché
tutti lo sapessero che era mia zia, e molti la conoscessero da più tempo di me.
"Mi dispiace" dissi, e distolsi il capo da lei e apersi un libro.
"Richard, alzati in piedi!"
Non mi mossi. L'atmosfera era tesa. Le mie dita si stringevano al libro e sentivo che tutti gli scolari ci stavano guardando. Non ero stato io a mangiare le noci; mi dispiaceva d'averla chiamata zia
Addie, ma non volevo essere scelto proprio io per una punizione gratuita.
E poi mi aspettavo che il ragazzo davanti a me inventasse qualche bugia per salvarmi, poiché era lui in realtà il colpevole. "Ti ho detto di alzarti in piedi!" gridò. 
Rimasi seduto, senza togliere gli occhi dal libro. D'un tratto ella mi afferrò per il colletto e mi strappò dal sedile, e mi ritrovai barcollante in mezzo alla stanza. "Ho detto a te!" gridò istericamente.
Mi drizzai e la guardai; c'era odio nel mio sguardo.
"Non guardarmi in quel modo"!
"Non sono stato io a buttar in terra le noci".
"E chi è stato, allora"?
Il mio codice dei ragazzi di strada mi metteva in imbarazzo. Non avevo mai fatto la spia a un compagno, alla scuola pubblica, e aspettavo che il ragazzo davanti mi venisse in aiuto, dicendo una
bugia, facendo delle scuse, una cosa qualsiasi.
In passato mi ero preso delle punizioni che non mi spettavano per tener fede alla solidarietà della banda, ed avevo visto altri ragazzi far lo stesso. Ma il ragazzo religioso, con l'aiuto di Dio, non
parlò.
"Non lo so chi è stato," dissi alla fine.
"Vai davanti alla cattedra," disse zia Addie. Adagio, andai alla cattedra, aspettandomi un rimprovero; ma il cuore mi diede un balzo, la vidi andare all'angolo, scegliere una lunga, verde
sferza flessibile e venir verso di me. Persi il controllo dei miei nervi.
"Io non ho fatto niente!" urlai.
Mi colpì e feci un balzo da parte. "Non ti muovere"! esplose, la faccia livida di rabbia, il corpo tremante.
Rimasi fermo, sentendomi sconfitto più dal santo ragazzo dietro di me che da zia Addie. "Para la mano".
Parai la mano giurando a me stesso che mai mi sarebbe capitata un'altra volta una cosa simile, a qualsiasi costo. Mi sferzò la mano fino a farmela diventar rossa, e poi le gambe nude fino a rigarmele di rosa.
Strinsi i denti per evitare d'emettere un sol gemito e quando ella smise, continuai a tenere la mano distesa, come a farle vedere che i suoi colpi non mi avrebbero mai veramente toccato, e fissandola in viso senza batter ciglio.
"Abbassa la mano e va' al tuo posto," disse lei.
Lasciai cadere la mano e girai sui tacchi, la mano e le gambe in fiamme, il corpo rigido. Camminai come in una nebbia di rabbia verso il mio banco.
"E ancora non l'ho finita, con te"! mi gridò dietro.
Aveva detto una frase di troppo; prima che potessi accorgermene mi ero voltato e la fissavo a bocca aperta, gli occhi fiammeggianti.
"Non l'avete finita con me"? ripetei. "Ma che cosa vi ho fatto"?
"Siediti e sta zitto"! tuonò zia Addie.
Sedetti.
Di una cosa ero sicuro: che non mi sarei lasciato battere un'altra volta da lei. Ero stato spesso battuto duramente, ma quasi sempre avevo sentito che le bastonature erano in certo qual modo giuste e ragionevoli, che ero dalla parte del torto.
Adesso, per la prima volta, mi sentii alla pari d'un adulto, mi resi conto che ero stato battuto per una ragione non giusta. (...)







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