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Marta Pelle di Sole e Mena Pelle di Luna

Una fiaba nella raccolta "...e cammina cammina"

Tuttestorie e Regione Sardegna





 

Tanto tanto tempo fa, quando i bambini non avevano paura del buio, vivevano nel villaggio di Ulassai due sorelle che erano nate nello stesso giorno e che nello stesso giorno erano rimaste orfane, perché la loro madre era morta di parto.
Si somigliavano come due gocce di rugiada appese ai bordi della stessa foglia, salvo che una era di carnagione bruna e l’altra di carnagione chiara: per questo erano state chiamate Marta pelle di sole e Mena pelle di luna. Un giorno, quando diventarono abbastanza grandi, il padre le portò a raccogliere legna ai margini del bosco di Santa Barbara, perché l’inverno si avvicinava. Fu allora che Mena pelle di luna si allontanò da sola e poi scomparve. Suo padre la cercò per giorni e giorni dentro il bosco e fuori dal bosco. E Marta pelle di sole versò tante di quelle lacrime, ma così tante, che perfino il cielo si rabbuiò e pianse con lei a dirotto per un mese intero.
-   Dobbiamo rassegnarci, Mena pelle di luna non tornerà mai più - disse il padre.
Ma Marta pelle di sole non si rassegnò affatto. E quando il vento di ponente soffiò la prima neve sui monti, annunciò a suo padre: - Andrò a parlare con la Coga che vive nella grotta Su Marmuri. Forse lei sa qualcosa della sparizione di mia sorella.
Figuratevi come ci rimase il poveretto a quelle parole. Perché la Coga che viveva a Su Marmuri, una spelonca oscura alle pendici di un massiccio roccioso chiamato Tacco di Ulassai, era una stregaccia che nella sua lunga vita ne aveva combinato una più del diavolo. Con i suoi sortilegi aveva fatto seccare i frutti sugli alberi e incendiato le messi di grano. Aveva stregato uomini, incantato fanciulle e di tanto in tanto, nelle notti senza  luna e senza stelle, aveva divorato qualche bambino o qualche bambina, perché  andava  matta  per  la carne tenera. Ma nonostante ciò il padre di Marta pelle di sole non si oppose. - Se il cuore ti dice di andare, vai - mormorò, benedicendo la figlia. - Prima però prendi questo, forse ti porterà fortuna.
Così dicendo l’uomo consegnò alla bambina un fiore a forma di campanella, color argento e ornato di riccioli d’oro, che era appartenuto alla madre delle due bambine e che per tanti anni era rimasto in un vasetto di coccio e non era appassito.
Fu così che al venir del tramonto Marta pelle di sole si avviò verso il Tacco di Ulassai. La notte era buia come l’occhio cieco di un pozzo senza fondo e faceva così freddo, ma così freddo, che perfino i sospiri dei cuculi gelavano nell’aria in nuvolette candide come il latte. Eppure Marta pelle di sole riuscì a imboccare subito il sentiero giusto. E cammin cammina non soffrì il freddo ne punto né poco. Perché dal fiore che stringeva in mano ora sgorgavano morbide ghirlande di luce, pallide come raggi di luna e calde come raggi di sole. Quando arrivò davanti alla bocca della grotta, la bambina raccolse un sasso da terra e…
<<Toc toc toc>> batté tre volte sulla parete di roccia.
-   Chi bussa alla mia dimora? - una voce sgradevole graffiò il silenzio della notte.
La bambina scese verso il fondo della grotta, dove la Coga l’aspettava ai piedi di un grande masso nero, sotto un drappeggio di stalattiti rosa straordinariamente appuntite. Il suo viso sembrava fatto di fango e di polvere, di sughero antico, di cuoio, di trucioli di legno e di muschio ammuffito.
-   Chi sei? Non hai paura di entrare nel mio antro a notte fonda? - digrignò i denti la Coga.
-   Il mio nome è Marta pelle di sole - rispose la bambina. - E non ho paura né del buio né di te!
Stranamente a quelle parole, invece di digrignare ancora i denti, la Coga fu scossa da un lungo tremito, come se l’inverno in persona le avesse soffiato sul volto un alito di tempesta e di ghiaccio.
-   Allontana da me quel fiore, presto - strepitò. - Non vedi che la sua luce mi sta facendo diventare di pietra?
Era proprio vero. Le ghirlande luminescenti che sgorgavano dal fiore avevano già tramutato in pietra le mani ossute e i piedi a zoccolo di bue della Coga.
-   Forse lo farò e forse non lo farò - ribatté allora Marta pelle di sole. - Ma intanto, dimmi: hai rapito tu mia sorella Mena pelle di luna?
La Coga giurò e incrociò perfino le dita sul cuore: a rapire la bambina non era stata lei. E quando seppe che Mena pelle di luna era scomparsa vicino al bosco di Santa Barbara…
- Forse io so chi è stato a portarla via - sibilò. - Vicino a quel bosco c’è un vecchio pozzo abbandonato, dove ogni tanto si nasconde mia comare, Maria Abbranca… -
A quelle parole Marta pelle di sole serrò forte le labbra. Perché Maria Abbranca, per metà donna e per metà demone delle acque sotterranee e delle cavità oscure, si nascondeva nei pozzi per ghermire col suo manto nero di orbace bambini e bambine, che trascinava nelle viscere della terra per farli a pezzetti piccoli piccoli.
-   Dove posso trovare tua comare? - chiese ancora Marta pelle di sole.
-   Tra le rovine dell’antico villaggio di Romanzesu, nella foresta di Poddi Arvu, vicino a Bitti.
E quelle furono le ultime parole che la strega riuscì a balbettare, prima di diventare una statua di pietra.
Marta Pelle di sole la fece rotolare nel vortice oscuro di un profondo laghetto. Poi uscì dalla grotta e s’avviò verso la foresta di Poddi Arvu.
E cammin cammina, camminò così a lungo, che vide il sole sbocciare nel cielo, giocare a mordi e fuggi con le nuvole e addormentarsi stanco nelle braccia del tramonto. Così che quando si ritrovò tra le rovine di Romanzesu, il buio era di nuovo padrone del mondo.
-   Dimmi, fiore di luce - mormorò la bambina, aggirandosi tra le rovine ricoperte di licheni e di muschio. - Dove si nasconde Maria Abbranca?
Dalla campanella d’argento ornata di riccioli d’oro sgorgò una ghirlanda luminescente che fluttuò sulle scale di granito che portavano a un pozzo circolare, dove un tempo le sacerdotesse delle acque della terra e dei cieli compivano i loro riti sacri. E proprio in quel momento, chi comparve sul primo gradino?
Maria Abbranca in persona, il cui viso sembrava fatto di fumo e di ombra, di pece, di pietra, di grumi di cenere e di frumento bruciato.
-   Chi sei? - digrignò i denti la creatura metà donna e metà demone. - Non hai paura di aggirarti tra queste rovine a notte fonda?
-   Il mio nome è Marta pelle di sole. E non ho paura né del buio né di te! -
Stranamente a quelle parole Maria Abbranca, invece di sollevare verso la bambina il suo manto nero di orbace, fu scossa da un lungo brivido, come se la regina delle tenebre in persona le avesse soffiato sul volto un alito di stupore e di paura.
-   Allontana da me quel fiore, presto - strepitò. - Non vedi che la sua luce mi sta facendo diventare di pietra?
-   Forse lo farò e forse non lo farò - ribatté Marta pelle di sole. - Ma prima dimmi: hai rapito tu mia sorella Mena pelle di luna?
Anche Maria Abbranca giurò e rigiurò di non sapere niente della bambina. Ma quando le fu detto dove era scomparsa, sibilò:
-   Forse a portarla via è stata la Pazzia, l’ho vista io stessa aggirarsi da quelle parti. Se è stata lei troverai tua sorella nella sua casa tra lo stagno di Cabras e il mare.
 Furono quelle le ultime parole che Maria Abbranca riuscì a dire prima di tramutarsi in una statua di pietra.
Marta pelle di sole la fece rotolare nel pozzo e ancora una volta si rimise in cammino. E cammin cammina, ancora una volta camminò così a lungo, superando fiumi, montagne e valli, che ebbe tanto tempo per pensare alla Pazzia.
Di lei si diceva che fosse una donna bellissima nata da un sogno rimasto sospeso tra l’alba e l’aurora. E che i suoi occhi, ciechi alle cose degli adulti e del mondo, riuscissero a scorgere solo i sorrisi e i giochi dei bambini. Per questo ogni tanto, anche se il suo cuore non era malvagio, ne portava via qualcuno con sé, perchè le facesse  compagnia.
-   Fiore di luce - sussurrò Marta Pelle di sole, quando poco prima del tramonto arrivò sulla striscia di terra che separava lo stagno di Cabras dal mare - dove si trova la casa della Pazzia?
 Ma questa volta dalla campanella non uscì nessuna ghirlanda luminescente. Sgorgò invece un suono argentino che incantò l’aria e gli steli di giunco, i pesci dello stagno e gli ultimi riflessi del sole sulle onde del mare.
-   Dimmi bambina, chi ti ha dato quel fiore fatato? - gorgheggiò una voce che sembrava di zucchero filato e miele.
 Ai bordi dello stagno era comparsa la casa della Pazzia, che era fatta di vento e di acqua, di spuma di salsedine, di granelli di sabbia e di battiti di ali di gabbiano.
-   Apparteneva a mia madre - soffiò con un filo di voce Marta pelle di sole, fissando il volto della bellissima donna che stava sulla soglia. Poi aggiunse: - Sto cercando mia sorella Mena pelle di luna, forse sei stata tu a… - Prima però che potesse finire la frase, la Pazzia la cinse tra le braccia e le sussurrò in un orecchio di tacere, e di chiudere gli occhi e dormire.
-   Non ho rapito io tua sorella - le disse ancora la bellissima donna. - Ma farò in modo che tu la riveda almeno una volta.
Fu così che Marta pelle di sole si lasciò cullare dal sonno e per tutta la notte sognò di volare tra cielo e terra e tra luna e mare. E quando la Pazzia sul venire del nuovo giorno la ridestò, si trovava in un prato verde costellato da tante campanelle d’argento ornate di riccioli d’oro, dalle quali si diffondeva una melodia così dolce, ma così dolce, che perfino gli usignoli la stavano ad ascoltare.
-   Dove ci troviamo? - chiese Marta pelle di sole.
-   A Montessu, in una valle non distante da Villaperuccio -   rispose la Pazzia.
La donna le indicò un basso rilievo che si alzava sul finire del prato, su cui si aprivano tante porticine incassate nella roccia viva.
-   Solo chi è nato in quelle domus di pietra può cogliere le campanelle che nascono in questo prato - disse ancora. - E se tua madre ne possedeva una…
Prima ancora che Maria pelle di sole comprendesse il senso di quelle parole, le porticine nella roccia si aprirono e l’aria si riempi dei fruscii e dei battiti di morbidi ali di seta. Dalle loro casette erano uscite in volo le Janas di Montessu, minuscole fate che indossavano vestiti di broccato rosso arricchiti di trame d’oro e d’argento.
Quando una di loro si posò sulla mano della bambina, lei riconobbe la sorella scomparsa.
-   Sei proprio tu, Mena pelle di luna? - soffiò a fior di labbra.
-   Sì, sono io sorellina - rispose la Jana.
E mentre sul viso di Marta pelle di sole sgorgavano lacrime e sorrisi di gioia e stupore, la minuscola fata le spiegò che anche la loro mamma un tempo era appartenuta al popolo delle Janas, prima di innamorasi del babbo che un giorno era passato per caso da quelle parti. E che la mamma, prima di trasformarsi in una fanciulla per poterlo sposare, come succedeva a tutte le fate che volevano unire la loro esistenza a quella di un uomo, aveva dovuto promettere alle sue sorelle di Montessu che una delle figlie avrebbe presto il suo posto nel piccolo popolo che viveva nelle casette di pietra.
Fu così che Marta pelle di sole conobbe la verità sulla scomparsa di sua sorella Mena pelle di luna.
Restò con lei per tre giorni ancora, insieme alla Pazzia che giocò ogni notte con le piccole Janas sotto le stelle. Poi tornò a casa da suo padre che l’aspettava, per dirgli che Mena pelle di luna stava bene ed era felice come una fata.


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