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Pietro Bastanzetti

(intervento di Giancarlo Bastanzetti, del Gruppo della Memoria di Saronno, inserito nel volume La resistenza e i Saronnesi, a cura di Nino Villa, Ed. Monti, 1995)

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Nasceva da un sogno di libertà quel gran pedalare sulla vecchia strada in terra battuta, tutta a curve, che da Saronno portava alla Colombara. Infatti quell'uomo impolverato teneva tra le mani un giornale, e arrivato vicino alla cascina, gridava: "E' caduto il fascismo! E' caduto il fascismo!". Col cuore gonfio di gioia aveva premura di comunicare ai parenti ed ai conoscenti "la buona notizia". Quell'uomo si chiamava Pietro (Piero Rino) Bastanzetti e risiedeva a Saronno, in virtù del matrimonio con una donna colombarese, solo dal 19 aprile 1934, in quel grande caseggiato di via Ramazzotti, 6 (ora 12), fin da allora impropriamente chiamato "Case Sessa", dal cognome di un notaio che aveva lo studio al piano terreno dell'atrio di ingresso. Eravamo  nel 1943 e la famosa seduta del 25 luglio del "Gran consiglio del fascismo" aveva posto Mussolini in minoranza e avviato il crollo del regime e della dittatura. Iniziavano i cosiddetti "45 giorni di Badoglio", pieni di contraddizioni e di ambiguità, ma che comunque videro un qualche segnale, seppur debole, di ritorno alla democrazia e di minori costrizioni fisiche e morali.

Rino, nato a Vittorio Venero nel 1901, era giunto ancora in fasce a Milano con la famiglia, nel 1902, e a 12 anni aveva iniziato a lavorare, dopo aver "superato la V elementare". Poi, studiando alla sera, il suo grado d'istruzione era arrivato alla scuola media inferiore. Fortunatamente, nel 1902, da un lascito di Prospero Moisè Loira, era stata fondata a Milano la "Società Umanitaria", istituzione culturale e filantropica avente lo scopo di "...giovare all'educazione e all'istruzione professionale dei meno abbienti".
(...) Rino non si iscriverà mai al P.N.F. (Partito Nazionale Fascista) e nel periodo badogliano darà vita, assieme ad altri compagni di lavoro, al primo embrione di democrazia sindacale: la "commissione interna". Alla "Motomeccanica S.p.a." di via Oglio, 18 - Milano {non più esistente) lui, capo del reparto "macchinario pesante", viene votato dagli operai a "rappresentarli". Subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 quel precario organismo, liberamente eletto, entra nella clandestinità e promuove, fra le altre cose, gli scioperi del dicembre 1943 e quelli, ancor più famosi, del marzo '44. Con quale spirito e con quale impegno?

Dal giornale clandestino "La Fabbrica" del 16 dicembre 1943: "Con lo sciopero generale i lavoratori milanesi marciano al fianco dei partigiani per la conquista della libertà e dell'indipendenza, e per una democrazia popolare.
"Non un uomo, né una macchina, né un cannone per la guerra hitlero- fascista" è l'imperativo lanciato in coincidenza degli scioperi del marzo '44 e per "prepararsi all'insurrezione". Non per niente la Motomeccanica divenne uno dei punti di forza della 1146 Brigata Garibaldi Sap "Paolo Garanzini"... La rabbia, la rappresaglia nazista e fascista sono la risposta immediata. Denunciati tutti, {eccetto uno, sottrattosi per tempo alle ricerche, essendosi reso irreperibile) i componenti la "commissione" vengono arrestati. Rino è preso in fabbrica, alle ore 16 del 17 marzo '44, da due agenti in borghese dell'UPI {Ufficio politico investigativo) e portato non si sa dove;  la moglie riuscirà a rintracciarlo, fortunosamente, solo due giorni dopo, il 19, senza potergli parlare, come "presente" nel carcere di San Vittore. Lunedì 20 è trasferito, assieme a molti altri, a Bergamo (caserma del 78° fanteria).
E' permessa qualche breve visita e sono concessi alcuni brevissimi colloqui sotto la stretta sorveglianza armata di soldati tedeschi. Un giorno si presenta un operaio, un manovale di fonderia, e avviene un episodio che, narrato oggi, ha dell'incredibile.
Quell'uomo si offre, ripetutamente e con determinazione, ad "andare in Germania al suo posto ". Pietro Bastanzetti rifiuta lo "scambio": i tedeschi hanno promesso la "decimazione". Quello sconosciuto, quel "santo laico" se ne va con le lacrime agli occhi e nessuno saprà niente di lui, nemmeno il suo nome.

Il 5 aprile 1944 partono da Bergamo, sui carri-bestiame piombati, oltre 400 deportati. Arriveranno alla ridente stazioncina di Mauthausen il giorno 8, saliranno a piedi fino al lager di sterminio e il primo di loro, all'ingresso nel campo, sarà fatto sbranare dai cani perché gli altri capiscano dove sono arrivati... e che devono solo ubbidire.
Poi, spogliati di tutto, rasati su tutto il corpo, passeranno alle docce, alternativamente all'acqua ghiacciata e bollente, con le conseguenze facilmente immaginabili.
Trascorsa "la quarantena", Rino "viene condotto nel campo dipendente (commando) di Gusen l e messo a lavorare (è un bravo meccanico) nelle officine della Messerschmitt (fabbrica di aerei) nascoste in caverne nelle vicine colline. Le condizioni di vita e di lavoro sono quelle della perfetta schiavitù. Molta letteratura, molta memorialistica, le testimonianze dei pochissimi sopravvissuti hanno ampiamente illustrato tutto l'orrore di questa condizione, hanno scientificamente documentato cosa erano i campi di eliminazione, i campi di sterminio. Non è il caso di ripetere, qui, quanto è già stato scritto. Basterà ricordare che Rino, la sera del 1 giugno 1944, ridotto in condizioni pietose dalla fame, dallo sfinimento, dalle percosse, ammalato di risipola e broncopolmonite, venne portato, a braccia, all'infermeria del campo (il cosiddetto "revier") da due compagni di sventura: Angelo Caserini e Bruno Bagatta.
Trenta secondi dopo era buttato fuori, a pugni e calci, perché aveva... solo 39,5° di febbre! Angelo e Bruno lo videro poi, (era già morto?) la mattina dopo, sopra un mucchio di cadaveri davanti ai forno crematorio. Il 2 giugno 1944, a 42 anni, "passava per il camino" e andava "nel vento di Mauthausen". La sua tomba è fra le nubi.

Qualche giorno prima, presagendo la fine, Rino aveva dato a Bruno due cerini, che erano tutto quanto poteva... lasciare ai suoi figli. Vent'anni dopo, nel 1964, in un incontro casuale avvenuto all'Umanitaria, Bruno Bagatta, piangendo, chiederà perdono per non aver riportato quei "due cerini": li aveva barattati con un russo, in cambio di mezza fetta di pane! Ma Rino aveva lasciato qualcos'altro: alcune lettere scritte in carcere. Da queste riportiamo alcune frasi che servono a capire meglio che "uomo" fosse.

Da quella alla madre - 23 marzo 1944:
"Ti raccomando i miei bambini, che sotto la guida tua e della loro madre abbiano a crescere buoni, virtuosi, giusti, sani di corpo e di mente, siano difensori degli umili, siano di aiuto ai poveri, ogni senso di bene prodotto non sia spronato da interessi propri. Dio mi è testimone quanto bene io sento per
loro, eppure auguro a loro morte piuttosto che appartenere a quel rifiuto di uomini che tanto male hanno fatto e fanno attualmente."
(...)

Qualcuno, in divisa fascista fino al 24 aprile, si presentò il 28 aprile 1945, dicendo alla vedova che: ".. .al martire avrebbe dovuto essere intitolata una via di Saronno...".
Proposta offensiva, fermamente respinta.
La vita tornò "alla normalità", si ballava per le strade, si faceva festa, sul repentino "cambio di camicia" ci si arricchiva. I voltagabbana. i "prudenti", gli arrivisti intravedevano l'inizio di una promettente stagione. Chi aveva denunciato Pietro Bastanzetti e suoi compagni, morì, onorato e stimato, nel suo letto. confortato dall'amore dei familiari. Non fu mai perdono, perché perdono non fu mai chiesto
La Repubblica nata dalla Resistenza, fu "matrigna" per le vedove e i figli dei "triangoli rossi". Dopo il dolore conobbero l'indigenza: nessuna promessa venne mantenuta.
Fu la "pubblica assistenza" in molti casi a dover intervenire. Non fu chiesta vendetta (peraltro possibile!), ma non venne fatta nemmeno giustizia.
Chi la sta inutilmente aspettando da cinquant'anni, non ha dimenticato, non dimentica.
Ed è anche per questo che il 61562 di Mauthausen continua a vivere nel cuore e nelle azioni di coloro che ha lasciato dietro di sé.